November 21, 2007

Se i Gracchi furono populisti

Un’occhiata, non di più, alla stampa e alla blogosfera, ieri (giornata piena, anzi strapiena), ma quanto basta per toccare con mano quanto la svolta del Cavaliere abbia sconvolto, gettato nel caos, lasciato secchi o storditi.

Ma soprattutto è stato istruttivo il dialogo con le numerose persone in carne ed ossa che ho incontrato e con cui ho potuto scambiare due chiacchiere al volo tra un impegno e l’altro. Anche perché, in questi casi, le reazioni sono state un po’ diverse: autentico entusiasmo nei colleghi e conoscenti di centrodestra ed una curiosità senza falsi pudori in quelli di centrosinistra. Uno di sinistra mi ha confidato—guardandosi prima attorno con circospezione—di aver vivamente apprezzato il colpo mortale inferto da Berlusconi … alla noia (“non se ne può più di questa politica …”).

Tuttavia non sfrutterò i pur sacrosanti sfoghi esistenziali dell'«uomo della strada» per avvalorare quanto ho espresso nel post precedente. Anche perché ho sottomano, se non di meglio, qualcosa di più convincente dal punto di vista della tradizionale dialettica politica, vale a dire la serrata confutazione degli argomenti anti-Berlusconi (è populista e plebiscitario, un demagogo, un cortocircuito temibile, una minaccia, e così via) dell’ottimo Oscar Giannino, su Libero. Ne riporto qualche stralcio.

Populismo

Quanto a populismo, se un difetto storico noi sparuti liberisti imputiamo a Silvio, è proprio di non essersi mai fatto davvero un Pierre Poujade, il cartolaio di Saint-Cére che nel 1953 scosse la Francia dalle fondamenta contro le tasse. Eh no, cari dissenzienti, il populismo vero è di chi pro­mette a destra e manca pur di tenersi avvinghiato al potere, e da questo punto di vista esso abita a palazzo Chigi, con Prodi. 12,3 miliardi di spesa pubblica aggiuntiva che si sono sommati alla Fi­nanziaria in Senato, pur di far contenti tutti da Lamberto Dini a Franco Giordano, ne sono la più plateale conferma.

Sul principio carismatico e plebiscitario

Se malgrado 13 anni di maggioritario le coalizioni restano eterogenee fino all'impossibilità di governare - come si è visto sotto la destra come sotto la sinistra - tan­to vale abbracciare un proporzionale corretto da soglie ma con ciascuno che corra per il proprio programma e con alleati più coesi. E l'esatto con­trario del principio carismatico e plebiscitario.

Inoltre,

quanto all'appello direttamente ai cittadini per iscriversi al nuovo Partito della libertà, anche qui cerchiamo di intenderci. Rispetto alla regola co­stituzionale per la quale i partiti sono libere asso­ciazioni attraverso le quali i cittadini concorrono a determinare la politica nazionale, il meccani­smo scelto da Silvio è meno rispettoso di quello che ha presieduto alla nascita del Pd, con la desi-gnazione a tavolino di un leader da parte di un'oli­garchia, e la spartizione matematica tra le due nomenklature dei Ds e della Margherita delle lea­dership e delle composizioni dei nuovi organi co­stituenti? No. È la nascita del Pd a peccare di oligarchismo, visto che non sono stati certo i votanti delle primarie a determinare l'indicazione di Veltroni e i candidati alle segreterie regionali.

Per concludere:

A dar fastidio, di Silvio, è il consenso di cui gode nel popolo, necessario lievi­to per fare del partito delle Libertà l'equivalente dell'Ump francese. A risultare insopportabile è la sua capacità di parlare direttamente agli italiani. Come Bonaparte ai suoi grognards, aggirando la mediazione di maggiori e colonnelli. Troppa let­teratura? Ma senza miti letterari la democrazia non vive. Né Pericle né Alcibiade erano uomini privi di ambizioni. La loro forza era saper parlare al cuore e al portafoglio dei concittadini. E li accu­savano per questo di populismo, appunto. Esattamente come gli oligarchi senatori di Roma fa­cevano coi Gracchi. Dare all'avversario del populista, di solito, è un'ammissione della propria minor capacità di aver consenso.

Oltretutto, aggiungerei, risultano sempre più insopportabili quei teorici della bella politica i quali, contravvenendo ai loro stessi canoni di comportamento, sbandierati ai quattro venti ad ogni piè sospinto, spesso riescono solo a formulare accuse pretestuose—quando non si abbandonano senz'altro all’insulto più o meno esplicito—nei confronti del loro più agguerrito e dotato avversario politico. Se non bastassero gli argomenti più strettamente politici, che non fanno certo difetto, un simile malcostume, volgarmente camuffato da politica (e per giunta con la «P» maiuscola), potebbe meritare anche da solo, come doverosa risposta «civica», la spontanea mobilitazione dei cittadini intorno al progetto del nuovo partito dei liberali italiani.



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