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December 14, 2008

Affascinati da Gesù

Antonio Socci è bravissimo, lo sappiamo: scrive e ragiona bene (polemista eccezionale), racconta in modo coinvolgente, insomma ti prende, non è uno che passa inosservato. E tuttavia, a volte, la sua verve polemica e il suo latente “fondamentalismo” (uso il termine con “licenza poetica” …) risultano un po’ indigesti anche a coloro i quali, sui contenuti, non avrebbero nulla da obiettare. Detto questo, credo di far cosa gradita a parecchi lettori di wrh rinviandoli alla lettura di questo scritto, apparso nella più recente uscita della Newsletter del Nostro, che io ricevo regolarmente via email essendo abbonato. L’argomento è “Affascinati da Gesù,” dove la fascinazione riguarda i “laici,” gente come Pansa, che cita don Giussani, e, udite udite, Scalfari …

June 10, 2008

I cattolici del Pd sotto attacco

L’attacco è micidiale, senza spazio per “trattative” e accomodamenti. Sì, Famiglia Cristiana c’è andata giù pesante come non mai (si veda l’ampio resoconto sul Corriere di oggi), e adesso, appunto, per i cattolici del Pd giocarsela alla democristiana sarebbe una pia illusione, anzi, neanche tanto pia, a rigore, almeno stando alla sostanza del “ragionamento” sbattuto sul tavolo da Antonio Sciortino, direttore della rivista più diffusa nelle parrocchie italiane. E infatti la «teodem» Emanuela Baio Dossi ringrazia il direttore per aver messo il dito nella piaga e, senza tanti giri di parole, sentenzia: «Non si possono tenere insieme il diavolo e l'acqua santa». Il diavolo, naturalmente, sono i radicali. Sbatteteli fuori o con noi avete chiuso: questo è il succo. Neanche un articolo, in verità: un sms. E invece tre colonne, dal titolo «Il "peccato originale" di un partito fantasma», perché nessuno faccia finta di non capire.

Che dire? Difendiamo i radicali? Ma sì, alla fine ci tocca anche questo. E soprattutto difendiamo Veltroni, il “peccatore originario” (se mi si passa la licenza poetica). Ma non, ben inteso, per dar torto al settimanale cattolico, tutt’altro. A ciascuno il suo, cioè: ai radicali fare i radicali, a Veltroni fare il capo di un partito di stampo liberal, progressista e “pacatamente di sinistra,” e ad Antonio Sciortino fare il direttore di Famiglia Cristiana. In un paese che si sta “normalizzando,” infatti, dove volete che vadano i radicali? Con Formigoni e Giovanardi? Ma andiamo … E a chi dovrebbe tenere di più Veltroni, pena diventare lo zimbello dei partiti progressisti d’Europa, a Binetti o a Bonino?

Il problema, insomma, non sono i pannelliani, sono i «teodem». Poi, certo, ci sono le Rosi Bindi, i Castagnetti e i Franceschini, ma questa è gente che fa politica fin dai tempi della scuola materna, che ha fatto i propri ragionamenti e, se proprio devono scegliere, beh, per loro il diavolo, per dirla manzonianamente, non è brutto come lo si vuol dipingere, figuriamoci, dopo una vita trascorsa nei ranghi della Dc—non quella di De Gasperi, chiaro, ma quella del suo discepolo Andreotti, quella delle correnti, del sottogoverno, delle contiguità pericolose e degli abbracci soffocanti …

A loro può seccare, e molto, un aut-aut così brutale, ma solo perché, se restano dove sono, una bella paccata di voti la perdono di sicuro, ma se l’alternativa è Berlusconi e “la destra,” come suggerisce Sciortino, loro proprio non ci stanno, perché, innanzitutto, quelli per lo più son di sinistra, più ancora di Veltroni, per dire, e se stavano nella Dc era solo per via della perenne ambiguità di quel benedetto “partito di centro che marcia verso sinistra,” come esso stesso si definiva, lasciando che vi convivessero anime radicalmente diverse come quella dossettiana e quella dorotea. Ebbene, adesso che la marcia è finita che si dovrebbe fare? Ora che a sinistra ci sono finalmente arrivati, cosa vorreste che facessero?

Già, si potrebbe obiettare, e con la bioetica—la grande e dirompente novità di questi anni post-democristiani—come la mettiamo? In effetti. Ma, se posso azzardare un’ipotesi, secondo me, a loro, della bioetica, non importa un granché. Certo, potrei sbagliarmi, anzi, mi sbaglierò senz’altro, ci mancherebbe. Comunque, come si suol dire, chi vivrà vedrà. Se restano, però, vorrà dire che … Vabbè, ci siamo capiti.

June 9, 2008

Se quell'uomo, decisamente, ha una marcia in più ...

Pierluigi Battista ha notato una cosa piuttosto interessante, se non addirittura sorprendente. E comunque ha sottolineato una buona notizia, una delle non poche e non trascurabili che ci vengono dal mondo politico da un po’ di tempo a questa parte:

Questa volta Papa Ratzinger è piaciuto ai laici. E siccome è piaciuto ai laici, in quest'occasione non si sono sentite le consuete vibrate proteste contro l'indebita «interferenza» vaticana o contro l'inammissibile «intromissione» ecclesiastica negli affari di uno Stato geloso della propria laicità. Non un proclama. Nemmeno una voce, se non quella solitaria dei radicali cui, si sa, non difetta la coerenza.

Il resto dell’editoriale contiene riflessioni non meno stimolanti (e condivisibili, dal mio punto di vista), dunque male non sarebbe leggerlo per intero. Il discorso, tuttavia, andrebbe forse approfondito su un punto che Battista ha trascurato, ma che, almeno a me, sembra altrettanto evidente rispetto alla circostanza che il vicedirettore del Corriere ha colto ed esposto molto bene: si sta consolidando, e sta diventando quasi “organico” il rapporto tra il papa (e la Chiesa) e Berlusconi (e il centrodestra). Quanto ciò sia merito del Pdl e “colpa” del Pd—che ha fatto la scelta di campo di prendersi i radicali, scelta per altro “naturale” e in linea con tutte le formazioni liberal del mondo—non è facile stabilirlo, ma il dato politico sembra fuori discussione. Anche da questo punto di vista il sistema politico si sta normalizzando: se la Chiesa è su posizioni conservatrici in materia di etica (in senso lato) e bioetica, chi meglio dei moderati e conservatori è in grado di raccogliere il testimone? Veltroni l’ha capito e ha fatto la sua scelta, Berlusconi pure. Questo, se non è il “Paese normale” che speravamo di vedere, poco ci manca.

Detto en passant, l’errore di Casini, in questo scenario, giganteggia in maniera impressionante: tagliato fuori dal rapporto privilegiato tra il papa e il centrodestra, di cui pure il suo partitino farebbe parte, ma al quale (al cdx), per scelta del suo capo, il Ccd si è reso del tutto “superfluo” … Mi domando come possa un leader politico sopravvivere ad un simile scacco matto. E lo dico senza alcuna acrimonia, anzi, dal momento che per Casini chi scrive ha sempre avuto una certa stima e “comprensione.”

Una cosa, infine, è certa: il dietro-front di Berlusconi sul reato di immigrazione clandestina (e su imput papale) è non soltanto, in sé e per sé, una mossa di buon senso, è un autentico capolavoro di diplomazia e di psicologia politica. Quell’uomo, decisamente, ha una marcia in più.

May 13, 2008

Il falò dei tibetani

The Dalai Lama arrived Saturday at a memorial to Gandhi in New Delhi for a public interfaith meeting to pray for people killed in recent uprisings in the Tibet area.
Un altro prezioso contributo di Carlo Buldrini alla comprensione di quanto sta accadendo in Tibet e delle prospettive che si possono intravedere. Di estremo interesse, tra le altre cose, le analogie e le differenze tra la grande lezione del Mahatma Gandhi e le scelte del Dalai Lama. Quanto alle prospettive non c’è da farsi troppe illusioni, dice Buldrini. C’è una parola anche sul nuovo governo italiano: “Invece di limitarsi a chiedere, con il solito vuoto rituale, la ripresa del dialogo tra il Dalai Lama e Pechino, […] potrebbe cercare di convincere i partner europei a legare la propria partecipazione alla cerimonia d’apertura delle prossime Olimpiadi all’inizio di un concreto negoziato tra il Dalai Lama e il governo cinese. ‘Negoziato’ non ‘dialogo’. Nel linguaggio diplomatico le parole contano.”

