La vice presidente della Prima Commissione del Consiglio Superiore della Magistratura, Letizia Vacca, preannuncia un “orientamento unanime” del Csm verso l’apertura di una procedura di trasferimento d’ufficio per incompatibilità nei confronti del Gip di Milano Clementina Forleo. E puntualizza: «Lo spirito che ci muove non è certo persecutorio nei confronti di Forleo. Il nostro problema è riportare la serenità negli uffici giudiziari di Milano».December 4, 2007
Tranquilla, Clementina, è tutto a fin di bene ...
La vice presidente della Prima Commissione del Consiglio Superiore della Magistratura, Letizia Vacca, preannuncia un “orientamento unanime” del Csm verso l’apertura di una procedura di trasferimento d’ufficio per incompatibilità nei confronti del Gip di Milano Clementina Forleo. E puntualizza: «Lo spirito che ci muove non è certo persecutorio nei confronti di Forleo. Il nostro problema è riportare la serenità negli uffici giudiziari di Milano».December 3, 2007
Anche questo è Tenzin Gyatso
Nel maggio dello scorso anno, ad esempio, Tenzin Gyatso rilasciò al quotidiano britannico Daily Telegraph un’intervista che fece scalpore, nella quale precisava la sua posizione riguardo a temi di morale oggi particolarmente caldi come i rapporti di coppia, l’aborto, il rispetto per la vita, la concezione generale dell’esistenza. In quell’occasione il Dalai Lama difese il matrimonio tra uomo e donna e la procreazione come una relazione che consente lo sviluppo armonico della persona, prese le distanze dalle unioni omosessuali e quanto all’aborto si limitò ad esprimere compassione per le donne che ricorrono a tale 'soluzione'. Così, su questo giornale, uno scrittore di ispirazione buddhista, commentò tale esternazione: «È stata, la sua, una puntualizzazione importante, che è servita a riequilibrare una visione del buddhismo un po’ new age che, complici a volte anche i maestri, viene diffusa adeguandosi alle richieste di vie facili alla spiritualità che provengono da un Occidente ripiegato sul pensiero debole».
L'intervista al Telegraph, per chi avesse voglia di verificare, è qui.
December 2, 2007
The Christmas Guest
![]() |
| Domenico Ghirlandaio, Visitation, Louvre Museum, Paris |
Today is the first Sunday of Advent, the beginning of a new Liturgical Year. It is the Sunday in which we remember the hope we have in Jesus. That is most likely why Pope Benedict’s second Encyclical Letter, entitled Spe Salvi (“Saved by Hope”), has only just been delivered (here is the full text of the document, and here is an introduction by Italian Vaticanist Sandro Magister).
Here are the lyrics. Click the video below to listen to Johnny Cash’s inspiring performance. I wish you a blessed Advent!
The Christmas Guest
It happened one day near December's end
Two neighbors called on an old friend
And they found his shop so meager and lame
Made gay with a thousand bows of green
And Conrad was sittin' with face ashined
When he suddenly stopped as he stiched a twine
And he said "Oh friends at dawn today
When the cock was crowin' the night away
The Lord appeared in a dream to me
And said 'I'm comin' your guest to be.'
So I've been busy with feet astir
And strewin' my shop with branches of fir
The table is spread and the kettle is shined
And over the rafters the holly is twined
Now I'll wait for my Lord to appear
And listen closely so I will hear His step
As He nears my humble place
And I'll open the door and look on His face"
So his friends went home and left Conrad alone
For this was the happiest day he'd known
For long since his family had passed away
And Conrad had spent many a sad Christmas day
But he knew with the Lord as his Christmas guest
This Christmas would be the dearest and best
So he listened with only joy in his heart
And with every sound he would rise with a start
And look for the Lord to be at his door
Like the vision he'd had a few hours before
So he ran to the window after hearin' a sound
But all he could see on the snow-covered ground
Was a shabby begger who's shoes were torn
And all of his clothes were ragged and worn
But Conrad was touched and he went to the door
And he said "You know, your feet must be frozen and sore
I have some shoes in my shop for you
And a coat that'll keep you warmer too"
So with grateful heart, the man went away
But Conrad noticed the time of day
And wondered what made the Lord so late
And how much longer he'd have to wait
When he heard a knock he ran to the door
But it was only a stranger once more
A bent ol' lady with a shawl of black
With a bundle of kindlin' piled on her back
She asked for only a place to rest
But that was reserved for Conrad's great guest
But her voice seemed to plead "Don't send me away
Let me rest for awhile on Christmas day"
So Conrad brewed her a steamin' cup
And told her to sit at the table and sup
But after she left he was filled with dismay
For he saw that the hours were slippin' away
And the Lord hadn't come as He said He would
And Conrad felt sure he'd misunderstood
When out of the stillness he heard a cry
"Please help me, and tell me where am I!"
So again he opened his friendly door
And stood disappointed as twice before
It was only a child who'd wandered away
And was lost from her family on Christmas day
Again, Conrad's heart was heavy and sad
But he knew he should make the little girl glad
So he called her in and he wiped her tears
And quieted all her childish fears
Then he led her back to her home once more
But as he entered his own darkened door
He knew the Lord was not comin' today
For the hours of Christmas had passed away
So he went to his room and he knelt down to pray
And he said "Dear Lord, why did You delay?
