November 11, 2006

Monte Sant'Angelo

Monte Sant’Angelo, sul Gargano, provincia di Foggia, a 850 metri sul livello del mare. Ci sono stato qualche anno fa e ne conservo un ricordo indelebile. Il contesto naturale è semplicemente stupendo. La città è cresciuta intorno al celebre Santuario di San Michele—sorto tra la fine del V e l’inizio del VI secolo—e conserva miracolosamente un aspetto antico e severo, intriso di spiritualità e di storia, di devozione e di mistero. Se non è cambiata nel frattempo, fate conto che il tempo (il “progresso”), da quelle parti, non abbia provocato i danni che sono visibilissimi in una quantità di luoghi sacri e profani di mezzo mondo.

La “Celeste Basilica” sorge nel luogo indicato, secondo la tradizione, dallo stesso Arcangelo: una grotta. E’ l’unico luogo di culto della cristianità non consacrato da mano umana, in quanto alla consacrazione ha provveduto lo stesso Titolare ... Sono passati di lì papi, re, imperatori e santi. Tra questi ultimi San Francesco, nel 1226. Ma non volle entrare nella Grotta, ritenendosi indegno, e pertanto si fermò sulla soglia, baciò la terra e incise su una pietra il segno di croce in forma di Tau.

Se questo post vi ha incuriosito date una letta alla Guida illustrata—succinta ma molto ben documentata—che ha scritto il Padre Ladislao, della Congregatio Sancti Michaelis Archangeli, cioè la congregazione di religiosi che dal 13 luglio 1996 ha assunto ufficialmente la cura pastorale del Santuario. Altre belle immagini le potete ammirare nel sito del Comune.

Se non siete ancora stati a Monte Sant’Angelo, sappiate che avete perso qualcosa. Che siate credenti o meno. Oggi, festa di San Michele,* volevo giusto farvelo sapere.

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*Questo post è stato pubblicato per la prima volta su windrosehotel.splinder.com il 29 settembre 2005



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Todorov: A che cosa apparteniamo

Su la Repubblica del 30 giugno («Diario»), Tzvetan Todorov ha tracciato un profilo dell’«identità europea» che merita di essere letto e meditato. Todorov parte da una celebre definizione del poeta e saggista francese Paul Valéry:


Io chiamo europei, diceva in sostanza Valéry, i popoli che nel corso della loro storia hanno subito re grandi influenze: quelle che possono essere simbolizzate dai nomi di Roma, Gerusalemme e Atene.
Da Roma vengono l’impero con il potere statale organizzato, il diritto e le istituzioni, lo status di cittadino. Da Gerusalemme, o per meglio dire dal cristianesimo, gli europei hanno ereditato la morale soggettiva, l’esame di coscienza, la giustizia universale. Atene, infine, aveva lasciato in eredità il gusto della conoscenza razionale, l’ideale di armonia, l’idea dell’uomo come misura di tutte le cose.
Chiunque possa fregiarsi di questa tripla eredità, concludeva Valéry, può a giusto titolo essere definito europeo.

Todorov spiega così il contributo del cristianesimo:


Il cristianesimo ci ha lasciato in eredità non soltanto le idee di individuo e di universalità, o il gusto della conoscenza del mondo, ma anche, per quanto possa apparire paradossale, l'idea di laicità. È con le frasi del Cristo, «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio» (Mt 22, 21), oppure «Il mio regno non è di questo mondo» (Gv 18, 36), che la necessità di separare terra e cielo, gli affari dello Stato e quelli della Chiesa, compare per la prima volta. Il teologico non conduce al politico, la trascendenza è vissuta in modo individuale.

E quello della Grecia:


La tradizione greca, a sua volta, ci trasmette anche un'idea politica importante, quella di democrazia. La comunità di tutti i cittadini è ormai responsabile del destino politico dello Stato nel suo insieme. Il potere assoluto del tiranno, del re o degli aristocratici, vale a dire di una minoranza, è messo in discussione. La democrazia greca, ovviamente, è imperfetta rispetto alla forma che hanno assunto oggi le nostre esigenze democratiche, perché più della metà della popolazione, all'epoca, ne era esclusa: le donne, gli stranieri, gli schiavi. Ma resta comunque il fatto che quella è stata la prima apparizione del concetto di sovranità popolare.

Ma secondo Todorov ci sono “contributi dell'epoca moderna, che ci sembrano altrettanto essenziali per l'identità culturale del nostro continente,” vale a dire:


Il secolo dei Lumi, che sintetizza e sistematizza il pensiero europeo dei secoli precedenti, occuperebbe in questo caso un posto di primo piano. L'idea di autonomia, messa in risalto da Kant, consiste nell'affermare che ogni essere umano è in grado di conoscere il mondo autonomamente, e di decidere del proprio destino. Proprio come il popolo è sovrano in una democrazia, l'individuo lo può diventare nel proprio ambito personale. Il XVIII secolo vede inoltre l'avvento dell'umanesimo, vale a dire della scelta che consiste nel fare dell'uomo stesso la finalità dell'azione umana. Lo scopo dell'esistenza umana sulla terra non è più cercare la salvezza della propria anima nell'aldilà, ma raggiungere la felicità sulla Terra. Il riconoscimento di una pluralità legittima, che sia quella delle religioni, quella delle culture o quella dei poteri in seno a uno Stato, va ad aggiungersi anch'esso all'eredità che l'Illuminismo ha lasciato all'identità europea: essa incorpora il concetto di pluralismo.

