March 17, 2008

Global politics after 9/11

Alan Johnson has edited an important and engaging volume of interviews with intellectuals and journalists who play leading roles in today's debates on global politics: Global Politics After 9/11: The Democratiya Interviews (with Preface by Michael Walzer). This book collects together a series of conversations about the dilemmas of progressive foreign policy after 9/11 (interviews with Paul Berman, Ladan Boroumand, Jean Bethke Elshtain, David Held, Saad Eddin Ibrahim, Mary Kaldor, Kanan Makiya, Joshua Muravchik, Martin Shaw, Anne-Marie Slaughter).

There are several excellent commentaries on the book. The following are only some of them:

The principles Democratiya develops with such flair are the best route out of the swamp in which too many liberal-minded people have been stuck for too long.
Nick Cohen, Author of What Is Left? How The Left Lost Its Way

Democratiya has made an essential contribution to defending our common democratic values of solidarity with those struggling for liberty around the world. In the battle of ideas we require deep intellectual analysis and the sort of moral clarity that Democratiya provides.
Tony Blair, Prime Minister of the United Kingdom, 1997-2007

Democratiya has become, by my lights, the liveliest and most stimulating new intellectual journal on political themes in the English-speaking world - certainly the liveliest new thing to appear on the English-speaking left in a good long time.
Paul Berman, Author of Terror and Liberalism and Power and the Idealists

Ma le mura del Dharma non possono essere distrutte

La Ruota del Dharma
Con un altro articolo scritto per il Secolo XIX, Carlo Buldrini racconta come sono andate le cose in Tibet nei giorni scorsi e fa il punto della drammatica situazione attuale. Le previsioni, purtroppo, non sono rosee, ma l’Autore ricorda un antico proverbio tibetano: «Le mura esterne di pietra possono crollare, le mura interne del Dharma non possono essere distrutte». Questo per dire che la scadenza dell’ultimatum di Pechino potrà segnare soltanto una conclusione provvisoria del contenzioso, non certo la fine di quella che per i tibetani (e non solo, a questo punto) è «the battle of right against might».

Una colonna di duecento camion militari si sta dirigendo verso Lhasa. I convogli sono color verde oliva e hanno il muso schiacciato, come quello dei bulldog. Su ogni camion, in piedi, sono assiepati più di quaranta militari. Le autorità di Pechino si stanno preparando per la prova di forza. Hanno intimato agli insorti la resa «entro lunedì notte». Poi, come sempre, il buio calerà sulla capitale del Tibet: rastrellamenti casa per casa, arresti di massa, torture nelle carceri, esecuzioni sommarie.

Tutto è iniziato lunedì 10 marzo, l’anniversario dell’insurrezione di Lhasa del 1959. Circa trecento monaci, per lo più giovanissimi, hanno lasciato il monastero di Drepung e si sono diretti verso il Barkor, il cuore della città vecchia. Qui, hanno percorso in senso orario il circuito che gira attorno al Jokhang, il più sacro dei templi tibetani. Hanno gridato slogan contro la Cina e chiesto a gran voce il rilascio dei monaci arrestati a ottobre, a Drepung, in occasione dei festeggiamenti per l’assegnazione al Dalai Lama della medaglia d’oro del Congresso americano. Ai giovani monaci che dimostravano nel Barkor si sono uniti molti tibetani laici. Assieme, hanno iniziato un secondo giro del circuito sacro al grido di «Bod rangzen», Tibet libero. È intervenuta allora la polizia in assetto anti-sommossa. I dimostranti sono stati dispersi. Molti monaci, arrestati.

Nei tre giorni successivi le proteste sono continuate. Questa volta a manifestare sono stati i monaci di Sera e Ganden, gli altri due grandi monasteri della periferia di Lhasa. Il giorno 13 sono scesi invece in strada i religiosi del piccolo monastero di Ramoche, nel centro della città. Questo monastero, dopo quarant’anni, porta ancora i segni delle distruzioni effettuate dalle guardie rosse durante la Rivoluzione culturale maoista. La notizia dell’arresto in massa dei monaci da parte degli uomini della People’s Armed Police ha creato una forte tensione tra la popolazione tibetana di Lhasa. Venerdì 14 marzo è esplosa la rivolta.

La scintilla è scoccata nel mercato del Tromsikhang, a ridosso del circuito del Barkor. Il Tromsikhang era un antico palazzo costruito nel XVII secolo dal sesto Dalai Lama. Era una costruzione grande come un intero isolato: sessanta metri di lato per quaranta. Oggi, di quel grandioso palazzo, resta in piedi solo la facciata. Tutto il resto è stato demolito nel corso dell’opera di “bonifica” della città vecchia fatta dai cinesi. Grazie a questa bonifica sono scomparsi i vicoli e le stradette che impedivano il passaggio alle camionette della polizia cinese durante le manifestazioni di protesta dei tibetani. Di fronte a quel che resta oggi del Tromsikhang c’è un grande shopping mall cinese. Vende scarpe, stereo, tappeti, cappelli, orologi cinesi. Dall’alba al tramonto, gli altoparlanti di questo shopping mall vomitano addosso musica pop cinese a tutto volume ai pellegrini tibetani che percorrono il circuito del Barkor recitando mantra. Venerdì mattina, per i tibetani della zona, la provocazione è stata intollerabile. I negozi cinesi del mercato che prende il nome dal Tromsikhang sono andati a fuoco. La rivolta si è estesa poi ad altre aree della città. È intervenuto l’esercito. Ha sparato sui dimostranti ad altezza d’uomo. Il governo tibetano in esilio parla di 80 morti. Forse cento. Lunedì notte scade l’ultimatum delle autorità cinesi. La tragedia tibetana potrebbe assumere proporzioni spaventose.