What kept You from comin' to call on me?
For I wanted so much Your Face to see"
When soft in the silence, a voice he heard
"Lift up your head, for I kept my word
Three times my shadow crossed your floor
And three times I came to your lonely door
I was the begger with bruised, cold feet
And I was the woman you gave somethin' to eat
I was the child on the homeless street.
Three times I knocked and three times I came in
And each time I found the warmth of a friend
Of all the gifts love is the best
And I was honored to be your Christmas guest."
December 1, 2007
Tu es Petrus
Io sono convinto che la questione della giustizia costituisce l’argomento essenziale, in ogni caso l’argomento più forte, in favore della fede nella vita eterna.
Così scrive Benedetto XVI nella nuova enciclica, Spe Salvi. Citazione colta al volo da Luigi Accattoli, che l'ha riportata nel suo blog. “Colpisce sempre—nota il vaticanista del Corriere—un papa che dice «io sono convinto».” In effetti. Tutto ciò che quelle tre parolette mi hanno fatto venire in mente lì per lì lo potete leggere nel primo dei commenti al post.
Ma chi diavolo crede di essere?
Questa, all’incirca, è l’opinione di Pietrangelo Buffafuoco, che nel paginone del Foglio di giovedì ha “menato come un fabbro” (et pour cause!) cercando di rendere la pariglia. Naturalmente ho copiato e incollato il tutto qui, ché Il Foglio, purtroppo, mantiene a portata di link solo poche cose, e spesso non le più essenziali. Stessa cosa ho fatto qui con l’articolo di Gianni Baget Bozzo, che si occupa di Padre Pio da un altro punto di vista, non meno essenziale:
Tutta la storia di Padre Pio è segnata da un intervento misterioso, quasi che Dio volesse in lui dare un segno visibile della sua presenza, un segno piccolo, come i miracoli del vangelo, ma carico di simbolo. La chiesa cattolica esprime il divino mediante cose umane, materiali: il pane e il vino, l’acqua, l’olio, il sì degli sposi: il simbolo conduce direttamente al divino. San Pio è stato in questo caso il simbolo dell’intervento della divina Provvidenza nei casi difficili, un santo guaritore, come Cosma e Damiano. E il simbolo di Padre Pio ci dice che Dio ha cura di noi. Ciò, in analogia al principio sacramentale, vuol dire che Padre Pio è un segno della Provvidenza nei casi minuti della vita. Quello che i beneficati da Padre Pio hanno ricevuto dal santo, non è soltanto la beneficenza, è l’amore divino verso di loro. Non hanno ricevuto soltanto la vita umana, ma anche la vita divina.
E tuttavia don Gianni non ignora affatto il côté caro a Buttafuoco. Infatti ci è tornato ieri su La Stampa, sia pure con un piglio più ottimistico :
La Chiesa cattolica ha scelto di valutare a un tempo la profondità del Male, ciò che la fede chiama Satana, ma anche il fatto che l’uomo è creato e redento e che con la sua azione può giungere a vivere il suo mondo in pace. [Leggi il resto]
E’ in effetti il tema della redenzione, quello che ha ispirato entrambi gli interventi di Baget Bozzo. Un argomento molto difficile da trattare, oggi. Con la sua vita e le sue opere Padre Pio testimonia ciò che quasi nessuno sembra più voler ricordare, e cioè che “Cristo ci redime con il suo sangue.” Ma, appunto,
[c]hi predica più oggi la redenzione? E soprattutto chi ricorda che la Messa è il rinnovamento del sacrificio della croce e che il prete lo compie rappresentando la persona di Cristo: in persona Christi, come dice la sacra formula. E oggi una liturgia, che ha tolto lo sguardo comune dei fedeli del prete verso il crocifisso e verso l’altare e tutto sembra un banchetto, e talvolta una scampagnata, queste verità sono divenute intrasmissibili.
Verità divenute intrasmissibili, dunque. Non è forse per aver testimoniato il contrario, cioè la trasmissibilità, malgrado tutto, di quelle verità che Padre Pio è diventato “indigesto” all’establishment culturale e mediatico? Non solo questo frate ha avuto l’ardire di ricordare al mondo che Satana esiste, ha pure preteso di testimoniare il non-testimoniabile! E come se non bastasse lo ha fatto in barba ai sapienti, agli intellettuali e, last but not least, ai teologi, cioè parlando ai cuori dei “semplici fedeli” e, udite udite, delle vecchiette …
Barbara Spinelli ritiene che solo i teologi che rimangono attaccati allo «spirito del Concilio» siano la vera Chiesa (strano assunto per un laico). Sembra dimenticare che la Chiesa è una religione e che è stata salvata come religione da tre grandi papi: Paolo, Giovanni Paolo e Benedetto. Ma, prima di tutto, dai semplici fedeli, gli stessi che in Russia, vecchie e povere donne, continuavano ad assistere alla celebrazione della liturgia divina nei limiti in cui il comunismo lo permetteva. Anche la Chiesa ortodossa ha potuto vivere grazie alla liturgia e alle vecchiette. Accade sempre che siano i fedeli a conservare il mistero della fede quando i teologi tutto subordinano alle vie della ragione. Ma la ragione non sa dare un fine all’uomo, non sa spiegare il senso della vita.
