August 23, 2006

Quel male primigenio dietro la croce uncinata

Nessuno può dire, penso, per quale strano automatismo, “riflesso condizionato” e cose del genere, a volte ascolti o leggi qualcosa e improvvisamente fa capolino nell’anticamera del tuo cervello un pensiero, una citazione letti/ascoltati chissà dove, chissà quando e che, almeno apparentemente, non c’entrano niente con ciò di cui ti stai occupando. Salvo poi, dopo, qualche istante di spaesamento, realizzare che sì, c’entrano, anche se in una maniera un po’ “obliqua” e, se vogliamo, anche piuttosto subdola.

La stessa cosa mi è capitata leggendo le critiche al discorso di Benedetto XVI al campo di concentramento di Auschwitz-Birkenau. Lo strano è che la citazione sembra un po’ troppo severa in rapporto a ciò che l’ha subdolamente provocata. Anche perché le critiche non sono campate in aria, o almeno non lo sono i rilievi mossi, ad esempio, da Giovanni De Luna su La Stampa di oggi. Utilizzo proprio la riflessione di De Luna per rendere il tono e la sostanza dei rilievi critici mossi al Papa:

Benedetto XVI è rimasto significativamente impigliato in due «nodi» su cui si è soffermato il dibattito storiografico di questi anni: le responsabilità del popolo tedesco nello sterminio degli ebrei e il rapporto tra la Shoah e il presunto disegno hitleriano di attaccare le radici cristiane della nostra civiltà. Rispetto al primo, l'affermazione del Papa tesa a circoscrivere le colpe a «un gruppo di criminali» che «usò e abusò» del popolo tedesco, rendendolo «strumento della loro smania distruzione e di dominio», entra in rotta di collisione con tutta l'impressionante mole di ricerche storiche che
hanno invece insistito sulla «normalità del male»; è un filone al cui interno (sulla scia di Hannah Arendt) l'enormità della Shoah è racchiusa proprio nella «normalità» dei carnefici, fedeli servitori dello Stato e delle sue regole.
[…]
Ancora maggiori perplessità suscita poi la sua seconda affermazione sui «nazisti che volevano distruggere il popolo ebraico per strappare la radice su cui si fonda il cristianesimo». Il progetto di sterminio si sviluppò in realtà lungo una direzione che francamente fa apparire il cristianesimo un bersaglio trascurabile, quasi inesistente. Quel progetto, irrinunciabile e totalitario, rivelò soprattutto l'essenza compiutamente biopolitica del nazismo (la vita traducibile immediatamente in politica e, viceversa, la politica segnata da una caratterizzazione intrinsecamente biologica); il regime di Hitler spinse la «biologizzazione» della politica a estremi mai raggiunti in precedenza, e il popolo tedesco diventò una sorta di corpo organico, da curare e proteggere,
amputandone violentemente le parti infette, quelle «spiritualmente già morte»: la soppressione del nemico, in particolare degli ebrei, era necessaria per garantire la vita del popolo, lo Stato con lo sterminio di massa garantiva il benessere e la felicità dei suoi sudditi. Sia nell'eutanasia praticata su larga scala sui malati di mente, sia soprattutto ad Auschwitz e dintorni, questa forma di esercizio del potere fece del nazionalsocialismo la sintesi perfetta tra politica, Politik (la lotta contro i nemici interni e esterni dello Stato fino alla loro morte e all'annientamento) e polizia, Polizei (la cura per la vita dei cittadini in tutte le sue estensioni). Come ha scritto Giorgio Agamben, «la polizia diventa politica e la cura della vita coincide con la lotta contro il
nemico».

Ebbene, che dire? Che semplicemente il ragionamento sta in piedi. La prima delle due obiezioni, in particolare, mi sembra inconfutabile e, direi, persino fuori discussione. Credo che, in linea di principio, si possa convenire anche con la seconda, sebbene sostenere tout court che il cristianesimo fosse per i nazisti “un bersaglio trascurabile, quasi inesistente” mi sembra una tesi un po’ troppo netta: forse necessiterebbe di qualche supplemento di riflessione e di argomentazioni meno sbrigative. Ma, insomma, come dicevo, il discorso regge.

