December 27, 2007
Benazir Bhutto assassinata
December 18, 2007
Ayman al-Zawahiri: che gli ha preso?
Ayman al-Zawahiri, l’ideologo di al-Qaeda e il vice di Osama bin Laden, è infuriato con il mondo intero (o quasi). Infatti, in una lunga intervista messa su Internet lunedì da al-Sahah, il dipartimento informazioni di al-Qaeda, ha innanzitutto attaccato il re saudita Abdullah e Benedetto XVI, il primo per essere andato in udienza dal secondo, il quale è pur sempre «il Papa che ha offeso l’islam», e dunque dovrebbe essere considerato infrequentabile da tutti i buoni musulmani.Ma un momento prima, nel medesimo video, al-Zawahiri aveva malmenato gli ulema che oggi vietano ai musulmani di compiere contro gli americani quel jihad che avevano considerato un dovere, in altri tempi, quando avevano a che fare coi russi.
Nel video, inoltre, ce n’è anche per l’Iran, che sarebbe in combutta con gli Stati Uniti per spartirsi l’Iraq. Per al-Zawahiri, praticamente, le minacce rivolte da Ahmadinejad ad Israele sarebbero «pura propaganda». La ciliegina sulla torta, infine, è un attacco ad al-Jazeera, sia pure senza nominare esplicitamente la famosa emittente araba.
Che cosa gli ha preso? Per capire, la cosa migliore è leggere attentamente un paio di articoli pubblicati su Avvenire e sul Messaggero di oggi. Il primo riporta l’opinione di padre Federico Lombardi, direttore della sala stampa della Santa Sede e di monsignor Gianfranco Ravasi, presidente del Pontificio Consiglio per la Cultura. Il secondo l’ha scritto di suo pugno il generale Carlo Jean.
Ecco cosa dice padre Lombardi:
«I contatti di dialogo portati avanti da autorevoli esponenti musulmani come il re d’Arabia e i 138 teologi e intellettuali islamici sono un fatto significativo per tutto il mondo musulmano. Si tratta di voci che vogliono esplicitamente impegnarsi per la pace. […] Queste voci hanno una importanza crescente e questo evidentemente preoccupa chi questo dialogo non vuole».
Ed ecco l’opinione di monsignor Ravasi:
«Che ci siano quelli che vogliono sicuramente il duello e lo scontro, noi lo sappiamo ed è una costante: questo atteggiamento è la via più semplice che vuole evitare qualsiasi incontro, qualsiasi comprensione, qualsiasi forma di umanità. […] D’altra parte bisogna dire che queste persone non rappresentano assolutamente l’orizzonte intero di molti credenti, anche dell’islam».
Sul Messaggero, invece, Carlo Jean spiega molto bene come si sono messe le cose per “la vera perdente,” vale a dire al-Qaeda, che “non è riuscita a trasformare l’Iraq in un Vietnam, per indurre gli americani al ritiro, lasciando mani libere ai radicali ed aprendo la strada alla loro presa di potere anche in Arabia Saudita.” Non solo, il bilancio in Iraq, dove evidentemente il surge e il nuovo approccio politico del generale Petraeus e dall’ambasciatore Crocker stanno dando ottimi risultati, è semplicemente disastroso (per al-Qaeda, of course):
forte diminuzione del numero delle vittime; deflusso dei jihadisti stranieri; ritorno di rifugiati e sfollati; accordi fra i capi tribù sunniti e gli Usa per la costituzione di reparti per un totale di 65.000 soldati, a cui vanno aggiunti altri 12.000 dei battaglioni tribali di protezione; nuova legge sulla de-baathizzazione, che consentirà il recupero di funzionari preparati; frammentazione del fronte sciita a danno degli elementi filo-iraniani; tentativo di accordo con i sunniti del pittoresco Moqtada al-Sadr, ed altri ancora.
Ma segnali altrettanto negativi per al-Qaeda provengono anche dall’esterno dell’Iraq:
la conferenza di Annapolis, a cui ha partecipato anche la Siria, isolando Iran, Hezbollah e Hamas; migliori rapporti fra gli Usa e l’Iran, consolidati dalla pubblicazione del rapporto Nie, che sdrammatizza la minaccia del nucleare iraniano, aprendo la strada ad accordi fra i due Paesi; invito ad Ahmedinajad da parte del re saudita Abdullah di partecipare alla Hajj, il pellegrinaggio annuale che, dal 18 al 20 dicembre, riunirà oltre due milioni di pellegrini nei Luoghi Santi dell’Islam.
Insomma, non c’è da meravigliarsi che lorsignori siano imbestialiti. E che siano disperatamente alla ricerca di qualche via d’uscita.
May 30, 2007
Yalla Italia
Ci sono musulmani, italiani di seconda generazione, che scherzano e ridono di se stessi, dei costumi e consuetudini della loro gente, religione inclusa. Questo grazie a un’interessante iniziativa editoriale del settimanale Vita: un inserto mensile completamente autogestito da un gruppo di giovani musulmani milanesi, per lo più studenti universitari, figli di immigrati arabi. Il Giornale ne dà notizia oggi, qualche giorno dopo la conferenza stampa di presentazione. L’inserto si chiama «Yalla Italia» (Vai Italia). Sul sito di Vita si legge che i giovani autorifanno capo all'esperienza di integrazione avviata negli scorsi anni nelle scuole di Milano dall'equipe del professor Paolo Branca, docente di letteratura araba all'Università Cattolica di Milano. Il primo numero sarà dedicato allo humour e alle vignette nel mondo musulmano.
Il gruppo originario è costituito da circa 200 persone, tra le quali è stata scelta una “squadra” di otto ragazzi con buona predisposizione alla scrittura e alla creatività. A sorpresa c'è una preminenza femminile.
[…]
Coordinatore editoriale del progetto è Martino Pillitteri. Tutti i ragazzi, perfettamente bilingui o trilungui avevano espresso il desiderio di avere uno strumneto sul quale espriemere il loro punto di vista sull'intergrazione. Yalla Italia è quindi il luogo dove loro si raccontano, lanciano un dialogo ai loro coetanei e all'intera società in cui si trovanao a vivere.
Non mi sono ancora procurato il primo numero di Yalla Italia, in edicola da sabato scorso, ma mi ripropometto di rimediare al più presto. Luca Doninelli, sul Giornale, assicura che, a parte l'indubbia validità dell’idea in sé e per sé, la qualità del prodotto è eccellente.
January 24, 2007
Ecco a voi il ‘perdente radicale’
Enzensberger, per chi vuole documentarsi, ci ha scritto un libro, anzi, un articolo—apparso su Der Spiegel il 7 novembre 2005—che poi è diventato un libro. A dire il vero, al tempo dell’uscita della traduzione in inglese di quell’articolo avevo già scritto qualcosa su WRH. Dunque, l’occasione (o la scusa) per tornare sull’argomento mi è fornita dalla pubblicazione in lingua italiana (segnalata da un generoso editoriale del Foglio di ieri), per i tipi di Einaudi, di un libricino di 100 pagine che molto opportunamente, a mio avviso, ricicla quell’articolo. L’idea di farne un libro, però, è giustamente venuta prima ai compatrioti del noto studioso, ed ecco Schreckens Männer. Versuch über den radikalen Verlierer, Suhrkamp, 2006 (Uomini del terrore. Saggio sul perdente radicale). Proprio l’uscita di Schreckens Männer, tra l’altro, aveva suggerito all’Indipendente di ripubblicare in traduzione italiana un’intervista concessa dall’autore a Die Zeit nell’ottobre 2006. Lettura interessante.