Da Il Foglio di sabato, 10 maggio 2008:


Il falò dei tibetani

Giovedì 20 marzo, alle dieci di sera, la Central Chinese Television (Cctv), la televisione di Stato cinese, ha mostrato un filmato sulla rivolta di Lhasa di una settimana prima. Ha detto l’annunciatrice: “Il video mostra le azioni criminali – attacchi fisici alle persone, vandalismi, saccheggi e incendi – istigate dalla cricca del Dalai (Lama) nella capitale della Regione autonoma del Tibet”. Il filmato è durato solo 15 minuti. Vi si vedevano tibetani - laici e qualche monaco - assaltare i negozi dei cinesi: saracinesche divelte, vetrine sfondate. Erano scene già viste in altre parti del mondo. Nel 2005, anche nella New Orleans affogata nelle acque dell’uragano Katrina, i negozi erano stati presi d’assalto e saccheggiati. Ancor prima, nel 1992, quando a Los Angeles i poliziotti che avevano pestato l’uomo di colore Rodney King erano stati assolti, la rabbia dei neri scatenò una guerriglia urbana che portò al saccheggio di tanti negozi. Non molti anni fa scene analoghe si sono viste ad Abidjan, nella Costa d’Avorio, e in tante altre parti del mondo. Ma, con il procedere del filmato della Central Chinese Television, si assisteva a qualcosa di nuovo. Le immagini non mostravano la solita folla eccitata fuggire carica di scatoloni di cose rubate. A Lhasa, la merce dei negozi saccheggiati era prima portata in strada. Poi, dopo averla meticolosamente ammonticchiata sul marciapiede di fronte al negozio, i tibetani la davano alle fiamme. Da 49 anni, dalla fuga del Dalai Lama in India, gli abitanti del Tibet sono senza una guida politica. Per loro, quel dar fuoco alla merce dei negozi cinesi era una precisa presa di posizione politica. Con tutta evidenza non si è trattato di un caso di non violenza gandhiana. Eppure, proprio quelle fiamme, hanno ricordato i falò che il Mahatma Gandhi organizzò in India negli anni Venti, quando vennero bruciati in strada i vestiti prodotti dalle industrie tessili inglesi del Lancashire. Sari, giacche, camicie fatte con tessuti pregiati vennero dati alle fiamme nelle strade di Bombay dagli indiani che chiedevano l’indipendenza.

Chi ha visitato più volte la capitale del Tibet negli ultimi 15 anni ha potuto osservare dappertutto i segni del progresso. Grandi strade perfettamente asfaltate, nuovi quartieri residenziali, edifici pubblici dalle forme avveniristiche, shopping mall pieni di radio, televisori, orologi al quarzo, ventilatori, telefoni cellulari e lavatrici. Il 14 marzo 2008, dando fuoco a quella merce, i tibetani hanno detto che quel tipo di sviluppo a loro non interessa. Perché si tratta di un “progresso” che non permette la libertà spirituale e minaccia di far scomparire per sempre la loro cultura e il loro tradizionale modo di vivere. C’era dunque un’analogia tra i falò di Lhasa e i “bonfires” di Gandhi degli anni Venti. Chi invece si è ispirato esplicitamente all’azione del Mahatma Gandhi sono stati i giovani tibetani della diaspora, con i militanti del Tibetan Youth Congress in testa. Il 10 marzo è partita da Dharamsala, in India, la Marcia del ritorno in Tibet. “A ispirarci è stata la Marcia del sale di Gandhi e dei suoi satyagrahi del 1930” hanno detto i leader delle cinque ong che hanno dato vita all’iniziativa. La marcia non ha avuto vita facile. Il 13 marzo è stata fermata dalla polizia indiana che ha arrestato tutti i cento marciatori tibetani. Il 15 marzo la marcia è ripartita. I nuovi marciatori erano una cinquantina e tra loro si contavano molti monaci e molte monache. Nuovo stop il 23 marzo. A fermare i marciatori questa volta è stato un “Comitato d’emergenza” costituito dal governo tibetano in esilio per far fronte alla gravissima situazione creatasi in Tibet. Il 18 aprile è iniziata la “terza fase” della marcia. I marciatori sono adesso più di 250. Alla testa del nutrito drappello c’è un’immagine a colori del Mahatma Gandhi. E così come il Mahatma, raccogliendo una manciata di sale sulla riva del Mare Arabico, lanciò la sfida all’impero britannico, altrettanto vogliono fare i giovani militanti nei confronti della Cina quando cercheranno di entrare nel Paese delle nevi. Molti di questi giovani non hanno mai messo piede nel loro paese. Quando arriveranno al confine tra l’India e il Tibet, molto probabilmente troveranno ad accoglierli i fucili spianati dell’Esercito popolare di liberazione cinese. I tibetani risponderanno con la non violenza.

Il 24 aprile Tsewang Rigzin, il presidente del Tibetan Youth Congress, ha tenuto a Dharamsala una conferenza stampa. Ha smentito una presunta intervista da lui rilasciata al Corriere della Sera e pubblicata in data 27 marzo. “La non violenza? Non paga. Potremmo usare i kamikaze” aveva titolato il giornale italiano. Nel corso della conferenza stampa Rigzin ha detto di non avere mai pronunciato quelle parole. “Nei suoi 38 anni di vita, il Tibetan Youth Congress si è sempre battuto per l’indipendenza del Tibet. Le nostre armi sono sempre state la verità storica e la lotta non violenta. Mai abbiamo mai fatto ricorso ad azioni terroristiche o ad attacchi suicidi per raggiungere il nostro obiettivo e cioè l’indipendenza del Tibet” ha detto Tsewang Rigzin. E’ infatti solo con la non violenza gandhiana che il Tibet può sperare di essere un giorno liberato. E’ impensabile che i tibetani possano combattere contro l’esercito più numeroso del mondo: sei milioni di tibetani contro un miliardo e 300 milioni di cinesi han, accecati da quell’ideologia nazionalista che la propaganda del regime comunista propina loro a piene mani. Il ricorso alla violenza sarebbe per i tibetani un suicidio. Anche per loro vale quanto Gandhi disse nel villaggio di Dandi al termine della Marcia del sale. Rivolgendosi ai giornalisti stranieri presenti, il Mahatma chiese il sostegno del mondo intero per quella che definì “the battle of Right against Might”, la lotta della giustizia contro la forza. La stessa cosa vale anche per i tibetani. La loro vittoria non potrà mai essere militare. O sarà “morale” o non sarà.

Il 18 marzo il Dalai Lama ha minacciato di dare le dimissioni. Ha detto: “Se i tibetani hanno scelto la via della violenza, sarò costretto a dimettermi perché io sto dalla parte della non violenza”. Anche quella del Dalai Lama è sembrata una dichiarazione “gandhiana”. Il 14 marzo, a Lhasa, si era verificato un tragico episodio. Durante la rivolta, nell’incendio di un negozio, erano morte quattro giovani commesse, tre cinesi e una tibetana. La minaccia del Dalai Lama ha ricordato un’analoga presa di posizione di Gandhi. Era il 4 febbraio 1922. A Chauri Chaura, nell’odierno Uttar Pradesh indiano, dopo che la polizia aveva sparato sui manifestanti uccidendo tre persone, una folla inferocita aveva dato alle fiamme la locale stazione di polizia. Ventitrè poliziotti vennero bruciati vivi. Il Mahatma Gandhi, inorridito per quell’episodio di violenza, sospese l’intero movimento di non cooperazione e digiunò per cinque giorni “per non aver saputo spiegare fino in fondo agli indiani l’importanza dell’ahimsa, la non violenza”. Ma tra l’episodio di Lhasa e quello di Chauri Chaura ci sono sostanziali differenze. Nel 1922, nella piccola cittadina delle Province Unite, la violenza degli indiani fu intenzionale. Nel 2008, nella capitale del Tibet, si è trattato con ogni probabilità di un tragico incidente. E poi il paragone tra Gandhi e il Dalai Lama non regge. La lotta di Gandhi era radicale. Il suo obiettivo dichiarato era il “purna swaraj”, la completa indipendenza. L’intero popolo indiano era con lui. Il Dalai Lama è passato invece dalla richiesta di indipendenza a quella di una genuina autonomia fino ad arrivare all’attuale semplice richiesta di “protezione” della cultura tibetana. Tenzin Gyatso si limita a chiedere il “dialogo” con le autorità di Pechino. I tibetani sono disorientati. I giovani militanti della diaspora dicono ormai apertamente che questa strategia non paga. All’interno del Tibet il contrasto con le posizioni del Dalai Lama è forse ancora più marcato. Qui la gente scende in strada al grido di “Bod rangzen”, “Tibet indipendente” e, così facendo, rischia l’arresto, la tortura e la condanna a morte. Nessuno di loro chiede il “dialogo” con i cinesi.

