November 9, 2006

Grazie America

E dopo la sconfitta elettorale—o thumping (“pestaggio”), come lo ha definito sportivamente Bush—Donald Rumsfeld esce, entra Robert Gates. Senza perdere tempo, detto-fatto. Grazie America, questo è il primo commento che mi viene in mente, e non soltanto perché “Rummy” di errori, anche madornali e inqualificabili, ne ha commessi tanti, troppi per essere il responsabile della macchina da guerra più potente del mondo. No, non solo, non principalmente, per questo. Grazie America soprattutto per mostrarci che cos’è una democrazia vera, e cosa significa l’espressione «sovranità popolare».

E’ questa immediatezza che impressiona, questa mancanza di fronzoli e giri di parole, questa capacità di tirare una linea sul passato—anche se, come un osservatore attento come Massimo Teodori ha ammonito sul Giornale di oggi, sarebbe un errore “aspettarsi rivoluzioni”—e di ricominciare quando il popolo ha parlato. E del resto chi non ricorda l’incipit della Costituzione di quel grande Paese? “We the People of the United States, in Order to form a more perfect Union, establish Justice, insure domestic Tranquility …”

Fatto sta che, a mio avviso a riprova della forza di questo contagio democratico che dagli States giunge potente fino a noi, il resoconto più interessante che mi è capitato di leggere sugli avvenimenti d’oltreoceano, e nel contempo l’elogio più bello (non solo perché inaspettato) a George W. Bush, è dovuto alla penna di Vittorio Zucconi, cioè di uno che non ha mai risparmiato nulla all’America, pur amandola, e soprattutto a Bush figlio, che del resto il Nostro ha sempre cordialmente e coerentemente detestato.



È stato comunque ammirevole, il presidente Bush, a offrirsi ai giornalisti in diretta tv la mattina dopo la Little Big Horn repubblicana. Ha avuto coraggio e senso sportivo di fronte alla disfatta, perché Bush è americano, cresciuto nel culto della volontà popolare, non importa quanto risicato sia il margine, e ha vissuto in prima persona gli alti e bassi delle fortuna paterne, esaltato e poi sconfitto, nel 1991. "Sono stato varie volte in questo rodeo", ha sorriso con tono riflessivo e ironico, e se il toro della volontà popolare questa volta lo ha sbalzato brutalmente, il politico Bush sa sempre reagire meglio del Bush statista.
Le parole che ha detto, le offerte di collaborare con un Congresso perduto ormai anche al Senato oltre che alla Camera, le promesse di "finire il lavoro in Iraq", naturalmente senza mai specificare che cosa significhi finire il lavoro né quando, sono le formule di rito che un Capo dello Stato e del governo deve dire quando sente mancargli la terra sotto i piedi. Altri grandi presidenti, come Reagan negli anni 80 e Clinton negli anni 90 dovettero imparare a governare senza poter contare su un Parlamento addomesticato e Wall Street ha applaudito facendo salire i corsi, perché la condizione del potere diviso, tra esecutivo e legislativo di colore opposto, è la normalità, non l'eccezione nella storia americana. È esattamente ciò che i prudenti, malfidenti padri della patria avevano voluto, costruendo quel marchingegno di elezioni in tempi e anni scalati e di competenze distinte che ha sorretto la più grande democrazia del mondo attraverso due secoli di guerre e un discreto numero di pessimi presidenti.
[I corsivi sono miei]

(Attenzione: ha detto proprio “altri grandi presidenti...”)


Nel suo tono pensoso e a tratti spiritoso, che ora finalmente può affiorare dietro l'armatura della retorica bellicista e vanagloriosa che proprio Rumsfeld rappresentava, Bush ha lasciato intravedere i segnali di quel pragmatismo e di quella rinuncia ideologica che gli elettori, votando contro di lui in maniera incontestabile, gli hanno finalmente imposto. Quando un reporter gli ha chiesto se finalmente avesse letto tanti libri quanto il suo "cervello", il suo Machiavelli elettorale, Karl Rove, Bush ha risposto scoccando un'occhiata assassina a Rove, seduto in prima fila: "No, perché io, a differenza di altri, ero troppo impegnato nella campagna elettorale".
[…]
Martedì non ha vinto la sinistra, né perduto la destra. Ha vinto l'America moderata e pragmatica, quella che accetta, si emoziona, si mobilita, ma poi misura, pesa e licenzia in tronco.

Poi Zucconi fa le sue considerazioni più “di parte,” e si può essere d’accordo con lui oppure no, ma questo articolo penso che vada conservato e ricordato. Non dico Grazie Zucconi, ma solo perché non mi pare il caso di esagerare. Grazie America, per stavolta, può bastare.