Per tornare al contenuto del libro, va detto che Enzensberger non si è occupato soltanto del perdente radicale come singola persona, al contrario egli è partito da questa figura per approdare all’individuazione di un’intera cultura che si rifà al modello, quella di coloro i quali hanno fatto propria l’“ideologia dell’islamismo,” che è tanto potente quanto pervasiva, e “rappresenta un mezzo ideale per la mobilitazione dei perdenti radicali nella misura in cui riesce ad amalgamare istanze religiose, politiche e sociali.” Non a caso il terrorista islamico, tra tutti i suoi omologhi sparsi per il mondo, è l'unico che agisce su scala globale.
Ad ogni buo conto, il progetto del perdente radicale, come ben si vede in Iraq e in Afghanistan, è piuttosto ambizioso: organizzare il suicidio di un’intera civiltà e promuovere una diffusione illimitata, tra le masse islamiche, di quel “culto della morte” che purtroppo abbiamo tutti imparato a conoscere. Anche se, va detto, secondo Enzemberger le probabilità di riuscire in questo intento sono “trascurabili:” gli attacchi dei terroristi islamici stanno diventando una quotidianità, come gli incidenti stradali, vale a dire qualcosa cui si finisce per fare l’abitudine e con cui bisogna imparare comunque a convivere, anziché eventi in grado di operare, appunto su vastissima scala, una profonda trasformazione delle coscienze.
Il Nostro, ad ogni modo, mette in guardia l’Occidente, soprattutto quella parte di esso (leggi la sinistra massimalista e pacifista) che è più restia a cogliere, in tutta la sua drammaticità, la minaccia rappresentata dal perdente radicale. E lo fa, come giustamente rileva l’editorialista del Foglio, “con un evidente disinteresse per i distinguo politicamente corretti.” Ai primi di dicembre dello scorso anno, Enzensberger si era espresso in questi termini su la Repubblica:
È scomodo pensare che esistano nel mondo conflitti così gravi: c'è la banalità dei benpensanti che non vogliono vedere i conflitti reali e sono convinti che con il dialogo e un po' di tolleranza si può risolvere tutto. Si gioca troppo con la tolleranza. Chi tollera tutto, sbaglia.
January 10, 2007
The radical loser
The loser may accept his fate and resign himself; the victim may demand satisfaction; the defeated may begin preparing for the next round. But the radical loser isolates himself, becomes invisible, guards his delusion, saves his energy, and waits for his hour to come.
[…]
The project of the radical loser, as currently seen in Iraq and Afghanistan, consists of organizing the suicide of an entire civilisation. But the likelihood of their succeeding in an unlimited generalization of their death cult is negligible. Their attacks represent a permanent background risk, like ordinary everyday deaths by accident on the streets, to which we have become accustomed.
In a global society that constantly produces new losers, this is
something we will have to live with.
[Read the rest]
[This post was first published at windrosehotel.splinder.com on December 12, 2005]
December 21, 2006
***Tre stelle nel cuore - 2

Ancora sull’Iran, ancora sul Foglio, ancora sulla manifestazione pro-studenti di stasera, davanti all’ambasciata iraniana (via Nomentana, angolo via Santa Costanza, Roma, ore 20). Giustamente si fa osservare questa semplice e triste verità:
L’Iran fa paura, ma la paura degli iraniani non fa notizia. Il sismografo dell’indignazione internazionale resta fermo quando si tratta delle tragedie pubbliche e private degli iraniani. In sessanta minuti d’intervista ad Ahmadinejad, Mike Wallace non ha ritenuto opportuno incalzare il presidente sulla repressione nei confronti dei concittadini, lo scorso agosto. Eppure più di 2,5 milioni di iraniani dal ’79 a oggi sono finiti in prigione per reati politici. Molti non ne sono usciti. Sono monarchici, liberali e comunisti, intellettuali, studenti, professori, operai, teologi e mistici sufi. Da giugno nelle università ci sono stati 136 sit-in di protesta contro le epurazioni del regime. Il 12 dicembre un gruppo di studenti del politecnico Amir Kabir ha sfidato il presidente Ahmadinejad.
Un’altra semplice verità: in Iran non protestano solo gli studenti. Infatti:
Poco più di un anno fa uno sciopero dei conducenti d’autobus di Teheran ha paralizzato la capitale: inneggiavano contro l’oppressione. A marzo e a giugno si sono riuniti nei parchi di Teheran gruppi di donne a invocare “azadi”, libertà, inseguite e percosse da vigilantes in borghese che hanno colpito nel mucchio senza fermarsi, neanche dinnanzi all’età avanzata della poetessa Simin Behbehani. Il primo maggio un gruppo di lavoratori iraniani ha ridicolizzato la manifestazione ufficiale. Le voci dei paramilitari bassiji sono state sopraffatte da grida più forti. “Scioperare è un nostro diritto inalienabile”, hanno urlato facendo il verso ai cartelli sull’inalienabile diritto al nucleare. Ad agosto sono insorti gli agricoltori di Amol, a settembre ii minatori e gli
operai dell’industria tessile di Kashan. Sui loro manifesti c’era scritto: “Vergogna! Protestate per i diritti negati dei palestinesi e poi uccidete gli iraniani”.
Certamente, se parecchi laggiù dovrebbero vergognarsi, dalle nostre parti si suppone che debbano fischiare le orecchie a più d’uno. In genere, siamo tanto disamorati del privilegio di vivere in Paesi liberi che il coraggio e l’abnegazione di chi si batte per essere come noi—pur con tutte le nostre imperfezioni—non ci “commuove” minimamente, anzi, ci lascia perfettamente indifferenti, oppure scettici, o annoiati. “In genere,” però, perché qualcuno che nel quadretto non si riconosce, che non ci sta, è rimasto. E presumibilmente sarà sotto l’ambasciata dell’Iran stasera. In persona o in spirito. Le stelle si vedono quando è buio.