Non è forse imperdonabile tutto questo? Evidentemente lo è, eccome se lo è.
Ah, dimenticavo, nel frattempo è uscito Il segreto di Padre Pio, di Antonio Socci. Qui potete leggerne a sbafo alcune pagine (ma per poi correre subito in libreria: è quasi Natale ...), mentre qui trovate il video della puntata di Otto e mezzo nella quale l’autore ha presentato il libro. Qui, infine, l'articolo di Socci uscito su Libero del 25 ottobre scorso.
November 30, 2007
Quelli che il Dalai Lama ...
Interessante, in calce al post, l’elenco dei 285 firmatari dell’appello affinché il Dalai Lama sia ricevuto con tutti i crismi.
November 29, 2007
Autumn Song
/Vermont%20Autumn%20Cliche.jpg)
Autumn Song
Know'st thou not at the fall of the leaf
How the heart feels a languid grief
. . .Laid on it for a covering,
. . .And how sleep seems a goodly thing
In autumn at the fall of the leaf.
And how the swift beat of the brain
Falters because it is in vain,
. . .In autunin at the fall of the leaf
. . .Knowest thou not? And how the chief
Of joys seems—not to suffer pain?
Knowst thou not at the fall of the leaf
How the soul feels like a dried sheaf
. . .Bound up at length for harvesting,
. . .And how death seems a comely thing
In autumn at the fall of the leaf?
Dante Gabriel Rossetti, Poetical Works, ed. William M. Rossetti (New York: Thomas Y. Crowell, 1886).
November 28, 2007
Ma cosa vuole Fini?
Sartori, apprendista politico di qualità
Sul Corriere di oggi, dunque, l’illustre politologo ha deciso di “travestirsi da politico,” e in questa veste prende in esame questo particolare momento politico e si spende in alcuni suggerimenti ai leaders delle varie forze in campo. Innanzitutto, ecco come riassume la situazione:
Il momento è eccitante: in questo momento tutto è in movimento. Berlusconi che fa sparire, con la sua bacchetta magica, Forza Italia e il connesso Polo delle libertà; Fini e Casini che in autodifesa sono costretti a «rompere» con Berlusconi; la collusione (che comincia a essere documentata) Rai-Mediaset che costringe Prodi a tirare fuori dal cassetto le riforme sulla tv predisposte dal ministro Gentiloni; e Veltroni che si deve destreggiare su tre fronti: la riforma elettorale (e connessi) con il Cavaliere, il salvataggio del governo Prodi, e la patata bollente della questione tv (che torna a far esplodere il problema del conflitto di interessi).
A questo punto il professore si immedesima, a turno, con i principali attori ed esprime le sue convinzioni su ciò che andrebbe fatto. Ed ecco il ragionamento che farebbe se fosse al posto di Fini e Casini (tralascio le altre “immedesimazioni,” che mi sembrano meno significative):
Per non essere costretti a tornare all'ovile ancor più in sudditanza di prima, Fini si deve rapidamente scordare del referendum Guzzetta- Segni e appoggiare un sistema elettorale (come quello tedesco preferito dal suo nuovo alleato Casini) che gli consenta di andare tranquillamente da solo alle prossime elezioni. Inoltre Fini e Casini hanno bisogno, per sopravvivere, di indebolire il peso televisivo del loro nuovo nemico.
Purtroppo, però, si lamenta Sartori, “Casini si è affrettato a dire no a qualsiasi «legge punitiva » contro Mediaset, riecheggiato da An.” Questo proprio non va bene, osserva il professore, anzi! Ed ecco che “l’apprendista politico” si ri-trasforma rapidamente nel professore che conosciamo bene: “Bravi davvero. Sarebbero questi i politici che davvero si intendono di politica?”
Ebbene, nessun problema, direi, sulla convenienza, per i due, del sistema tedesco. E’ sulla questione Mediaset che il ragionamento vacilla. Lasciamo perdere se sia giusto o sbagliato, in sé e per sé, colpire Mediaset e guardiamo, appunto, all’utile delle due formazioni politiche. Vediamo, allora, che senza dubbio potrebbe far comodo ai due competitors di Berlusconi all’interno del centrodestra una minore potenza mediatica del Cavaliere. Ma da quell’indebolimento non deriverebbero anche conseguenze negative per l’intero schieramento, visto che ad avvantaggiarsene sarebbe soprattutto il centrosinistra? Non solo: sotto il profilo della credibilità di quelle due forze politiche nei confronti del loro elettorato, non avrebbe forse una ricaduta alquanto pesante un voltafaccia—perché di questo, è chiaro, si tratterebbe—così repentino e sospetto?