Il 26 aprile l’agenzia Xinhua, citando una fonte anonima del governo di Pechino, ha trasmesso il seguente comunicato: “Viste le ripetute richieste del Dalai Lama per una ripresa dei colloqui, il dipartimento competente del governo centrale avrà nei prossimi giorni contatti e consultazioni con un suo rappresentante privato”. Tutti i leader occidentali, impazienti di riprendere senza intoppi il “business as usual” con la Cina, hanno immediatamente applaudito. “Siamo molto contenti dell’annuncio secondo cui il governo cinese stabilirà un immediato contatto con il Dalai Lama” ha dichiarato il presidente della Commissione europea Barroso. Gli hanno fatto eco Sarkozy (“E’ un grande passo”) e Bush (“Siamo molto contenti di questa notizia”). Ma la feroce repressione messa in atto in queste ore a Lhasa dimostra come l’annuncio di Pechino fosse solo strumentale. L’unico obiettivo dei cinesi è quello di salvare la parata inaugurale dei prossimi giochi olimpici. Il “dialogo” di cui oggi tutti parlano è iniziato il 9 settembre 2002. In quella data, due inviati speciali del Dalai Lama, Lodi Gyari e Kelsang Gyaltsen, si recarono in Cina e in Tibet per una visita di quindici giorni. Incontrarono funzionari di secondo piano del partito comunista cinese. Kong Quan, l’allora portavoce del ministero degli Esteri cinese, si affrettò ad annunciare che: “Abbiamo consentito ad alcuni espatriati tibetani di tornare in Cina in forma privata”. Tutto qui. Rientrati a Dharamsala, i due rappresentanti del Dalai Lama dissero: “La nostra permanenza in Tibet è stata breve. Di conseguenza ci sono state poche occasioni per incontrare la gente comune”. Fin da subito si è capito che questo “dialogo” altro non era che un puro esercizio formale. Dopo quel primo incontro, negli anni successivi, sono seguite altre cinque tornate di colloqui. L’ultima risale ai mesi di giugno e luglio 2007. In questo caso gli incontri si sono svolti a Shanghai e Nanchino. Al termine dell’ultima tornata, Lodi Gyari si è sentito dire dai funzionari del partito comunista cinese che “non esiste nessun problema tibetano”. Alla luce di questi risultati fallimentari, il ripetuto invito alla Cina a riprendere il dialogo con il Dalai Lama mostra tutta l’ipocrisia dell’Occidente nei confronti della questione tibetana. Limitarsi a chiedere un “dialogo” è ormai un vuoto rituale che non esercita più nessuna pressione politica su Pechino. Nell’ormai lontano 21 settembre 1987, a Washington D.C., di fronte alla Commissione dei diritti dell’uomo del Congresso americano, il Dalai Lama annunciò il suo Piano di pace in cinque punti per il Tibet. Al punto 5 si leggeva: “Inizio di seri negoziati sul futuro del Tibet e sui rapporti tra il popolo tibetano e quello cinese”. Il Dalai Lama chiedeva dunque un “negoziato”. Negoziato non dice – ma non esclude – che il Tibet sia una nazione militarmente occupata. Negoziato non dice – ma non esclude – che il governo tibetano in esilio sia il legittimo governo del Tibet.

Quando, nel dicembre 2007, il Dalai Lama è venuto per dodici giorni in visita in Italia, il presidente del Consiglio Romano Prodi si è rifiutato di riceverlo adducendo niente meno che la “ragion di Stato”. Altrettanto fecero Massimo D’Alema e Francesco Rutelli. C’è da augurarsi che, nell’affrontare la tragedia tibetana, il nuovo governo italiano assuma un atteggiamento diverso. Un primo piccolo passo in avanti non sarebbe difficile da compiere. Invece di limitarsi a chiedere, con il solito vuoto rituale, la ripresa del dialogo tra il Dalai Lama e Pechino, il nuovo governo potrebbe cercare di convincere i partner europei a legare la propria partecipazione alla cerimonia d’apertura delle prossime Olimpiadi all’inizio di un concreto negoziato tra il Dalai Lama e il governo cinese. “Negoziato” non “dialogo”. Nel linguaggio diplomatico le parole contano.
Carlo Buldrini

April 3, 2008

Un uomo 'immerso in Dio'


Di Andrea Tornielli, sul Giornale di oggi, un bel ricordo di Karol Wojtyla, a tre anni (e un giorno) dalla scomparsa. Toccante. Come la foto qui sopra. Testimonianze sulla vita di un uomo «immerso in Dio»:


Come quella volta che doveva pranzare con un vescovo italiano. Il prelato giunse in ritardo nell’appartamento papale e si scusò con Giovanni Paolo II raccontando di aver incrociato in San Pietro un suo ex sacerdote, divenuto da 17 anni un barbone e di essersi fermato a parlare con lui. Il Papa gli disse di andarlo a cercare e di portarlo a tavola. Il barbone, imbarazzato e impacciato, pranzò con Wojtyla. A fine pasto, il pontefice gli chiese: «Vuoi confessarmi?». Il barbone disse di sì, con l’incredulità e la gioia dipinte sul volto. Dopo quell’incontro, senza che nulla gli venisse chiesto sul suo passato, il barbone tornò a fare il prete. Questo era Karol, l’uomo «immerso in Dio».


Personalmente, come al solito, quando penso a lui … le parole vengono meno, dove invece il suo ricordo è una di quelle cose che sono destinate a durare per tutta la vita. Ma se proprio dovessi dare sostanza ai pensieri, non credo che potrei trovare parole più adeguate di quelle scritte da Shakespeare nell’opera più amata dallo scrivente, il Giulio Cesare. Così miracolosamente adeguate che il destinatario originale impallidisce al confronto: come se quelle parole, in realtà, fossero state scritte solo per Karol «il Grande», con alcuni secoli di anticipo:

La sua vita fu nobile, e gli elementi
Così composti in lui, che la Natura potrebbe levarsi
E proclamare a tutto il mondo: «Questo era un uomo!»

[His life was gentle, and the elements
So mix'd in him that Nature might stand up
And say to all the world 'This was a man!']

March 24, 2008

La notte del Tibet


La notte del Tibet è cominciata. Sì, le ore più drammatiche sono proprio queste. L’articolo scritto da Carlo Buldrini per Il Secolo XIX di venerdì scorso (21 marzo) spiega perché. E per quale ragione il problema se boicottare o meno le Olimpiadi di Pechino è mal posto. Le responsabilità dell’Occidente, in ogni caso, sono pesantissime. Lettura, ovviamente, raccomandata.

Il Tibet sta scomparendo dalle prime pagine dei giornali. I corrispondenti da Pechino fanno adesso da megafono alla voce del regime. Titolava La Repubblica del 19 marzo: «Pechino: “Sul Tibet tante bugie”. Il premier [Wen Jiabao]: “Prove contro il leader buddista”. Testimoni: a Lhasa è caccia al cinese». Eppure, per i tibetani, sono proprio queste le ore più drammatiche. Sul Tibet è calata la notte. I turisti - anche quelli cinesi - sono stati rispediti a casa. L’accesso ai giornalisti è vietato. Le comunicazioni sono state interrotte. Per conoscere cosa stia esattamente accadendo nel Paese delle nevi dovremo forse attendere anni. Sarà solo quando i nuovi detenuti politici tibetani, scontata la pena, riusciranno a fuggire in India che si conoscerà nei dettagli quanto è accaduto in questi giorni. Qualcosa, tuttavia, lo si può intuire. Perché i precedenti non mancano.

