February 6, 2007

Emporio cattolico

Come i lettori di questo blog sanno, qui Vittorio Messori gode di ottima stampa. Premessa indispensabile per decidere se continuare a leggere oppure no. Infatti il Nostro, malgrado l’enorme successo, non è detto che vada a genio a tutti i cattolici, così come non è scontato che i “laici”—sia pure in quest’epoca di contrapposizioni esasperate—lo debbano avere in uggia. Ora, poi, ha appena dato alle stampe un nuovo libro, dunque estimatori e non, di entrambe le aree culturali, sono sul chi vive: avvertirli è una misura prudenziale, un segno di rispetto, perfino.

Intendiamoci, non ho intenzione di recensire il libro, che del resto ho appena acquistato ... Oltretutto, di recensioni, che io sappia, ce ne sono già due, ottime. Le ha scritte entrambe—e senza minimamente ripetersi—Francesco Agnoli: una per Il Foglio di sabato 3 febbraio, che accludo qui di seguito, l’altra per L'Adige del 12 gennaio, che si può leggere sul sito ufficiale di Vittorio Messori, curato dal bravissimo Sebastiano Mallia (che ha pure un blog). In ogni caso, mettere in condizione di leggerle chi non le ha ancora lette mi sembra già una buona cosa.

Insomma, per quel che mi riguarda, potrei dire: missione compiuta. Ma prima di congedarmi vorrei dire ancora una cosa. Sapete perché Messori è unico? Perché è un cattolico di formazione “laica.” Lo ricorda giustamente Agnoli: Messori è emiliano, ma si è formato intellettualmente a Torino,

la città del Risorgimento, del liberalismo di Cavour, delle leggi anticlericali di Siccardi, della massoneria, e poi la città degli Agnelli, delle prime avventure di Gramsci e Togliatti, de La Stampa, dell'Einaudi, di Furio Colombo, delegato Fiat in America e poi, come nota lo stesso Messori, direttore, un po' paradossalmente, dell'Unità….
Si può dire che Messori abbia vissuto e respirato, quindi, in un luogo emblematico per il nostro paese: quello in cui è nata l'Italia moderna, laica, liberale, agnellina, marxista, ed in cui però rimangono tracce evidenti del "vecchio mondo", nelle opere caritatevoli di Giovanni Bosco, del Cottolengo, del beato Fa di Bruno…Pensiero liberale, pensiero marxista, e dottrina sociale della Chiesa, a confronto in un'unica città! Questa storia, queste suggestioni, insieme alle frequentazioni personali, ad esempio con alcuni maestri della laicità come Norberto Bobbio, hanno fatto di Messori uno dei più acuti interpreti della modernità, alla luce, spesso, dello studio accurato del passato. "

Forse a molti questo dato della biografia intellettuale di Vittorio Messori non dirà granché, ma per me è qualcosa di fondamentale. Forse perché il mio percorso personale è stato l’inverso: di formazione cattolica, ho scoperto e imparato via via ad apprezzare profondamente il pensiero e la cultura di ispirazione protestante, laica, illuministica, e via discorrendo, fino alle propaggini più recenti della cultura a-cattolica (e talvolta persino anti). Che poi questo passaggio purificatore—perché questo è stato per me—attraverso il fuoco della contraddizione, cioè della critica più radicale, non abbia minimamente intaccato le mie convinzioni religiose di fondo, anzi, semmai le ha rafforzate, tutto questo, dicevo non sminuisce affatto il debito di gratitudine che sento di avere verso le culture altre (rispetto alla mia, naturalmente), ivi comprese quelle che risalgono alle religioni e alle filosofie orientali, e dell’India in modo particolare.

In generale, insomma, penso che questo incontro, questo incrociarsi di visioni del mondo, modi di vivere e sentire, “antropologie” e semplici atteggiamenti mentali della vita quotidiana, rappresenti una delle più straordinarie e affascinanti avventure dello spirito umano. Ma ad una condizione: che l’intrecciarsi dei sentieri non induca alla teorizzazione e all’improbabile pratica di un «sincretismo» in cui si cerchi di conciliare ciò che non è conciliabile, in quanto consegue da premesse e persegue «realizzazioni» che acquistano un senso compiuto soltanto se non sono indotte—in maniera quasi sempre surrettizia—alla rinuncia di sé, cioè ad accettare compromessi sui principi fondanti in nome della necessità del dialogo, del non "arroccamento" e così via.

Ben inteso, questa non abdicazione, che contraddistingue tanta parte del lavoro intellettuale di Vittorio Messori, ha ben poco da spartire con le manie identitarie oggi di gran voga—non ne è forse contaminata, paradossalmente, anche una parte della cultura laica? La differenza va ricercata alle sorgenti: nell’un caso la «conoscenza», nell’altro l’«ignoranza». Da una parte una fiduciosa coscienza di sé che si è arricchita della conoscenza dell’altro, dall’altra la paura di ciò che non si conosce e soprattutto di ciò che non si vuole conoscere. Quello che mi piace di più in Messori, in altre parole, è che è uno dei pochi spiriti laici che ci sono rimasti.