O forse Sartori ritiene che l’elettore medio di Fini e Casini sia un minus habens e/o che sia sprovvisto del benché minimo senso morale? Dal momento che quell’inversione di rotta sarebbe due volte riprovevole: perché avrebbe palesemente il sapore di una vendetta piuttosto meschina e, soprattutto, perché rappresenterebbe la prova provata che in precedenza, per anni e anni, la gente è stata deliberatamente ingannata. Chi non si indignerebbe a quel punto? E quale altra spiegazione avrebbe, a parte la frode elettorale, appunto, l’aver risolutamente negato per anni ciò di cui oggi finalmente si prende atto, cioè che l’accanimento anti-Mediaset delle sinistre era motivato e che un conflitto di interessi veramente inaccettabile per la democrazia c’era eccome?
Ma non credo che Sartori la pensi in quel modo. E’ vero che spesso ha l’aria di sottovalutare il prossimo in generale, ma quello è più un tratto caratteriale, un’apparenza. Ad ogni buon conto, quando il professore dice che “la politica «come veramente è»,” in definitiva, non fa per lui, non viene voglia di contraddirlo. Meglio—per lui e per tutti gli inguaribili “impolitici”—la politica «come dovrebbe essere» (secondo i professori), e che Machiavelli vada a farsi benedire ...
November 26, 2007
Lunga vita al Cavaliere
Ehi, non pensate che, a forza di scervellarmi sulle ben note vicende, mi sia spinto troppo in là, oltre le Colonne d’Ercole della cara, vecchia razionalità cartesiana delle idee chiare e distinte, e mi stia addentrando sconsideratamente tra flutti perigliosi, avvolti da fitte nebbie imperscrutabili. No, non è questo il caso. E’ che ho appena finito di leggere quello che ha scritto oggi Adriano Sofri su Repubblica, e come al solito non ne sono uscito indenne. Né, per l’ennesima volta, mi azzarderò a sintetizzare o riassumere per sommi capi il suo pensiero, perché inevitabilmente lo banalizzerei.
Dico solo che Sofri si è occupato del Berlusconi resuscitato, o meglio di coloro che aspiravano a succedergli—novelli Bruti (e Cassii) alle prese con un Cesare un filo più accorto e diffidente—e delle cose che sono andate come sono andate. Un groviglio di calcoli anagrafici (che portano bene, assicura Sofri) e di scongiuri, con tanto di gufi un po’ grotteschi e molto, molto maldestri (e non saprei se pure un po’ rimbambiti). E poi altre storie parallele, tipo l'ordine di aprire il fuoco sul quartier generale impartito da Mao nel 1966, quello che scatenò la Rivoluzione Culturale. E poi ancora “la svelta adesione” di Daniele Capezzone—che di successioni mancate era fino a qualche giorno fa il massimo esperto in circolazione—“al Partito del Popolo pur mo' nato,” e l’astuto Giuliano Ferrara, che “non esclude nessuna freccia dal proprio arco, e a suo modo ha fatto molto per il Partito Democratico, e fa moltissimo per il Partito del Popolo.”
Insomma, ottima letteratura, IMHO, di una classe cristallina di cui, oramai, solo la vecchia guardia sembra dotata—se Sofri non si offende per l’espressione affettuosamente “anagrafica,” epperò, mi pare, adeguata al contesto. La chiusa è degna di tutto il resto:
Vien quasi da dire che c'è una provvidenza. La meschinità di centrosinistra oscurava il vuoto pneumatico del centrodestra, tenuto assieme da due attese, quella melodrammatica della caduta di Prodi, e quella intrigante della giubilazione di Berlusconi. Prodi può sempre cadere, restano fior di professionisti dello sgambetto: ma anche se succedesse, ora, la giubilazione politica di Berlusconi nel centrodestra è aggiornata a data da destinarsi.
[Leggi il resto]
E come evitare di aggiungere, per il bene di tutti, l’augurio che l’attesa abbia a essere molto, molto lunga, e soprattutto paziente? Questione di stile, oltretutto: forza, Cavaliere, fagliela vedere a quei gufi malefici!
November 25, 2007
I have a dream
Il mio governo impossibile:
> Presidente del Consiglio dei Ministri: Giulio Tremonti
> Ministro dell'Interno: Francesco Cossiga (con vent’anni di meno)
> Ministro degli Esteri: Franco Frattini
> Ministro della Difesa: Antonio Martino
> Ministro della Giustizia: Alfredo Biondi
> Ministro dell'Economia: Mario Draghi
> Ministro delle Attività produttive: Pierluigi Bersani
> Ministro del Lavoro: Roberto Maroni
> Ministro della Salute: Roberto Formigoni
> Ministero dell'Istruzione, Università e Ricerca: Dario Antiseri
> Ministro delle Infrastrutture e Trasporti: Giorgio La Malfa
> Ministro delle Comunicazioni: Pietro Lunardi
> Ministro dell'Ambiente e Tutela del Territorio e del Mare: Ermete Realacci
> Ministro per le Politiche Comunitarie e Commercio Estero: Michela V. Brambilla
> Ministro per le Politiche Agricole, Alimentari e Forestali: Altero Matteoli
> Ministro dei Beni e Attività Culturali, Turismo e Spettacolo: Vittorio Sgarbi
> Ministro della Funzione Pubblica: Benedetto della Vedova
> Ministro per le Riforme Istituzionali: Giovanni Sartori
> Ministro per le Pari Opportunità: Stefania Prestigiacomo
> Ministro per lo Sport e le Politiche Giovanili: Carlo Giovanardi
Tartufi (e altri tuberi) del giornalismo
[i]l giornalismo si avviava verso una omologazione ferrea, tutti i maggiori quotidiani scrivevano le stesse cose con titoli suppergiù uguali e i comitati di redazione - appartenenti in toto allo schieramento di sinistra - pretendevano di imporre un’unica linea all’intera stampa italiana. Per questo Montanelli - che fu osannato come esponente d’un liberalismo colto, risorgimentale aristocratico dopo che ebbe litigato con Berlusconi, ma che prima era bollato come fascista - volle dare una voce ai senza voce, all’esecrata maggioranza silenziosa. Lo fece fondando questo giornale [Il Giornale, appunto].
