August 19, 2006

Ecco l'utopia riformista (a proposito di un bell'editoriale)

D’accordo, forse Fini non lo sa, come ipotizza l’editoriale del Riformista, tutto all’insegna del wishful thinking, ma la sua idea di dare il voto agli immigrati sembra discendere da letture impegnative, da frequentazioni intellettuali (teoricamente) improbabili. Ma se il vice-premier potrebbe sorprendersi dell’accostamento, cosa ne penserebbe—se fosse ancora in vita—il professor John Rawls, cioè colui che ha formulato quel principio di giustizia sociale secondo il quale una società dovrebbe fare le sue scelte sotto il «velo dell'ignoranza»?

“I cittadini—sintetizza molto efficacemente il giornale—dovrebbero essere chiamati a definire il livello minimo di equità come se non conoscessero la futura condizione sociale che sarà loro riservata. Così non accetterebbero mai condizioni di disparità così gravi da doverne soffrire personalmente, ma neanche condizioni di egualitarismo così esasperato da poterne esserne penalizzati.”

E’ abbastanza probabile che ne sarebbe due volte contento : per l’oggettiva consonanza e per la collocazione politica dell’insperato discepolo. E in più, forse, per la delicatezza e l’attualità della materia alla quale la proposta si applica.

Fin qui le ipotesi, ma una cosa è invece assolutamente certa: Il Riformista raccoglie la provocazione di Gianfranco Fini, rilancia e allarga il discorso. Non perde tempo a ricercare il bandolo della matassa inseguendo ipotesi malevole circa i secondi e terzi fini (mi scuso per il bisticcio involontario) della clamorosa iniziativa, per quanto ancora solo annunciata. Apre generosamente un credito e domanda al centrosinistra di fare altrettanto, cogliendo l’opportunità “storica” di una svolta senza precedenti nel costume politico di questo paese. Occupiamoci di politiche, non di politica, cioè del che fare piuttosto del con chi stare. E applichiamo il nuovo metodo non solo all’ambito specifico, ma a tutti i campi, a tutti i segmenti del pensare e dell’agire politico.

Difficile non subire il fascino di questa sfida, sottrarsi al wishful thinking che vuole ribaltare prassi e schemi consolidati. Che butta il cuore oltre l’ostacolo e lascia intravedere un futuro nei cui tratti caratteristici si possono scorgere i contrassegni di un’utopia radicalmente diversa da tutte quelle che abbiamo conosciuto, letto e sognato. Un’utopia riformista, cioè un’utopia che non è tale, dal momento che può essere realizzata. Bello, indubbiamente.

Se Rutelli e Fassino fanno come Fini

[Questo post è stato pubblicato per la prima volta su windrosehotel.ilcannocchiale.it il 13 ottobre 2003]

Le coordinate del riformismo (2)

Un editoriale del Riformista (Cara sinistra, la ricreazione è finita ) richiama ancora una volta la necessità, per la sinistra, di andar oltre «un filone di pensiero, più che dignitoso quando non è illiberale, secondo il quale vincere le elezioni non è poi la cosa più importante». Occorre superare, cioè, quella certa visione secondo la quale «più importante è tenere alta una bandiera e vivo un bisogno: un tempo era il bisogno di comunismo, poi divenne bisogno di elementi di socialismo, o bisogno di diversità, infine bisogno di giustizia sociale. Se la maggioranza della società non avverte questi bisogni, tanto più ci deve essere una minoranza che se ne fa araldo e difensore».

E’ una battaglia sacrosanta ma difficile, credo. E per vincerla non penso sia sufficiente convincere un bel po’ di gente che è il caso di combatterla, che è essenziale combatterla—anche se già questo sarebbe un risultato non disprezzabile, se pensiamo realisticamente a quali sono, a tutt’oggi, le abitudini mentali di buona parte del popolo di sinistra e della sua leadership.

Per vincerla occorre promuovere un cambiamento profondo di mentalità, perché certe convinzioni non nascono dal nulla, non sono il frutto di semplici “errori di valutazione”. Si tratta di qualcosa di molto più profondo.

Nel post precedente ho scritto in sostanza che è necessario spostare il baricentro del dibattito dal politico al filosofico. Posso permettermelo perché, appunto, questo è un blog, non è la Festa dell’Unità. Qui si può ragionare senza l’ossessione di essere persuasivi in maniera immediata, qui si può correre il rischio di non essere compresi senza beccarsi una bordata di fischi. Nello stesso tempo, però, come ricordavo, il ragionamento non voleva essere “accademico”. Al contrario, l’obiettivo era, è, estremamente concreto. Infatti, quello spostare il baricentro del dibattito mira non a dare la parola ai filosofi, ma, in un certo senso, a toglierla loro per restituirla alla gente…

Il pensiero di sinistra è filosofico, lo è praticamente da sempre. Anche il militante meno ferrato in filosofia, in realtà, si è formato all’interno di una cultura politica che ha profonde radici filosofiche. Può esserne consapevole o meno, ma è così. Ed è per questo che, se vogliamo fargli cambiare mentalità, dobbiamo cominciare dalle basi filosofiche delle sue convinzioni più radicate. Altrimenti non si fa un nuovo partito, ma la cosa-4, destinata a fallire come le precedenti.

Come ha scritto Benjamin Barber, quando i filosofi, come spesso accade, «sostituiscono la Ragione al senso comune sono inclini a concepire il senso delle persone comuni come un nonsenso». Per questo tra l’altro, Dewey, il grande pensatore liberal, maestro di democrazia, preferiva parlare di intelligenza piuttosto che di ragione, per via della lunga storia antiempiristica che sta dietro a quest’ultima.

Nel suo ultimo libro, Tornare al futuro, Amato ha spiegato molto bene che, per la sinistra, è giunto il momento di prendere atto che viviamo nella società degli individui, che è finito il tempo in cui le società si organizzavano intorno a tre istituzioni: i partiti, i sindacati e il «grande Stato». Le grandi trasformazioni socio-economiche di questi anni hanno sottratto a quella architettura il suo presupposto, le masse, al posto delle quali oggi troviamo appunto individui. C’è un gran numero di operai che diventano imprenditori, ci sono lavoratori dipendenti con accresciute responsabilità, i cui ruoli si differenziano sempre più l'uno dall'altro, gregari divenuti protagonisti. Così, mentre dal sindacato si scappa, i partiti sono percepiti come estranei e allo Stato si chiede di essere meno invadente. Una misura del cambiamento, ricorda Amato, è che la società degli individui chiede di contare, ma non c'è più il tempo e neppure la voglia di partecipare, e in compenso si pretende che le cose siano messe bene in chiaro e che sia lasciata la possibilità a ciascuno di dire la sua su tutto, se e quando se ne sente il bisogno.

La vecchia cultura politica di stampo hegeliano, razionalista, marxista, ecc., non è in grado di cogliere la portata del cambiamento. L’”intellettuale di sinistra” nutre un profondo sospetto, un’insofferenza ai limiti del disgusto per l’anarchia un po’ selvaggia e per il disordine creativo di cui il cambiamento è portatore. Mentre i populismi montanti, di cui Berlusconi è solo una delle manifestazioni più clamorose, a loro modo, riescono molto meglio a rappresentare questa novità radicale.

Ecco perché occorre dotarsi di una prospettiva nuova. Se non vogliamo che i populismi prendano definitivamente il sopravvento, dobbiamo cambiare la nostra cultura politica. Fare la lista unica va bene, fare il partito del riformismo va ancora meglio, ma bisogna che qualcosa di profondo cambi, altrimenti siamo alla solita operazione elettorale e di facciata.

Le sfide sono a molti livelli, a cominciare dal divario tra democrazia e globalizzazione. Per raccoglierle la politica—ricordava sempre Amato nel saggio succitato—ha bisogno di una «visione», del progetto di un «ordine nuovo» nel quale siano esclusi tanto il digital divide quanto un mercato senza regole o con regole imposte dagli Usa. Così come il mondo ha bisogno di un “tessuto etico”, di valori e principi condivisi, senza dei quali le società sono ingovernabili. La missione della sinistra consiste appunto in questo, indicare la via verso un «nuovo ordine» che sia anzitutto fondato su un presupposto etico.

Ma un presupposto etico, mi permetto di aggiungere, necessita di un fondamento filosofico. Un nuovo fondamento filosofico, visto che quelli vecchi hanno fatto il loro tempo. Questo intendevo dire con il post precedente.

[Questo post è stato pubblicato per la prima volta su windrosehotel.ilcannocchiale.it il 22 settembre 2003]

Le coordinate del riformismo

Proverei ad andare un po’ oltre l’ambito entro il quale si sta svolgendo il dibattito sul riformismo, che mi sembra un po’ troppo incentrato sull’immediatezza del politicamente possibile, qui ed ora. Non voglio negare che sia necessario porsi un problema immediato, scadenze ravvicinate, obiettivi concreti (anche elettorali), tuttavia, non essendo personalmente necessitato a prendere decisioni (non sono impegnato nella “politica attiva”) ed essendo piuttosto interessato agli aspetti più culturali (di cultura politica) della questione, mi consento di prendere il discorso più alla lontana.