December 19, 2006
Aggiornamenti sull'Iran
Comitato promotore:
Forza Italia giovani, Sinistra giovanile, Azione giovani, Giovani della Margherita, Federazione dei giovani socialisti, Giovani Italia dei Valori, Giovani Verdi, Giovani dell’Udeur, Partito radicale transnazionale, Forum nazionale dei giovani, Giovani delle Acli, Federazione universitaria dei cattolici italiani, Unione degli studenti, Unione degli universitari, Movimento studenti cattolici, Azione universitaria, Associazione giovanile studenti iraniani, Generazione U, Giovani Musulmani d'Italia, Unione giovani ebrei d'Italia Per adesioni di singoli e associazioni: teheran2007@libero.it
2) Sul sito dell’Associazione Donne Iraniane si legge questo comunicato del Consiglio nazionale della resistenza iraniana:
CNRI - il 10 dicembre, agenti del ministero delle informazioni e della sicurezza dei mullah (VEVAK) hanno fermato molti cristiani iraniani a Teheran, Karadj e Rasht.La VEVAK fa pressione su di loro perché abiurino la loro fede durante le feste di Natale e di fine d'anno.Le forze repressive hanno attaccato i loro domicili ed hanno confiscato i loro libri religiosi, il loro CD e le loro immagini sacre.
A seguito degli arresti nella città di Rasht, al nord del paese, i genitori dei prigionieri cristiani si sono raccolti dinanzi al tribunale della città per chiedere informazioni.Gli agenti del VEVAK hanno reagito insultandoli e gli hanno arrestati .Sono stati minacciati.Alla vigilia Di Natale, i cristiani iraniani si sono visti proibire di tenere cerimonie religiose e misure repressive sono in gran parte applicata nel paese.
La resistenza iraniana chiama tutte le organizzazioni di difesa dei diritti dell'uomo ed il relatore dell'ONU per la libertà religiosa di condannare questi atti disumani della dittatura religiosa contro i cristiani ed adottare misure immediate per liberare tutti i prigionieri.
Segretariato del Consiglio nazionale
della resistenza iraniana
December 18, 2006
'Le stelle si vedono quando fa buio'
A quanto pare all’origine della inaspettata manifestazione di protesta di una settimana fa contro Ahmadinejad c’era proprio questa tristissima novità. Non a caso tra i cartelloni di protesta ce n’era uno che recava scritto «le stelle si vedono quando fa buio». Gli studenti “premiati,” comunque, come informa The Telegraph, esibiscono con fierezza il loro “marchio” e hanno colto immediatamente il nesso con il sistema adottato dai nazisti con gli ebrei durante la seconda guerra mondiale. Quando Bertolt Brecht ha scritto “sfortunato quel popolo che ha bisogno di eroi,” ha colto perfettamente e ante litteram la situazione attuale dell’Iran. Il minimo che possiamo fare, dalle nostre parti, è rendere omaggio agli eroi parlandone. Auguri ragazzi, con tutto il cuore.
La seconda notizia—che non ci fa né caldo né freddo (parlo per me)—è che d’ora in poi l’Iran calcolerà le proprie entrate, comprese quelle derivanti dalle vendite di greggio, in euro e non più in dollari.
La terza—la migliore: finalmente una buona nuova!—è che si sta profilando una sonora sconfitta elettorale per gli ultra-conservatori del presidente iraniano Ahmadinejad. Ottimo a tal riguardo il resoconto di Asia News:
Il voto riguardava comuni, alcuni deputati e l’Assemblea degli Esperti. Quest’ultima era l’elezione principale. Solo i musulmani potevano votare per eleggere 86 mullah, gli “Esperti” (eletti per 8 anni, hanno il potere di scegliere o magari destituire la Guida Suprema). In alcune circoscrizioni, la preselezione drastica dei candidati fatta dal “Consiglio dei Guardiani” non ha lasciato nessuna scelta agli elettori: tante sedie, tanti candidati. Però, la partecipazione è stata assai alta: 62 %, una cifra che provoca dichiarazioni liriche da parte d’Ahmadinejad (“gloriosa epopea”, “vittoria del popolo”,
“neutralizzati i cospiratori occidentali”). Mohammad-Ali Hosseini, portavoce del
Ministero degli Affari esteri, ha pure affermato che questa cifra significa l’appoggio del popolo all’attuale politica estera dell’Iran!
[Leggi il resto]
December 12, 2006
Morte al tiranno!
Ma lasciando da parte tutte le differenze e le somiglianze tra i due infausti episodi—cui solo il Caso ha voluto malignamente conferire una contiguità temporale—e concentrando com’è giusto e sacrosanto la nostra attenzione sull’Uomo di Teheran, non si può non sottolineare con forza la magnifica reazione dell’illustre Offeso, il quale, rispondendo all’infame auspicio di quella plebaglia scatenata («Morte al tiranno!», purtroppo …), ha fatto notare che «la minoranza che sostiene che non ci sia libertà di parola sta impedendo alla maggioranza di sentire il mio discorso». Quanta signorilità! E quale acutezza, quale sfoggio di politcal correctness! Un vero peccato, tuttavia, che l’agenzia di stampa ufficiale iraniana, Irna, non abbia menzionato la protesta e che la tv di Stato abbia bensì dato notizia del discorso del presidente, ma senza riferire della contestazione (le uniche informazioni disponibili sono arrivate dalla semi-ufficiale agenzia Fars). Davvero indegna di questo grande Leader la meschineria perpetrata dalle servili agenzie d’informazione ufficiali! Possiamo ben immaginare lo sdegno del Capo Supremo quando (e se) scoprirà l'improvvida omissione ...
Ma, attenzione, la rispostina di cui sopra non è ancora niente, infatti il “tiranno”—è chiaro a tutti l'affetto con il quale uso il termine, al limite del paradosso!—ha aggiunto quest’altra perla di saggezza politica: «Per anni abbiamo combattuto contro la dittatura (dell'ex Scià, ndr) e per i prossimi mille anni nessuno potrà costituire una dittatura in Iran, nemmeno in nome della libertà». Già, perché le dittature, quelle vere, si mettono su «in nome della libertà», mica del fanatismo religioso, della lotta di classe di stampo marx-leninista, dell’antisemitismo, del razzismo in genere e di simili, volgari imitazioni dell’unico e vero Modello! No, amici, compatrioti, cittadini delle democrazie plutocratiche dell’Occidente, la sola e autentica tirannia è quella che si nasconde dietro il paravento della vostra libertà, anzi, è la libertà medesima! Parole indimenticabili. E, per favore, non andate alla ricerca del solito pelo nell’uovo domandandovi come si concili questa affermazione con la precedente, cosa ci azzecchi, cioè, l’equiparazione tra libertà e dittatura con la rivendicazione da parte del Presidente della (propria) libertà di parola. Davvero, credetemi, se non l’avete capito, non avete capito niente.
Lasciate, dunque, a chi invece ritiene di aver capito qualcosa, gridare alto e forte, qui ed ora, all’unisono con gli studenti dell'università Amir Kabirdi di Teheran, il mio personale e convinto
«Morte al tiranno!», nella speranza che diventi il grido di un’intera nazione, e se possibile dell’universo mondo. E, mi raccomando, capite bene a cosa e a chi alludo con il funesto auspicio ...