Facci, invece, tra molte altre interessanti considerazioni, ricorda che “non è solo questione di rapporti tra giornalismo e politica, ma tra giornalismo e potere,” il che mi sembra particolarmente corrispondente alla realtà dei fatti, oltre che perfidamente appropriato alla testata da cui, volente o nolente, proviene la chiamata in causa da parte dell'ottimo Merlo. Sentite qua:
Scrivere un articolo contro Prodi o Berlusconi, oggi, è facilissimo: il cretinismo bipolare offre ripari confortevoli. Il problema è scriverlo contro un'industria di moda, una marca di automobili o di acqua minerale, un grande gruppo farmaceutico o telefonico, colossi che il giornalismo statunitense seziona da almeno trent'anni mentre noi seguitiamo a pensare che la vita passi attraverso le crostate che i politici si cucinano a vicenda. C'è un mondo, là fuori.
Personalmente resto del parere che il mosaico sia ricostruibile mettendo insieme innanzitutto Merlo e Guzzanti. Certo, a questo punto, aggiungerei anche Facci e Cervi. Se qualcuno ha voglia di operare la grande sintesi si accomodi. Sarebbe una fatica meritoria, per niente impossibile. Solo una questione di pazienza (e di stomaco, vabbè).
Caduto nell'adempimento del dovere
Forse è morto da eroe, o forse è stato solo il fato. Quel che è certo è che è caduto nell’adempimento del dovere, nell’ambito di una missione militare che poi—in molti ne siamo convinti—è in realtà una missione di civiltà. Il suo comandante di unità a Piacenza, Mario Tarantino, dice che «era un bravo meccanico». Ma dopo un attimo aggiunge: «Non era uno che si tirava indietro». Di bravi meccanici c’è bisogno, come c’è bisogno di gente che sappia fare bene il proprio lavoro in qualsiasi campo, ambiente, circostanza. E lui, il maresciallo capo Daniele Paladini, era davvero bravo, come ricorda il colonnello Alfredo De Fonzo, comandante del contingente a Kabul: «Era un ragazzo in gambissima. Quel ponte l’aveva smontato, rimesso a posto e ridipinto lui». Già, quel maledetto-benedetto ponte. Ma c’è bisogno anche di gente «che non si tira indietro». E ce n'è, appunto. Stiamo parlando, naturalmente, di quell’altra Italia, che convive con quella delle cronache di queste settimane o di queste ore. Grazie, maresciallo Daniele Paladini.
November 24, 2007
Diamo voce al Dalai Lama (updated)
Il Dalai Lama sarà in Italia nel prossimo dicembre, e, come è ovvio attendersi, le autorità di Pechino chiederanno alle istituzioni italiane di trattarlo da ospite non gradito. In questo, suoneranno persuasive la ritorsioni annunciate dalla Repubblica Popolare di Cina nei confronti di Germania e Stati Uniti, i cui capi di governo hanno avuto la “sfrontatezza” di incontrare il Dalai Lama. Un paese, come l’Italia, che ha guardato con preoccupazione e simpatia alla protesta nonviolenta dei monaci buddisti birmani, repressa nel sangue dalla giunta militare di Rangoon, deve operare per impedire l’isolamento internazionale del Dalai Lama e la sua emarginazione civile e politica… Chiediamo dunque che la Camera dei deputati ospiti, in seduta plenaria, la persona e la “voce” del Dalai Lama, sicuri che, come sempre, le sue parole saranno nel segno di libertà, pace, nonviolenza e riconciliazione.
Dalla lettera-appello al Presidente della Camera in vista dell’arrivo in Italia del Dalai Lama, previsto per la metà di dicembre. L’iniziativa è partita dal Presidente dei Riformatori Liberali, Benedetto Della Vedova, ed è stata fatta propria da 165 deputati che hanno sottoscritto il testo.Dal suo blog, il giornalista dell’Espresso Alessandro Gilioli sposa l’opinione fortemente critica dello scrittore tibetano Jamyang Norbu—che da decenni vive tra l’India e gli Stati Uniti—nei confronti della nonviolenta Middle Way («Via di Mezzo») seguita dal Dalai Lama nei rapporti con la Cina. Gli risponde Della Vedova con questo commento:
Comprendo la delusione per quanto accaduto fino ad oggi in Tibet (io ci sono stato nel ‘93 e posso immaginare come sia oggi), ma, mi chiedo, quale alternativa alla strategia del Dalai Lama c’era? Cosa potevano fare lui ed il suo popolo nei confronti della Cina se perfino nelle democrazie occidentali c’è il terrore di incontrarlo per non urtare Pechino?