A McLeod Ganj (Dharamsala) c’è un’associazione di ex prigionieri politici tibetani. Si chiama “Gu-Chu-Sum” e nel nome ricorda le tre sommosse di Lhasa del settembre e ottobre 1987 e marzo 1988. Gli ex detenuti hanno raccontato cosa fece seguito alle rivolte di quei giorni. I dimostranti venivano identificati grazie alle immagini registrate dalle telecamere e alle fotografie scattate dalla polizia cinese. Gli arresti avvenivano di notte. In carcere i prigionieri furono fatti azzannare dai cani, picchiati, sottoposti a scariche elettriche, legati con le corde alle travi del soffitto e tenuti sospesi per ore. I capi vennero giustiziati. Ma le rivolte dell’87 e dell’88 furono limitate alla zona del Barkor, nella città vecchia di Lhasa. Quest’anno, invece, non si è trattato di una rivolta ma di una vera e propria insurrezione. Monaci e laici sono scesi in strada in tutto quello che una volta era il “Tibet etnico”: da Lhasa alle lontane regioni del Kham e dell’Amdo incorpate oggi nelle province cinesi del Qinghai, Gansu, Sichuan e Yunnan. L’insurrezione di quest’anno ha ancora una volta messo in discussione l’occupazione militare del Tibet da parte dell’Esercito popolare di liberazione cinese. La repressione sarà feroce. Spietata. Inviati delle Nazioni Unite dovrebbero monitorare quanto sta avvenendo in queste ore nelle carceri di Gurtsa, Sangyib e Drapchi a Lhasa e in quelle del resto del paese.


La “tregua olimpica” è stata così irrimediabilmente spezzata. Le prossime Olimpiadi potevano invece offrire un’opportunità straordinaria per cercare di risolvere la questione tibetana. Nel 2001, nel momento dell’assegnazione dei giochi a Pechino, l’Occidente, se avesse avuto un minimo interesse per le sorti del Tibet, avrebbe dovuto porre un’unica condizione alla propria partecipazione ai giochi: il ritorno del Dalai Lama in Tibet. Sarebbe stata una richiesta possibile. Nelle “Direttive finali per la stesura della costituzione tibetana” approvate nel febbraio 1992 dal governo tibetano in esilio è scritto che: «il Dalai Lama non eserciterà nessun ruolo politico nel futuro governo del Tibet». E lo stesso Dalai Lama ha più volte dichiarato di voler essere, d’ora in avanti, «un semplice monaco buddista». C’era tutto il tempo per trattare. Il governo cinese avrebbe potuto invitare il Dalai Lama all’inaugurazione delle Olimpiadi di Pechino e avrebbe potuto poi permettergli di tornare a Lhasa: per una settimana, o per un mese, o per sempre. Sarebbe stato un gesto di pace. Un gesto lungimirante. Ma nessuna dittatura ha mai dato prova di intelligenza politica.


Adesso in molti, invece del Tibet, sembrano esclusivamente preoccupati di salvare le Olimpiadi. In Occidente ferve il dibattito se boicottare o meno i giochi. Il problema è mal posto. Non sono i governi a dover decidere. La decisione spetta alla coscienza di ogni singolo atleta. E ogni atleta deve sapere che, indipendentemente dalla sua performance sportiva, queste Olimpiadi verranno ricordate dalla storia per il massacro del Tibet. L’atleta che va a Pechino deve sapere che le mani del funzionario del partito comunista cinese che gli consegneranno l’eventuale medaglia saranno macchiate di sangue.

Carlo Buldrini

March 19, 2008

E Benedetto colui che ruppe il silenzio



Ne ero certo, e per questo ho resistito alla tentazione—fortissima, lo confesso—di scrivere uno di quei post che non sai se definire più presuntuosi, ingenui o in buona fede che cominciano con un classico “Santità,” per poi proseguire più o meno così: “Capisco che non è semplice, che ci sono un mucchio di cattolici cinesi che rischiano, rischiano di brutto, ma La supplico, dica una parola …” (e comunque sarebbero state parole che venivano dal profondo del cuore, da amico ad amico, se posso permettermi, perché l’amicizia ti fa osare, sempre, se è autentica).


Ora questa parola è stata detta, e non possiamo che pregare Dio che venga ascoltata: i miracoli talvolta accadono, questo lo crediamo, perché altrimenti, come cristiani e cattolici, saremmo debolucci assai. Questo lo crediamo perché se così non fosse saremmo tutto, all’infuori di ciò che diciamo di essere. Questo lo crediamo perché … crediamo. Ed anche, un po’, perché paradossalmente, a volte, niente è più razionale, cioè giusto e lungimirante, che lasciare semplicemente, deliberatamente, che i miracoli accadano.

March 17, 2008

Ma le mura del Dharma non possono essere distrutte

La Ruota del Dharma
Con un altro articolo scritto per il Secolo XIX, Carlo Buldrini racconta come sono andate le cose in Tibet nei giorni scorsi e fa il punto della drammatica situazione attuale. Le previsioni, purtroppo, non sono rosee, ma l’Autore ricorda un antico proverbio tibetano: «Le mura esterne di pietra possono crollare, le mura interne del Dharma non possono essere distrutte». Questo per dire che la scadenza dell’ultimatum di Pechino potrà segnare soltanto una conclusione provvisoria del contenzioso, non certo la fine di quella che per i tibetani (e non solo, a questo punto) è «the battle of right against might».

Una colonna di duecento camion militari si sta dirigendo verso Lhasa. I convogli sono color verde oliva e hanno il muso schiacciato, come quello dei bulldog. Su ogni camion, in piedi, sono assiepati più di quaranta militari. Le autorità di Pechino si stanno preparando per la prova di forza. Hanno intimato agli insorti la resa «entro lunedì notte». Poi, come sempre, il buio calerà sulla capitale del Tibet: rastrellamenti casa per casa, arresti di massa, torture nelle carceri, esecuzioni sommarie.

Tutto è iniziato lunedì 10 marzo, l’anniversario dell’insurrezione di Lhasa del 1959. Circa trecento monaci, per lo più giovanissimi, hanno lasciato il monastero di Drepung e si sono diretti verso il Barkor, il cuore della città vecchia. Qui, hanno percorso in senso orario il circuito che gira attorno al Jokhang, il più sacro dei templi tibetani. Hanno gridato slogan contro la Cina e chiesto a gran voce il rilascio dei monaci arrestati a ottobre, a Drepung, in occasione dei festeggiamenti per l’assegnazione al Dalai Lama della medaglia d’oro del Congresso americano. Ai giovani monaci che dimostravano nel Barkor si sono uniti molti tibetani laici. Assieme, hanno iniziato un secondo giro del circuito sacro al grido di «Bod rangzen», Tibet libero. È intervenuta allora la polizia in assetto anti-sommossa. I dimostranti sono stati dispersi. Molti monaci, arrestati.

Nei tre giorni successivi le proteste sono continuate. Questa volta a manifestare sono stati i monaci di Sera e Ganden, gli altri due grandi monasteri della periferia di Lhasa. Il giorno 13 sono scesi invece in strada i religiosi del piccolo monastero di Ramoche, nel centro della città. Questo monastero, dopo quarant’anni, porta ancora i segni delle distruzioni effettuate dalle guardie rosse durante la Rivoluzione culturale maoista. La notizia dell’arresto in massa dei monaci da parte degli uomini della People’s Armed Police ha creato una forte tensione tra la popolazione tibetana di Lhasa. Venerdì 14 marzo è esplosa la rivolta.

La scintilla è scoccata nel mercato del Tromsikhang, a ridosso del circuito del Barkor. Il Tromsikhang era un antico palazzo costruito nel XVII secolo dal sesto Dalai Lama. Era una costruzione grande come un intero isolato: sessanta metri di lato per quaranta. Oggi, di quel grandioso palazzo, resta in piedi solo la facciata. Tutto il resto è stato demolito nel corso dell’opera di “bonifica” della città vecchia fatta dai cinesi. Grazie a questa bonifica sono scomparsi i vicoli e le stradette che impedivano il passaggio alle camionette della polizia cinese durante le manifestazioni di protesta dei tibetani. Di fronte a quel che resta oggi del Tromsikhang c’è un grande shopping mall cinese. Vende scarpe, stereo, tappeti, cappelli, orologi cinesi. Dall’alba al tramonto, gli altoparlanti di questo shopping mall vomitano addosso musica pop cinese a tutto volume ai pellegrini tibetani che percorrono il circuito del Barkor recitando mantra. Venerdì mattina, per i tibetani della zona, la provocazione è stata intollerabile. I negozi cinesi del mercato che prende il nome dal Tromsikhang sono andati a fuoco. La rivolta si è estesa poi ad altre aree della città. È intervenuto l’esercito. Ha sparato sui dimostranti ad altezza d’uomo. Il governo tibetano in esilio parla di 80 morti. Forse cento. Lunedì notte scade l’ultimatum delle autorità cinesi. La tragedia tibetana potrebbe assumere proporzioni spaventose.