November 16, 2006
Dieci anni dopo 'The Clash of Civilizations'
Da uno studioso come Samuel Huntington ci possiamo ben aspettare tesi ottimamente argomentate e, nel contempo, brillanti provocazioni intellettuali, tanto che non di rado le sue idee—soprattutto quando a incrociarle sono i più fedeli cultori del politically correct—possono persino apparire “intollerabili” e suscitare reazioni indignate.Ma è la forza quasi profetica delle sue analisi ciò che probabilmente caratterizza maggiormente i suoi scritti. Basti pensare che il celeberrimo The Clash of Civilizations and the Remaking of World Order è stato pubblicato nel lontano 1996 e che, come se non bastasse, l’Autore ne aveva anticipato i contenuti nell’estate del ’93, in un saggio quasi omonimo apparso sulla rivista Foreign Affairs. Non meno provocatorio—e “intollerabile”—è il suo lavoro più recente, Who Are We: The Challenges to America's National Identity (del 2004), nel quale si ipotizza un’America incapace di assorbire l’ondata migratoria ispanica (rimanendo se stessa). Troppo presto, ovviamente, per parlare di un’altra previsione azzeccata.
Ma, provocazioni e profezie a parte, Huntington è capace di sfoderare una modestia che, in un uomo che, dall´11 settembre in avanti, è il geopolitologo più citato al mondo, fa una certa impressione. Mi riferisco alla risposta che ha dato a una domanda—dove sta la contraddizione fra democrazia e Islam?—che, magari, a qualche politologo, nostrano e assai meno attrezzato, avrebbe fornito un’occasione imperdibile per fare sfoggio: «Non ho idea di quale sia la risposta a questa domanda, perché non sono un esperto di Islam …». Il resto della risposta, però, suona così:
«… ma è significativa la relativa lentezza con cui i paesi islamici, in particolare i paesi arabi, si sono mossi verso la democrazia. La loro eredità culturale e le loro ideologie possono essere parzialmente responsabili di questo ritardo. Anche il colonialismo può rappresentare un fattore negativo che spinge a rifiutare quello che viene percepito come un dominio occidentale. Molti di questi paesi sono stati, sino a tempi recenti, società largamente rurali governate da élite di latifondisti. Ritengo che comunque questi paesi si stiano muovendo verso l'urbanizzazione e verso sistemi politici decisamente più pluralistici e che il fenomeno interessi la quasi totalità dei paesi islamici. Questo spinge i paesi islamici ad aumentare i propri legami con società non islamiche. Un aspetto chiave che influenzerà la democratizzazione è la forte migrazione di musulmani in Europa».
Un Huntington alquanto anticonformista, invece, viene fuori da quest’altra risposta riguardo alla Turchia (“ponte ideale tra mondo occidentale e mondo islamico”):
«Francamente, l'enfasi con cui viene trattata questa tesi mi pare eccessiva. La Turchia ha i suoi interessi e, storicamente, ha soggiogato la maggior parte del mondo arabo. Gli arabi hanno dovuto combattere guerre di liberazione per scacciare i turchi dai loro paesi. Certo, si tratta del passato e questo non avrà necessariamente un effetto sul futuro. Ma si tratta di un passato ancora ben presente nella memoria collettiva degli arabi».
Infine, ecco il Samuel Huntington che all’occorrenza mette i puntini sulle «i»:
Domanda: Il suo collega di Harvard Amartya Sen critica le sue tesi sulle civiltà, affermando che «l'identità non è un destino» e che ogni individuo può costruire e ricostruire la propria identità a proprio arbitrio. Sen sostiene che la teoria dello scontro di civiltà suggerisce una «miniaturizzazione degli esseri umani» in identità «esclusive e prive di qualsiasi libero arbitrio» che sono facilmente inquadrabili nella «scacchiera delle civiltà». Qual è la sua prospettiva sui cittadini con identità multiple?
Risposta: «Ritengo che la dichiarazione di Amartya Sen sia totalmente errata. Sono ben al corrente che esistono persone con molteplici identità e non ho mai detto il contrario. Quello che sostengo nel mio libro è che la base dell'associazione e dell'antagonismo tra i paesi è cambiata nel tempo. Nei prossimi decenni, le questioni legate alle identità, termine con cui sottintendo eredità culturali, lingua e religione, avranno un ruolo sempre più centrale nella dialettica politica internazionale. Ho elaborato questa tesi oltre 10 anni fa e molto di quello che ho detto allora è stato confermato dai successivi sviluppi storici.»
Per tutte e tre queste risposte non posso che riconoscere nel Nostro un modello più o meno ineguagliabile di geopolitologo e, in generale, di intellettuale. Anche per questo consiglio vivamente di leggere per intero l’intervista a Islamica Magazine/Global Viewpoint, che La Stampa ha meritoriamente fatto tradurre dall’inglese e ripubblicato nell’edizione di ieri. Si tratta di una rivisitazione, dieci anni dopo, di The Clash of Civilizations.
October 27, 2006
Su Dio niente confusioni, se possibile
Anche per un fatto di sensibilità personale, inoltre, pochi dovrebbero essere più titolati di lui ad esprimere valutazioni culturalmente ben ponderate sul cosiddetto pensiero «teocon» (espressione per altro assolutamente insoddisfacente e inopportuna, come lui stesso sottolinea).
Dunque l’editoriale di ieri sul Corriere della Sera, che appunto affrontava la questione, sarebbe teoricamente di quelli da non perdere, a prescindere dalla circostanza che si possa concordare o dissentire. Purtroppo, però, le cose non stanno esattamente così. Intendiamoci, Magris ha svolto una riflessione che, sotto vari punti di vista, è magistrale, colta, godibile. Ad esempio, la definizione di «laicità» è da ritagliare e incollare.
La laicità […] non si contrappone alla religione e alla Chiesa, ma è la capacità di distinguere ciò che è oggetto di fede da ciò che è oggetto di dimostrazione razionale, ciò che compete allo Stato e ciò che compete alla Chiesa. Essa si contrappone al clericalismo intollerante come al laicismo intollerante; veri laici sono stati sia credenti e praticanti, quali ad esempio Jemolo, sia non credenti e non praticanti. Che il cristianesimo e, in Paesi come l'Italia, il cattolicesimo, costituiscano un punto fondamentale di riferimento anche per i non credenti e i non praticanti è ovvio, perché la Scrittura è, insieme alla tragedia greca, il più grande sguardo gettato nell'abisso della vita ed è una linfa e radice essenziale dell'universalità umana e della nostra civiltà in particolare.
Veramente “suggestiva” questa laicissima perorazione delle radici cristiane. E allora, qual è il problema? Beh, si va male a dirlo, ma non se ne può fare a meno: Magris ha fatto un po’ di confusione tra i «teocon» e gli «atei devoti», rendendo i due termini quasi sinonimi o quanto meno interscambiabili, mentre ovviamente tali non sono e non possono essere. Ecco come questo “incidente di percorso” è potuto accadere …
I cosiddetti «teocon» — termine alquanto infelice, da gergo di gruppuscolo o da complesso rock — possono capire poco di queste cose, perché in genere non hanno alcuna esperienza del Cristianesimo e del Cattolicesimo, non l'hanno frequentato e magari credono che l'Immacolata Concezione indichi la maternità verginale di Maria anziché il suo essere immune dal peccato originale. Della Chiesa hanno un'immagine vagamente nobile e consolatoria, così come si sa che nell'induismo ci sono divinità raffigurate con molte teste e molte braccia. La stessa autodefinizione di «atei devoti» — in cui l'arrogante professione di ateismo vorrebbe darsi una patina di cinismo libertino settecentesco, come quello degli abati galanti dell'ancien régime — non è la migliore premessa per occuparsi di cose di fede.
