March 19, 2007

Riformisti addio

Se “la scissione dei Ds, ormai, è cosa fatta,” come sintetizza Maria Teresa Meli sul Corriere di oggi, e se persino Piero Fassino “ha capito che questo è un esito inevitabile, che Fabio Mussi e compagni se ne andranno,” bisogna gioire o rattristarsi? Parlo non tanto mettendomi dal punto di vista di quel popolo di sinistra—del quale, da non poco tempo, non posso più dire di far parte—che in questi giorni sta vivendo col fiato sospeso in attesa di sapere che cosa succederà, quanto da quello dell’Italia, cioè del “bene comune,” se posso permettermi di esprimermi così, ovviamente con la massima umiltà, sforzandomi soltanto di capire e senza la pretesa di ergermi a giudice di nessuno. Anche perché questo è un momento “alto” del dibattito politico, direi un momento storico, in cui il solito cicaleccio ha lasciato il posto a un dramma vero, crudo, lacerante.

Addirittura Mussi accarezza l'ipotesi di non partecipa­re al Congresso di Firenze, ad aprile. Motivo? «II rischio è che si trasformi in una rissa, con fischi e insulti con­tro di noi, con la gente che ci urla "traditori"». Ovviamente, completa la Meli, “c'è anche una giustificazione politica: perché andare alle as­sise nazionali se tanto c'è la scissione?” Questo per dare l’idea del dramma.

Dunque, gioire o rattristarsi? E chi lo sa? Innanzitutto, però, confesso che se c’è una cosa di cui sono sicuro è che la CdL ne gioirà. Questo vorrà dire qualcosa, suppongo. Certo la sinistra non ci fa una bella figura presso l’opinione pubblica, che tante distinzioni è piuttosto stufa di doverle fare, anche perché il bipolarismo ha fatto ormai breccia nel corpo elettorale (ma non più di tanto nei gruppi dirigenti e nella base militante dei partiti, soprattutto di centrosinistra).

Ma chi se ne importa della brutta figura se questa è ripagata da qualche vantaggio concreto? E allora, appunto, a cosa può servire la scissione? Faccio un’ipotesi: può giovare alla chiarezza. Cioè: i riformisti di qua e gli estremisti di là. Però c’è il rischio concreto che l’esito finale sia che una parte dei riformisti (ex Psi + Caldarola e Macaluso) saltino il fosso, cioè diventino, assieme al “correntone,” l’ala destra del rassemblement a sinistra del Pd caldeggiato da Bertinotti e Giordano (si veda l’intervista di quest’ultimo al Messaggero) e “garantito” da un sistema elettorale alla tedesca. Sembra di sognare, ma questo esito è davvero possibile, tanto è vero che si moltiplicano gli appelli affinché questo non accada, come ricorda “senza farsi troppe illusioni” Paolo Franchi nel suo editoriale sul Riformista:

Non so quante speranze abbiano quei dirigenti dei Ds (ma anche Giuliano Amato) che, con l’avvicinarsi dei congressi nazionali dello Sdi, della Quercia e della Margherita, si appellano ai «compagni socialisti» perché ci ripensino, e aderiscano al costituendo Partito democratico. Poche, direi, anche perché fatico a capire quale straordinaria proposta possano mettere in campo per convincerli in extremis.

E allora? Beh, se succede questo, se davvero, in nome del “socialismo” (si veda anche su questo punto cosa dice il “neo-socialista” Giordano nell’intervista già citata …), si butta a mare il riformismo, non so che mi dire. Tranne che sarebbe un male per l’Italia—che avrebbe semmai bisogno di mettere in quarantena la sinistra non riformista, come Schroeder insegna—e un bene per i massimalisti.

Un’ipotesi preferibile sarebbe, naturalmente, che gli scissionisti e i “compagni socialisti” facessero un partito (di consistenza sufficiente a resistere allo sbarramento “tedesco”) per conto proprio, lasciando perdere Bertinotti. Salverebbero il nome del socialismo e non indebolirebbero troppo il Pd a vantaggio della sinistra estrema. Questo potrebbe rivelarsi un bene, una soluzione persino preferibile ad una confluenza poco convinta nel Pd. Non resta che stare a vedere.



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