Dunque, comincerei osservando che su una cosa i propugnatori del nuovo partito riformista si ritrovano generalmente d’accordo : «la storia del riformismo italiano è storia che mette insieme, collega, allea ed a volte intreccia tre filoni fondamentali: il filone socialista, in tutte le sue famiglie, il filone laico-democratico (a cui, più che ad altri, ha finito più spesso per collegarsi il movimento ambientalista) ed il filone cattolico-popolare. Sono tre storie che fanno parte di una stessa storia; ciascuna ha avuto maggiore o minore spazio, ha avuto maggiori o minori devianze, ma sono esse i pilastri del nostro futuro. L’unione dei quattro partiti che formano la sinistra dell’Ulivo è dunque una pregiudiziale per far politica e anche per compiere poi passi ulteriori verso una crescente integrazione della nostra coalizione».

Lo scriveva Giuliano Amato ("Serve ancora una sinistra?") nel luglio 2001, e, appunto, non ho motivi per credere che questa impostazione sia superata, anche alla luce dei più recenti sviluppi.
C’è però un’altra questione che mi pare si tenda generalmente a sottovalutare : quella di trovare un minimo di intesa sulle coordinate culturali e filosofiche del nuovo soggetto politico. Questione che, ancor più che gli aspetti politici e programmatici, già di per sé difficili da portare a sintesi, può a mio avviso costituire un ostacolo formidabile al processo di confluenza da parte di “identità” che sono sì intrecciate tra loro, ma anche, oggettivamente, piuttosto lontane sotto il profilo culturale e filosofico.

Più o meno tutti, almeno in qualche misura, desideriamo superare le diatribe e le divisioni del passato. Questo è certo. E tuttavia occorre accertarsi se tutti siano anche disposti a fare un passo avanti rispetto non solo agli aspetti più contingenti e meno “disinteressati” di quelle divisioni, ma anche rispetto a ciò che di più nobile—e comunque di non strumentale—quelle diatribe pur sempre sottendevano, cioè l’idea generale di società e di stato. Con ciò che ne conseguiva, molto concretamente, per la vita quotidiana del cittadino.

Sollevare la questione è forse mettere immediatamente in crisi l’ipotesi di lavoro? Personalmente non credo, anzi, credo sia vero esattamente il contrario. Ma certo ci vuole molto coraggio e molta determinazione.

Per uscire dal vago, direi che una domanda “banalissima” come “che cosa si intende veramente per riformismo?” può essere con successo elusa o aggirata a livello di propaganda, un po’ meno in termini di “programmi”, molto meno in termini culturali, ancor meno (cioè quasi per niente) dal punto di vista delle ricadute sulla vita quotidiana, sia del singolo sia della società e dello stato.
Cosa vuol dire, tanto per fare un esempio, una frase fatta (oltre che una necessità pratica) come “abbandoniamo gli ideologismi”? Significa forse—a volerla mettere in termini filosofici—andar oltre il mondo della filosofia storicistica successivo ad Hegel, come un sostenitore del «Pragmatismo americano» quale Richard Rorty auspica? Significa chiamare a testimoni, come fa appunto Rorty, tanto un liberal del calibro di Dewey quanto un Heidegger che ripudia la filosofia “als strenge Wissenschaft”, come disciplina argomentativa, ecc.? Significa avvertire la necessità di una ridefinizione del liberalismo di sinistra come impegno a far sì che tutta la cultura possa essere poeticizzata invece che illuministicamente (l’Aufklaerung!) razionalizzata o scientificizzata—e con tanti saluti ad Habermas?

Mi rendo perfettamente conto che forse una parte consistente della cultura di sinistra in Italia ignora che è sicuramente lecito vedere nel “pragmatismo”, di Dewey in particolare, un equivalente americano della tradizione riformista europea, o se si preferisce un cocktail di socialdemocrazia e liberalismo di sinistra. Certo non lo ignora una studiosa come Nadia Urbinati, che ha scritto un bellissimo saggio—Individualismo democratico. Emerson, Dewey e la cultura politica americana—che aiuta sicuramente a capire come e in quale misura una migliore conoscenza della “cultura politica” americana, e delle sue radici emersoniane e deweyane appunto, potrebbe tornarci utile, fatti i dovuti distinguo, anche in un momento come questo.

Quello che vorrei auspicare è che si discutesse anche su questioni come queste. Attenzione: non per fare dell’accademia, ma proprio per non caderci dentro senza accorgersene. Rischio non immaginario, come forse qualcuno potrebbe pensare.

[Questo post è stato pubblicato per la prima volta su windrosehotel.ilcannocchiale.it il 21 settembre 2003]

Se prevale Margherita Hack

Caro Ap, faccio come te, e rispondo con un post al tuo post. Io non corro il rischio di far tardi al lavoro, perché per stamattina ho finito, ma nel pomeriggio sarò di nuovo sotto torchio (“in riunione,” che è ancora peggio) e temo che quando sarò di ritorno non avrò fiato di postare qualcosa, quindi lo faccio adesso e per oggi sono a posto.

Dunque, permettimi di dirti che la nostra discussione sta prendendo una piega che non mi dispiace, e questo per un motivo molto semplice: perché un po’ alla volta si sta spazzando il campo da una serie di equivoci. Sul relativismo, sul laicismo e su qualche altra questione. Ti parrà strano, ma con un po’ di buona volontà—questo devo/devi concedermelo—potrei perfino affermare che quello che hai scritto in questo secondo post, a rigore, non mi sollecita più di tanto a controbattere, infatti—udite, udite!—parecchie tue considerazioni avrebbero potuto uscire anche dalla mia penna. Non ne faccio l’elenco, così come non enumero le puntualizzazioni cui pure mi correrebbe l’obbligo di far ricorso qualora volessi a tutti i costi rifuggire da tutti gli equivoci possibili e immaginabili. Parlo soprattutto di qualche arrière pensée che mi attribuisci e/o di talune “interpretazioni” di cose effettivamente dette, ma appunto è meglio lasciar perdere—e questo non perché la cosa sarebbe, in sé e per sé superflua, quanto piuttosto perché sarebbe tediosa ed essenzialmente non produrrebbe altro che ulteriori puntualizzazioni. Mi limito pertanto a richiamare solo due punti che mi sembrano più “essenziali.”

Il primo è questo: tu dici bene che ciò che non mi piace non è tanto e soprattutto il relativismo—sempre distinguendo doverosamente tra relativismo e relativismo, ché anche questo è per l’appunto un concetto assai relativo …—quanto "l'assolutismo che c'è in giro.” E’ esattamente questo il punto. E va bene anche il tuo rifiuto dell’etichetta per quanto ti riguarda: ok, non sei un relativista, e neppure un laicista. Lo sospettavo, comunque (non è la prima volta che discutiamo su questi argomenti), ma non sottovalutiamo il potere della provocazione! Soprattutto, ma questo non occorre che te lo faccia presente, quando le argomentazioni sono paludate, almeno nelle intenzioni, sotto il manto dell’ironia, che è tanto più feconda quanto più è in grado di allargare l’orizzonte del dibattito. E comunque, diciamolo: anche tu sapevi che le definizioni opposte a quelle che rigetti mal si addicono a me! Anche se da quanto lasciavi intendere le cose potevano sembrare un po’ diverse.

Il secondo. Tu scrivi:

Infine potresti dire. Ma alla buon'ora! Non è forse vero che da sempre le comunità umane si sono riunite intorno a valori e credenze religiose? E non sono state più salde proprio grazie a quei valori e a quelle credenze? Può darsi, non so. Molto si dovrebbe discutere. Ma intanto, concederai che, rispetto a millenni di storia, laicizzazione e secolarizzazione sono un tantino recenti, e bisognerebbe dare a questi processi almeno il beneficio del dubbio. O è troppo relativista?

Beh, potrei risponderti sbrigativamente che se sono bastati questi pochi decenni a provocare gli sfracelli che vediamo—io, magari, li vedo, non tu—chissà cosa dovremmo aspettarci da altri dieci o venti lustri di secolarismo! Ma scarto subito questa risposta e te ne do un’altra un po’ più relativista (nel senso “buono,” s’intende!). Dico, cioè che un conto è la laicità, un altro è il laicismo, un conto sono Galileo e Guicciardini, un altro Margherita Hack e Severino Antinori da una parte e Daniele Capezzone dall’altra—e non c’è neanche l’ombra del dileggio negli accostamenti, che alludono soltanto a differenti attitudes of mind e prescindono da qualsiasi altra considerazione. In altre parole, “il beneficio del dubbio” va concesso a ragion veduta! Quale dei due atteggiamenti mentali cui alludo prevarrà nei prossimi decenni? Tutto dipende da questo. Se prevarrà il primo, allora, dico, io supero la soglia del dubbio e arrivo a proclamarmi «fiducioso» e «ottimista», ma se prevale il secondo, beh, allora spero soltanto che Dio ci aiuti.

