November 16, 2007

Di sillogismo in sillogismo

Stasera a Otto e mezzo Lamberto Dini ha riferito che D’Alema avrebbe detto, più o meno, che l’errore è stato quello di non aver dato vita, fin dall’inizio della legislatura, a una grande coalizione. Un’opinione super-condivisibile che fa onore all’intelligenza del ministro degli Esteri, ma che giunge alquanto tardiva. Nella stessa sede Dini ha detto che

«se dovesse esserci una crisi di governo, l’ipotesi più naturale sarebbe quella di un governo istituzionale e penso che il presidente del Senato sarebbe la prima persona a cui il presidente della Repubblica dovrebbe pensare».

Per la verità, però, Giuliano Ferrara gli aveva chiesto se un governo Marini fosse il suo auspicio, al che Dini ha spiegato che quella, molto semplicemente, sarebbe la prima ipotesi che verrebbe in mente a Napolitano. Maurizio Belpietro, ospite anche lui della trasmissione, ha a quel punto fatto presente che anche un’ipotesi Dini rientrerebbe nel novero delle possibilità. Dini, per parte sua, non ha respinto al mittente la deduzione. Il che mi sembra quanto meno non insignificante.

L’altro ospite di Ferrara era il professor Sartori, il quale ha detto molte cose, la più interessante delle quali a me è sembrata essere la constatazione che l’attaccamento al potere di Romano Prodi va oltre qualsiasi immaginazione. Tra lui e D’Alema direi che c’è una bella gara di buon senso postumo, segno che il tempo è pur sempre galantuomo. Ma Sartori sulla Große Koalition ha stracciato D’Alema, avendola prospettata fin dall’inizio. Come del resto Silvio Berlusconi. A questo punto uno potrebbe ritenersi autorizzato a concludere che il più debole della compagnia sia il ministro degli Esteri, che tuttavia è ritenuto—non a torto, credo—una delle menti più lucide della sinistra riformista.

Adesso, però, ci fermiamo, ché altrimenti, di deduzione in deduzione, di sillogismo in sillogismo, va a finire che ...



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Stateci attenti, bloggers ...

Diffamazione a mezzo stampa uguale diffamazione via internet. Così Carlo Felice Dalla Pasqua, giornalista-blogger, corregge—almeno a prima vista—un vero esperto come Tomaso Pisapia, che la cosa l’aveva spiegata a Luca Sofri in maniera un po’ diversa—e quest’ultimo, a sua volta, ne aveva incolpevolmente riferito nel suo “blog di piccola umanità.” Ma l’esperto è intervenuto di nuovo per puntualizzare che certe sintesi non gli hanno evidentemente giovato, e che l’essere egli—de facto, si direbbe, oltre che, si può supporre, de jure—d’accordo con Carlo Felice

nel ritenere che “la diffamazione via internet è punita allo stesso modo di quella a mezzo stampa”, se si fa riferimento all'entità della pena,

ancorché non fosse il tema del colloquio con Sofri (cosa di cui prendiamo atto volentieri),

è ben diverso dall’affermare che alla diffamazione commessa con il mezzo telematico siano applicabili le norme previste per la diffamazione commessa “con il mezzo della stampa”.

Seguono ulteriori fondamentali considerazioni, distinguo e chiarimenti, il tutto onde “rassicurare chi teme l’horror vacui,” che come si sa è sempre in agguato quando ci si cimenta con le leggi (e gli avvocati) di questo nostro amatissimo Paese.

Naturalmente, oggi siamo tutti un po' più rassicurati rispetto al recente passato. Soprattutto sul fatto che un attento esercizio della prudenza, nella controversa materia, sia di gran lunga preferibile ad una certa (malintesa, ahinoi) libertà di espressione ...



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Parola di Sua Santità

«Cambiare religione non è mai positivo. È un’azione che può generare grande confusione nello spirito. Sono rare le persone che traggono benefici da un cambiamento spirituale. Che d’altra parte non è affatto necessario: tutte le religioni portano in sé delle possibilità di guarire l’anima».

Da un’intervista concessa dal Dalai Lama a Geo e pubblicata in parte sul Giornale di oggi (rispondendo a una domanda sui numerosi cristiani che si convertono al buddismo). Il concetto espresso da Sua Santità non è una novità per lui, ma potrebbe esserlo per qualche spirito entusiasta di passaggio da queste parti. Magari, dopo aver sistemato le trasmigrazioni interreligiose, la prossima volta il Dalai Lama dirà qualcosa di altrettanto tranchant sui «sincretismi», sempre con riferimento alle tentazioni più diffuse tra i cultori della religione fai-da-te.



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Popper e i suoi detrattori

Quando uscì, più di mezzo secolo fa, La società aperta e i suoi nemici, il saggio di Karl Popper considerato universalmente un classico del pensiero liberale, fu accolto malissimo. Non solo in Italia, e non solo da coloro che erano stati apertamente attaccati nel libro, vale a dire storicisti, marxisti e positivisti. Dario Antiseri, su Avvenire, racconta l’accoglienza a La società aperta e alla «malattia» (la «popperite») di cui l’opera stava rapidamente diffondendo il contagio. Ma quel «maccartista» di Popper fu in compenso accolto benissimo dall’Osservatore Romano, e questo fin dal 30 novembre 1972, quando uscì un lungo articolo a firma di Orlando Todisco …



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