March 9, 2007

Penn e la sacralità del governo

William Penn fu il fondatore e colui che dette il nome allo Stato di Pennsylvania. Fu un quacchero che in un saggio del 1681, “The holy Experiment,” in cui diede norme e regole al popolo del nuovo stato, descrisse il governo come “parte della religione stessa, qualcosa che è sacro nella sua fondazione e nei suoi fini” e che ha come scopo supremo “mantenere il potere nel rispetto del popolo e assicurare il popolo dall’abuso del potere.”

Sul Foglio di oggi, un intellettuale radicale, Angiolo Bandinelli, gli rende omaggio. Ecco il testo integrale dell’articolo (lettura consigliatissima):



William Penn. Chi era costui? Quanti se lo chiederanno, come don Abbondio per Carneade? Non molti, crediamo. Si sa, l’Italia è un po’ un’isola, chiusa a quanto venga da fuori. Figurarsi poi se si tratta di un quacchero! E invece il quacchero William Penn fu un’eccezionale figura di leader religioso e di scrittore politico. E’ celebre per aver fondato e dato il nome allo Stato di Pennsylvania. Di lui so qualcosa perché ogni volta che sono a Londra alloggio in una pensione gestita dai suoi confratelli, “The Penn Club”, con una buona biblioteca sul loro movimento. Si trova tra Bloomsbury Square, il British Museum e le Courtauld Galleries. A due passi c’è il Russell Hotel, dove soggiornai nel 1962 quando partecipai, dietro a Marco Pannella, alla costituzione della prima Internazionale contro la guerra. All’incontro c’erano A. J. Muste, il leader nero (e omosessuale) che precedette Luther King, Grigori Lambrakis, il deputato greco ucciso dai colonnelli e che ispirò poi “Z”, il film di Costa-Gavras, e il reverendo Collins, Dean della cattedrale di St. Paul, la cui moglie si mostrò molto languida verso Marco. La pensione è frequentata da attempate vergini, da reverendi e pastori coi sandali francescani su calzini di lana grossa, da utopisti stravaganti e globetrotters solitari, tutti probabilmente sospettosi verso il sesso. Niente alcolici, ma la colazione di uova fritte, pancetta, pomodori e fagioli rossi, è ottima. Nell’atrio è in bella vista una splendida citazione di Penn, tratta dal saggio “The holy Experiment” (1681), che dà norme e regole al popolo del nuovo stato d’oltreatlantico: “Il governo è parte della religione stessa, qualcosa che è sacro (‘sacred’) nella sua fondazione e nei suoi fini”… “noi abbiamo concepito e composto al nostro meglio la cornice e le leggi di questo governo in vista di quello che è lo scopo supremo di ogni governo: mantenere il potere nel rispetto del popolo e assicurare il popolo dall’abuso del potere”. Da giovane, William Penn aveva più volte scontato il carcere per la sua infiammata predicazione di stampo “radicale” in difesa dei diritti civili e religiosi. Nel 1681 si trasferì in terra d’America, per fondarvi una società retta sui principi della benevolenza reciproca, che fosse “seme di una nazione”, di un popolo “libero, sobrio ed industrioso” governato dalle sue proprie leggi. Fu la Pennsylvania, con la capitale Philadelphia il cui nome grecizzante è un programma di radicalismo etico che direi prekantiano. Penn strinse con gli indiani del Delaware un memorabile trattato, nel quale i due contraenti erano alla pari. Suo è anche un altro famoso documento politico, le “Concessions and Agreements”, sorta di carta costituzionale per un gruppo di quaccheri che andava a stabilirsi nel New Jersey. Il documento prevedeva il diritto per ciascuno a essere giudicato da una giuria e a non essere imprigionato arbitrariamente per debiti, oltre a un editto contro la pena di morte. In quell’epoca oscura per le libertà, stabiliva che “nessun uomo ha potere o autorità sugli uomini per quanto concerne le materie di religione e le coscienze”. Il documento è stato definito “la prima chiara affermazione apparsa in America sulla supremazia della legge fondamentale, cioè dei ‘diritti universali’, sopra ogni possibile statuto o legge”. Ah, America, venusiana terra aperta agli utopisti, ai liberi e forti, Israele promessa ai pacifici, ai veri credenti e ai perseguitati dal potere, fuggi, fuggi via dall’Europa prona dinanzi al sanguinario Marte/Ares, padre di Deimo e Fobos, Paura e Terrore! In Europa, il secolo era cominciato con il rogo di Giordano Bruno; nel 1628 il cardinale Richelieu, onnipotente ministro di Luigi XIII di Francia, assediava e distruggeva La Rochelle, bastione degli ugonotti riformatori; nel 1649 il dittatore fondamentalista Cromwell faceva decapitare re Carlo I. In quegli stessi anni, i Papi condannavano i quietisti cattolici che tendevano a una forma di culto rispettosa della libertà interiore. Nel 1651 uscì il “Leviatano” di Hobbes, testo chiave dell’assolutismo statalista. Solo nel 1690 Locke avrebbe definito i diritti essenziali della tolleranza religiosa e politica.