[Questo post è stato pubblicato per la prima volta su windrosehotel.splinder.com l'11 ottobre 2005]

Machiavelli Vs Nietzsche, ovvero: Non sparate su Giuliano Ferrara, please

[Attenzione, post lungo!]
Un’interessante provocazione che si è insinuata qualche ora fa tra i commenti ad un mio precedente post mi induce ad una risposta doverosamente articolata e meditata—che difatti, non fosse altro che per una questione di decoro, non giunge immediata e frettolosa, ma con una buona giornata e mezza di ritardo. Del resto si sa come vanno a finire i buoni propositi di tutta la famiglia (riaffermati testardamente di settimana in settimana) di evitare assolutamente di utilizzare il sabato pomeriggio per fare shopping: puntualmente ci accorgiamo che manca questo o quest’altro, e siccome non si può procrastinare perché la settimana successiva sarà una di quelle infernali (né più né meno delle precedenti e, ci si può scommettere, delle successive), ecco che immancabilmente ci ritroviamo in mezzo alla folle dei disperati che non hanno altra scelta o che, sciagurati come noi, si sono ridotti all’ultimo momento, come dice mia madre. Ma oggi è domenica, i negozi sono chiusi e la maggior parte dei centri commerciali pure, per cui, espletati i riti della giornata, mi metto diligentemente al lavoro.

Dunque, un lettore che ha molto ben soppesato qualche mio fugace accenno, mi chiede giustamente ragione del detto e del non detto (o appunto solo accennato). Si parlava del “linciaggio” cui da qualche tempo è sottoposto il direttore del Foglio da parte di bloggers apertamente laicisti—spero che gli interessati non me ne vogliano se li “etichetto” così schematicamente: è solo un espediente per risparmiare tempo e parole. Ebbene, il lettore sintetizza in questo modo il mio pensiero e svolge le seguenti considerazioni:


Caro Wind, tu ci solleciti a uno sguardo realista. Ok, ammettiamo che in tempo di guerra si possa/debba sacrificare la libertà a una falsa verità, o meglio a una verità i cui non si crede. Facciamo i machiavelliani, o meglio gli straussiani - il che implica sempre una franchigia morale estesa oltre la sfera politica ai sodali e agli ideologi e ai famigli, quindi una ristrutturazione aristocratica o di classe (beh, non è fascismo?). Ammettiamo che il compito dell'intellettuale, il 'filosofo', sia quello di dissimulare la verità in cui crede, mettendosi al servizio del bene comune, quindi mentire per professione, sposando maliziosamente il punto di vista dei 'gentlemen'. Ammettiamo pertanto che il popolo non possa sopportare la verità e abbisogni di 'nobili menzogne'.
Wind, lo vedi anche tu che questo genere di manovra ideologica si regge sulla dottrina socratica dell'intellettualismo etico combinata (malamente) con il razzismo platonico: i 'filosofi' sarebbero i soli a non soggiacere alla logica reale della Volontà di Potenza perché 'impastati d'oro'. Quale garanzia per la moralità dell'élite? Siamo in un circolo di infalsificabilità giacché la moralità dell'élite segue, nietzschianamente, una diversa tavola di valori, l'ipocrisia la più alta forma di moralità, la difesa del proprio status un dovere etico per il bene generale e così via. Ora, una manovra intellettuale di questa risma mina alle fondamenta i 'valori', è per così dire una manovra di emergenza (emergenza bada bene dichiarata dai suoi stessi beneficiari miracolosamente estranei a uno schema di convenienza) ma è sempre a un passo dal travolgere nell'ignominia cose come il coraggio, l'integrità, l'onestà, la fede, e perfino e soprattutto il 'Sacro' inteso come committment. E l'esito è plausibilmente una bancarotta morale totale.

Premetto che nella mia risposta mi soffermerò soltanto su una delle tante sollecitazioni contenute nel pur sintetico commento, anche se tutto si tiene, e, se non sbaglio, tutto ruota intorno alla convinzione che un approccio “machiavelliano” del tipo di quello da me ipotizzato sia una lama a doppio taglio che per salvare uccide, e, immagino, uccidendo non salva ciò che vorrebbe salvare. Ed è appunto su questo punto specifico che vorrei concentrare l’attenzione.

Bene, per cominciare chiamo a “deporre sul banco dei testimoni” (perché questo, come è noto è un processo a Ferrara …) un illustre personaggio del passato: Polibio. Questi, greco di nascita (data ipotizzata intorno al 200-210 a.C.) e di formazione, ma deportato in Roma dopo aver ricoperto in patria importanti magistrature civili, fu un apprezzato studioso non solo di storia (com’è arcinoto), ma anche di politica e di arte militare. A Roma, dove fu lasciato libero di muoversi a suo piacimento, divenne tra l’altro amico e consigliere degli Scipioni ed ebbe l’opportunità di incontrare una quantità considerevole di altre grandi personalità dell’epoca, il che, unitamente al suo indubbio talento, ne fece un profondo conoscitore della politica romana e quindi anche delle ragioni che avevano fatto grande l’Urbe. Tra queste , appunto, Polibio considerò particolarmente degno di nota l’atteggiamento dei romani verso la religione, un approccio che oggi potremmo definire machiavelliano, anche se qualcun altro potrebbe preferire l’aggettivo «pragmatico»:


I Romani hanno […] concezioni di gran lunga preferibili [a quelle degli altri popoli e dei greci in particolare] nel campo religioso. Quella superstizione religiosa che presso gli altri uomini è oggetto di biasimo, serve in Roma a mantenere unito lo Stato: la religione è più profondamente radicata e le cerimonie pubbliche e private sono celebrate con maggior pompa che presso ogni altro popolo. Ciò potrebbe suscitare la meraviglia di molti; a me sembra che i Romani abbiano istituito questi usi pensando alla natura del volgo. In una nazione formata da soli sapienti, sarebbe infatti inutile ricorrere a mezzi come questi, ma poiché la moltitudine è per sua natura volubile e soggiace a passioni di ogni genere, a sfrenata avidità, ad ira violenta, non c'è che trattenerla con siffatti apparati e con misteriosi timori. Sono per questo del parere che gli antichi non abbiano introdotto senza ragione presso le moltitudini la fede
religiosa e le superstizioni sull'Ade, ma che piuttosto siano stolti coloro che cercano di eliminarle ai nostri giorni.
(La citazione è tratta dalle Storie (nell’edizione Mondatori del 1970, vol. II, alle pagine 133 e 134). I corsivi sono miei)


Interessante, mi pare. Polibio, comunque, dice cose che i romani avrebbero sottoscritto senza esitazione, magari senza fare troppo baccano ... Altolà, chiarisco subito due cose: 1) quando parlo di “approccio machiavelliano” e lo riferisco al tentativo di Giuliano Ferrara di “agganciare” il cristianesimo, anzi, il cattolicesimo, lo faccio un po’ in barba a Machiavelli, dal momento che quest’ultimo, nei Discorsi, ha visto nel cristianesimo una religione che ha svolto nella storia una funzione negativa, avendo reso gli uomini in qualche modo meno virili ed avendo allentato il loro attaccamento alle armi e alla patria; tuttavia, il riferimento mi sembra ugualmente coerente—se non nella lettera, nello spirito—con il pensiero di Machiavelli, soprattutto se ci sforziamo di rapportarlo alle istanze ed alle emergenze del nostro tempo; 2) essendo personalmente un credente, non mi sogno neppure di immeschinire la mia religione al rango di un mero instrumentum regni: mi limito a far notare ai non credenti che la questione, faute de mieux, può essere osservata e attentamente valutata anche da questo punto di vista; quindi metto da parte la mia fede e discuto laicamente. In altre parole, costringo me stesso a considerare le cose di questo mondo mettendomi da punto di vista dell’ etsi Deus non daretur e nel contempo invito atei e laicisti a prendere seriamente in considerazione i vantaggi che potrebbero derivare allo Stato dalla decisione di ragionare di politica e religione etsi Deus daretur. Oltretutto, in fondo, un po’ di ginnastica mentale non può fare che bene, anche se si decide che questo approccio sia da respingere con fermezza.

Prevengo inoltre una possibile obiezione da parte di chi ha letto Montesquieu, in particolare la sua Dissertation sur la politique des Romains en matière de religion (del 1716): anche lui considerava la religione un instrumentum regni, ma da buon illuminista dava all’espressione una valenza negativa, e soprattutto ricordava che tra il cristianesimo e il paganesimo c’era una differenza fondamentale: il primo prevedeva per i trasgressori dei precetti religiosi delle pene eterne (un ricatto morale inaccettabile, dal suo punto di vista), il secondo no. Il messaggio era chiaro: si poteva accettare la “commistione” con il paganesimo, non quella con il cristianesimo. Il fatto è, però, che i tempi sono cambiati, e che, come dicevo prima parlando di Machiavelli, noi oggi dobbiamo confrontarci con le emergenze di un’epoca che né Messer Niccolò né Charles-Louis de Secondat avrebbero mai potuto neppure lontanamente immaginare.

Siamo in ogni caso—ed è importante sottolinearlo—lontani anni luce dall’impostazione che, all’incirca, dava al problema Giovanni Botero (che appunto fu considerato all'epoca l’Anti-Machiavelli per eccellenza): non tanto fare della religione un instrumentum regni quanto piuttosto vedere nello Stato, non più inteso come fine a se stesso, un instrumentum ecclesiae, ponendo il primo sotto la guida “illuminata” di un defensor fidei, magari, che ne so, sponsorizzato dal papa!

Indubbiamente, invece, Leo Strauss—la sua convinzione che solamente la religione sia in condizione di stabilizzare il quadro politico ponendo un freno al relativismo immanentistico e ai democraticismi di matrice giacobina, fornendo la materia prima per una theologia civilis—sembra perfettamente in linea con il ragionamento.

