November 16, 2006

Dieci anni dopo 'The Clash of Civilizations'

Da uno studioso come Samuel Huntington ci possiamo ben aspettare tesi ottimamente argomentate e, nel contempo, brillanti provocazioni intellettuali, tanto che non di rado le sue idee—soprattutto quando a incrociarle sono i più fedeli cultori del politically correct—possono persino apparire “intollerabili” e suscitare reazioni indignate.

Ma è la forza quasi profetica delle sue analisi ciò che probabilmente caratterizza maggiormente i suoi scritti. Basti pensare che il celeberrimo The Clash of Civilizations and the Remaking of World Order è stato pubblicato nel lontano 1996 e che, come se non bastasse, l’Autore ne aveva anticipato i contenuti nell’estate del ’93, in un saggio quasi omonimo apparso sulla rivista Foreign Affairs. Non meno provocatorio—e “intollerabile”—è il suo lavoro più recente, Who Are We: The Challenges to America's National Identity (del 2004), nel quale si ipotizza un’America incapace di assorbire l’ondata migratoria ispanica (rimanendo se stessa). Troppo presto, ovviamente, per parlare di un’altra previsione azzeccata.

Ma, provocazioni e profezie a parte, Huntington è capace di sfoderare una modestia che, in un uomo che, dall´11 settembre in avanti, è il geopolitologo più citato al mondo, fa una certa impressione. Mi riferisco alla risposta che ha dato a una domanda—dove sta la contraddizione fra democrazia e Islam?—che, magari, a qualche politologo, nostrano e assai meno attrezzato, avrebbe fornito un’occasione imperdibile per fare sfoggio: «Non ho idea di quale sia la risposta a questa domanda, perché non sono un esperto di Islam …». Il resto della risposta, però, suona così:



«… ma è significativa la relativa lentezza con cui i paesi islamici, in particolare i paesi arabi, si sono mossi verso la democrazia. La loro eredità culturale e le loro ideologie possono essere parzialmente responsabili di questo ritardo. Anche il colonialismo può rappresentare un fattore negativo che spinge a rifiutare quello che viene percepito come un dominio occidentale. Molti di questi paesi sono stati, sino a tempi recenti, società largamente rurali governate da élite di latifondisti. Ritengo che comunque questi paesi si stiano muovendo verso l'urbanizzazione e verso sistemi politici decisamente più pluralistici e che il fenomeno interessi la quasi totalità dei paesi islamici. Questo spinge i paesi islamici ad aumentare i propri legami con società non islamiche. Un aspetto chiave che influenzerà la democratizzazione è la forte migrazione di musulmani in Europa».

Un Huntington alquanto anticonformista, invece, viene fuori da quest’altra risposta riguardo alla Turchia (“ponte ideale tra mondo occidentale e mondo islamico”):



«Francamente, l'enfasi con cui viene trattata questa tesi mi pare eccessiva. La Turchia ha i suoi interessi e, storicamente, ha soggiogato la maggior parte del mondo arabo. Gli arabi hanno dovuto combattere guerre di liberazione per scacciare i turchi dai loro paesi. Certo, si tratta del passato e questo non avrà necessariamente un effetto sul futuro. Ma si tratta di un passato ancora ben presente nella memoria collettiva degli arabi».

Infine, ecco il Samuel Huntington che all’occorrenza mette i puntini sulle «i»:



Domanda: Il suo collega di Harvard Amartya Sen critica le sue tesi sulle civiltà, affermando che «l'identità non è un destino» e che ogni individuo può costruire e ricostruire la propria identità a proprio arbitrio. Sen sostiene che la teoria dello scontro di civiltà suggerisce una «miniaturizzazione degli esseri umani» in identità «esclusive e prive di qualsiasi libero arbitrio» che sono facilmente inquadrabili nella «scacchiera delle civiltà». Qual è la sua prospettiva sui cittadini con identità multiple?
Risposta: «Ritengo che la dichiarazione di Amartya Sen sia totalmente errata. Sono ben al corrente che esistono persone con molteplici identità e non ho mai detto il contrario. Quello che sostengo nel mio libro è che la base dell'associazione e dell'antagonismo tra i paesi è cambiata nel tempo. Nei prossimi decenni, le questioni legate alle identità, termine con cui sottintendo eredità culturali, lingua e religione, avranno un ruolo sempre più centrale nella dialettica politica internazionale. Ho elaborato questa tesi oltre 10 anni fa e molto di quello che ho detto allora è stato confermato dai successivi sviluppi storici.»

Per tutte e tre queste risposte non posso che riconoscere nel Nostro un modello più o meno ineguagliabile di geopolitologo e, in generale, di intellettuale. Anche per questo consiglio vivamente di leggere per intero l’intervista a Islamica Magazine/Global Viewpoint, che La Stampa ha meritoriamente fatto tradurre dall’inglese e ripubblicato nell’edizione di ieri. Si tratta di una rivisitazione, dieci anni dopo, di The Clash of Civilizations.