June 6, 2007

La faccia che si merita

Quasi si scusa, l’editorialista del Foglio, per un’esercitazione politico-letteraria ai confini della stravaganza e dell’impertinenza. Ma siccome il risultato, secondo me, non è affatto infelice, non c’è proprio niente da farsi perdonare (sempre a mio modestissimo avviso). Anzi: buttarla sulle facce può dare una mano a capire “in profondità.”

Ad esempio, a me sono rimaste impresse nella memoria le facce dei capi di governo europei che il 29 ottobre 2004 firmarono in Campidoglio la Costituzione europea, sì, quella che poi giustamente ha fatto una fine ingloriosa. Mi ero organizzato, avevo fatto in modo di «esserci», di assistere, cioè, almeno alla diretta tv all’evento. Garantisco che quella volta a tutto pensavo meno che alle facce. E invece furono proprio quelle che attirarono-catturarono, la mia attenzione. Non entro nei particolari, dico solo che lo spettacolo fu desolante: facce che avevano quasi tutte qualcosa di inquietante in comune, un ghigno, non so, un’estenuazione, un senso di esaurimento per intima consunzione … L’emblema, la summa di tutto ciò, spiace dirlo, era la faccia di Jaques Chirac.

Ora l’editorialista del Foglio sembra raccogliere quella mia (mai raccontata) frustrazione, e mi testimonia che, forse, lo sgomento provato in quella e in tante altre circostanze non era, non è, una specie di allucinazione privata: siamo almeno in due a captare certe vibrazioni …


Totò, guarda caso ne “I Tartassati”, ci dice che “ognuno ha la faccia che ha, ma qualche volta esagera”. Se uno aggiunge che “dopo i trent’anni ognuno è responsabile della faccia che ha”, la marachella è fatta. Non sia mai che si voglia parlare di volti, vizio tendente all’inelegante se non al razzismo. Però, per non essere tacciati di un banale trucco alla “Cesare taccio”, diciamo che nel volto, nella società della tv, c’è il corpo, il portamento, l’umore. Giochiamo dunque al piccolo Linneo del potere, navigando a vista tra i corpi floridi nei sondaggi alla Botero e quelli in decomposizione alla Lucien Freud. Vedi il sorriso volitivo e ipercinetico del presidente francese, con gambe e pantaloncini corti, corti alquanto, e maglietta dei poliziotti di New York, e capisci che le riforme tutte e subito: può fallire, ma la forza di volontà c’è. Guardi il ciuffo ingovernabile del futuro premier inglese, quel qualcosa di stonato perché senza gioia, e cogli il logorio che ha logorato chi il potere a lungo non lo ha avuto, desiderandolo. Osservi il ghigno soave e un po’ incosciente del presidente del governo spagnolo e scopri che il potere della fantasia, da Alice nel paese delle meraviglie, ha una sua energia. Scopri l’educata fermezza della cancelliera tedesca e capisci che la leadership è femmina di per sé, senza bisogno di ostentarlo. Se poi i capelli sono rossi, ci sono le stimmate della predestinata al comando, alla Vittoria. Quando infine si sente l’acquolina di un insperato ritorno da Champions League, il sorriso supera il numero naturale dei denti e allora il potere si gode gli ultimi momenti scravattati prima del ritorno al lavoro. Se però per trovare l’ultima foto sorridente devi andare indietro di mesi, a un finto rilassato giro in bici da professore in vacanza, vuol dire che la classe tollera il prof. ma già spera in meglio per il corso dell’anno prossimo. Se a ogni vertice stile reggia di Caserta che passa la profondità e la lunghezza delle due rughe rivolte verso il basso delle guance aumentano vuol dire che, come insegna La Bruyère, l’infelicità nasce dall’incapacità di stare soli e che il muso dell’incompreso, con o senza balcone, non si addice al capo. Se i volti del potere sono Prodi e Visco perfino un generale della Finanza diventa simpatico agli italiani. Poi Speciale, parola di Fiorello, bonario lo è davvero, tanto che sorridendo dà un buffetto amichevole al successore e neanche fa causa. Mentre il potere che mette il broncio dimostra che si sta esaurendo o che è esaurito.



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