E allora? Cosa c’è che non va? C’è che, fermo restando quanto detto sopra, bisognerebbe non sottrarsi, come suggerisce Ernesto Galli Della Loggia sul Corriere della Sera di oggi, ad una constatazione piuttosto ovvia e alla domanda che ne deriva: in un discorso pubblico del genere, pronunciato in quel luogo e per giunta da un Papa tedesco, Benedetto XVI avrebbe facilmente potuto ricalcare gli schemi consueti e ripetere i giudizi, le attribuzioni di colpe, le deprecazioni e le evocazioni che tutti sappiamo (giustamente) a memoria, e invece non l’ha fatto: perché? Direi che Galli Della Loggia lo ha spiegato molto bene, cogliendo alcuni risvolti del discorso di Papa Benedetto che ai critici sembrano essere sfuggiti (e lasciando intendere che quelle obiezioni sono un po’ troppo facili). Se il Pontefice ha preferito battere un’altra strada rispetto a quella più “facile” e scontata, ciò si spiega in due modi:

Per un verso [Benedetto XVI] ha scelto di volare più basso, ma insieme, per un altro verso, di muoversi ad altezze inconsuete per il discorso pubblico ufficiale.
L’autenticità umana, l'originalità intellettualee l’ispirazione dell’uomo di Dio, si sono così intrecciate e confuse davanti ai tetri edifici di Auschwitz in una meditazione ampia e nervosa, dall’andamento quasi spezzato. L’accento dimesso è risuonato in quel presentarsi semplicemente come «figlio del popolo tedesco» (un’espressione ripetuta ben tre volte in poche righe), ma proprio ciò ha conferito un senso estremo all’inevitabile questione della colpa collettiva.

Molti hanno osservato che l’analisi di Ratzinger sull’ascesa del nazismo è stata troppo indulgente verso i suoi compatrioti […]. [M]a il senso del richiamo del Pontefice al ruolo della leadership nazista sta nel voler porre l’accento su un elemento troppo spesso cancellato quando si parla del nazionalsocialismo, e cioè il nichilismo radicale, la smisuratezza antiumana, insomma il demoniaco che si stagliava dietro la croce uncinata e che ne faceva il simbolo di un vero e proprio risorgente paganesimo, spesso nelle forme ancora più agghiaccianti di una disciplinata burocrazia. [Il corsivo è mio]


Mi sembra che il percorso “anomalo” seguito da Galli Della Loggia—naturalmente sulla scia di un Papa davvero anticonformista—lo abbia condotto fino a quello che a me sembra essere il cuore della faccenda. Seguiamo ancora l’editoriale:

Vi fu insomma nel nazismo l’affiorare comedi un male primigenio che per venire alla luce non si affidò certo al «popolo », ai «tedeschi», ma ebbe per l’appunto bisogno della mediazione di «capi», di cupe figure di despoti di cui Hitler rappresentò un paradigma esemplare. Con la mente rivolta a questo demoniaco in certo senso prepolitico, anche se micidialmente calato nella storia, ha parlato Benedetto XVI: dunque trascurando di evocare (è permesso dirlo a tanti suoi critici che invece avrebbero voluto proprio questo?) i precisi excursus fattuali, le responsabilità delle Chiese cristiane (quella di Roma fu solo una tra le tante), le specificità ideologiche (a cominciare dall’antisemitismo, non nominato, d’accordo, ma se si dice Ebrei e Shoah di cosa si sta mai parlando?). Un discorso, forse, troppo teologicamente ispirato e troppo poco politico, troppo lontano dalle convenienze del senso comune. Forse. Ma solo evocando il male assoluto, solo scorgendo tra i fumi infernali dei camini di Auschwitz il volto di Satana, solo così acquista senso il grido supremo della disperazione umana che Joseph Ratzinger ha rivolto al cielo. [Corsivi miei anche
stavolta]