In effetti, la prima proposizione non avrebbe senso senza quella confusione (che si manifesta in pieno nella terza proposizione). Riuscite a intravedere le facce perplesse di Michael Novak, Richard John Neuhaus, Gorge Weigel, Robert Sirico o del nostro Flavio Felice nello scoprire che loro—cioè dei teologi e filosofi della politica cattolici fino a midollo—possono aver dato ad uno stimato intellettuale italiano con profonde connessioni «mitteleuropee» l’impressione di essere gente che non ha alcuna esperienza del Cristianesimo e del Cattolicesimo, ecc., ecc.?
Lasciamo stare il fatto che la definizione in questione è stata affibbiata agli interessati, come a suo tempo a qualcun altro fu affibbiata quella di neocon, e che in entrambi i casi il termine sia stato accettato, almeno inizialmente, obtorto collo dagli interessati medesimi. A parte questo, infatti, l’espressione si riferisce a dei credenti a tutto tondo. Se poi ci sono degli intellettuali che, pur non essendo credenti, riconoscono al cristianesimo un ruolo essenziale nella società e ritengono che esso sia in grado di rafforzare un’identità occidentale minacciata dalle ondate migratorie provenienti dai Paesi islamici e soprattutto dall’arroganza di certi imam, beh questo è un altro discorso: non puoi presentare il conto agli uni attribuendogli le eventuali colpe degli altri. Mi sembra lapalissiano.
Per fortuna, dicevo, in quell’editoriale—che per ironia della sorte si intitola "Dio, fede e confusione"—Magris ha scritto cose ben più interessanti. Ad esempio questa:
Quei reverendi (protestanti, in questo caso) che hanno visto nella strage dell'11 settembre la punizione di Dio per le colpe degli Stati Uniti e quelli che hanno invece salutato la vittoria elettorale di Bush come la volontà di Dio, sono ben più blasfemi degli avvinazzati che sacramentano all'osteria e che sono forse meno lontani, sia pur da peccatori, dalla tradizione.Nessuno può pretendere di tirare Dio dalla propria parte Gli «atei devoti» è meglio che non si occupino di cose di fede.
Qui, davvero, ci siamo. Attenzione a tirare Dio da una parte o dall’altra. Uno può al massimo sospettare certe “corrispondenze,” ma deve sempre trattenersi dal passare dalla congettura alla spiegazione, e deve sapere che, nel momento in cui sbandiera pubblicamente certezze su questo ordine di eventi, autorizza chiunque a considerarlo (non troppo arbitrariamente) un pazzo e un visionario, cioè un pericolo e una iattura per l’umanità.
L’Onnipotente ha certamente i suoi Disegni, ma all’uomo non è dato conoscerli, e forse è anche meglio che sia così: sai che delusione tremenda sarebbe, tanto per i figli della luce quanto per i figli delle tenebre, scoprire che, oggettivamente parlando, non tutto ciò che è cattivo è per il male e non tutto ciò che è buono è per il bene? Meglio non saperlo, o al massimo, appunto, coltivare segretamente qualche sospetto ... ;-)
October 25, 2006
Souad Sbai, un ottimo acquisto per l'Italia
1) non è affatto parte integrante della religione e della cultura islamica;
2) non è neppure quel simbolo del pudore e della modestia delle donne musulmane che si vuole far credere, al contrario, è l'esibizione di un messaggio politico e di potere;
3) ha la funzione precisa di isolare le donne musulmane, di impedire che entrino in relazione con la società, di tenere lontano «l'infedele».
Ragion per cui, proibire l'uso del velo nelle scuole e nei luoghi di lavoro non è per niente una prepotenza che di fatto incoraggia lo scontro di civiltà.
In realtà, misure come queste vanno nella direzione opposta: tendono una mano alla parte più viva e avanzata delle comunità musulmane. In Francia dall'anno scorso c'è una legge che vieta l'uso del velo nelle scuole pubbliche. Dopo le proteste scatenate dai fondamentalisti nei primi tempi, i sondaggi dicono che la stragrande maggioranza delle allieve e delle donne delle comunità si sono apertamente schierate a favore della legge. Ora ci sentiamo più libere, confessano: più libere di parlare, di vivere, di essere noi stesse.
[…]
[L]'imposizione del velo rivela una concezione del mondo che non vela soltanto la donna ma anche l'uomo, la società, la mente. Che mortifica la sua parte migliore, la sua storia di civiltà e di creatività.
Souad Sbai, a modesto avviso di chi scrive, è una di quelle persone che l’Italia può dirsi onorata di avere accolto. Di lei mi ero occupato già un’altra volta su questo blog. La signora Sbai, tra l'altro, è stata recentemente ospite a Otto e mezzo (il link porta alla pagina contenete una sintesi e la registrazione della trasmissine) ed ha intrattenuto un interessante carteggio con Emma Bonino. Mi riprometto di tenerla d’occhio anche in futuro.
October 18, 2006
Islam chiama Ratzinger

Credetemi, è una lettura molto interessante. In coda alla sintesi di Magister l’elenco dei firmatari.
Non mi faccia velo un naturale imbarazzo ...
September 28, 2006
Viva W. A. Mozart!
Le ultime notizie, quelle alle quali mi riferivo un attimo fa, sembrano venire da un altro mondo. Una è la recente decisione della Deutsche Oper di Berlino di annullare, onde non offendere la sensibilità dei musulmani, l'Idomeneo di Mozart, che segue di poco un paio di decisioni analoghe: quelle prese a Ginevra (sospensione del Maometto di Voltaire) e a Londra (censura del Tamerlano il Grande di Christopher Marlowe).
Un’altra, riferita da Magdi Allam in un articolo piuttosto preoccupato e indignato (in cui si commenta anche la cancellazione dell'Idomeneo), è quella delle dichiarazioni rilasciate martedì sera dal padre gesuita Thomas Michel, per molti anni capo dell'Ufficio per l'islam del Consiglio per il dialogo interreligioso del Vaticano, ma tuttora consulente del Vaticano e segretario del Dialogo interreligioso della Compagnia di Gesù e della Conferenza della Federazione dei vescovi dell'Asia. In pratica, sul sito www.islam-online.net, legato a filo doppio al ben noto islamista e predicatore d'odio Youssef Qaradawi, il gesuita ha risposto in diretta a qualche domanda facendo affermazioni di questo tipo:
«Noi cristiani dobbiamo delle scuse ai musulmani. Il Papa avrebbe potuto far riferimento alle crociate, volendo criticare la violenza ispirata dalla religione, senza offendere gli altri. [… ] Il Papa non si è scusato ma autogiustificato. Mi attendo delle scuse chiare, nette e dirette. […] Non credo che le dichiarazioni del Papa siano state sagge. Spero che non alimentino la violenza e che i musulmani accetteranno le sue scuse e lo perdoneranno. […] Credo che i media occidentali siano ingiustamente ossessionati dall'islam. Penso che tutti i fedeli delle religioni, compresi i cristiani, debbano essere riconoscenti ai musulmani per aver sollevato i temi di Dio e della fede nelle nostre società secolarizzate.»
