May 14, 2007

Vittoria amara

Vorrei dire che adesso le cose sembrano un po’ più chiare, che a piazza San Giovanni s’è fatto un passo avanti, ma sarebbe una verità parziale, perché avanti si va solo se c’è l’idea condivisa che ci si debba andare, all’incirca, tutti insieme, non due terzi sì e uno no. E poi, diciamolo, dei laici c’è bisogno, perché senza di loro, cioè senza i “lumi” e le rivoluzioni borghesi, non saremmo ciò che siamo. Così come loro, senza di noi, non sarebbero neanche potuti esistere. Per questo, a rigore, c’è poco da esultare, e la vittoria—schiacciante, perfino imbarazzante—è amara per noi papisti quasi quanto lo è la disfatta per la controparte. Sappiamo, in ogni caso, che se “qualcosa di serio e profondo non fun­ziona nel nostro modo di vivere,” non sarà senza—e tanto meno contro—di loro che riusciremo a cambiare ciò che va cambiato, conservando però ciò che va conservato. Se solo si riuscisse a rispettarsi reciprocamente si sarebbe già in vista della meta. Infine, non vorrei sembrare scortese, ma a me pare che un appello come questo dovrebbe far meditare:

Io rispetto il pensiero degli altri, aspet­tando che maturi il rispetto per il pensie­ro o magistero di un Papa che mi piace, che sa dire quel che si deve dire a favore della ragione e contro il razionalismo astratto. E non sono papista perché voglio "strumentalizzare la religione" (com'è sempre banale, piatto, il pensierodell'onorevole Prodi, con tutti quei fratelli che sanno e che ragionano potrebbe informar­si almeno in famiglia!). Sono papista per­ché sento con sempre maggiore chiarezza che qualcosa di serio e profondo non fun­ziona nel nostro modo di vivere, e che la li­bertà di vivere come a ciascuno pare e pia­ce, sacra in linea di principio, si sta rovesciando nell'obbligo di vivere come impo­ne l'ideologia secolarista, sempre confor­mi a una linea di fatto.

Se ne può parlare liberamente, della verginità prima del matrimonio che suona ruralismo ideologico e proibizionismo urticante contro l'uso precoce dei sensi, suo­na proprio così al cospetto dell'amor civi­le celebrato con il divorzio in Piazza Navona, ma se ne può parlare soltanto se venga rispettato, compreso, accolto con simpatia e non con irrisione l'insieme del discorso pubblico nuovo della chiesa cat­tolica e di tante altre denominazioni, cri­stiane e non (penso alla sortita del rabbino Di Segni sull'omosessualità).

O i laici si aprono al confronto, e si rein­ventano, oppure asfaltano una brutta stra­da che sarà percorsa dal carrozzone dell'incomprensione, della rigidità ideologica, chiunque vinca alla fine, e sappiamo tutti che la vittoria vola per adesso sulle ali di­spiegate dell'informazione di massa, della pubblicità di massa, della cultura di mas­sa supersecolarizzata. Ma per laici veri, vincere nel disonore di un mancato con­fronto, vincere non con l'ironia di una cul­tura che si contamina con quella più anti­ca e più densa dei cristiani, vincere con la forza d'inerzia, non è un premio. È una condanna.
[Dall’editoriale del Foglio di oggi]



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