E’ ben vero che Strauss è, filosoficamente (metafisicamente) parlando, un nietzschiano, un nichilista radicale. Questo, tra l’altro, sembra dar ragione agli accenni del mio interlocutore, che certamente sa delle ascendenze straussiane dei neocons americani—Paul Wolfowitz, Wiliam Bristol e Gary Schmitt, per fare qualche nome, sono considerati veri e propri discepoli di Leo Strauss. Molti di questi discepoli, per altro, spesso amano definirsi "atei devoti" o "atei cristiani." Definizioni, queste, che ben si addicono allo stesso Giuliano Ferrara. Tuttavia, secondo me, Nietzsche con i neocons, americani o italiani che siano, c’entra poco, o meglio, non vedo il marchio di fabbrica di Nietzsche nella fiducia che la religione possa dimostrarsi un salvifico instrumentum regni, semmai il marchio lo vedrei negli atteggiamenti diametralmente opposti. Eviterei, insomma, di confondere il senso di responsabilità che la politica può sentire di avere nei confronti della “gente comune” con un insano disprezzo per il popolo da parte della sua stessa classe dirigente.

E infine non va dimenticato che qui in Italia concetti analoghi a quelli espressi finora sono stati formulati a più riprese dal laico Giuliano Amato. Che certamente non è un seguace di Nietzsche—e, allo stato dell’arte, neppure dei neocons…. Che si tratti di puro e semplice buon senso, qualcosa di persino troppo terra-terra per meritare complesse disquisizioni filosofico-politiche?

[Questo post è stato pubblicato per la prima volta su windrosehotel.splinder.com il 9 ottobre 2005. Interessanti i commenti al post originale.]

Fecondazione assistita: tutti i post

Ecco i links ai post sulla procreazione medicalmente assistita (in ordine cronologico):

1. Fecondazione: referendum o compromesso? (27 settembre 2004)
2. Fecondazione: un dibattito
3. Fecondazione: e allora?
4. Fecondazione: una risposta
5. Fecondazione: Amato presenta la proposta
6. Tutti contro Amato? Quasi
7. Il Riformista: lasciamo lavorare Amato
8. Legge sulla fecondazione: il metodo-Amato (13 ottobre 2004)

[Questo post è stato pubblicato per la prima volta su windrosehotel.splinder.com il 27 settembre 2004]

Il cielo stellato sopra di me

E’ la seconda volta in pochi giorni che capita qui di citare Settimo Cielo, il blog di Sandro Magister. Stavolta l’argomento esce dal seminato, cioè dalle problematiche con le quali il qui presente blog solitamente si cimenta. Il vaticanista dell’Espresso, infatti, si lancia in una polemica di tipo “estetico”, agganciandosi all’ultimo numero di Vita e Pensiero, “la vivace rivista dell’Università Cattolica di Milano”. A Magister ha fatto eco fin da subito un blog che da qualche giorno compare nell’elenco qui a destra, Pesce Vivo (simpatico il motto esplicativo: I pesci vivi vanno controcorrente).

La questione sollevata è molto complessa e difficilmente riassumibile in poche battute, quindi rinviamo agli autori delle riflessioni in oggetto (e ai numerosi e “dotti” collegamenti ipertestuali correlati) e qui ci limitiamo a “nominare” il problema per trarne spunto per qualche breve considerazione: il “nuovo analfabetismo”, in materia di arte e musica sacra, che colpisce al cuore la stessa identità cristiana (secondo il teologo Pierluigi Lia). Con quel che ne consegue, inevitabilmente, sullo stesso piano liturgico.

Devo dire che sono molto d’accordo, anche se non saprei addentrarmi troppo nel dettaglio. Certo la sensazione immediata che la maggior parte dei luoghi sacri e delle celebrazioni liturgiche trasmettono, a mio modestissimo avviso, è di sciatteria, di scarsa ispirazione, di pressappochismo. Il canto, il più delle volte, è diventato un’esibizione di clamorosa imperizia e improvvisazione, amplificata dagli effetti impietosi dell’elettronica (spesso utilizzata a sua volta maldestramente e ad uso e consumo—si direbbe—di persone affette da sordità o comunque da gravi difetti dell’udito). Il canto gregoriano—questo straordinario patrimonio spirituale, oltre che estetico—è stato quasi universalmente abbandonato, o nella migliore delle ipotesi è frainteso e “maltrattato”.

L’elenco potrebbe andare avanti a lungo, ma quel che importa è la sostanza, ciò che questa situazione rivela: uno scadimento dal punto di vista “contemplativo”. I cattolici si danno molto da fare, statisticamente parlando, per aiutare il prossimo, con varie forme di impegno umanitario e sociale (quel che di solito si indica con il termine “volontariato”), ma l’aspetto appunto contemplativo è andato a farsi benedire. Quasi a voler dire: quel che più importa è aiutare le persone, che volete che ce ne importi delle forme, della bellezza, della contemplazione “astratta”!

Ora, l’errore è proprio questo, ritenere che la dimensione contemplativa sia qualcosa di “esteriore”, di astratto nel senso peggiore del termine, mentre semmai è vero proprio il contrario: ciò che le forme rendono misteriosamente visibile è quel qualcosa che sta alla base di tutto, che va al di là del contingente e attinge all’eterno.

Come un albero rovesciato che ha radici nel cielo, la fede attinge all’invisibile e si esplica nel visibile con i suoi effetti concreti, ma questi ultimi, senza quelle radici, avrebbero infinitamente meno senso. Senza contemplazione, insomma, non c’è né la fede né i suoi derivati, ma solo un “attivismo” che ha origini e motivazioni materialistiche. Che alla lunga si rinsecchiranno, come i rami di un albero senza radici. E queste radici si chiamano contemplazione.

Il contemplativo può essere assorto, distratto, ma non è mai sciatto. Ha un’innata eleganza, un’ armonia interiore che traspare da ogni suo atto, da ogni suo gesto. Può vestire di stracci, come Francesco, ma è ugualmente “elegante”. Può infischiarsene della forma ma è nello stesso tempo, paradossalmente, un’opera d’arte vivente. Tutto, quindi, meno che ciò di cui si parlava.

Un contemplativo, per quanto immerso nella realtà, per quanto "aggredito" da questa, fino al punto di sapere di dover spendere l'intera sua esistenza per quella medesima, tragica realtà, come Madre Teresa di Calcutta—una delle donne più "belle" che io abbia mai visto—ci ha eloquentemente dimostrato, non credo potrebbe fare a meno di riconoscersi nelle parole che sono scolpite sulla tomba di un "laico" del calibro di Immanuel Kant:


«Il cielo stellato sopra di me, la legge morale in me»


[Questo post è stato pubblicato per la prima volta su windrosehotel.splinder.com il 2 maggio 2004]

Dedicato a Fabrizio

Personalmente non so se Fabrizio sia “morto da eroe”. Uno così, in guerra, molto probabilmente un eroe lo sarebbe diventato. Su questo ho pochi dubbi. Ma quelle parole dette davanti al boia, per me hanno un altro significato. Un significato, se possibile, ancora più alto. Provo a esprimerlo.

Signori terroristi islamici, voi credete di avere coraggio, di essere dei combattenti, degli eroi, dei martiri, mentre noi, italiani, americani, occidentali in genere, secondo voi saremmo dei corrotti nell’anima, esseri senza principi, senza valori, senza fede. Ma vi sbagliate. Voi siete soltanto degli assassini. Potete uccidermi, state per farlo e lo farete senza batter ciglio. Ma a me sembrate soltanto dei vigliacchi. Toglietemi questo cappuccio, voglio che mi guardiate mentre premete il grilletto, voglio che vediate che non mi fate paura, che non mi impressionate, che non vi rispetto, perché siete dei combattenti finti, siete dei serial killers che giocano a fare gli eroi, ma un eroe non prende ostaggi, un eroe non uccide a sangue freddo persone disarmate. Per questo, almeno guardatemi bene in faccia mentre sparate. Io non vi rispetto. E non perché non siete eroi : non è obbligatorio esserlo. Non vi rispetto perché non siete capaci di essere uomini. Per questo adesso voglio farvi vedere come muore un uomo. Come muore un italiano.

[Questo post è stato pubblicato per la prima volta su windrosehotel.splinder.com il 16 aprile 2004]

Quella vecchia canzone ...

Vabbè, se lo avessi saputo che un commento sarebbe diventato un post, magari avrei cambiato qualcosa (tipo avrei messo un punto interrogativo al posto di un punto fermo …al termine di una domanda, ancorché retorica) ma il bello dei commenti è la spontaneità, la assoluta non-premeditazione tipica delle cose che si scrivono in fretta e non si rileggono. E sono queste, forse, le cose che meglio riflettono un sentire profondo, tanto che non avverti la necessità di argomentare adeguatamente, ma solo di “affermare”. Anche perché il momento delle argomentazioni arriva sempre, prima o poi, e quando arriva non ti sottrai, e solo allora scopri veramente quante sono e che forza hanno. E ti accorgi come quel grido che viene dal profondo le contiene già tutte, da sempre, già pensate, vagliate e votate all’unanimità per la loro autoevidenza.