Ovviamente, sul fatto che il Pontefice non si sia affatto scusato sono perfettamente d’accordo. Un discorso a parte meriterebbe l’accenno alle crociate, ma bisognerebbe scomodare qualche storico alla Franco Cardini e immergersi con un minimo di serietà e rigore in una vastissima e complicata, ancorché appassionante, materia. Per quanto riguarda la questione della «saggezza» o meno, è chiaro che qui siamo di fatto alla ribellione aperta. Ma questo tocca anche aspetti "disciplinari" di cui devono interessarsi coloro i quali si devono occupare “per contratto” di queste faccende, mentre a noi lettori spetta solo giudicare, per così dire, le implicazioni culturali e politiche delle parole. E nel dare del poco saggio a Benedetto XVI, di siffatte implicazioni se ne trovano a palate. Come nell’esprimere speranza nel «perdono» islamico. E come, non occorre neanche dirlo, nell’esprimere «gratitudine» a coloro che, come l’ottimo Youssef,
Predica[no] la sconfitta del cristianesimo e l'annientamento della civiltà occidentale, la distruzione di Israele e il castigo eterno agli ebrei, inneggia e legittima il terrorismo suicida palestinese e gli attentati contro gli occidentali in Iraq e Afghanistan.
Insomma, hanno fatto bene, in nome dell’islam e della lotta contro la secolarizzazione dell’Occidente, quelli che hanno buttato giù le torri gemelle, perché in questo modo indubbiamente molto persuasivo ci hanno fatto capire quanto siamo caduti in basso!
La conclusione di Magdi Allam è il consueto (ma sempre più giustificato) grido d’allarme. E la chiamata in causa della “reazione critica, se non ostile, di tanta stampa «autorevole» nei confronti del Papa:”
Se le mie posizioni dovessero coincidere con quelle di Bin Laden, dei Fratelli Musulmani e del regime nazi-islamico iraniano, capirei subito che ho sbagliato. Ma evidentemente c'è una parte di questo Occidente che preferisce infierire contro se stesso anziché difendere la propria civiltà minacciata dall'estremismo islamico. In Italia dovremo aspettare la messa al bando della Divina Commedia per svegliarci dal nostro torpore?
Stavolta, comunque, a dar man forte al solito Magdi—che Allah lo protegga e lo benedica oggi, domani e sempre!—ci ha pensato Il Riformista, che ha pubblicato una riflessione di Mario Ricciardi che arriva a conclusioni non meno allarmate di quelle di Allam. Ecco cosa ha scritto a proposito della cancellazione dal programma della Deutsche Oper dell’Idomeneo:
In gioco è un principio che difende chiunque, anche le menti confuse. La libertà di espressione non è minacciata solo dalle intemperanze dei fanatici, ma anche dalla codardia di alcuni politici. Non c'è, infatti, altro modo di descrivere l'atteggiamento di chi vorrebbe farci credere che l'antilope, astenendosi dall'infastidire il leone, riesca a convincerlo a non mangiarla. Non intendo sottovalutare la serietà dell'allarme per la possibilità di manifestazioni violente o di qualcosa di peggio. Tuttavia, non credo che rinunciare a dire o a fare qualcosa che potenzialmente potrebbe offendere unislamico sia la soluzione. Perchè, allora, non bruciare i libri che contengono espressioni ingiuriose, o anche solo moderatamente critiche, nei confronti di questa religione? O distruggere le opere d'arte, ce ne sono anche nel nostro paese, che rappresentano il profeta Maometto in modi poco lusinghieri? Se la risposta all'intolleranza è rimuovere, cancellare, chiudere, censurare; a che punto siamo disposti ad arrivare? In Germania, come in ogni altro paese europeo, chi desideri criticare un'opera
d'arte può farlo. Nessuno impedirebbe a un islamico che volesse spiegare perché ritiene offensiva la rappresentazione del profeta proposta nell'allestimento dell'Idomeneo di far sentire la propria voce. Si chiama libertà di opinione. Ma se quel che si vuole non è criticare ma reprimere le cose cambiano.
Naturalmente, condivido e sottoscrivo. Chissà se ne prossimi giorni la «cultura laica» europea, in coro, farà sentire la sua voce su questa materia scivolosa.
Update 29/09/06, ore 13,00:
Leggo soltanto ora, su Affari Italiani, che il cancelliere tedesco Angela Merkel
ha definito "inaccettabile" la decisione della "Deutsche Oper" di Berlino di togliere dal cartellone l'"Idomeneo, re di Creta", di Wolfgang Amadeus Mozart, per timore di irritare la suscettibilita' islamica con la scena della testa mozzata di Maometto. In un'intervista al quotidiano "Neue Presse" di Hannover, il cancelliere tedesco ha spiegato che "l'autocensura dettata dalla paura non e' accettabile".
"Dobbiamo fare attenzione a non indietreggiare sempre di più davanti alla paura di fondamentalisti violenti", ha avvertito. Per la Merkel "un'autolimitazione e' ammissibile solo nel quadro di un autentico, totale e non violento dialogo delle culture". Anche il borgomastro di Berlino, Klaus Wowereit (Spd) ha dichiarato che "una volontaria autolimitazione offre a quanti combattono i nostri valori" il regalo di "una vittoria anticipata". Il ministro dell'Interno bavarese, Guenther Beckstein (Csu) vi legge "la triste conferma che le agitazioni islamistico fondamentaliste contro la liberta' di opinione hanno gia' raggiunto il loro effetto nella nostra societa'".
September 25, 2006
Contrappunti: cosa si può chiedere a un Papa
Il mondo, oggi ha bisogno di parole che uniscano. E chi più di un pontefice («costruttore di ponti») le dovrebbe dire? Il Papa, rammaricato, dopo ha rilanciato il dialogo. Ma ora deve rispondere a una domanda: l'Islam viene da Dio oppure no? Se dice no (come il discorso di Ratisbna sottintende) il dialogo religioso è solo finzione; se dice sì, accetta la teologia delle religioni che ha sempre combattuto da cardinale prefetto [...]. Non è, anzi non siamo, in una situazione facile.
Confesso che sono un po’ sconcertato. Non essendo un teologo, ma solo uno che ha coltivato per qualche tempo (e a puro titolo di curiosità personale) la filosofia e la storia delle religioni, mi trovo sicuramente in imbarazzo a contestare questo giudizio piuttosto netto e categorico emesso da un "addetto ai lavori," ma non ho potuto fare a meno di lasciare sul blog di Massimo Adinolfi il seguente commento:
Caro Ap, che un teologo ponga al Papa una domanda come quella se l'Islam venga da Dio oppure no è una cosa che mi suona strana, ma strana veramente. Altro sarebbe chiedere, a mio modestissimo avviso, se si ritiene che l'islam, ancorché per vie tortuose e attraverso errori (gravi) e imperfezioni (numerose), possa avviare degli esseri umani (qualora siano animati dalle migliori intenzioni) ad un certo progresso spirituale, avvicinandoli di conseguenza ad una Verità che tuttavia è stata rivelata compiutamente soltanto ai cristiani.