Ebbene, direi che quest’uomo ha capito tutto, anche se, a mio sommesso parere, non ci voleva precisamente un genio per arrivarci—il che non significa affatto che Galli Della Loggia non lo sia, dal momento che probabilmente lo è davvero! Più difficile, semmai, era spiegarlo in maniera tanto succinta e nel contempo così efficace. Ma forse, se a qualcuno è risultato così difficile capire quale fosse il “messaggio” sotteso dal discorso Pontefice, una ragione profonda c’è (di sicuro non si tratta di “dura cervice” e cose di questo genere). E a questo punto, vedi un po’, torna in ballo la citazione di cui parlavo all’inizio, e di cui magari qualcuno pensava che mi fossi dimenticato. Neanche per sogno. Eccola (ma a ripensarci è dura, dura assai …):

Egli disse: "Va' e riferisci a questo popolo: Ascoltate pure, ma senza comprendere, osservate pure, ma senza conoscere. Rendi insensibile il cuore di questo popolo, fallo duro d'orecchio e acceca i suoi occhi e non veda con gli occhi né oda con gli orecchi né comprenda con il cuore né si converta in modo da esser guarito".
Isaia 6, 9-11


[Questo post è stato pubblicato per la prima volta su windrosehotel.splinder.com il 30 maggio 2006. I commenti al post originale sono interessanti]



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Ma Hitch non è quel che crede Rocca

Mi ha fatto uno strano effetto l’audio-video dell’incontro organizzato dal Foglio e che si è tenuto giovedì scorso in un cinema romano in occasione dell’uscita Cambiare regime, l’ultimo libro di Christian Rocca. Un libro che parla alla sinistra di ciò che essa è diventata malgrado la sua storia e le sue innumerevoli battaglie per la libertà e contro la tirannie, e naturalmente di ciò che «dovrebbe essere».

Gli ospiti erano di tutto rispetto: oltre all’autore c‘erano Giuliano Ferrara, che faceva gli onori di casa, Christopher Hitchens, Paul Berman, John Lloyd, Piero Fassino e Adriano Sofri (degli interventi di questi ultimi sono disponibili le trascrizioni, rispettivamente qui, qui e qui).

Nessuna novità, direi, per chi già conosce le idee degli intervenuti. Non particolarmente entusiasmante, a mio parere, l’intervento di Christopher Hitchens—che sembrava un po’ annoaiato e, tra l’altro, non ha speso una sola parola sul libro, se non ho perso qualcosa a causa della mia distrazione o di una traduzione simultanea che faceva fatica a tener dietro allo stile di comunicazione dell’oratore—, mentre Paul Berman, ha elogiato calorosamente la fatica letteraria di Rocca, pur non avendone potuto un’avere esperienza diretta, presumo, dal momento che non credo conosca l’italiano.

John Lloyd, corrispondente del Financial Times in Italia, nonché collaboratore de la Repubblica e in possesso di una discreta conoscenza della lingua italiana, ha parlato anche lui abbastanza bene del libro, che probabilmente ha letto. Lloyd, tra l’altro, ha detto alcune cose interessanti sul Manifesto di Euston (“un documento banale” ma di cui, in sostanza, c’era bisogno), cui Rocca ha dedicato molte delle sue energie in questi ultimi tempi, dal momento che le idee che vi si sostengono sono le stesse che egli, col suo libro, vorrebbe rimettere al centro del dibattito politico all’interno della sinistra. In sostanza Lloyd ha detto che in Cambiare regime ci sono parecchie cose interessanti, e tra queste una profonda sintonia con lo Euston Manifesto, che è nato principalmente per iniziativa di alcuni bloggers, tra i quali Norman Geras (è lui che ha scritto in gran parte il testo del documento). Il che ha suggerito al corrispondente del Financial Times considerazioni importanti sul ruolo della blogosfera nel dibattito in corso. Lloyd, insomma, ha per lo meno provato a colmare una lacuna del convegno, che non ha chiamato sul palco alcun blogger. Anzi, se non era per lui la blogosfera sarebbe stata completamente “cassata” dal novero delle parti in causa. Piuttosto incomprensibile.

