December 6, 2006

Da qui all'eternità

John Bolton è fuori, e giustamente, credo, Andrea Mancia commenta che questa è “la vera sconfitta di Bush.” Bolton, come ricordava Christian Rocca sul Foglio nel marzo 2005, è stato vicepresidente dell'American Enterprise, vale a dire il pensatoio che ha elaborato le politiche che sono state in seguito attuate (bene o male è un altro discorso) da George W., ma secondo Bill Kristol non sarebbe un neocon, ma piuttosto “un uomo di Dick Cheney." E tuttavia, come si diceva una volta, non v’è chi non veda che oggi, se Bush piange, i neoconservatives non ridono. Su questo, mi pare, non ci piove. Semmai—come notava ieri (ancora una volta, e sempre sul Foglio) Christian Rocca—sono i libertarians a ridere di cuore.

Personalmente, non ho alcuna intenzione di “prendere posizione,” anche perché, come ho già avuto modo di dire una volta, applicare schemi americani all’Italia è fuorviante. Tuttavia, vorrei spezzare una lancia per gli “sconfitti” (con o senza virgolette), sì, proprio oggi che sembrano essere caduti in disgrazia. E lo faccio non con ragionamenti originali ma con un paio di citazioni. Del resto, come qualcuno, qualche volta, ha osservato, nulla di ciò che si dice, si scrive e si argomenta è mai qualcosa di veramente «nuovo». Non solo, direi che la citazione va intesa sub specie aeternitatis—il che spiega, tra l’altro, il titolo del post, che non è soltanto un omaggio ad un magnifico film del tempo che fu …


L’esperimento americano non potrà sopravvivere in una situazione nella quale le sue élite culturali ostentano ciò che in molti tra i neoconservatori chiamano il “nichilismo ludico”, una sorta di calcolata indifferenza morale mista ad un profondo cinismo politico che si sposa ad un deliberato edonismo che consuma tutta l’esistenza umana nell’esperienza terrena. In gioco, ritengono i neoconservatori, ci sarebbe niente meno che la stessa legittimazione morale dell’ordinamento costituzionale americano e, in modo inquietante, I. Kristol, in un articolo del 1995 apparso su «The Public Interest», paventava persino l’inevitabilità di una reazione a tale nichilismo ludico ed edonismo cinico che sarebbe culminata in qualche forma di “aggressivo risveglio religioso”.
[Flavio Felice, Neocon e teocon, p. 109]

I Padri fondatori della Nazione americana e gli estensori della Costituzione degli Stati Unti non hanno inteso dar vita ad un esperimento di “nuda piazza pubblica”, nella quale i temi relativi alla rilevanza politica dei principi morali e religiosi fossero espulsi dalla vita pubblica. La Corte Suprema dovrebbe riconoscere che il Primo Emendamento fu pensato per creare le condizioni giuridiche e morali per il libero esercizio della religione—altrimenti il “no establishment” significherebbe la fine del libero esercizio della religione.
[George Weigel, Prefazione a Neocon e teocon, p. VIII]




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Casini a parte (updated)

Sul diluvio di critiche che si è abbattuto su Pierferdinando Casini, mi sembra che qui sia stato colto il punto fondametale. Del resto, da quel che ho letto di sfuggita su Europa di ieri, sembrerebbe che pure nel campo avverso ci siano idee chiare circa il cui prodest—al di là delle apparenze—della manovra casiniana.

UPDATE Dec. 6, 2006, 3:00 pm

Interessante—e a mio avviso condivisibile—l'editoriale che si legge sul Foglio di oggi:

Nel centrodestra si sta scatenando una specie di bufera in un bicchier d’acqua per le recenti prese di posizione di Pier Ferdinando Casini. Ma che cos’ha detto o fatto, in fondo, di nuovo il leader dell’Udc? Continuerà a incontrarsi con Silvio Berlusconi, che gli resta “simpatico”, ma non parteciperà a vertici della Casa delle libertà, come peraltro faceva da tempo. Insiste sulla connotazione moderata che deve caratterizzare, secondo lui, un’opposizione efficace, mentre pensa che le scelte di movimento finiscano con il consolidare la maggioranza tenuta insieme dall’unico mastice dell’antiberlusconismo. L’aveva già detto e ripetuto. Ha preferito riunire i suoi seguaci a Palermo anziché confondersi nell’oceanica manifestazione romana. Non è il primo che si domanda se lo si nota di più se va o non va a una riunione, e sembra che abbia fatto la scelta giusta, almeno sul piano della visibilità. Casini ha cinquant’anni, il che, nella gerontocrazia dellapolitica italiana, lo classifica come un giovane di belle speranze. E’ in competizione, non con il monumentale Berlusconi, ma con Gianfranco Fini, e quando quest’ultimo gioca la carta della fedeltà, lui esibisce quella dell’indisciplina; si è già visto altre volte lo stesso gioco, magari a parti rovesciate. L’Udc è una formazione politica professionale, molto legata alle rimembranze, tutt’altro che disprezzabili, della Prima Repubblica e gioca una partita soprattutto al livello del ceto politico, probabilmente allo scopo di ottenere un sistema elettorale più vantaggioso. E’ un modo di esercitare l’opposizione consono alla sua natura e alla sua cultura politica.
Non è detto che otterrà i risultati che si prefigge, ma non rappresenta alcun vantaggio per il centrosinistra, nonostante qualche ammiccamento un po’ goffo di Romano Prodi. Con Casini gli altri leader del centrodestra debbono convivere, misurare le differenze e valorizzare le coincidenze di interessi, che per ora sono prevalenti. Solo se continueranno a farsi prendere dal nervosismo riusciranno a farsi del male da soli.

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