Il che naturalmente vale, oltre che per l'islam, anche per qualsiasi altra religione. E ciascuna religione, a sua volta, avrebbe il diritto-dovere di rapportarsi con tutte le altre, compreso il cristianesimo, più o meno esattamente allo stesso modo.
Da qui potrebbe nascere il dialogo. Un dialogo onesto, anche se, ovviamente, limitato. Onestà vuole, infatti, che da parte di nessuno si venga meno a ciò che si è. Nemmeno per un'ipotesi di lavoro. Il resto è «sincretismo», cioè confusione, o qualcosa che comunque ha poco a che fare con una fede religiosa, compreso il buddismo, che pure è una strana, anche se affascinante, religione senza Dio.
September 22, 2006
Ma il Papa non si è scusato di niente
All'Angelus di domenica 17 settembre, ripreso in diretta anche dalla tv araba Al Jazeera, Benedetto XVI ha detto il suo “rammarico” per come la sua lezione è stata fraintesa. Ha detto di non condividere il passaggio da lui citato di Manuele II Paleologo, secondo il quale in ciò che di nuovo ha portato Maometto “troverai soltanto cose cattive e disumane, come la direttiva di diffondere per mezzo della spada la fede”. Ma non si è scusato di niente, non ha ritrattato una sola riga. La lezione di Ratisbona non è stata per lui un esercizio accademico. Là non ha smesso le vesti del papa per parlare solo la lingua sofisticata del teologo, a un uditorio di soli specialisti. Il papa e il teologo in lui sono tutt'uno, per tutti. Il cardinale Camillo Ruini, che più di altri capi di Chiesa ha capito l'essenza di questo pontificato, ha detto lunedì 18 settembre al direttivo dei vescovi italiani che “le coordinate fondamentali” del messaggio che Benedetto XVI va proponendo alla Chiesa e al mondo sono in questi tre testi: l'enciclica “Deus Caritas Est”, il discorso alla curia romana del 22 dicembre 2005 sull'interpretazione del Concilio Vaticano II e, ultima ma non meno importante, la “splendida” lezione di Ratisbona.
[I corsivi sono miei]
Nella stessa pagina del sito che ospita l’articolo si possono leggere anche altre cose interessanti, tra cui, naturalmente sulla stessa lunghezza d’onda di Magister, una nota di Pietro De Marco, esperto in geopolitica religiosa, professore all'Università di Firenze e alla Facoltà Teologica dell'Italia Centrale. Scrive tra l’altro De Marco:
Vi è un disegno di taglio inconfondibile nell’importante discorso di Benedetto XVI all’Università di Ratisbona. È la volontà del papa di non evitare la parte critica entro il suo rapporto dialogico con l’islam, ovvero entro quella stessa prospettiva che è stata anche definita impropriamente un “asse del sacro” cristiano-islamico. La profonda visione strategica di papa Benedetto sembra operare ad integrazione del magistero di Giovanni Paolo II, con le stesse caratteristiche di fermo discernimento sui temi della verità e della ragione che Joseph Ratzinger aveva esercitato, come prefetto della congregazione per la dottrina della fede, di fronte alle derive teologiche interne alla Chiesa.
[Anche in questo caso i corsivi sono miei]
September 21, 2006
Un'analisi della lectio magistralis
L’articolo di Friedman—autore, tra l'altro, di America's Secret War—è piuttosto lungo, ma merita di essere letto per intero e con tutta l’attenzione che può meritare un’analisi molto dettagliata, sottile ma nel contempo estremamente concreta, attenta a non lasciare nulla di inesplorato tra ciò che potrebbe aiutare a comprendere una determinata situazione e il contesto geo-politico (e storico, socio-economico, culturale, ecc.) in cui essa è inserita.
Cito solo qualche brano, quanto basta a capire di cosa si tratta, dopodiché, ripeto, consiglio vivamente la lettura integrale dell’articolo.
Benedict’s words were purposely chosen. The quotation of Manuel II was not a one-liner, accidentally blurted out. The pope was giving a prepared lecture that he may have written himself — and if it was written for him, it was one that he carefully read. Moreover, each of the pope’s public utterances are thoughtfully reviewed by his staff, and there is no question that anyone who read this speech before it was delivered would recognize the explosive nature of discussing anything about Islam in the current climate. There is not one war going on in the world today, but a series of wars, some of them placing Catholics at risk.
It is true that Benedict was making reference to an obscure text, but that makes the remark all the more striking; even the pope had to work hard to come up with this dialogue. There are many other fine examples of the problem of reason and faith that he could have drawn from that did not involve Muslims, let alone one involving such an incendiary quote. But he chose this citation and, contrary to some media reports, it was not a short passage in the speech. It was about 15 percent of the full text and was the entry point to the rest of the lecture. Thus, this was a deliberate choice, not a slip of the tongue.
As a deliberate choice, the effect of these remarks could be anticipated. Even apart from the particular phrase, the text of the speech is a criticism of the practice of conversion by violence, with a particular emphasis on Islam.
Clearly, the pope intended to make the point that Islam is currently engaged in violence on behalf of religion, and that it is driven by a view of God that engenders such belief. Given Muslims’ protests (including some violent reactions) over cartoons that were printed in a Danish newspaper, the pope and his advisers certainly musthave been aware that the Muslim world would go ballistic over this. Benedict said what he said intentionally, and he was aware of the consequences. Subsequently, he has not apologized for what he said — only for any offense he might have caused. He has not retracted his statement.
Appurato quanto sopra, Friedman si chiede: Perché? E perché adesso? Le chiavi di lettura sono due. La prima è questa:
Benedict, whether he accepts Bush’s view or not, offered an intellectual foundation for Bush’s position. He drew a sharp distinction between Islam and Christianity and then tied Christianity to rationality — a move to overcome the tension between religion and science in the West. But he did not include Islam in that matrix. Given that there is a war on and that the pope recognizes Bush is on the defensive, not only in the war but also in domestic American politics, Benedict very likely weighed the impact of his words on the scale of war and U.S. politics. What he said certainly could be read as words of comfort for Bush. We cannot read Benedict’s mind on this, of course, but he seemed to provide some backing for Bush’s position.
Questa prima chiave di lettura, però, spiegherebbe soltanto il timing della lectio magistralis, per tutto il resto ne occorre una seconda, e stavolta non è più in gioco l’America di Bush, ma l’Europa ...