Fassino ha ripetuto argomentazioni già note per ribadire che è d’accordo su tutto tranne che sulla guerra, da non escludere a priori ma da lasciare come extrema ratio. Noto en passant che non mi sembra che il leader diessino abbia detto alcunché circa il rientro immediato delle truppe, probabilmente perché non se l’è sentita di sottoporsi alla ginnastica mentale che gli sarebbe costata la difesa delle posizioni alla luce del suo stesso ragionamento. Anche lui contrario alla guerra, Sofri ha svolto, da par suo (nonostante la convalescenza), un ragionamento problematico, ma ricco di suggestioni e di riferimenti concreti particolarmente evocativi.

La cosa più simpatica che ha Sofri detto è: «Qui siamo tutti di sinistra, persino Christian Rocca». Ma su questo vorrei dire una cosa. Questa: è inesatto dire, come ad esempio fa insistentemente Christian Rocca, che Christopher Hitchens è di sinistra. Certo, lo è stato—non da socialdemocratico, bensì da trotzkista!—e quelle sono le sue “radici” culturali, filosofiche e politiche, ma oggi non lo è più, anzi, non ne vuole proprio sapere. Personalmente ho memoria non solo di ciò che lui stesso ha detto e ripetuto più volte, ma anche degli appelli a “tornare a casa” che il suo estimatore e discepolo Johann Hari, un giovane giornalista e scrittore britannico, Lefty che metà basta, gli ha rivolto in più di una occasione. Ricordo perfettamente che una volta Norman Geras—che, lui sì, resta di sinistra e marxista nonostante tutto—rispose proprio a Hari che “essere di sinistra non è la cosa più importante” a fronte di una situazione quale quella attuale. Ora non ho il tempo di documentare quel che dico, ma sono in grado di farlo senza problemi se qualcuno ha dei dubbi. Si pensi che, addirittura, non ha neppure firmato lo Euston Manifesto (aveva detto che forse, chissà, lo avrebbe fatto, ma ancora la sua firma non c’è), e questo semplicemente perché si tratta di un documento partorito dalla sinistra.

“Dite pure che sono un neonservative, se proprio dovete” ha protestato “the Dude” in un articolo in cui parlava anche del Manifesto. Insomma, capisco che Hitchens è un’icona della sinistra di scuola anglosassone, e capisco anche che Rocca lo voglia additare ai nostri Leftists come un esempio da seguire e imitare per il suo sostegno alla causa dell’esportazione della democrazia, ma adesso Hitch è uno che ha cambiato idea, e non mi sembra sia il caso di far passare sotto silenzio questa realtà: se n’è andato dalla sinistra perché non poteva più starci. E non è il solo. Figurarsi: se uno come lui ha cambiato idea, quanto più facile può essere per chi non è mai stato marxista, trotzkista, ecc., bensì, più modestamente, un liberalsocialista, socialdemocratico e riformista?

Vabbè, cambiamo discorso. Per chiudere, segnalo che sul Foglio del 31 maggio, a completamento dell’operazione, Rocca ha parlato della sinistra americana. Per informarci che i neoconservatives stanno riconquistando il partito democratico, o qualcosa del genere. Fosse vero sarebbe una notizia.

[Questo post è stato pubblicato per la prima volta su windrosehotel.splinder.com il 5 giugno 2006. I commenti al post originale sono interessanti]



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Libertà (TocqueVille compie un anno)

TocqueVille ha un anno, ed io mi unisco ai tanti che celebrano il compleanno. E’ stato un anno, come tutti sanno, di grande crescita per questa aggregazione di blogs, uno sviluppo inatteso per le proporzioni (oggi sono ben novecento i “cittadini”), ma proprio per questo carico di significato: evidentemente c’era bisogno di TocqueVille, meglio, la cultura politica italiana aveva bisogno di questa novità.

Tra le varie anime della “Città dei Liberi”—così si compiacciono di chiamarla i TocqueVillers, e a buon diritto, a mio avviso—si verificano talvolta conflitti e qualche screzio, cosa non sorprendente se pensiamo che vi convivono “destri” e radicali, neocons (“idealisti wilsoniani”) e “realisti,” cattolici a 24 carati e laicisti, e in più alcuni (pochi) “riformisti”—virgolette d’obbligo, data la confusione che regna sovrana, oramai, circa il significato da attribuire a un termine che definire abusato sarebbe il minimo …