Come già il 27 settembre e primo ottobre 1987 e il 5 marzo 1988 – le tre date ricordate con il termine tibetano “Gu-Chu-Sum” – ancora una volta sono stati i monaci buddisti a iniziare la protesta. A questi religiosi stanno particolarmente a cuore le sofferenze del popolo tibetano e, nel segreto dei loro monasteri, è possibile organizzarsi. E mentre il pregare, il prostrarsi, il far ruotare i mulinelli di preghiera, il bruciare incenso sono tutte azioni individuali, il percorrere un circuito sacro – fare il “khorra”, come dicono i tibetani – è un rito collettivo ed è facile aggiungervi una dimensione politica. Tutte le rivolte degli ultimi anni a Lhasa sono iniziate nel circuito del Barkor.

* * *


Lo stesso lunedì 10 marzo, giorno in cui hanno avuto inizio le manifestazioni di protesta dei monaci a Lhasa, è partita da McLeod Ganj (Dharamsala), in India, la “Marcia del ritorno in Tibet”. Il 13 marzo, per i più di cento marciatori, è stata una giornata particolarmente drammatica. Mentre arrivavano le notizie che nella capitale del Tibet i tre grandi monasteri erano stati circondati dalla polizia e alcuni monaci, in segno di protesta, avevano tentato il suicidio dandosi fuoco, la polizia indiana fermava la marcia dei profughi arrestando tutti i suoi partecipanti. Il 14 marzo, il Tibetan Youth Congress, la Tibetan Women’s Association, il Gu-Chu-Sum Movement of Tibet e il National Democratic Party, quattro delle organizzazioni che hanno dato vita alla marcia, hanno emesso un comunicato in cui si ricordava che la loro azione non violenta si ispirava alla “Marcia del sale” del Mahatma Gandhi, il padre della nazione indiana. Chiedevano quindi il rilascio di tutti gli arrestati e di poter continuare la marcia. Il governo indiano ha mostrato clemenza. Ha tenuto i marciatori della prima ora bloccati nello Yatri Niwas, una guest house della cittadina di Jawalaji, nello stato dell’Himachal Pradesh e ha permesso a un secondo gruppo di militanti tibetani di riprendere la marcia. L’immagine del Mahatma Gandhi che, assieme a quella del Dalai Lama, apre il corteo ha impedito al governo indiano di usare le maniere forti. A Lhasa, intanto, tutte le comunicazioni sono state interrotte. E quando la mannaia cinese si abbatterà definitivamente sulla capitale cinese, la marcia dei tibetani in esilio sarà l’unica fiammella a rimanere accesa a illuminare la notte in cui è piombato il popolo tibetano. Con questa marcia si vuole ricordare al mondo quella che, usando le parole di Gandhi, è oggi per i tibetani «the battle of right against might», la battaglia della giustizia contro la forza.

Resta il problema del che fare, per mettere fine all’ipocrisia dell’Occidente di fronte alla tragedia di un intero popolo che sta oggi sotto gli occhi di tutti. Forse bisognerebbe far proprie le tre richieste degli organizzatori della “Marcia del ritorno in Tibet” e condizionare la partecipazione alle Olimpiadi di Pechino a un loro effettivo accoglimento da parte delle autorità cinesi. Le tre richieste sono: che vengano rimossi tutti gli ostacoli che impediscono un ritorno senza condizioni del Dalai Lama in Tibet, che il governo cinese inizi a smantellare quell’occupazione coloniale del Paese delle nevi che dura da quasi sessant’anni, che la Cina liberi tutti i prigionieri politici tibetani. Le richieste non sono pura utopia. Il ritorno del Dalai Lama in Tibet è stato chiesto nell’ottobre scorso dallo stesso presidente americano George W. Bush nel suo discorso di consegna al Dalai Lama della medaglia d’oro del Congresso americano.

L’inizio dello smantellamento dell’occupazione militare del Tibet fu lo stesso Hu Yaobang, già segretario del partito comunista cinese, a chiederlo. Nel giugno 1980, dopo aver visitato la “comune antimperialista” nella Regione autonoma del Tibet, Hu Yaobang disse che «la presenza cinese in Tibet è stata un ostacolo allo sviluppo della regione» e suggerì di «ridurre dell’85 per cento la presenza dei quadri cinesi nella Regione autonoma del Tibet». Infine, la richiesta di scarcerazione di tutti i prigionieri politici tibetani è il minimo che ogni paese democratico possa chiedere alle autorità di Pechino. Ci sarà qualche governo in Occidente – e in particolar modo quello che in Italia uscirà dalle elezioni del 13 e 14 aprile – che saprà far proprie queste richieste?

Ma anche se, ancora una volta, i tibetani verranno lasciati soli, i coloni cinesi non si devono fare soverchie illusioni. C’è un proverbio tibetano che dice: «Le mura esterne di pietra possono crollare, le mura interne del Dharma non possono essere distrutte», dove il Dharma è l’insegnamento del Buddha, la fede dell’intero popolo tibetano. Con la scadenza dell’ultimatum di Pechino la resistenza fisica del popolo tibetano, nei prossimi giorni, verrà soffocata nel sangue. Eppure, fino a quando anche un solo tibetano vivrà in Tibet, la Cina non riuscirà mai a distruggere la fede degli abitanti del Paese delle nevi.
Carlo Buldrini

January 16, 2008

Birmania, la lotta continua


«Il Buddha diceva: “Si deve morire, un gior­no.” Ecco il senso dell'insegnamento del Santo, tradotto nella nostra realtà: siamo pronti a ritornare nelle strade in ogni momento. Siamo pronti al sacrifi­cio per la nostra gente. Non abbiamo paura».

In altre parole, i «soldati delle pagode», cioè i monaci guerrieri birmani, non mollano.
«Noi ab­biamo una missione: regalare ai nostri fratel­li laici quello che abbiamo appreso at­traverso lo studio della vita del Bud­dha. Concetti come amore per il prossi­mo, giustizia, compassione. Del tutto ignorati dalle autorità di questo nostro sfortunato Paese. Per questo crediamo che sia giusto sollevarsi: pacificamen­te».

Questo e molto altro in un articolo di Paolo Salom pubblicato oggi sul Corriere della Sera.

January 15, 2008

Vergognosa vittoria dell'intolleranza

La nota della sala stampa vaticana recita così:

«A seguito delle ben note vicende di questi giorni in rapporto alla visita del Santo Padre all'Università degli Studi La Sapienza, che su invito del Rettore Magnifico avrebbe dovuto verificarsi giovedì 17 gennaio si è ritenuto opportuno soprassedere all'evento. Il Santo Padre invierà, tuttavia, il previsto intervento».

Nell'aula di Scienze politiche dove era in corso un'assemblea dei collettivi, cori di giubilo—informa il Corriere—hanno salutato la notizia della rinuncia del Papa. In un certo senso, gioisco anch’io. Avevamo bisogno di una prova certa dell’intolleranza laicista? Ebbene, l’abbiamo avuta proprio grazie alla rinuncia di Benedetto XVI, che ha del clamoroso. Se il Papa fosse andato comunque—a parte le probabili e imbarazzanti conseguenze, eufemisticamente parlando—gli intolleranti avrebbero perso, mentre è proprio di questa loro vergognosa “vittoria” che c’era bisogno. Perché fosse chiaro a tutti che la libertà di opinione e la laicità della cultura—che della tolleranza non possono in alcun modo fare a meno—sono soltanto un pallido ricordo e che da oggi in poi i cattolici sono ufficialmente dei perseguitati. Appurato questo, abbiamo liberato il campo da un mucchio di ipocrisie. Vi pare poco?

January 11, 2008

Ferrara, la Fallaci e Sarkozy

Batto le mani a Giuliano Ferrara per la proposta di modifica della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo al fine di introdurvi l’affermazione che il diritto alla vita va inteso “dal concepimento fino alla morte naturale”. […]

E’ bene che [la madre] sappia – prima di decidere – che ha dentro un essere umano che ha il diritto a vivere. Ogni donna lo sa con il corpo ma è bene che lo sappia anche in parole. La stessa affermazione era stata proposta laicamente da tanti in passato e ultimamente da Oriana Fallaci e anche a lei avevo battuto le mani […].