Condivido la difesa di Della Vedova, ma sono meno incline di lui a “comprendere” le ragioni di chi critica il Dalai Lama. E non perché ritenga in assoluto preferibile la via della nonviolenza, e men che meno perché consideri Sua Santità infallibile, quanto in base a ciò che mi suggerisce il semplice buon senso. Stiamo parlando, infatti, di un piccolo popolo che ha la sfortuna di doversela vedere con un gigante come la Repubblica Popolare Cinese, vale a dire con un regime tra i più sordi, pervicaci e disumani che la storia abbia mai conosciuto.
-----
UPDATE Nov. 25, 2007 - 11:40 am
1) Il post ha avuto interessanti sviluppi nei commenti (intervento di Enzo Reale e mia rispsta).
2) Corriere della Sera. Bertinotti dice no (e Della Vedova protesta):
Fausto Bertinotti non concederà l'Aula di Montecitorio per la visita del Dalai Lama a Roma. «Nell'emiciclo si svolgono solo lavori parlamentari, non celebrazioni», spiegano i suoi collaboratori e infatti l'unica eccezione che ha fatto il presidente della Camera è stata quella di ospitare i presidenti dei Parlamenti stranieri: «Si potrà organizzare un incontro nella Sala Gialla, con tutti gli onori». Ma non sarebbe la stessa cosa. Romano Prodi è orientato a non ricevere la guida spirituale tibetana. E così Massimo D'Alema: anche se questo non esclude, spiegano alla Farnesina, che ci siano incontri con ministri, come avvenne durante la sua visita l'anno scorso. L'arrivo del premio Nobel per la pace Tenzin Gyatzo, in Italia ai primi di dicembre, ha già creato un mezzo incidente diplomatico con la Cina (con proteste preventive dell'ambasciatore di Pechino), ma rischia ora di creare un vero e proprio caso politico.
[...]
«Non si può abdicare ai diritti umani in nome degli affari — insiste Della Vedova —. Perché ci sono tre Paesi del G8, Stati Uniti, Canada e Germania, che hanno avuto il coraggio di ricevere il Dalai Lama e invece noi non vogliamo fare dispiacere a Pechino». Il perché è nelle notizie che arrivano dalla Cina sui ricatti e gli affari perduti dalle aziende tedesche e americane. Il caso diplomatico è dunque chiuso, a meno che i due partiti, quello più realista che non vuole sfidare la Cina e quello che vuol fare della visita del Dalai Lama una vetrina per la battaglia per i diritti umani, non costringeranno a riaprire i giochi.
November 23, 2007
Quei moralisti stagionali dell'informazione (updated)
Nel primo, Paolo Guzzanti, sul Giornale (l'articolo può essere letto anche qui), racconta ciò di cui è stato testimone diretto per anni, a La Stampa, e a farne le spese sono l’allora direttore del giornale Ezio Mauro, che oggi dirige la Repubblica, Walter Veltroni, che al tempo era il direttore dell’Unità, più il direttore del Corriere della Sera Paolo Mieli e, a turno, i vari vicedirettori de la Repubblica. Un quadro, a dir poco, imbarazzante. Tutto da leggere, un documento da conservare.
Nel secondo, Francesco Merlo, su Repubblica, rivolge i suoi strali non contro “il conflitto di interessi” o “la miseria della politica che in queste intercettazioni vengono esposte,” ma contro “la professione,” contro il giornalismo. “Non è questione di indignazioni pelose,” spiega Merlo, o “dei moralisti stagionali che condannano nell’altrui campo quel che elogiano nel proprio.” Anzi,
sospettiamo che vituperabili e deplorevoli pratiche siano, con dosaggi diversi, bipartisan.
[…]
Di più: sospetto che questi prendano ordine senza che ci sia qualcuno che li comandi. Ancora più zelanti,incarnano una straordinaria maschera italiana: il servo disinteressato.
E questo lo porta fatalmente a riconoscere che “c’è (…) una miserabile censura che cerca il capro espiatorio per verginizzarsi, che si erge a campione del buon gusto e dell’etica.” Di chi sta parlando? Beh, nientemeno che dell’Ordine dei giornalisti.
Dopodiché Merlo torna a rivestire i panni dell’uomo di parte e assesta qualche colpo agli intercettati. Ma ormai quel che ha scritto ha scritto … Da non perdere.
Alla fine, come si diceva, messi assieme con un minimo di scrupolo i vari tasselli forniti da due formidabili testimoni, vedrete che il mosaico avrà preso forma.
-----
UPDATE Nov. 25, 2007 - 4:45 PM
Ci sono stati sviluppi interessanti. Troppo per un aggiornamento, ma sufficienti per un nuovo post.