Sul perché, poi, a volte sei portato a diffondere ai quattro venti quell’idea che canta nella tua mente e che ti sorprende perché improvvisamente riaffiora con forza dopo essere diventata talmente ovvia che quasi quasi non senti neanche più il bisogno di rivisitarla, sul perché, dicevo, devi sempre interrogarti. Perché sempre c’è una risposta. Quindi anche stavolta. E’ bastato fare un attimo mente locale: dopo il voto in Spagna c’è un Paese che oggi è un po’ più solo. E che quasi ogni giorno saluta dei ragazzi che sono andati a fare la storia, e la storia se li è presi per restituirli in lunghe file di croci bianche su un prato verde, esattamente come sessant’anni fa. Ecco che tutto si spiega: il sentirsi in debito di gratitudine, di commozione.

Sono, direbbe Pascal, le ragioni del cuore. Sono quella canzone che, per qualche giorno, ti frulla per la testa e continua a sorprenderti nel bel mezzo delle tue normali occupazioni, sono un flash della memoria, un racconto d’infanzia, un vecchio film in bianco e nero. Non devi vergognarti se a un certo punto ti prende un nodo alla gola …

[Questo post è stato pubblicato per la prima volta su windrosehotel.splinder.com il 19 marzo 2004]

Life Was Not Beautiful

On May 18, in the U.K. Channel 4 showed Roberto Benigni's Life Is Beautiful, the Grand Prix winner at the 1998 Cannes Film Festival and the 1999 Oscar Award winner for the best foreign film. This gave Professor Norman Geras the opportunity to reprint in his normblog (here and here) his critical piece on the film from Imprints (5/1 Summer 2000), a British small-circulation journal.

Since I have always been a moderate fan of Roberto Benigni—though not especially with regard to his most successful film—Norm’s deep loathing of Life Is Beautiful was a surprise, and I regretted the harsh criticism in the face of a movie that inspired so many people all over the world. Yet, at the same time, I had to admit that there were (are) solid arguments for that criticism. But let’s proceed step by step. First of all, let’s remind the story:

In the first half of the movie Guido meets Dora, a well to do girl destined to marry an obtuse city politician, member of the fascist party. Desperately in love, Guido doesn't stop at anything to win her over, to the point of kidnapping her in the midst of her own engagement party. In the second half of the film we find—at the start of World War II—Guido and Dora happily married and parents of five year old Giosue’. As anti-Semitic laws are promulgated and enforced by the fascist government, Jewish born Guido and his son are deported to a lager. Thus begins Guido's tragedy and quest to isolate his son from the nazi's physical and psychological violence by convincing the little boy, who has a passion for toy tanks, that this is all a big game, with the first prize being a "real" military tank.
[
Italian version]

And now let’s see what Norm thinks is wrong with the film. He prefaces his own critical observations about Benigni's movie “by picking out from the tangle (…) of the more general critical reaction” some Holocaust-related themes that he does not subscribe to:

a) "the theme of representational impossibility" (“The Holocaust […] defies representation or defies artistic representation. At the very least, it defies comic treatment”);
b) "a would-be realist protest about inaccuracy of detail" (“objections complaining, for instance, that the camp in the movie looks nothing like the real site of any German Lager but like a location, rather, in Italy, as in fact it is; or insisting that children arriving at Auschwitz were generally killed at once and not taken into the camp”);
c) " 'there's no business like Shoah-business' " (“There is now just much too much stuff, or second-order stuff, or the wrong sort of stuff, on the topic of the Holocaust, a plethora of books, articles, academic conferences, college and university courses, novels, plays, television, movies, memorials, museums”);
d) "incompatibility of the Holocaust universe with any discourse of hope" (“The doyen of this kind of view in contemporary Holocaust discussion is Lawrence Langer”).
[Italics all mine]

Unlike the objections usually raised by those who subscribe to the above mentioned arguments, that of Norm is that—“not with respect to any particular detail, but overall, artistically”—Life is Beautiful “purveys an untruth” and "contains a flagrant, central disproportion, whereby the dimension of love and hope is everywhere accented, while the cruelty, horror and extreme suffering that made up the reality of the story's chosen milieu are muted, marginalized, all but pushed out of view". He explains:

One is bound to ask: if this was the kind of balance the director wanted - hope writ very large against the mere suggestion of evil - why did he not place his tale of love against a lesser background, one less severe than this axiomatic piece of criminality of the twentieth century? It could have been an episode of paternal ingenuity and courage on, say, a bus journey whose passengers are temporarily menaced by drunken louts. For this is approximately the atmosphere that Benigni constructs for us. Put together so, however, Life Is Beautiful would have failed in its central purpose, which is to convey not just hope, but a hope of great amplitude and significance. To achieve that, Benigni needed the utmost extremity, a very paradigm of evil, against which to set off, to magnify, the hope. But he wants the extremity only as abstract symbol, emptied of its horror and its capacity to unsettle and terrify us, its capacity indeed to cast us down by focusing our minds on one of the less palatable truths about the nature of humankind. I agree, therefore, with those critics who have said that the film is mendacious, and a subtle form of denial: denial not of the Holocaust itself, but of 'the depth of its horrors' (Jonathan Romney, 'Camping it up', Guardian, February 12 1999).

A bit harsh, but I must say I agree. Well, it is not that I changed my mind about the movie, as a matter of fact I still consider it to be a good film—though not an absolute masterpiece—but I think that even the mere occurrence of being perceived the way Norm perceives Life is Beautiful is a sufficient reason to recognize an objective (at least partial) failure in the central purpose of the film itself, which is to convey—as it has been said—“not just hope, but a hope of great amplitude and significance”. And this is also why I partly agree with Chris Brooke (The Virtual Stoa), who refers to Norm’s severe criticism and complains that:

Benigni had given us a much kinder, gentler Nazi camp than the historical record warranted. Artistically, that fact was fatal both for my enjoyment of the film (not that I want to watch films of Nazi atrocities, please note) and, so it seemed to me subsequently, for what I learned about the director's own artistic ambitions. And politically it seemed repulsive, because for better or for worse we live in an era where lots of people get their education about subjects as serious as the Holocaust from films like La vita é bella, and I'd certainly hate it if this film really were the source of a lot of people's Holocaust awareness.

I said “I partly agree” because I can’t help thinking that were it not for movies like Benigni’s La vita è bella and Spielberg’s Schindler List lots of people could have got (almost) no education at all about the Holocaust. But that is just a remote eventuality—at least I hope so!

[This post was first published at windrosehotel.splinder.com on May 27, 2004. The comments to the original post are worth reading.]

Laicita'

Sfogliando i quotidiani online la sera tardi, ogni tanto capita di imbattersi in un editoriale o in un articolo che ti fanno dire : meno male che non l’ho perso, anche se per un pelo!

E’ quanto è capitato giusto ieri. Il sito è quello di Avvenire, sul quale troneggia la stupenda rubrica di Gianfranco Ravasi, “Mattutino”. Ma stavolta Ravasi non c’entra. Infatti in bella evidenza c’era un editoriale in cui s iparlava di Norberto Bobbio, della laicità e dei cattolici.

Il quotidiano cattolico elogiava il tipo di laicità che il filosofo scomparso aveva testimoniato:

«Non la laicità che ignora, che declassa, che semina il dubbio negativo del rifiuto, ma una laicità che nobilita la ragione come voce di una coscienza libera e aperta.»

E concludeva con queste parole, che, a mio avviso, fanno giustizia di tanti luoghi comuni. E danno una mano a chi pensa che abbattere qualche inutile muro sia un’impresa sempre meritoria e nella quale vale la pena di spendersi ogni qual volta ne capiti l’occasione:

Lezione grande pure per noi cattolici che sovente dimentichiamo che la libertà e la libera proposta si rafforzano più con la testimonianza che nei vincoli esterni. Lezione di umiltà poiché non sempre la nostra mediazione di credenti o di Chiesa è all'altezza della posta in gioco e quindi sovente lascia inalterato e magari anche un po' solitario questo incontro misterioso fra Dio e l'uomo in ricerca. La nostra mediazione è senza dubbio importante, funzionale, legata anche al carattere storico delle nostre esistenze, ma le strade di Dio sono tante, anzi sono infinite ed egli è Amore senza esclusioni, senza divisioni, senza dazi. In tutto questo si evidenzia una costante biografica di Norberto Bobbio che è stata evidenziata in questi giorni, cioè quella specie di pensiero mite che viene dall'uso onesto e fedele del proprio intelletto.

Già, le strade di Dio sono tante. Questa è l’idea di laicità più corrispondente alle aspirazioni e al sentire di quei credenti che considerano tutti i fondamentalismi un autentico tradimento di ciò che sta alla base della loro stessa fede. E che sia stato Bobbio l’ispiratore di questa confessione, da parte di un cattolico, dà la misura di quanto ciascuno abbia da imparare da chi professa altre fedi o anche nessuna fede, che non sia quella nell’uomo, nel suo intelletto, nella sua “grandezza”.

L’editoriale fa infine riferimento ad una celebre intervista del filosofo torinese, vale a dire quella rilasciata al Corriere della Sera l'8 maggio 1981, alla vigilia del referendum sull'aborto. «Mi stupisco che i laici lascino ai credenti l'onore di affermare che non si deve uccidere», aveva detto il “papa laico”. Ora, decisamente la questione è estremamente controversa, e non furono pochi i cattolici che, pur contrarissimi all’aborto in sé e per sé, considerarono la legge un male minore e votarono contro l’abrogazione al referendum. Però, il coraggio e l’anticonformismo di Bobbio ancora oggi lasciano attoniti e suscitano ammirazione. E giustamente i cattolici gli rendono omaggio.