Eppure, nonostante questa eterogeneità, i motivi che spingono alla sintesi sono nettamente prevalenti rispetto a quelli che indurrebbero alla divisione e alla rottura. Probabilmente ciò è dovuto almeno in parte alle ben note anomalie italiane, prima fra tutte una “sinistra democratica” dimentica di se stessa—quella che ho tante volte cercato di dipingere su questo blog—e divisa al proprio interno tra chi vorrebbe liberarsi dalle incrostazioni estremistiche, ma non riesce e non vuole andare fino in fondo in quella difficile impresa, e chi pensa o fa finta di pensare che non ci sia proprio nulla di cui sbarazzarsi. E taccio della sinistra radicale, sulla quale non si può dir nulla, se non che è incredibile che ci sia ancora tanta gente che crede che un Paese come l’Italia possa essere affidato ai Diliberto e ai Bertinotti, ancorché di quest’ultimo si possa almeno apprezzare l’intelligenza e un fair play rarissimo da quelle parti.

Questa è un’epoca in cui tutto è rimesso in discussione, e non solo in Italia. Se in Gran Bretagna, ad esempio, Tony Blair è odiato più che altro dai suoi compagni di partito, una ragione profonda deve pur esserci, e questa investe la natura stessa della sinistra. Penso che davvero sia arrivato il momento di lasciar perdere concetti come “destra” e “sinistra.” Per non parlare di contrapposizioni come quella tra “laici” e “cattolici,” che—non da oggi, e neppure da ieri—mostrano segni di un tale logoramento che si fa persino fatica a costruirci su un ragionamento serio.

Mi rendo conto, però, che ci vorranno anni e anni per fuoriuscire da quelle categorie mentali. E’ l’approdo, comunque, che è sommamente incerto: noi non sappiamo dove ci porterà questo rimescolamento di carte. La “questione religiosa” e i grandi temi della bioetica sono emblematici di questa incertezza: attraversano i tradizionali steccati e lasciano di stucco chi vorrebbe semplificare. Atei (devoti o meno) appoggiano le posizioni più oltranziste del Vaticano in materia di bioetica e di morale sessuale, cardinali di Santa Romana Chiesa si fanno applaudire dai laicisti e dai “libertini” con interviste clamorose e imbarazzanti.

Ci può essere ancora qualcosa come una linea di demarcazione invalicabile, un Vallum Hadriani che impedisca alla confusione di generare un disorientamento totale, che separi la barbarie politica dalla civiltà, il progresso ragionevole dalla conservazione becera, l’umanesimo dalla sua negazione? Io penso di sì, ma non saprei indicarla con precisione nella mappa ideale del nostro universo politico, culturale e civile. Quello che credo di sapere con ragionevole certezza è che i vecchi spartiacque separano ormai soltanto i pregiudizi degli uni dai pregiudizi degli altri, cioè servono solo a fomentare polemiche sostanzialmente sterili.

In questo contesto di incertezza saranno fondamentali il pensiero creativo e il gusto del “mettersi in cammino” che, a mio avviso, hanno contrassegnato la nascita e il primo anno di vita di TocqueVille. Per proseguire servirà un coraggio da pionieri per addentrarsi in territori inesplorati e selvaggi, così come servirà un anticonformismo ai limiti della spregiudicatezza intellettuale per tracciare nuove rotte, diverse da quelle percorse dalle generazioni che ci hanno preceduto, anche se la meta, alla fine, non potrà che essere quella di sempre: la Terra promessa che i Padri Fondatori degli Stati Uniti d’America ci hanno insegnato a chiamare con l’unica parola che può unire tutti i nuovi Pellegrini: LIBERTA’.