Sul filo dell’attualità aggiungo un applauso a Nicolas Sarkozy per aver rotto il tabù della laicità che per essere tale deve misconoscere la religione. Un passaggio che fu forse necessario per uscire dal dominio religioso che misconosceva la laicità, ma che non ha più giustificazione nell’Europa secolare del terzo millennio.


Lo scrive sul suo blog Luigi Accattoli, che così conclude il post:
Ferrara, la Fallaci e Sarkozy sono o paiono di destra mentre io sembro di sinistra? Niente di male: è dalla contaminazione che viene la vita.

Giustamente il vaticanista del Corriere scrive “sono o paiono” e “sembro.” Forse d'ora in avanti un numero sempre crescente di persone in qualche modo e a qualsiasi titolo impegnate in politica dovrebbe definire in maniera analoga la propria "collocazione." Grazie a Luigi Accattoli per avercelo, con discrezione, suggerito.

January 6, 2008

In Epiphania Domini

Epifanía de Navasa. Pinturas en Museo Diocesano de Jaca

Christus Iudaeos et Gentes in se copulat.
1. 1. Non molto tempo fa abbiamo celebrato il giorno in cui il Signore è nato dai Giudei; oggi celebriamo il giorno in cui è stato adorato dai pagani. Poiché la salvezza viene dai Giudei [Gv 4, 22.]; ma questa salvezza (sarà portata) fino agli estremi confini del mondo [Is 49, 6]. In quel giorno lo adorarono i pastori, oggi i magi; a quelli lo annunciarono gli angeli, a questi una stella. Tutti e due l'appresero per intervento celeste, quando videro in terra il re del cielo, perché ci fosse gloria a Dio nell'alto dei cieli e pace in terra agli uomini di buona volontà [Lc 2, 14]. Egli infatti è la nostra pace, colui che ha unito i due in un popolo solo [Ef 2, 14 ]. Già, fin da quando il bambino è nato e annunziato, si presenta come pietra angolare [Cf. Mt 21, 42], tale si manifesta già nello stesso momento della nascita. Già cominciò a congiungere in sé le due pareti poste in diverse direzioni, chiamando i pastori dalla Giudea, i magi dall'Oriente: Per creare in se stesso dei due un solo uomo nuovo e ristabilire la pace; pace tanto a quelli che erano lontani tanto a quelli che erano vicini[Ef 2, 15. 17]. I pastori accorrendo da vicino lo stesso giorno della nascita, i magi arrivando oggi da lontano hanno consegnato ai posteri due giorni diversi da celebrare, pur avendo ambedue contemplato la medesima luce del mondo.

Magorum fides et infidelitas Iudaeorum.
1. 2. Oggi bisogna parlare dei magi che la fede ha condotto a Cristo da terre lontane. Vennero e lo cercarono dicendo: Dov'è il Re dei Giudei che è nato? Abbiamo visto la sua stella in Oriente e siamo venuti ad adorarlo [Mt 2, 2]. Annunziano e chiedono, credono e cercano, come per simboleggiare coloro che camminano nella fede e desiderano la visione [Cf. 2 Cor 5, 7]. Non erano già nati tante volte in Giudea altri re dei Giudei? Come mai questo viene conosciuto da stranieri attraverso segni celesti e viene cercato in terra, risplende nell'alto del cielo e si nasconde umilmente? I magi vedono la stella in Oriente e capiscono che in Giudea è nato un re. Chi è questo re tanto piccolo e tanto grande, che in terra non parla ancora e in cielo già dà ordini? Proprio per noi - perché volle farsi conoscere da noi tramite le sue sante Scritture - volle che anche i magi credessero in lui attraverso i suoi profeti, pur avendo dato ad essi un segno così chiaro in cielo e pur avendo rivelato ai loro cuori di essere nato in Giudea. Nel cercare la città nella quale era nato colui che desideravano vedere e adorare, fu per essi necessario informarsi presso i capi dei Giudei. E questi, attingendo dalla sacra Scrittura che avevano sulle labbra ma non nel cuore, presentarono, da infedeli a persone divenute credenti, la grazia della fede, menzogneri nel loro cuore, veritieri a loro proprio danno. Quanto sarebbe stato meglio infatti se si fossero uniti a quelli che cercavano il Cristo, dopo aver sentito dire da essi che, veduta la sua stella, erano venuti desiderosi di adorarlo? se li avessero accompagnati essi stessi a Betlemme di Giuda, la città che avevano ad essi indicato seguendo le indicazioni dei Libri divini? se insieme ad essi avessero veduto, avessero compreso, avessero adorato? Invece, mentre hanno indicato ad altri la fonte della vita, essi ora sono morti di sete. È successo loro come alle pietre miliari: mentre hanno dato indicazioni ai viandanti in cammino, essi son rimasti inerti e immobili. […]

Augustinus Hipponensis, Sermo 199 - IN EPIPHANIA DOMINI (qui la traduzione italiana).


Un Sant’Agostino che, nella circostanza, riesce ad essere piuttosto polemico. Nel suo tempo, del resto, il contenzioso con quei Giudei che non avevano accolto Gesù era ancora aperto. Ma oggi, volendo individuare un bersaglio “più attuale” per la rampogna del Vescovo di Ippona, a chi si potrebbe pensare? L’attingere alla sacra Scrittura, avendola “sulle labbra ma non nel cuore,” e il presentare, “da infedeli” (di fatto), “la grazia della fede,” indicando “ad altri la fonte della vita,” fa venire in mente qualcuno?

December 30, 2007

Ferrara e l'Innominabile

San Michele sconfigge Satana, Raffaello Sanzio, 1518 - Parigi, Musée du LouvrePuò un giornalista “benintenzionato” ma “spregiudicato” farla a Giuliano Ferrara e ricevere in cambio—oltre che un amichevole buffetto di rimprovero—un po’ di pubblicità gratuita al suo sito Web? Certo che può, a patto che Giulianone utilizzi il blog di Camillo e che l’autore dello scherzetto riveli al mondo che il Cardinale Lopez Trujillo, Presidente del Pontificio Consiglio per la Famiglia, ha inviato una lettera di incoraggiamento al direttore del Foglio per la sua proposta di “moratoria sull’aborto.” E che il "reo" in oggetto fornisca informazioni dettagliate su quel che Ferrara pensa (forse senza saperlo) di certe trame oscure ordite da un personaggio ingiustamente trascurato dalle cronache, nonché dai teologi e da un sacco di preti, ma non da Benedetto XVI, che al contrario ha deciso di occuparsene approfonditamente e con la massima determinazione—salvo smentite poco convincenti.

December 29, 2007

La dieta speciale di Giuliano Ferrara

Giuliano Ferrara si sta dando parecchio da fare a sostegno della sua proposta di “moratoria sull’aborto.” Su Camillo, come molti già sapranno (qui, tra un cambiamento "strutturale" del blog e un altro, ci s’era dimenticati di darne notizia), il direttore del Foglio tiene un diario della “dieta speciale” che sta seguendo per richiamare l’attenzione sulla questione:

Una dieta speciale per la moratoria sull’aborto. Perché siano garantiti fondi al movimento per la vita e ai centri di assistenza che lavorano contro l’aborto, come ha chiesto ieri il giornale dei vescovi e come dovrebbero chiedere i giornali borghesi e laici. Una dieta semplice, che consiste nell’assumere soltanto liquidi dalla vigilia di Natale (dalla mattina della vigilia di Natale) al primo dell’anno (alla mattina del primo giorno del 2008). Non lo chiamo digiuno perché sono grasso, sebbene io pensi in generale di essere felicemente grasso e di recente mi senta un grasso molto in forma, orgoglioso di avere lo stesso peso corporeo (quello mentale è un altro paio di maniche) attribuito a Tommaso d’Aquino.

La dieta, dunque, scade il primo gennaio, e così il diario, si presume, quindi c’è ancora tempo per leggere e per riflettere. Retrospettivamente segnalo la risposta a un’intervista di Carlo Maria Martini a Europa, in cui il cardinale che ha scelto di vivere a Gerusalemme se la prende con gli «atei devoti». Nell’occasione Ferrara insiste sull’idea di “festeggiare il quarantennale della Humanae vitae, e comunque la vita e la famiglia, con cinque milioni di pellegrini a Roma, nella prossima estate,” il che, a suo avviso, “sarebbe un eccellente segno di contraddizione e di modernità della chiesa cattolica.”