Nel sito del Centro “Walter Tobagi” sono disponibili, in un unico documento, il testo dell’editoriale di Avvenire e dell’intervista al Corriere. Su questo blog, inoltre, in un precedente post, vengono segnalati due articoli particolarmente significativi apparsi sulla stampa.

[Questo post è stato pubblicato per la prima volta su windrosehotel.splinder.com il 14 gennaio 2004]

Cristiano perché relativista, relativista perché cristiano

Di tanto in tanto capita di assistere o prender parte a qualche titolo ad aspre contese sulla fede, su Dio, sulle religioni. Il dibattito attuale sull’Islam e sul “fondamentalismo”—ma anche quello sui Crocifissi e sulle “radici cristiane”—ha impresso nuovo impulso a questo tipo di discussioni.

Da una parte i nemici di tutte le fedi in nome della ragione, dall’altra i credenti, dove i primi talvolta accusano gli altri di non essere che dei dei fondamentalisti (camuffati o meno) o comunque dei retrogradi superstiziosi, praticamente dei pre-moderni.

A loro volta, in qualche caso, gli accusati rinfacciano agli accusatori di essere dei relativisti in procinto di giustificare l’ingiustificabile, di essere negatori di principi che devono stare alla base dell’idea stessa di civiltà.

In entrambe le succitate accuse, tuttavia, vi è qualcosa di irrimediabilmente datato. Tanto il fronte “razionalista” quanto quello dei “credenti”, infatti, si muovono all’interno di un orizzonte e di un’idea di ragione e di razionalità che la riflessione filosofica più matura ha da tempo rifiutato: una ragione “forte” (e troppo sicura di sé), che presume di poter dimostrare, alternativamente, o la negazione dello spazio della fede o l’esistenza di Dio.

Ebbene, a questa idea di razionalità se ne è andata sostituendo una molto più modesta, che impone una revisione profonda del rapporto fede-ragione. Come ha ben sintetizzato Dario Antiseri in un saggio appena uscito (Cristiano perché relativista, relativista perché cristiano. Per un razionalismo della contingenza, ed. Rubettino): «di contro a una ragione fondazionista e giustificazionista si impone una ragione non-giustificazionista stando alla quale la scienza non offre certezze, l’etica è senza verità, le metafisiche sono prive di fondamentali assoluti».

Il che fa giustizia non solo dei più incalliti negatori della fede ma anche della convinzione speculare—diffusa tra molti pensatori cattolici—che senza una metafisica cognitiva e trascendentista la fede si riduca ad una specie di favoletta. Antiseri nel suo libro insiste giustamente su un punto fondamentale: la filosofia—così come risulta dall’approccio “metafisico”—si presenta come ancilla della fede, subordinandola appunto alla ragione (senza la quale non avrebbe speranze di sopravvivere allo scetticismo e al dubbio), ma in realtà proprio per questo finisce per diventarne domina. Che è quanto di peggio possa capitare alla fede.

Ecco, insomma, che molte delle reciproche accuse e contraccuse si sgonfiano e si riducono a polemiche dal fiato corto e fuori tempo. Caduto questo muro di Berlino, si determina «uno spazio di possibilità dove si fa ineludibile, perché è ineludibile la “grande domanda”, la scelta atea o quella di fede. Ma si tratta appunto di scelte, di opzioni radicali e non di dimostrazioni…».

In questo caso le parole sono davvero essenziali. Dimostrazioni? No, grazie. Scelte. A ciascuno le proprie.

P.S. Il post riprende un argomento già affrontato in un paio di circostanze: per leggere cliccare qui e qui.

[Questo post è stato pubblicato per la prima volta su windrosehotel.ilcannocchiale.it il 4 dicembre 2003]

Oriente/Occidente

Il post di ieri su Europa/America mi ha ricordato una quantità di letture e suggestioni, di itinerari seguiti in passato, e di non secondaria importanza nella formazione del mio “bagaglio culturale” (espressione che mi piace poco, ma non sono riuscito a trovarne una altrettanto sintetica). Il concetto di Occidente, in opposizione/integrazione con quello di Oriente, si staglia all’orizzonte come un Everest ogni qualvolta mi imbatto in analisi tese a far emergere la sostanza nascosta dei conflitti epocali, delle sfide globali e via con le metafore e le locuzioni più à la page.

Io sono uno che ama l’America, ma nel contempo ha scoperto e adorato l’Oriente—passando attraverso Schopenhauer prima e, dopo, l’amatissimo Hermann Hesse, senza dimenticare Kerouac—fino ad assaporare autori e testi che a citarli si rischia di fare la figura dell’eccentrico e dell’esibizionista, cosa che veramente mi dà fastidio. Non parlo naturalmente di Rabindranath Tagore, tanto da me prediletto quanto ben conosciuto ed apprezzato ovunque e da una strage di lettori. E neanche mi riferisco al Bagavad-Gita o alle Upanishad, no, parlo di autori arabi o cinesi i cui nomi non so neppure trascriverli a memoria, tanto sono improbabili per le nostre orecchie.

Tutto questo avrebbe fatto di me, forse, un essere intellettualmente “schizofrenico” se non avessi sempre saputo che Gesè e Platone—che dell’Occidente sono i padri nobili—sono in realtà più “orientali” che “occidentali” sotto più punti di vista, o se non avessi scoperto anche quel “vagabondo del Dharma” che è stato Ralph Waldo Emerson (il link porta al sito che gli ho dedicato), americano e orientalista di grande finezza e sapienza. E che è unanimemente considerato il pensatore e poeta che maggiormente ha delineato i tratti caratteristici della cultura e dello spirito americani.

Insomma, io sto nel mezzo. Per questo presto molta attenzione a quello che scrive e dice lo storico Franco Cardini, uno che con gli States non c’è andato con la mano leggera negli ultimi tempi. Morale della favola, ho scovato nell’ultimo numero di Golem una riflessione del Nostro che merita una lettura attenta e meditata: Il nemico dell’Occidente. Un concetto ambiguo e dinamico.

[Questo post è stato pubblicato per la prima volta su windrosehotel.ilcannocchiale.it il 5 giugno 2003]

Radici d'Europa?

Può apitare che uno legga le pagine culturali di un grande quotidiano e ne tragga una lezione politica assolutamente inaspettata? Ecco che cosa è capitato al titolare di questo blog. Sfoglio il Corriere della Sera e vengo a sapere che a Milano, a partire dal 7 dicembre, si volgerà una mostra che si propone di illustrare il rapporto tra Ambrogio e Agostino, il grande vescovo e il futuro Padre della Chiesa. Leggo tutto d’un fiato: l’argomento mi interessa. Oltretutto è ben trattato (da Marco Garzonio), con competenza e bello stile. Molto bene—mi dico quando sono a tre quarti—se posso vado alla mostra, dopo aver letto questa presentazione credo proprio ne valga la pena.

Arrivo alle ultime righe, ed ecco la lezione politica. Viene spiegato il titolo della mostra, che è suggestivo e raffinato : 387 d.c. - Ambrogio e Agostino Le sorgenti dell’Europa. E questo è ciò che si legge:

Accade che la mostra si svolga nel mezzo delle polemiche circa la citazione delle radici giudaico-cristiane nella Costituzione europea. I promotori incominciarono a lavorare al progetto più di tre anni fa e nella fase di impostazione del lavoro finirono per preferire il termine «sorgenti» a quello di «radici», pur preso in esame. Sembrò che la parola «sorgente» esprimesse in modo efficace contenuti di vitalità, immediatezza e durata, fecondità e potenza generativa cui attingere. La scelta non è questione solo lessicale, ma di un criterio da offrire a chi si interroga culturalmente, scruta nel presente i segni del passato con lo sguardo rivolto al futuro. Sull’elemento sorgivo punta l’attenzione la Mostra, non su una rivendicazione di acquisizioni e meriti passati: se Ambrogio e Agostino, il loro incontro, meritano di essere ricordati per quello che possono continuare a dire, oltre a quanto pur di fondamentale hanno offerto nel 387 e dintorni.


E’ stata una folgorazione. Più che discutere di «radici» bisognerebbe parlare di «sorgenti», con quel che ne consegue, come è stato egregiamente spiegato: occorrerebbe scrutare nel presente i segni del passato con lo sguardo rivolto al futuro.

[Questo post è stato pubblicato per la prima volta su windrosehotel.ilcannocchiale.it il 15 ottobre 2003]

Sul problema fede (2)

[Risposta al commento di Nilus al post precedente]
Caro Nilus, sono d'accordo. Le conclusioni mi sembrano analoghe. E con questo, a mio avviso, si potrebbe ammettere tranquillamente che si è detto tutto. Però, volendo, si può chiarire qualche punto. E allora proviamo a farlo.

Posso osservare, intanto (e bada che non c'è alcuna ironia in quello che ti sto per dire), che la tua impostazione intellettualmente onesta è un'ottima premessa per la fede! O almeno per la fede come io credo che debba essere intesa.