Fin qui, mi pare, quello di Todorov è un utile “ripasso” di ciò che già sappiamo (o dovremmo sapere), in forma di riassunto per sommi capi e con chiara finalità “didascalica.” Ma la sua riflessione tenta di muovere qualche passo in avanti. E a un certo punto lo studioso si domanda se noi, per caso, non stiamo “reiterando il nostro ideale contemporaneo, contentandoci di cercargli delle prefigurazioni storiche.”

In sostanza, scrive Todorov, se da una parte, e senza ombra di dubbio, queste “prefigurazioni” esistono, dall’altra non si può negare che esse non sono le uniche. Ad esempio, se l'idea di uguaglianza fra tutti gli esseri umani è sicuramente un portato della storia europea, anche quella di schiavitù lo è, come lo sono la tolleranza è il suo contrario, cioè il fanatismo e le guerre di religione. E allora? Come uscire dall'impasse in cui ci troviamo? Tanto per cominciare, suggerisce Todorov, occorre

ricordare che l'identità collettiva di cui l'individuo è parte non è mai unica. Gli esseri umani non hanno alcuna difficoltà ad assumere più identità alla volta, e dunque a provare molteplici solidarietà. Questa pluralità è la regola, non l'eccezione. Oltre che, per fare un esempio, "francese", io mi riconosco anche come originario di una certa regione, come uomo o donna, come un adolescente o un pensionato, come un individuo appartenente a un determinato ambiente, che esercita una determinata professione, che professa una determinata religione.

Dunque, c’è ancora spazio per “un'identità spirituale europea?” Sì, secondo lo studioso francese:

L'unità della cultura europea risiede nella sua capacità di gestire le diverse identità regionali, nazionali, religiose, culturali che la costituiscono, e di trarne profitto.

La parola chiave è, naturalmente, «pluralismo». Tra i pensatori del XVIII secolo, è Montesquieu colui che, parlando dello Stato, ha indicato quale fosse il nocciolo del problema. Interpretando “la contrapposizione fondamentale tra Stati moderati e Stati tirannici come quella tra la ripartizione dei poteri tra più soggetti o la loro concentrazione nelle mani di uno solo.”

Mi sembra una buona base per una riflessione che affronti il tema dell’identità europea con sufficiente rispetto per la complessità della materia. In particolare, colpisce il fatto che tra le tre radici segnalate da Valéry e il supplemento di indagine proposto (abbozzato) da Todorov vi sia un legame profondo e indissolubile. Resta solo il dubbio che una lettura estensiva del concetto di «pluralismo» possa sfociare in una sorta di “agnosticismo” in cui si finisca per rassegnarsi alla relativizzazione dello stesso pluralismo, visto che abbiamo a che fare, tra l’altro, con qualche fondamentalismo che nel frattempo ha messo radici in Europa. Ma questa non sembra certamente l’idea che Todorov si è fatto della questione.

[Questo post è stato pubblicato per la prima volta su windrosehotel.splinder.com il 2 luglio 2006]



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What's Left? (2)

Oliver Kamm isn’t the only one who has had a preview of Nick Cohen’s new book, What's Left? How the Liberals Lost their Way, due to be published in February. Norm also has had the opportunity to read the book in draft, and here are the two excerpts he has selected to share with his readers:

The anti-war movement disgraced itself not because it was against the war in Iraq, but because it could not oppose the counter-revolution once the war was over. A principled Left that still had life in it and a liberalism that meant what it said might have remained ferociously critical of the American and British governments while offering support to Iraqis who wanted the freedoms they enjoyed. It is a generalisation to say that everyone refused to commit; the best of the old Left in the trade unions and Parliamentary Labour Party supported an anti-fascist struggle regardless of whether they were for or against the war, and American Democrats went to fight in Iraq and returned to fight the Republicans.
But... no one who looked at the liberal-left from the outside could pretend that such principled stands were commonplace.

[…]

If the new left of the 21st century is to be a liberal-left worth having, then it must learn from the best of the old traditions. First, it must understand that we are lucky people who have won life's lottery. An accident of birth has given us freedom and the wealth that comes with it. We don't have an obligation to overturn tyranny by military force. But we have no right to turn our backs on those who want the freedoms we take for granted. We have no good cause to scoff at them and make excuses for the men who would keep the knife pressed to their throats. The best reason for offering them support is that we can. We have the freedom to vote, to lobby, to protest, to write and to speak, and there is no point in having freedom unless you use it to a good purpose.





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