September 19, 2006
Panebianco, Messori ... e Ahmadinejad
Dunque, cosa diceva Messori? Essenzialmente due cose: a) l’ormai celeberrima frase estrapolata dal discorso del Papa è stata semplicemente un pretesto per aizzare le piazze islamiche; b) lo scontro con l’islam, che i cristiani vorrebbero evitare ma che dall’altra parte ci si dà da fare per rendere inevitabile, se ci sarà, sarà duro, ma almeno stavolta gli europei, inclusi i credenti, non si comporteranno come si sono comportati col marxismo, al tempo cioè dell’altra grande sfida, dando vita a “quinte colonne” al proprio interno e lasciandosi in qualche modo sedurre da “quella sorta di vangelo di libertà e di giustizia—qui e ora, non in un illusorio Aldilà—proposto da quel nipote e pronipote di rabbini che fu Karl Marx.”
Ebbene, sulla prima Panebianco si dice d’accordo, sulla seconda no. E argomenta così:
Dove Messori pecca forse di ottimismo è nel credere che non si ripeterà fra gli europei, credenti compresi, quanto accadde a suo tempo col marxismo. Se l'Europa flirtò con quel giudeo-cristianesimo secolarizzato che era il marxismo, non potrà farlo, pensa Messori, col fondamentalismo islamico. Per la sua incompatibilità con il pensiero «politicamente corretto» da noi egemone. Temo si sbagli. Non solo perché ci sono diversi europei che già flirtano con l'estremismo islamico, consapevoli di condividere con esso i nemici principali, Stati Uniti e Israele. Niente predispone alla solidarietà più della condivisione del nemico. Ma soprattutto perché l'Europa ha paura, è spaventata a morte, e la paura spinge più di qualunque altro sentimento a blandire il prepotente, a dargli ragione per tenerlo buono. Oriana Fallaci parlava di Eurabia. Basta guardare a tante reazioni occidentali al discorso del Papa per capire che Eurabia, forse, è già tra noi. Non parlo tanto dei teologi improvvisati che hanno spiegato a Ratzinger cosa sia davvero il cristianesimo (anche nelle situazioni più tragiche l'uomo è in grado di dare vita a siparietti di irresistibile comicità). Parlo dei tantissimi che hanno accusato il Papa di non essersi censurato. Guardandosi intorno, sembra condivisibile il pessimismo di Bernard Lewis che prevede un'Europa sconfitta e sottomessa.
Così a prima vista verrebbe da essere d’accordo con Panebianco e di dar torto a Messori, ma riflettendo un po’ direi che ciascuno dei due ha ragione, ma su piani diversi: il primo su quello strettamente politico, il secondo su quello della cultura politica. Difficile, cioè, pensare che Panebianco si sbagli quando individua delle vere e proprie teste di ponte del nemico nel campo europeo, ma è altrettanto fuori questione, a mio avviso, che il volto che presenta l’islamismo “è in rotta di collisione con quel «politicamente corretto» che è—nel bene e nel male—il nostro pensiero egemone.” Penso, cioè, che entrambi abbiano mostrato una sola faccia della medaglia (anche se in maniera lucidissima) ignorando, o, più probabilmente, sottovalutando l’altra.
Nel frattempo, che a Teheran un astuto fondamentalista con mire politiche ambiziosissime abbia prudentemente raffreddato i bollenti spiriti dei suoi simili, invitandoli a "rispettare il Papa di Roma," potrebbe essere una dimostrazione che Vittorio Messori ha effettivamente colto nel segno: se lo scontro ci sarà l’Europa si ricompatterà culturalmente. Dunque, forse è meglio abbassare un po’ la cresta …
E chissà che a questo risultato non puntasse anche il Pontefice quando ha detto, scientemente, ciò che ha detto (e che non ha affatto ritrattato): se scopriamo le carte ne vedremo delle belle. Il coraggio paga, anche se qualcuno, da noi, ancora non l’ha capito.
September 17, 2006
Viva il Papa!
Il resto del commento suona così:
[S]e ci fosse stata la necessità di una controprova sulla verità racchiusa nel discorso pronunciato a Ratisbona da Benedetto XVI, oggi ce l’abbiamo. Il Papa ha messo a confronto le religioni che utilizzano il Logos, la ragione, per acquisire anime a Dio, e quelle che usano la spada per conquistarle. Si sarà pure espresso imprudentemente, o avrà pure usato una citazione sbagliata. Non è questo che a noi, laici e volterriani, e comunque cittadini delle democrazie liberali importa. Ciò che rileva è che la risposta del mondo musulmano, fondamentalista, moderato e persino democratico, è stata l’immediato metter mano alla spada, diplomatica o terroristica che fosse.
Queste parole, penso, sono condivisibili non soltanto dal punto di vista di “laici e volterriani.” Lo sono anche, almeno sostanzialmente, da quello di parecchi cattolici praticanti. Imprudente o meno—ma davvero si può pensare che non si sia trattato di un’imprudenza attentamente calcolata?—, Benedetto XVI ha detto semplicemente la verità. E giustamente Taradash osserva che oggi quelle parole hanno trovato conferma nei fatti.
La conclusione di Taradash è la seguente:
Ciò che deve terribilmente preoccuparci è che oggi non è più permesso a nessuno (né a Theo Van Gogh, né a Oriana Fallaci, né agli intellettuali musulmani laici e liberali) esprimere un dubbio sulla lettura che di sé dà chi oggi si ritiene interprete della civiltà islamica nel suo complesso, al di là delle letture spesso contrapposte che ne vengono offerte. La replica alle opinioni controverse non è mai nei termini di uno scontro polemico che si mantiene sul terreno della ragione, ma si arma di indignazione, offesa, intimidazione e minaccia. Sembra non esserci altro riflesso che la repressione e la censura. Benedetto XVI ha tutta la nostra solidarietà per la reazione violenta di cui è stato vittima da parte di governi e organizzazioni islamiche. Ma anche per le sue riflessioni sui secoli bui delle guerre di religione, quando il mondo cristiano sostituì la spada alla Croce e i roghi allo Spirito, e per il richiamo che rivolge a tutte le religioni perché rinuncino alla violenza e all’odio.
Ho sempre pensato che nell’area radicale ci sia un tasso di intelligenza e di saggezza politica assolutamente non comune, una capacità di cogliere il nocciolo vero delle questioni sul tappeto che purtroppo rappresenta l’eccezione e non la regola nelle dispute che animano, e spesso non arricchiscono neanche un po’, il dibattito politico. Questa circostanza mi conferma nella convinzione.
Il fatto, infine, che oggi, all'Angelus, il Pontefice si sia sentito in obbligo, a causa della virulenza delle reazioni suscitate da quel passo della sua lectio, di dirsi "rammaricato" e di chiarire che la citazione del dialogo tra l'imperatore-filosofo di Bisanzio e il dotto persiano "non esprime il suo pensiero," paradossalmente ... è un'ulteriore conferma dell'assunto di partenza: siamo di fronte a una cultura dell'odio e dell'intolleranza che è distante anni-luce da quella che affonda le sue radici nella tradizione giudaico-cristiana. E il Papa, onde evitare una vera e propria catastrofe diplomatica, o peggio ritorsioni omicide—fattispecie alla quale forse appartiene il tragico episodio di Mogadiscio—, è dovuto correre ai ripari.