[Questo post è stato pubblicato per la prima volta su windrosehotel.splinder.com il 13 giugno 2006. I commenti al post originale sono teressanti]



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Give to France what is France's



French daily newspaper France Soir Wednesday reproduced the 12 caricatures named "Faces of Muhammad" that had been previously published by Danish Jyllands-Posten. This just one day after a bomb threat forced Jyllands-Posten—which already had apologized, although it maintained it was legal under Danish law to print them—to evacuate its offices. Also Tuesday, Interior ministers from 17 Arab countries asked the Danish government “to firmly punish the authors of these offences." Here is a report by the BBC:



France Soir said it had published the cartoons to show that "religious dogma"
had no place in a secular society. Their publication in Denmark has led to protests in several Arab nations. Responding to France Soir's move, the French government said it supported press freedom - but added that beliefs and religions must be respected. Islamic tradition bans depictions of the Prophet Muhammad or Allah.
Under the headline "Yes, we have the right to caricature God", France Soir ran a front page cartoon of Buddhist, Jewish, Muslim and Christian gods floating on a cloud. It shows the Christian deity saying: "Don't complain, Muhammad, we've all been caricatured here."
The full set of Danish drawings, some of which depict the Prophet Muhammad as a terrorist, were printed on the inside pages.
The paper said it had decided to republish them "because no religious dogma can impose itself on a democratic and secular society."

As a believer, I cannot find it in my heart to laugh when people take the mickey out of someone else's religion (as well as other people because of their beliefs), but it is also an opinion of mine that “no religious dogma can impose itself on a democratic and secular society.”

[Hat tip: Norm]

UPDATE [Thursday, February 2, 4:55 pm]
France Soir's editor, Jacques Lefranc, has been dismissed by the paper's French Egyptian owner in response to criticism from Muslim groups (The Guardian, BBC).

UPDATE 2 [Thursday, February 2, 8:25 pm]
The Scotsman:

The BBC said it would broadcast the cartoons which have caused a storm of protest in the Islamic world and led to the sacking of a French newspaper editor. The cartoons include an image of the prophet Muhammad with a turban shaped like a bomb, and another showing him saying that paradise was running out of virgins. The BBC emphasised that the images would be broadcast "responsibly" and "in full context" and "to give audiences an understanding of the strong feelings evoked by the story".

[Hat tip: david t]

[This post was first published at windrosehotel.splinder.com on February 2, 2006]



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'But his Venice is not our city'

His first book—Midnight in the Garden of Good and Evil (1994), turned into a Hollywood movie (1997) starring John Cusack, Kevin Spacey and Jude Law—had a remarkable four-year run on The New York Times bestseller list. It also made the Author a celebrity in the southern US city of Savannah, where the book was set. Why? Well, perhaps because, as a Savannahian once declared, "Once upon a time John Berendt came to town, and Savannah hasn't been the same since."

Yet, Venice, the setting for John Berendt’s new book, The City of Falling Angels, is vastly different from Savannah, Georgia, even though the Author—who spent much of the last decade in the “Serenissima”—has been trying to do in Venice what he did in Savannah with his first book: offer up local secrets and scandals for public perusal. That is why, perhaps, the translated Italian version hasn't exactly been jumping off the shelves, as Elisabetta Povoledo pointed out in yesterday’s International Herald Tribune. As for the gossip, well, it must be said that

[b]y their own admission, Venetians take pleasure in gossip. In fact, talking about your neighbors is such an art here that there's even a term in the local dialect - "tajar tabari" - for the practice of cutting someone up behind his or her back.

But it's one thing for locals to tell tales among themselves, quite another when a stranger blusters in and does it. That is why some people here haven't taken too kindly to John Berendt's "City of Falling Angels," […]

As a result, for instance, asked to comment on the book, the mayor of Venice, Massimo Cacciari—who is also a philosopher and one of the most prominent Italian intellectuals— answered this way: "It's not my habit to comment on books that don't interest me or, for various reasons, I don't like." Or, to make another example,

"His Venice is not our city," said Cristiano Chiarot, the director of marketing and communications for La Fenice Opera, which figures prominently in the book. Venice, he added, has many facets. "Berendt captured some of them but not its soul."

As a matter of fact, as IHT reported,

The author makes no bones about his American's-eye-view of the city. "Obviously I wrote with a foreigner's eye," he said in a telephone interview from his home in New York. "You can object to it, but it hardly sounds like a legitimate complaint. Foreigners have been writing about Venice forever."
But, as Elisabetta Povoledo sharply pointed out,


[o]ne thing that distinguishes Berendt from his predecessors is that he chose to write about Venetians.

There is actually a small difference …


[This post was first published at windrosehotel.splinder.com on May 27, 2004]



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