December 18, 2007

Ayman al-Zawahiri: che gli ha preso?

Ayman al-Zawahiri, l’ideologo di al-Qaeda e il vice di Osama bin Laden, è infuriato con il mondo intero (o quasi). Infatti, in una lunga intervista messa su Internet lunedì da al-Sahah, il dipartimento informazioni di al-Qaeda, ha innanzitutto attaccato il re saudita Abdullah e Benedetto XVI, il primo per es­sere andato in udienza dal secondo, il quale è pur sempre «il Papa che ha offeso l’islam», e dunque dovrebbe essere considerato infrequentabile da tutti i buoni musulmani.

Ma un momento prima, nel medesimo video, al-Zawahiri ave­va malmenato gli ule­ma che oggi vietano ai musulmani di com­piere contro gli americani quel jihad che avevano considerato un do­vere, in altri tempi, quando avevano a che fare coi russi.

Nel video, inoltre, ce n’è anche per l’Iran, che sarebbe in combutta con gli Stati Uniti per spartirsi l’Iraq. Per al-Zawahiri, praticamente, le minacce rivolte da Ahmadinejad ad Israele sarebbero «pura propa­ganda». La ciliegina sulla torta, infine, è un attacco ad al-Jazeera, sia pure senza nominare esplicitamente la famosa emittente araba.

Che cosa gli ha preso? Per capire, la cosa migliore è leggere attentamente un paio di articoli pubblicati su Avvenire e sul Messaggero di oggi. Il primo riporta l’opinione di padre Federico Lombardi, direttore della sala stampa della San­ta Sede e di monsignor Gian­franco Ravasi, presidente del Pontifi­cio Consiglio per la Cultura. Il secondo l’ha scritto di suo pugno il generale Carlo Jean.

Ecco cosa dice padre Lombardi:
«I contatti di dialogo portati avanti da autorevoli esponenti musulmani co­me il re d’Arabia e i 138 teologi e in­tellettuali islamici sono un fatto significativo per tutto il mondo musulmano. Si trat­ta di voci che vogliono esplicitamen­te impegnarsi per la pace. […] Queste vo­ci hanno una importan­za crescente e questo evidentemente preoccupa chi questo dialogo non vuole».

Ed ecco l’opinione di monsignor Ravasi:
«Che ci siano quelli che vogliono sicu­ramente il duello e lo scontro, noi lo sappiamo ed è una costante: questo at­teggiamento è la via più semplice che vuole evitare qualsiasi incontro, qual­siasi comprensione, qualsiasi forma di umanità. […] D’altra parte bisogna dire che queste persone non rappresentano as­solutamente l’orizzonte intero di mol­ti credenti, anche dell’islam».

Sul Messaggero, invece, Carlo Jean spiega molto bene come si sono messe le cose per “la vera perdente,” vale a dire al-Qaeda, che “non è riuscita a trasformare l’Iraq in un Vietnam, per indurre gli americani al ritiro, lasciando mani libere ai radicali ed aprendo la strada alla loro presa di potere anche in Arabia Saudita.” Non solo, il bilancio in Iraq, dove evidentemente il surge e il nuovo approccio politico del generale Petraeus e dall’ambasciatore Crocker stanno dando ottimi risultati, è semplicemente disastroso (per al-Qaeda, of course):
forte diminuzione del numero delle vittime; deflusso dei jihadisti stranieri; ritorno di rifugiati e sfollati; accordi fra i capi tribù sunniti e gli Usa per la costituzione di reparti per un totale di 65.000 soldati, a cui vanno aggiunti altri 12.000 dei battaglioni tribali di protezione; nuova legge sulla de-baathizzazione, che consentirà il recupero di funzionari preparati; frammentazione del fronte sciita a danno degli elementi filo-iraniani; tentativo di accordo con i sunniti del pittoresco Moqtada al-Sadr, ed altri ancora.

Ma segnali altrettanto negativi per al-Qaeda provengono anche dall’esterno dell’Iraq:
la conferenza di Annapolis, a cui ha partecipato anche la Siria, isolando Iran, Hezbollah e Hamas; migliori rapporti fra gli Usa e l’Iran, consolidati dalla pubblicazione del rapporto Nie, che sdrammatizza la minaccia del nucleare iraniano, aprendo la strada ad accordi fra i due Paesi; invito ad Ahmedinajad da parte del re saudita Abdullah di partecipare alla Hajj, il pellegrinaggio annuale che, dal 18 al 20 dicembre, riunirà oltre due milioni di pellegrini nei Luoghi Santi dell’Islam.


Insomma, non c’è da meravigliarsi che lorsignori siano imbestialiti. E che siano disperatamente alla ricerca di qualche via d’uscita.

December 13, 2007

Oltre ogni limite di stupidità

E’ una cosa che penso da molto, un sospetto atroce, troppo surreale per essere esternato, troppo poco credibile per essere argomentato. E pure quando la «notizia» irrompe nella vita di tutti i giorni si stenta a filarci dietro. Ma una notizia è una notizia, e fino alla smentita ufficiale resta in piedi, volenti o nolenti. Ma nessuno, finora, pare abbia smentito. E allora? Allora, se tanto mi dà tanto, io esterno, in omaggio a sua maestà la notizia, che poi, nella fattispecie, è quella che abbiamo appreso dal Giornale di ieri, tramite la lettera al Direttore spedita da un lettore il cui figlio frequenta la classe IV C della Scuola Elementare “Villani” di Firenze:


La maestra di disegno ha nei giorni scorsi invitato gli alunni a fare un disegno che rappresentasse il Natale e mio figlio si stava quindi accingendo a rappresentare la «Natività di Cristo» quando è intervenuta detta maestra «vietando» al bambino di disegnare «Gesù bambino».Mio figlio è rimasto molto amareggiato da questa vicenda, anche perché non è riuscito a comprendere la ragione di tale assurdo divieto ed ha riferito il proprio turbamento a noi genitori.Pensando l'incidente si fosse verificato per un equivoco, mia moglie si è quindi recata personalmente a parlare con la maestra di disegno ma questa, appresa la ragione del colloquio, si è «inalberata» affermando che sarebbe «una scemenza» (testuali parole) voler rappresentare la nascita di Gesù Cristo ed associarla al Natale […].


Che ci si creda o no, questa cosa pare sia accaduta veramente. Tanto che oggi, su Avvenire, si può leggere un editoriale che la commenta—e che condivido, nella sostanza—in maniera giustamente, comprensibilmente indignata. Ma il sospetto che ho, come dicevo sopra, è atroce, e quindi, da un certo punto di vista, il commento di Marina Corradi mi sembra piuttosto inadeguato, come le considerazioni—parimenti indignate, giustificate, comprensibili—di quel genitore nella lettera al Giornale. Il sospetto che ho è questo: che si stia consolidando, nella nostra società, una componente laicista che, nelle sue frange più estreme (ma non per questo inconsistenti sul piano “quantitativo”), abbia varcato drammaticamente il Rubicone dell’imbecillità, della più proterva e irriducibile chiusura mentale, e dunque di un oscurantismo e di un’intolleranza che non hanno più freni e limiti.

Mi vengono in mente gli anni lontani della “contestazione” studentesca e in particolare la rivendicazione del diritto alla creatività e alla libertà di espressione artistica: fiorirono allora, opera di giovani e brillanti talenti, i primi murales: a volte stupendi, quasi sempre gradevoli e, a loro modo, intelligentemente provocatori. Poi il “verbo” è arrivato ai meno dotati, ed ecco che i murales sono spariti per far posto ai “graffiti” assolutamente idioti, privi di qualsiasi qualità artistica, che deturpano le nostre strade, i monumenti, i palazzi. Temo che il laicismo “nobile” e sempre rispettabile di un tempo si sia fatto soppiantare dal laicismo volgare e incolto di gente come quella di cui si occupa l’ottimo editoriale di Avvenire.