November 22, 2007
Sì, è proprio la RAI
All that country music
Navigando per la blogosfera, e precisamente gettando le ancore sul blog di Cherry, col quale c’è da tempo uno scambio di links, ho scoperto che uno può mettere sul suo sito la propria playlist! Mi sembra una trovata grandiosa, di quelle che mi fanno entusiasmare per la tecnologia. Posso ascoltare quel che più mi piace mentre leggo, scrivo e curioso, ma soprattutto lo posso condividere “in tempo reale,” facendo sapere che razza di gusti musicali ho. Ho appena cominciato, e nella playlist (vedere colonna di destra, in basso) ci sono meno di una trentina di pezzi. Altri presto arriveranno. Dopodiché, una volta scoperte le carte, a qualcuno cadranno le braccia, a qualcun altro non potrà importare di meno. Ma state pur certi che io, comunque, della «mia» musica vado piuttosto orgoglioso ...
Pensato, scritto e sottoscritto nel giorno in cui, sul calendario cristiano, si ricorda Santa Cecilia, patrona della musica.
November 21, 2007
Se i Gracchi furono populisti
Ma soprattutto è stato istruttivo il dialogo con le numerose persone in carne ed ossa che ho incontrato e con cui ho potuto scambiare due chiacchiere al volo tra un impegno e l’altro. Anche perché, in questi casi, le reazioni sono state un po’ diverse: autentico entusiasmo nei colleghi e conoscenti di centrodestra ed una curiosità senza falsi pudori in quelli di centrosinistra. Uno di sinistra mi ha confidato—guardandosi prima attorno con circospezione—di aver vivamente apprezzato il colpo mortale inferto da Berlusconi … alla noia (“non se ne può più di questa politica …”).
Tuttavia non sfrutterò i pur sacrosanti sfoghi esistenziali dell'«uomo della strada» per avvalorare quanto ho espresso nel post precedente. Anche perché ho sottomano, se non di meglio, qualcosa di più convincente dal punto di vista della tradizionale dialettica politica, vale a dire la serrata confutazione degli argomenti anti-Berlusconi (è populista e plebiscitario, un demagogo, un cortocircuito temibile, una minaccia, e così via) dell’ottimo Oscar Giannino, su Libero. Ne riporto qualche stralcio.
Populismo
Quanto a populismo, se un difetto storico noi sparuti liberisti imputiamo a Silvio, è proprio di non essersi mai fatto davvero un Pierre Poujade, il cartolaio di Saint-Cére che nel 1953 scosse la Francia dalle fondamenta contro le tasse. Eh no, cari dissenzienti, il populismo vero è di chi promette a destra e manca pur di tenersi avvinghiato al potere, e da questo punto di vista esso abita a palazzo Chigi, con Prodi. 12,3 miliardi di spesa pubblica aggiuntiva che si sono sommati alla Finanziaria in Senato, pur di far contenti tutti da Lamberto Dini a Franco Giordano, ne sono la più plateale conferma.
Sul principio carismatico e plebiscitario
Se malgrado 13 anni di maggioritario le coalizioni restano eterogenee fino all'impossibilità di governare - come si è visto sotto la destra come sotto la sinistra - tanto vale abbracciare un proporzionale corretto da soglie ma con ciascuno che corra per il proprio programma e con alleati più coesi. E l'esatto contrario del principio carismatico e plebiscitario.
Inoltre,
quanto all'appello direttamente ai cittadini per iscriversi al nuovo Partito della libertà, anche qui cerchiamo di intenderci. Rispetto alla regola costituzionale per la quale i partiti sono libere associazioni attraverso le quali i cittadini concorrono a determinare la politica nazionale, il meccanismo scelto da Silvio è meno rispettoso di quello che ha presieduto alla nascita del Pd, con la desi-gnazione a tavolino di un leader da parte di un'oligarchia, e la spartizione matematica tra le due nomenklature dei Ds e della Margherita delle leadership e delle composizioni dei nuovi organi costituenti? No. È la nascita del Pd a peccare di oligarchismo, visto che non sono stati certo i votanti delle primarie a determinare l'indicazione di Veltroni e i candidati alle segreterie regionali.
Per concludere:
A dar fastidio, di Silvio, è il consenso di cui gode nel popolo, necessario lievito per fare del partito delle Libertà l'equivalente dell'Ump francese. A risultare insopportabile è la sua capacità di parlare direttamente agli italiani. Come Bonaparte ai suoi grognards, aggirando la mediazione di maggiori e colonnelli. Troppa letteratura? Ma senza miti letterari la democrazia non vive. Né Pericle né Alcibiade erano uomini privi di ambizioni. La loro forza era saper parlare al cuore e al portafoglio dei concittadini. E li accusavano per questo di populismo, appunto. Esattamente come gli oligarchi senatori di Roma facevano coi Gracchi. Dare all'avversario del populista, di solito, è un'ammissione della propria minor capacità di aver consenso.
Oltretutto, aggiungerei, risultano sempre più insopportabili quei teorici della bella politica i quali, contravvenendo ai loro stessi canoni di comportamento, sbandierati ai quattro venti ad ogni piè sospinto, spesso riescono solo a formulare accuse pretestuose—quando non si abbandonano senz'altro all’insulto più o meno esplicito—nei confronti del loro più agguerrito e dotato avversario politico. Se non bastassero gli argomenti più strettamente politici, che non fanno certo difetto, un simile malcostume, volgarmente camuffato da politica (e per giunta con la «P» maiuscola), potebbe meritare anche da solo, come doverosa risposta «civica», la spontanea mobilitazione dei cittadini intorno al progetto del nuovo partito dei liberali italiani.