Chiarisco quel che voglio dire con una considerazione storico-teologica (un po’ frettolosa, naturalmente, dato che mi ci vorrebbe un post di 6000 parole per esprimermi come si deve). Io credo che una delle sciagure peggiori che siano capitate al cristianesimo sia stata l’essersi lasciato “imbrigliare” dal tomismo, cioè da una lettura a senso unico della teologia di San Tommaso d’Aquino (il quale ultimo, di suo, tanto tomista non era…) . Cioè da un’impostazione aristotelica applicata alla tradizione giudaico-cristiana. Il cristianesimo è stato tradotto così in una “metafisica”, e dunque è stato per così dire “innestato” in una cultura che era agli antipodi di ciò che esso era originariamente : una religione di stampo orientale, con caratteristiche solidamente anti-razionalistiche (anche se non “irrazionalistiche”, che sarebbe una cosa un po’ diversa).

Se, come scriveva David Maria Turoldo in un bellissimo libro che ti raccomando (Il Vangelo di Giovanni, Rusconi ed.), in epoca medievale il cristianesimo fosse stato invece innestato sull’altro grande filone della tradizione filosofica greca, quello che fa capo a Platone, certi equivoci non si sarebbero mai determinati.

Adottando il tomismo come prospettiva dominante e come orizzonte filosofico all’interno del quale collocare la propria dottrina, la Chiesa ha molto probabilmente obbedito ad un interesse ben preciso (comprensibile, per altro, sotto il profilo della sua sopravvivenza) : quale impostazione era in grado di puntellare meglio una religione che era al tempo stesso cultura dominante (o meglio unica), potere politico, etica (pubblica e privata), scienza, ecc., ecc..? Senza ombra di dubbio quella tomistica, che metteva ogni cosa al proprio posto, determinando una struttura stabile, “piramidale”, orientata alla certezza (metafisica, appunto), impermeabile al dubbio, non soggetta al rischio e alla debolezza (soprattutto per quanto riguarda le cose terrene) di una prospettiva che mette al centro l’Uno, nella sua indicibilità di fondo, anziché un sistema perfetto, con al centro la Chiesa ed i suoi insegnamenti (nonostante la rivendicazione formale della centralità di Cristo).

Con questo voglio dire, tra l’altro, che se molti hanno perso o non riescono a trovare la fede, la causa va probabilmente ricercata anche in quell’innesto forzato e innaturale. L’equivoco “razionalistico” ha prodotto a suo tempo sicurezze, illusorie certezze, mentre oggi produce quello che qualcuno chiama il silenzio di Dio, e che bisognerebbe invece chiamare il rifiuto del salto nel buio, cioè il rifiuto della fede intesa come abbandono totale a Dio, come "follia".

Per questo dicevo all’inizio che la tua impostazione è una buona premessa. Nel senso che soltanto chi ha spazzato il campo da tutti gli equivoci può trovare la fede. Dopo Marx, Nietzsche e Freud—che Paul Ricoeur ha brillantemente definito “i maestri del sospetto”—non c’è più posto per certi “trucchi”, per le astuzie dettate dall’istinto di sopravvivenza a livello tanto individuale quanto “istituzionale”. Resta solo il rischio consapevole, il coraggio di scegliere Dio senza contropartite.

[Questo post è stato pubblicato per la prima volta su windrosehotel.ilcannocchiale.it il 12 settembre 2003]

Sul problema fede

Il problema fede, qualche volta, suscita discussioni molto animate sui blog. Ieri, ad esempio, ne ho intravisto qua e là. Non le ho seguite perché ero impegnato a fare altro, ma non mi sarebbe dispiaciuto esprimere un’opinione. Lo faccio adesso, avvertendo tuttavia che quelle che seguono sono considerazioni del tutto inadeguate alla vastità e profondità argomento. Nonostante ciò, credo che su questo, come su altri argomenti di pari rilevanza per l’esistenza umana, sia sempre meglio provare a mettere un rigo dopo l’altro qualcosa che, almeno per chi scrive, possa avere un senso.

In materia di ricerca dell’Assoluto ogni persona segue un proprio itinerario: alcuni seguono le "dottrine", altri preferiscono percorsi "personalizzati". Come il Siddharta di Hermasnn Hesse, l'indimenticabile cercatore di infinito che non poteva accontentarsi, come il suo amico Govinda, neppure della dottrina di quell'altro Siddharta, Gotama, detto il Buddha, per quanto sublime potesse essere.

Tra quanti seguono le dottrine, i più ripercorrono i sentieri della tradizione del popolo cui appartengono, altri vanno alla ricerca, e alla fine trovano, tra le dottrine "esotiche", quella che più si addice loro: buddismo tibetano, Hare Krishna, Bagwan, New Age, e così via.

Nessuna obiezione: l'importante è trovare le risposte che si cercano, non limitarsi a praticare culti consuetudinari di cui non si avverte la bellezza e la vertiginosa profondità.

Il cristianesimo, da parte sua, è una religione che ha alla base un complesso sistema di dottrine e precetti, una Weltanschauung non del tutto "libera" e personale, anche se, come insegna Sant'Agostino, vi è un primato della coscienza individuale che può spingersi fino a rigettare persino punti qualificanti di quella stessa impostazione dottrinale.

Se dovessi tentare di esprimere il cuore del cristianesimo non mi allontanerei da quanto Giovanni l'Evangelista ha chiarito : Dio è Amore, e questo dice tutto. Il resto viene da sé. Il cristianesimo è la religione dell'Amore, perché il Dio cui si rivolge è l'Amore stesso.

Ma il cristianesimo ha anche affrontato in maniera molto esplicita un altro aspetto fondamentale, quello della “fede”, cioè del tipo di rapporto che è dato all'uomo di intrattenere con Dio. In altre parole: come possiamo "conoscere" Dio, come possiamo parlarne? Sicuramente non possiamo averne una conoscenza "sensoriale" (documentabile ed inequivocabile). Altrettanto sicuramente non possiamo averne una conoscenza "razionale", sia del tipo di quelle cui la scienza galileiana ci ha abituato, sia del genere di cui le varie scuole filosofiche post-cartesiane ci hanno insegnato a "fidarci".

E' stato Paolo di Tarso a spiegarci di che tipo può essere quella conoscenza di Dio cui possiamo aspirare in via ordinaria. E lo ha fatto mettendo in evidenza la "differenza" cristiana non solo rispetto all'approccio "miracolistico" caro ai suoi conterranei, ma anche rispetto all'approccio filosofico-razionale ritenuto irrinunciabile dai greci, la cui cultura egli ben conosceva. Cito dalla Prima Lettera ai Corinti:

"E mentre i Giudei chiedono i miracoli e i Greci cercano la sapienza, noi predichiamo Cristo crocifisso, scandalo per i Giudei e stoltezza per i pagani; ma per coloro che sono chiamati, sia Giudei che Greci, predichiamo Cristo potenza di Dio e sapienza di Dio. Perché ciò che è stoltezza di Dio è più sapiente degli uomini, e ciò che è debolezza di Dio è più forte degli uomini." [il corsivo, naturalmente, è mio]

"Stoltezza" (a volte si legge "follia"), dunque. Il cristiano deve avere il coraggio di affrontare l'accusa di stoltezza e follia. Non deve minimamente risentirsene. Come non se ne risentiva Francesco, "il giullare di Dio".

Di ciò di cui non si può argomentare, diceva qualcuno, occorre narrare. O, come faceva Francesco, occorre testimoniare personalmente e con tutta la propria vita, fino alle estreme conseguenze. "Perfetta letizia", egli ci diceva, è appunto anche accettare di essere presi a calci e sputi a causa dell'incompatibilità del messaggio cristiano con le logiche care agli uomini di tutte le generazioni.

Scandalo e follia, molto probabilmente, sono le inevitabili conseguenze di una religione per la quale Dio è Amore.

[Questo post è stato pubblicato per la prima volta su windrosehotel.ilcannocchiale.it il 12 settembre 2003]

Un blog è anche questo

Il fondatore di un fantastico blog colletivo—che è sempre stato uno dei miei preferiti—lascia, ed io, nel darne notizia ai lettori di wrh, non posso nascondere una sensazione che definire malinconica è forse inadeguato. Veramente, non è che se ne va proprio, semplicemente chiude con il blog inteso come impegno continuativo, quotidiano. Gli impegni familiari e di lavoro, dice giustamente, “devono avere la precedenza sul blogging, cioè su un’attività gestita nel tempo libero, non retribuita, ancorché ripagata in molti molti modi.” C’è un limite a tutto, e Harry ha provato, negli ultimi due mesi, a conciliare questo e quello in un momento in cui la cosa stava diventando un po’ troppo complicata. Ora ha realizzato che non è più possibile.

Non sto qui a dire che la blogosfera da oggi è più povera. E’ vero, ma non è questo il punto. Il punto è che Harry ricorda un po’ a tutti che cosa è un blog. Un blog è qualcosa di precario, di intrinsecamente debole, ma questa è appunto la sua “grandezza.” Oggi uno può mettersi a scrivere quello che pensa, ad esporre ciò in cui crede e a mettere alla berlina ciò che disapprova con tutte le sue forze, domani non ci riesci più perché c’è una vita che va avanti, con le sue istanze, con le pressioni che le necessità quotidiane esercitano su di te, sul tuo tempo, sulla tua capacità di tener botta.