Prima di incollare la recensione del Foglio, cito la succinta presentazione che del libro ha fatto Vittorio Messori in persona (in un’intervista concessa a Zenit qualche tempo fa):


Il volume è il quarto della collana “Vivaio” che prese il nome da una rubrica che per anni tenni su Avvenire. Raccolsi quei pezzi prima nel libro intitolato “Pensare la storia”, poi in uno chiamato “La sfida della fede”, infine in un altro, “Le cose della vita”. Questo “Emporio”, del tutto nuovo, raccoglie quanto ho scritto da allora sui mensili Jesus e Il Timone, nonché sul Corriere della Sera. Mentre prima questa collana “Vivaio” era pubblicata dalla San Paolo, ora è proposta dalle edizioni Sugarco di Milano. Lo scopo è quello stesso della collana e che i lettori ben conoscono: riflettere sulla storia e sull’attualità per ritrovare un pensiero “cattolico”. Ciò che manca a molti credenti, oggi, è soprattutto una prospettiva che nasca dalla fede. Non a caso, molti finiscono con l’adottare il pensiero egemone, quel “politicamente corretto” che manipola la realtà, magari con le migliori intenzioni, crea miti illusori e, soprattutto pecca di ipocrisia. Cioè, la colpa che più provocava le reazioni di Gesù.


Francesco Agnoli, Il Foglio, sabato 3 febbraio 2007:

Vittorio Messori EMPORIO CATTOLICO Sugarco, 478 pp., euro 18

Vittorio Messori è in Italia il padre della nuova apologetica cattolica, soprattutto grazie ad una serie di articoli che comparvero molti anni fa sul quotidiano cattolico Avvenire, nella rubrica intitolata “Vivaio”. Furono pezzi di grande successo, nei quali finalmente si sosteneva, con grande perizia e acribia, che non tutto quello che la chiesa e i cristiani hanno fatto nella storia è frutto di oscurantismo, soprusi, superstizioni e malvagità… Anzi, anche su certi tabù culturali, apparentemente inossidabili, quali l’Inquisizione, le crociate, la scoperta dell’America, Messori non rinunciò a dire la sua, a mettere in dubbio la vulgata tradizionale, con abbondante uso di documenti e con grande successo, senza che nessuno lo potesse smentire, o contraddire clamorosamente.

Poi quella fortunata rubrica ha continuato a vivere sulle pagine del mensile di apologetica “Il Timone”, diretto da Gianpaolo Barra, ed è confluita, insieme ad altri articoli e riflessioni, in un nuovo libro, “Emporio cattolico”, edito non più dalle Paoline, poco attente alla produzione di certi cattolici politicamente scorretti, ma dalla casa editrice laica Sugarco.

In “Emporio cattolico”, Messori spazia, come d’abitudine, tra la storia e la cronaca, offrendo sempre, anche in poche dense pagine, occasione per una riflessione non superficiale. Parla di capitalismo e di comunismo, di celibato ecclesiastico e di pedofilia, di Opus Dei e di Kierkegaard… L’ottica è prevalentemente quella dello storico, che scruta i fatti, le personalità, alla luce della fede, cioè di un giudizio non relativista: la scena di questo modo passa, ed è spesso occupata da vicende malvagie, dalla cattiveria degli uomini, ma il bene e il male fatto restano, si ripercuotono nella storia, sul nostro prossimo e sui lontani, e meritano un giudizio estremo, affidato alla misericordia di Dio. A noi uomini resta l’insegnamento che possiamo trarre dagli avvenimenti, se li accostiamo con sincerità, senza menzogna.

Messori ama proprio ripulire le vicende, i fatti, dalla incrostazione ideologica che li trasforma e li traveste, per poi poter riflettere su di essi con lucidità e spirito religioso. Per fare un esempio, ricorda che la celeberrima frase di Francisco Goya sulla ragione posta in calce ad una sua acquaforte non è un atto di fede illuminista (“Il sonno della ragione produce mostri”), come sempre si afferma, ma al contrario un attacco alla pretesa razionalista di esaurire il reale (“Il sogno della ragione produce mostri”)? Scrive a proposito Messori, dopo aver ricordato che il portatore della “libertà” e della “ragione”, in quegli anni, era Napoleone, odiatissimo dagli spagnoli come un terribile tiranno: “Il messaggio di Goya non è dunque contro gli ‘oscurantisti’, ma al contrario contro gli ‘illuminati’, contro quegli intellettuali di cui è simbolo il dormiente accanto a carte, dove ha di certo steso uno di quei piani per il ‘paradiso in terra’ che, messi in pratica, sturano il vaso di Pandora”.

Sempre, che parli di Rivoluzione francese o di Risorgimento, traspare dalla lettura di “Emporio cattolico” la storia del suo autore: una storia fatta di frequentazioni e studi laici, approdata poi alla conversione. Una storia che ha permesso a Messori di essere un ottimo conoscitore sia del mondo da cui proviene, sia di quello cattolico in cui è giunto, e che spesso non gli perdona una certa vena “anticlericale”, o meglio la capacità di dire sempre sinceramente quello che pensa, anche a costo di urtare, qualche volta, il mondo talora ipocrita di certo clero.