November 19, 2007
Grazie, Cavaliere
Gli stolti e petulanti “parrucconi,” insomma, non avevano capito nulla? Non direi. Capito, cioè, avevano capito, ma a modo loro, come è stato insegnato loro dall’Alta Scuola di Politica della Prima Repubblica, che hanno entrambi frequentato con profitto e dalla quale hanno imparato tutto quello che sanno fare, dire, pensare. E, attenzione, quella non era una pessima scuola, però aveva un limite: conosceva soltanto una realtà politica cristallizzata, immobile, dove il «potere di coalizione» delle forze politiche minori era fermo e saldo come una rocca di Gibilterra contro la quale erano destinati ad infrangersi tutti i calcoli dei partiti maggiori.
“Senza di noi, Berlusconi non può fare niente,” erano soliti ripetere i Fini e i Casini. Era vero, anche allora, soprattutto l’inverso, ma non avevano torto nemmeno loro, sic rebus stantibus, ma si dà il caso, appunto, che le cose siano nel frattempo cambiate: con la crisi irreversibile del bipolarismo—che era sotto gli occhi di tutti anche prima che il Cavaliere, con la svolta di ieri, ne ratificasse ufficialmente la fine—il «potere di coalizione» non ha smesso di contare, ma è destinato a contare molto meno. Sia col sistema tedesco e succedanei, sia con quello francese, che sono le due ipotesi fondamentali (il motivo, lo sappiamo, è che la “contrattazione” avviene dopo e non prima del voto, come adesso).
In più i nostri eroi hanno sottovalutato la capacità del loro alleato-avversario di sparigliare, e questo grazie al fatto che egli ha “una caratteristica forse unica nel panorama della politica italiana,” per dirla come Gian Antonio Stella (sul Corriere di oggi), cioè “il coraggio spericolato di giocarsela.” Insomma, spiega Stella,
Gianfranco Fini, Pier Ferdinando Casini e perfino Umberto Bossi, dopo l’ennesima spallata annunciata e poi fallita al Senato, sembravano avergli rubato finalmente la palla? Lui se l’è ripresa di forza, è uscito dall’area in cui pareva asserragliato e si è catapultato all’attacco con una di quelle «ripartenze» da lasciare a bocca aperta anche il «suo» Arrigo Sacchi.
Ma un errore ancora più madornale è stato quello di ignorare che, come ha notato Angelo Panebianco (ancora sul Corriere di oggi),
Berlusconi non potrebbe mai sedersi a un tavolo a discutere con Prodi ancora premier. Per la stessa ragione per cui Prodi non poteva trattare con Berlusconi quando il premier era quest'ultimo. I suoi sostenitori nel Paese non lo avrebbero accettato. Non lo accetterebbero oggi i sostenitori di Berlusconi.
Come spiegarsi un errore del genere se non alla luce di quanto si diceva pocanzi, e cioè, da una parte, la sopravvalutazione del «potere di coalizione» (fino ad una negazione piuttosto ingenerosa, oltre che miope, delle ragioni dell’alleato) e, dall’altra, la sottovalutazione del Cavaliere?
Ancora Panebianco illustra come non si dovrebbe interpretare la fase che ha preceduto la mossa di Berlusconi:
All'apparenza, il suo è stato fin qui un comportamento irrazionale. Garantendo che avrebbe fatto cadere il governo sulla Finanziaria, Berlusconi si è comportato come quel tale che entra in un casinò e si gioca l'intera posta in un colpo solo, puntando tutto sul rosso o sul nero alla roulette. Ma è davvero così? Non è possibile che anche quella iniziativa fallita fosse parte di un più generale disegno teso a mettere i suoi riottosi alleati in un vicolo cieco, obbligandoli a confrontarsi col fatto che senza di lui non possono andare da nessuna parte?
[Il corsivo è mio]
Personalmente sarei del parere che l’ipotesi di Panebianco sia piuttosto realistica, oltre che, naturalmente, molto acuta. Sarebbe allora esagerato concludere che il Cavaliere si è rivelato molto più «fine politico» dei suoi riottosi e politicissimi alleati? Altro che tentazioni plebiscitarie, come insinua Fini—che ovviamente, lui sì, è un vero democratico con tutti i crismi e le carte in regola ...
Detto questo, però, siamo solo al principio. Un buon principio, in ogni caso: siamo, intanto, fuori dal bipolarismo, e questa, diciamolo, è una grande conquista—a proposito, grazie Cavaliere!—per chi non ha mai creduto che in un Paese come l’Italia le scelte potessero essere così drastiche come è giusto che siano per gente che ha il pragmatismo nel proprio dna, come gli anglo-sassoni. Ma ora inizia una fase costituente per i liberali italiani. Il nuovo partito non può deludere le attese che la svolta del Cavaliere ha suscitato.
November 18, 2007
Povero Berlusconi
Sconfitto e abbandonato dai suoi alleati, ormai Berlusconi è un uomo solo. Con lui non è rimasto più nessuno, un pugno di fedelissimi e circa dieci milioni di italiani.