Come già il 27 settembre e primo ottobre 1987 e il 5 marzo 1988 – le tre date ricordate con il termine tibetano “Gu-Chu-Sum” – ancora una volta sono stati i monaci buddisti a iniziare la protesta. A questi religiosi stanno particolarmente a cuore le sofferenze del popolo tibetano e, nel segreto dei loro monasteri, è possibile organizzarsi. E mentre il pregare, il prostrarsi, il far ruotare i mulinelli di preghiera, il bruciare incenso sono tutte azioni individuali, il percorrere un circuito sacro – fare il “khorra”, come dicono i tibetani – è un rito collettivo ed è facile aggiungervi una dimensione politica. Tutte le rivolte degli ultimi anni a Lhasa sono iniziate nel circuito del Barkor.

* * *


Lo stesso lunedì 10 marzo, giorno in cui hanno avuto inizio le manifestazioni di protesta dei monaci a Lhasa, è partita da McLeod Ganj (Dharamsala), in India, la “Marcia del ritorno in Tibet”. Il 13 marzo, per i più di cento marciatori, è stata una giornata particolarmente drammatica. Mentre arrivavano le notizie che nella capitale del Tibet i tre grandi monasteri erano stati circondati dalla polizia e alcuni monaci, in segno di protesta, avevano tentato il suicidio dandosi fuoco, la polizia indiana fermava la marcia dei profughi arrestando tutti i suoi partecipanti. Il 14 marzo, il Tibetan Youth Congress, la Tibetan Women’s Association, il Gu-Chu-Sum Movement of Tibet e il National Democratic Party, quattro delle organizzazioni che hanno dato vita alla marcia, hanno emesso un comunicato in cui si ricordava che la loro azione non violenta si ispirava alla “Marcia del sale” del Mahatma Gandhi, il padre della nazione indiana. Chiedevano quindi il rilascio di tutti gli arrestati e di poter continuare la marcia. Il governo indiano ha mostrato clemenza. Ha tenuto i marciatori della prima ora bloccati nello Yatri Niwas, una guest house della cittadina di Jawalaji, nello stato dell’Himachal Pradesh e ha permesso a un secondo gruppo di militanti tibetani di riprendere la marcia. L’immagine del Mahatma Gandhi che, assieme a quella del Dalai Lama, apre il corteo ha impedito al governo indiano di usare le maniere forti. A Lhasa, intanto, tutte le comunicazioni sono state interrotte. E quando la mannaia cinese si abbatterà definitivamente sulla capitale cinese, la marcia dei tibetani in esilio sarà l’unica fiammella a rimanere accesa a illuminare la notte in cui è piombato il popolo tibetano. Con questa marcia si vuole ricordare al mondo quella che, usando le parole di Gandhi, è oggi per i tibetani «the battle of right against might», la battaglia della giustizia contro la forza.

Resta il problema del che fare, per mettere fine all’ipocrisia dell’Occidente di fronte alla tragedia di un intero popolo che sta oggi sotto gli occhi di tutti. Forse bisognerebbe far proprie le tre richieste degli organizzatori della “Marcia del ritorno in Tibet” e condizionare la partecipazione alle Olimpiadi di Pechino a un loro effettivo accoglimento da parte delle autorità cinesi. Le tre richieste sono: che vengano rimossi tutti gli ostacoli che impediscono un ritorno senza condizioni del Dalai Lama in Tibet, che il governo cinese inizi a smantellare quell’occupazione coloniale del Paese delle nevi che dura da quasi sessant’anni, che la Cina liberi tutti i prigionieri politici tibetani. Le richieste non sono pura utopia. Il ritorno del Dalai Lama in Tibet è stato chiesto nell’ottobre scorso dallo stesso presidente americano George W. Bush nel suo discorso di consegna al Dalai Lama della medaglia d’oro del Congresso americano.

L’inizio dello smantellamento dell’occupazione militare del Tibet fu lo stesso Hu Yaobang, già segretario del partito comunista cinese, a chiederlo. Nel giugno 1980, dopo aver visitato la “comune antimperialista” nella Regione autonoma del Tibet, Hu Yaobang disse che «la presenza cinese in Tibet è stata un ostacolo allo sviluppo della regione» e suggerì di «ridurre dell’85 per cento la presenza dei quadri cinesi nella Regione autonoma del Tibet». Infine, la richiesta di scarcerazione di tutti i prigionieri politici tibetani è il minimo che ogni paese democratico possa chiedere alle autorità di Pechino. Ci sarà qualche governo in Occidente – e in particolar modo quello che in Italia uscirà dalle elezioni del 13 e 14 aprile – che saprà far proprie queste richieste?

Ma anche se, ancora una volta, i tibetani verranno lasciati soli, i coloni cinesi non si devono fare soverchie illusioni. C’è un proverbio tibetano che dice: «Le mura esterne di pietra possono crollare, le mura interne del Dharma non possono essere distrutte», dove il Dharma è l’insegnamento del Buddha, la fede dell’intero popolo tibetano. Con la scadenza dell’ultimatum di Pechino la resistenza fisica del popolo tibetano, nei prossimi giorni, verrà soffocata nel sangue. Eppure, fino a quando anche un solo tibetano vivrà in Tibet, la Cina non riuscirà mai a distruggere la fede degli abitanti del Paese delle nevi.
Carlo Buldrini