December 10, 2007

Paola Binetti e la libertà di coscienza

Giuliano Ferrara, ancora lui. Stavolta in casa (sul Foglio) e in difesa di Paola Binetti. E contro l’uso strumentale della «libertà di coscienza» da parte “del­l' illuminismo del tipo dark,” cioè quando essa “e l'obiezio­ne che sgorga dal fondo del cuore” sono rivolte rigorosamente “contro il presbitero, il vescovo, il car­dinale o più semplicemente l'avversario.” Ché quando “la purezza inappellabile di una decisione presa nel foro interiore” sfavorisce coloro, ecco che gli Illuminati si stracciano le vesti.

Croce, del resto, diffidava del termine «coscienza», giudicato rettorico, e forse, in un certo senso, non aveva tutti i torti. Così sembrerebbe, ad esempio, stando al ragionamento del direttore del Foglio, che avanza un’interessante ipotesi: che cioè

Croce avesse intuito, avendo vissuto con tutte le sue ambiguità la fase moder­nista del cattolicesimo europeo, il ser­peggiare, per lo meno potenziale, di una nozione di coscienza come violazione sciatta della disciplina e della coesione razionale del pensiero, per non dire (e non era affar suo) dell'unità e del vigore dogmatico di una fede incarnata nella storia e proiettata fuori della storia.

Ma per noi non-crociani non è inevitabile diffidare del termine in se ipso, lo è piuttosto il ritenerlo troppo spesso abusato da retori e ipocriti.

December 3, 2007

Anche questo è Tenzin Gyatso

Quello che del Dalai Lama si preferisce non ricordare (Avvenire di domenica, 2 dicembre):

Nel maggio dello scorso anno, ad esempio, Tenzin Gyatso rilasciò al quotidiano britannico Daily Telegraph un’intervista che fece scalpore, nella quale precisava la sua posizione riguardo a temi di morale oggi particolarmente caldi come i rapporti di coppia, l’aborto, il rispetto per la vita, la concezione generale dell’esistenza. In quell’occasione il Dalai Lama difese il matrimonio tra uomo e donna e la procreazione come una relazione che consente lo sviluppo armonico della persona, prese le distanze dalle unioni omosessuali e quanto all’aborto si limitò ad esprimere compassione per le donne che ricorrono a tale 'soluzione'. Così, su questo giornale, uno scrittore di ispirazione buddhista, commentò tale esternazione: «È stata, la sua, una puntualizzazione importante, che è servita a riequilibrare una visione del buddhismo un po’ new age che, complici a volte anche i maestri, viene diffusa adeguandosi alle richieste di vie facili alla spiritualità che provengono da un Occidente ripiegato sul pensiero debole».

L'intervista al Telegraph, per chi avesse voglia di verificare, è qui.

December 1, 2007

Tu es Petrus

Io sono convinto che la questione della giustizia costituisce l’argomento essenziale, in ogni caso l’argomento più forte, in favore della fede nella vita eterna.

Così scrive Benedetto XVI nella nuova enciclica, Spe Salvi. Citazione colta al volo da Luigi Accattoli, che l'ha riportata nel suo blog. “Colpisce sempre—nota il vaticanista del Corriere—un papa che dice «io sono convinto».” In effetti. Tutto ciò che quelle tre parolette mi hanno fatto venire in mente lì per lì lo potete leggere nel primo dei commenti al post.

Ma chi diavolo crede di essere?

In effetti, il mascalzone è furbissimo, si nasconde, si camuffa, e soprattutto ti vuol convincere della sua propria non-esistenza. E a quanto pare ci riesce alla grande, facendo fare figure barbine a coloro i quali continuano imperterriti a credere il contrario. Peggio ancora: costoro devono aspettarsi di essere passati per le armi in vario modo. Oggi, evidentemente, un castigo mediatico è quello più probabile. E’ andata così per Padre Pio: perseguitato in vita (soprattutto dai «suoi») secondo le modalità più micidiali del suo tempo, e dopo la morte, appunto sui giornali, Corriere in testa.

Questa, all’incirca, è l’opinione di Pietrangelo Buffafuoco, che nel paginone del Foglio di giovedì ha “menato come un fabbro” (et pour cause!) cercando di rendere la pariglia. Naturalmente ho copiato e incollato il tutto qui, ché Il Foglio, purtroppo, mantiene a portata di link solo poche cose, e spesso non le più essenziali. Stessa cosa ho fatto qui con l’articolo di Gianni Baget Bozzo, che si occupa di Padre Pio da un altro punto di vista, non meno essenziale:


Tutta la storia di Padre Pio è segnata da un intervento misterioso, quasi che Dio volesse in lui dare un segno visibile della sua presenza, un segno piccolo, come i miracoli del vangelo, ma carico di simbolo. La chiesa cattolica esprime il divino mediante cose umane, materiali: il pane e il vino, l’acqua, l’olio, il sì degli sposi: il simbolo conduce direttamente al divino. San Pio è stato in questo caso il simbolo dell’intervento della divina Provvidenza nei casi difficili, un santo guaritore, come Cosma e Damiano. E il simbolo di Padre Pio ci dice che Dio ha cura di noi. Ciò, in analogia al principio sacramentale, vuol dire che Padre Pio è un segno della Provvidenza nei casi minuti della vita. Quello che i beneficati da Padre Pio hanno ricevuto dal santo, non è soltanto la beneficenza, è l’amore divino verso di loro. Non hanno ricevuto soltanto la vita umana, ma anche la vita divina.

E tuttavia don Gianni non ignora affatto il côté caro a Buttafuoco. Infatti ci è tornato ieri su La Stampa, sia pure con un piglio più ottimistico :


La Chiesa cattolica ha scelto di valutare a un tempo la profondità del Male, ciò che la fede chiama Satana, ma anche il fatto che l’uomo è creato e redento e che con la sua azione può giungere a vivere il suo mondo in pace. [Leggi il resto]

E’ in effetti il tema della redenzione, quello che ha ispirato entrambi gli interventi di Baget Bozzo. Un argomento molto difficile da trattare, oggi. Con la sua vita e le sue opere Padre Pio testimonia ciò che quasi nessuno sembra più voler ricordare, e cioè che “Cristo ci redime con il suo sangue.” Ma, appunto,


[c]hi predica più oggi la redenzione? E soprattutto chi ricorda che la Messa è il rinnovamento del sacrificio della croce e che il prete lo compie rappresentando la persona di Cristo: in persona Christi, come dice la sacra formula. E oggi una liturgia, che ha tolto lo sguardo comune dei fedeli del prete verso il crocifisso e verso l’altare e tutto sembra un banchetto, e talvolta una scampagnata, queste verità sono divenute intrasmissibili.

Verità divenute intrasmissibili, dunque. Non è forse per aver testimoniato il contrario, cioè la trasmissibilità, malgrado tutto, di quelle verità che Padre Pio è diventato “indigesto” all’establishment culturale e mediatico? Non solo questo frate ha avuto l’ardire di ricordare al mondo che Satana esiste, ha pure preteso di testimoniare il non-testimoniabile! E come se non bastasse lo ha fatto in barba ai sapienti, agli intellettuali e, last but not least, ai teologi, cioè parlando ai cuori dei “semplici fedeli” e, udite udite, delle vecchiette …


Barbara Spinelli ritiene che solo i teologi che rimangono attaccati allo «spirito del Concilio» siano la vera Chiesa (strano assunto per un laico). Sembra dimenticare che la Chiesa è una religione e che è stata salvata come religione da tre grandi papi: Paolo, Giovanni Paolo e Benedetto. Ma, prima di tutto, dai semplici fedeli, gli stessi che in Russia, vecchie e povere donne, continuavano ad assistere alla celebrazione della liturgia divina nei limiti in cui il comunismo lo permetteva. Anche la Chiesa ortodossa ha potuto vivere grazie alla liturgia e alle vecchiette. Accade sempre che siano i fedeli a conservare il mistero della fede quando i teologi tutto subordinano alle vie della ragione. Ma la ragione non sa dare un fine all’uomo, non sa spiegare il senso della vita.


Non è forse imperdonabile tutto questo? Evidentemente lo è, eccome se lo è.

Ah, dimenticavo, nel frattempo è uscito Il segreto di Padre Pio, di Antonio Socci. Qui potete leggerne a sbafo alcune pagine (ma per poi correre subito in libreria: è quasi Natale ...), mentre qui trovate il video della puntata di Otto e mezzo nella quale l’autore ha presentato il libro. Qui, infine, l'articolo di Socci uscito su Libero del 25 ottobre scorso.