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Il Bene e il Male in diretta

Stasera in tv c’erano due Italie. Una buona e una cattiva (oggi sono manicheo e me ne vanto). Nel senso—tanto per non lasciare dubbi—che una era rappresentava il bene e l’altra il male. Una, quella cattiva, era in scena a Otto e mezzo, l’altra, quella buona, ad Anno zero. La prima—che ho visto per intero—discuteva sulla “rivoluzione” di Ruini, con Emanuele Severino, Rosi Bindi, Sandro Magister e Luigi Bobba. Una discussione di alto profilo, civile …, però che sofferenza, ragazzi, quei discorsoni seriosi!

La seconda discuteva di diritti dei gay, e poi non so di che altro, visto che dopo cinque o sei miniti ho lasciato perdere (poi spiego perché). Chi c’era? Mah, io ho fatto caso soltanto a due personaggi: uno era Clemente Mastella, l’altro non lo conosco se non per averlo intravisto qualche altra volta da Santoro, e al momento non mi ricordo come si chiama (ma forse alla fine mi verrà in mente). Dunque, Mastella esprime il suo parere (che è quello che è) sulla materia del contendere. A un certo punto, se non ricordo male su sollecitazione di Santoro, fa riferimento alla sua fede per argomentare la sua posizione sull’argomento oggetto del dibattito, e lo fa in maniera molto corretta, senza presunzione, con equilibrio, mettendo avanti la consapevolezza che la fede, pur se intensamente vissuta, è anche dubbio, umana fragilità e cose di questo genere. Insomma, ci siamo capiti, che rottura ‘sti cattolici!

L’altro personaggio, nel frattempo, tace, ma una telecamera assassina lo inquadra per qualche secondo: si copre la bocca con una mano, trattiene a stento le risate mentre gli occhi quasi fuoriescono dalle orbite per lo sforzo. Come se chi stava parlando in quel momento stesse raccontando una barzelletta oscena, o come se Veltroni stesse rievocando (naturalmente davanti alle telecamere e alle penne fameliche dei cronisti) una delle innumerevoli scene struggenti del suo ultimo viaggio in Africa e ne stesse ricavando, trattenendo a stento le lacrime, un prezioso insegnamento da trasfondere senza se e senza ma nella sua quotidiana ed instancabile azione politica. Un momento di grande televisione-verità.

Ah, che magnifica trasmissione, con quell’ intelligenza vagamente selvaggia, se mi si passa l’espressione e il quasi ossimoro, e quel gusto un po’ estremo per la provocazione (intellettuale, of course) che sprizzava da tutti i pori e perfino, appunto, fuori dagli occhi del personaggio semi-sconosciuto!

Insomma, ribadisco che ho visto in scena il Bene e il Male. Naturalmente, era più interessante il Male (come la Divina Commedia: volete mettere l’Inferno rispetto al Paradiso?). Comunque, se, come dicevo, dopo qualche minuto di quel concentrato di Bene ho spento il televisore, è stato solo ed esclusivamente perché all’improvviso ho avvertito dei problemi all’apparato digerente—sintomi inequivocabili che non nomino per educazione ... Succede, dopo cena, quando si è un po’ delicati.

Vabbè, l’ho detto. Dovevo dirlo, e ora sono soddisfatto. Che altro? Ah sì, or ora, rievocando lo spiacevole dopo-trasmissione, m’è venuto in mente il nome del personaggio (mi sarebbe dispiaciuto tacerlo): era un certo Travaglio, Travaglio Marco, e ora che ci penso devo essermi già occupato di lui in qualche altro post, nella categoria "uomini d'onore," alla quale appartiene di diritto anche questo modesto esercizio di stile.



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