Eppure, proprio questa “transitorietà” la dice lunga su quanto sia difficile, faticoso, battersi per ciò in cui si crede, così come la dice lunga sulla soddisfazione che si prova quando senti di aver fatto, nonostante tutto, il tuo dovere di uomo e di cittadino, quando ti accorgi che le tue idee, i tuoi pensieri arricchiscono, incoraggiano, spronano qualcun altro, e quanto le idee, i pensieri di altri esseri umani arricchiscono, incoraggiano, spronano te a loro volta. Autentico mistero laico della libertà, della gratuità. Anche un giornalista o un politico—perché qui, chiaramente, stiamo parlando di blogs politici—possono aspirare a qualcosa di simile, senz’altro, ma nel caso dei blogs la “retribuzione” è nella stragrande maggioranza dei casi esclusivamente morale, le possibili “contaminazioni” sono infinitamente più rare e approssimative.

In un post struggente Harry si è raccontato. Un laburista, blairiano, libertario, uno che ha all’attivo qualche tonnellata di libri che parlano di giustizia sociale, di eguaglianza, e che proprio per questo ha abbracciato la causa della libertà per tutti, sempre e comunque. Senza se e senza ma—quanto mi suona bene, parlando di lui, questa frase fatta che se riferita ad “altri” mi dà l’orticaria! Libertà per tutti, anche per il popolo afgano, anche per il popolo iracheno. Il tutto con il suo stile improntato a chiarezza e sobrietà, come Norm ha scritto tra i commenti al post di addio. Un amico, Harry, un compagno, un fratello nello spirito. Mi mancherà. E forse col tempo riuscirò a perdonarlo per essersene andato. Anche pensando che domani potrei essere io a mollare, quando moglie e figlia si decideranno a darmi il fatidico aut-aut ... In effetti, sarebbe loro diritto, anche se finora—grazie a Dio!—mi hanno pazientemente sopportato.

A presto, compagno Harry. Quando leggerò i tuoi post più rarefatti sarà come sempre un piacere e un privilegio.

[Questo post è stato pubblicato per la prima volta su windrosehotel.splinder.com il 29 settembre 2005]

Essere di sinistra non è la cosa più importante

Una gran bella intervista, quella di Johann Hari a Christopher Hitchens. Vorrei aver avuto il tempo di tradurla in italiano, e invece ho dovuto accontentarmi di citarla e illustrarla in inglese. Del resto—a scusante di questa mia parziale rinuncia a condividere il piacere di quella lettura—ho la certezza che, se non la totalità, la maggioranza dei lettori di questo blog conosce l’inglese e lo legge agevolmente.

Perché faccio queste considerazioni a distanza di giorni? Beh, per la semplice ragione che oggi mi sono ritrovato in una situazione analoga, cioè iol desiderio di tradurre il commento che di quell’intervista ha proposto Norm, il cui blog è praticamente da sempre tra i miei prediletti, come molti si saranno certamente accorti. Francamente l’ho trovato superbo, e posso dire che lo condivido parola per parola. Ebbene, a differenza della situazione precedente, stavolta non mi sono sottratto. Per cui ecco due brani del commento, in italiano e in inglese:

[...] io non penso che la sola cosa, o la cosa più importante, che ci serve sapere di qualcuno, oggi, nel farci un’opinione sulla natura della sua visione politica, sia il suo essere o meno di sinistra. Ben più significativo è sapere qual è il suo rapporto con certi valori che, storicamente, sono sempre stati centrali nel progetto della sinistra: valori democratici ed egualitari; una corretta concezione della giustizia (tale da porsi come obiettivo l’acquisizione da parte di ognuno della possibilità di avere un’esistenza sicura e soddisfacente); la necessità di proteggere ogni singolo essere umano dalle più micidiali tipologie di aggressione alle quali è sottoposto quando quei valori sono conculcati o messi da parte. La scelta che il Christopher Hitchens di oggi ha fatto non è la mia. Io resto legato all’idea di battermi per questi valori dentro la sinistra. Non meriterebbe adesione e sostegno una sinistra che mostrasse di non rispettare quei medesimi valori. Ma ciò nonostante io mi rendo conto delle difficoltà implicite di una condivisione di identità politica con gli attuali apologeti del terrorismo, con i borbottatori, con gente che sembra in ngrado di capire tutto, eccetto il bisogno assoluto di tracciare una chiara linea di demarcazione tra coloro che sostengono i metodi politici della democrazia e coloro che sono impegnati nella distruzione della medesima.

[...] I don't think the only, or even the most important, thing one needs to know about someone today in forming a judgement about the character of their political outlook is whether or not they are of the left. Rather more significant is to know what their all-round relationship is to certain values that have always been central to the historical project of the left: democratic and egalitarian values; a decent conception of justice (such as aims to achieve for everyone the possibility of a secure and fulfilled existence); and the protection of individual human beings from the more egregious types of assault to which they are subject when such values are denied or cast aside. Christopher Hitchens's present choice is not my own. I remain attached to the idea of arguing for these values within the left. A left which showed no respect for them wouldn't be worth belonging to. But all the same, I appreciate and feel the difficulty of accepting a common political identity with the contemporary apologists for terrorism, the mumblers and rootcausers, the people seemingly capable of understanding everything except the need for drawing a clear line between those who uphold the politics of democracy and those dedicated to their destruction.

A questo punto Norm prende le distanze dall’intervistatore, che invitava C. H. a “tornare a casa”:

In un certo senso sono d’accordo con Johann Hari. Le forse sane della sinistra, in quanto tali, hanno bisogno della capacità di persuasione, dell’intelligenza di Christopher Hitchens per combattere per ciò che la sinistra dovrebbe essere, e contro alcune delle sue attuali malattie. Ma questo non equivale a pensare che stare a sinistra sia condizione necessaria o sufficiente per garantire solidità alla politica di chicchessia.

Con coloro, siano essi nella sinistra o fuori, che si battono per i principi, la prassi e le istituzioni della democrazia e per i fondamentali diritti degli esseri umani; contro coloro, di qualunque colore politico, che sempre hanno una ragione o un diplomatico
silenzio da offrire a nome delle forze che combattono contro tutto questo; e contro quelle stesse forze assassine ed oppressive.

In a way I'm with Johann Hari. The healthy forces of the left, such as they are, need the knowledge, intelligence and persuasive powers of Christopher Hitchens to fight for what the left ought to be, and against its several current maladies. But this is not the same as thinking that being on the left is either a necessary or a sufficient condition for the soundness of anyone's politics.

With those, both within the left and without it, who fight for democratic principles, practices and institutions and the fundamental rights of human beings; against those, whatever their political colour, who always have a reason, or a tactful silence, to offer on behalf of the forces fighting against these things; as well as against these oppressive and murderous forces.

[Questo post è stato pubblicato per la prima volta su windrosehotel.splinder.com il 28 settembre 2004]

La sinistra in cui credo

Come ho già avuto modo di dire altre volte, ci sono momenti nei quali il mio essere di sinistra—non “de sinistra”, come usa dire nel suo irridente romanesco Giuliano Ferrara—mi comporta qualche imbarazzo, un certo malessere che a volte sconfina nello sdegno. Poi per fortuna leggo un’intervista ad Amato, un discorso di Tony Blair, un editoriale del Riformista o uno di Michele Salvati sul Corriere, e mi tiro su di morale constatando che esiste anche un’altra sinistra, la mia, nella quale sono orgoglioso di rispecchiarmi. Lo stesso mi accade quando leggo certi blogs italiani—uno per tutti: Wittgenstein—o britannici—due per tutti: Normblog e Harry’s Place.

Oggi, ad esempio, ho letto questo post di Harry, e … beh dico solo che mi sono sentito “a casa”.

In due parole—ma credetemi che vale la pena di leggerlo per intero—Harry ha spiegato come possa succedere che un blog di sinistra citi e metta dei links a blogs conservatori, apertamente pro-Bush o addirittura di destra, suscitando ovviamente sorpresa e viva disapprovazione tra i “compagni”. La premessa del ragionamento è super partes:

Both leftist and rightist activists have long suffered from the infantile habit of dismissing views simply because they come from the other side of their imagined barricades.

Siffatto atteggiamento, prosegue Harry, ignora due fondamentali cambiamenti intervenuti in questi ultimi anni: l’avvento di Internet, con ciò che ne consegue per quanto riguarda l’approvvigionamento di informazioni e il confronto delle idee, e la nuova situazione politica venutasi a creare dopo l’11 settembre:

Back to those imagined barricades. The major issues of blog discussion here and elsewhere have been the Iraq war and the struggle against Islamist Jihad. One can argue over exactly where the dividing line is on these issues but for me it certainly isn't between the western left and right. In these immediate struggles there are allies and opponents to be found across the political spectrum. On Iraq, Douglas Hurd is closer to Clare Short than Paul Wolfowitz for example.

Per esprimere compiutamente il suo punto di vista, infine, Harry cita due bloggers eccellenti, Norman Geras e Oliver Kamm. A me fa particolarmente piacere constatare che di Norman venga citato un post che a suo tempo avevo sentito il bisogno non solo di riprendere ma di tradurre in italiano, qui, tanto mi era sembrato esemplarmente chiaro e intellettualmente onesto, oltre che, dal mio punto di vista, assolutamente, totalmente condivisibile.

Uno splendido post, due citazioni da incorniciare e da diffondere. Sintonia totale. Grazie, Harry.

[Questo post è stato pubblicato per la prima volta su windrosehotel.splinder.com il 24 novembre 2004]