January 24, 2007

Ecco a voi il ‘perdente radicale’

Chi è il «perdente radicale»? Diciamo che mentre un perdente qualunque è uno che può accettare il proprio destino e abbandonare il campo, il perdente radicale è uno che si isola, diventa invisibile, tiene a freno la propria delusione, risparmia le forze e aspetta pazientemente che arrivi la sua ora. Giunto il momento, però, egli non si accontenta di chiedere risarcimenti o di prendersi una rivincita, perché il suo vero obiettivo “non è la vittoria ma lo sterminio.” Ricorda qualcuno? Sì, secondo Hans Magnus Enzensberger: Adolf Hitler e, più recentemente, Osama bin Laden e, giù per li rami, un Mohammed Atta qualsiasi.

Enzensberger, per chi vuole documentarsi, ci ha scritto un libro, anzi, un articolo—apparso su Der Spiegel il 7 novembre 2005—che poi è diventato un libro. A dire il vero, al tempo dell’uscita della traduzione in inglese di quell’articolo avevo già scritto qualcosa su WRH. Dunque, l’occasione (o la scusa) per tornare sull’argomento mi è fornita dalla pubblicazione in lingua italiana (segnalata da un generoso editoriale del Foglio di ieri), per i tipi di Einaudi, di un libricino di 100 pagine che molto opportunamente, a mio avviso, ricicla quell’articolo. L’idea di farne un libro, però, è giustamente venuta prima ai compatrioti del noto studioso, ed ecco Schreckens Männer. Versuch über den radikalen Verlierer, Suhrkamp, 2006 (Uomini del terrore. Saggio sul perdente radicale). Proprio l’uscita di Schreckens Männer, tra l’altro, aveva suggerito all’Indipendente di ripubblicare in traduzione italiana un’intervista concessa dall’autore a Die Zeit nell’ottobre 2006. Lettura interessante.

Per tornare al contenuto del libro, va detto che Enzensberger non si è occupato soltanto del perdente radicale come singola persona, al contrario egli è partito da questa figura per approdare all’individuazione di un’intera cultura che si rifà al modello, quella di coloro i quali hanno fatto propria l’“ideologia dell’islamismo,” che è tanto potente quanto pervasiva, e “rappresenta un mezzo ideale per la mobilitazione dei perdenti radicali nella misura in cui riesce ad amalgamare istanze religiose, politiche e sociali.” Non a caso il terrorista islamico, tra tutti i suoi omologhi sparsi per il mondo, è l'unico che agisce su scala globale.

Ad ogni buo conto, il progetto del perdente radicale, come ben si vede in Iraq e in Afghanistan, è piuttosto ambizioso: organizzare il suicidio di un’intera civiltà e promuovere una diffusione illimitata, tra le masse islamiche, di quel “culto della morte” che purtroppo abbiamo tutti imparato a conoscere. Anche se, va detto, secondo Enzemberger le probabilità di riuscire in questo intento sono “trascurabili:” gli attacchi dei terroristi islamici stanno diventando una quotidianità, come gli incidenti stradali, vale a dire qualcosa cui si finisce per fare l’abitudine e con cui bisogna imparare comunque a convivere, anziché eventi in grado di operare, appunto su vastissima scala, una profonda trasformazione delle coscienze.

Il Nostro, ad ogni modo, mette in guardia l’Occidente, soprattutto quella parte di esso (leggi la sinistra massimalista e pacifista) che è più restia a cogliere, in tutta la sua drammaticità, la minaccia rappresentata dal perdente radicale. E lo fa, come giustamente rileva l’editorialista del Foglio, “con un evidente disinteresse per i distinguo politicamente corretti.” Ai primi di dicembre dello scorso anno, Enzensberger si era espresso in questi termini su la Repubblica:

È scomodo pensare che esistano nel mondo conflitti così gravi: c'è la banalità dei benpensanti che non vogliono vedere i conflitti reali e sono convinti che con il dialogo e un po' di tolleranza si può risolvere tutto. Si gioca troppo con la tolleranza. Chi tollera tutto, sbaglia.



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