
Credetemi, è una lettura molto interessante. In coda alla sintesi di Magister l’elenco dei firmatari.

Molto bella, direi. Semplice, profonda. Difficile che possa dar adito a equivoci. Vuol dire quello che vuol dire, punto e basta. Almeno così sembrerebbe a me, e invece …«Quelli che fanno professione di appartenere a Cristo si riconosceranno dalle loro opere. Ora non si tratta di fare una professione di fede a parole, ma di perseverare nella pratica della fede sino alla fine. E’ meglio essere cristiano senza dirlo, che proclamarlo senza esserlo»
Notare che Paolo non invita i cristiani a chiudere la propria fede in una sorta di intimismo anonimo (come piacerebbe a certi laicisti radicali…), ma dice che se uno vive coerentemente la fede non ha bisogno di proclamarsi cristiano a parole, perche’ saranno i suoi comportamenti a renderlo evidente a tutti.Molto chiaro. In realtà, a mio parere, si equivoca parecchio anche su Marcello Pera, il quale ha una posizione piuttosto limpida: non sono un credente, ma riconosco che la società non può fare a meno del cristianesimo. Opinabile, ma legittima convinzione. Io, credente, penso che se non fossi tale direi esattamente le stesse cose. Ma essendo tale, più che proclamare qualcosa cerco di essere qualcosa, come esorta il cardinale. Pera, invece, può … soltanto proclamare (che del cristianesimo non si può fare a meno): a lui non si può chiedere la coerenza invocata da Dionigi Tettamanzi (e da san Paolo). Ma, appunto, non si può fargliene una colpa. Semmai, da parte dei buoni cattolici, gli si può riconoscere la buona volontà. Chiaro, invece, che dei laicisti abbiano qualcosa da ridire: non per un fatto di “coerenza,” tuttavia, bensì perché si sentono “traditi” da uno dei loro. Ma non di tradimento si tratta, poiché trattasi di una posizione intellettualmente libera ed autonoma. Per il resto ha ragione Gino: “Se poi abbia ‘scopi personali e strumentali’ o sia sincero, questo e’ un altro discorso.”
Marcello Pera - invece - non si dichiara cristiano praticante, ma riconosce l’importanza culturale delle radici cristiane e dei valori da esse derivati. La cosa mi pare evidentemente diversa.Se poi abbia “scopi personali e strumentali” o sia sincero, questo e’ un altro discorso. Io ho l’impressione che ci creda in quello che sostiene. Cio’ non significa che gli concedo carta bianca.
“Ho una grossa responsabilità, essere Miss Tibet non è facile.” Così ha parlato—come Reuters informa—la 21enne Tsering Chungtak,mentre i fuochi di artificio ieri sera illuminavano il cielo su McLeodganj, casa del Dalai Lama e di migliaia di rifugiati tibetani. "Devo rappresentare il mio paese a livello internazionale". E Chungtak non ha perso tempo, facendo appello per il rilascio di Gedhun Choekyi Nyina, che si pensa sia agli arresti domiciliari da parte dei cinesi dal 1985, quando aveva sei anni, tre giorni dopo che il Dalai Lama lo ha riconosciuto come la reincarnazione del secondo leader religioso tibetano più importante, il Panchen Lama.
Sono 7 e non 2 le vittime dell’eccidio del Nagpa. Il 30 settembre scorso, la polizia cinese ha aperto il fuoco, senza preavviso e ad alzo zero, contro un gruppo di circa 70 profughi tibetani che stavano cercando di fuggire dal “paradiso” cinese attraverso il valico di Nagpa, a 5000 metri di quota, ad Ovest del Monte Everest, sul confine tra Repubblica Popolare Cinese e Nepal. Solo 40 tibetani sono riusciti a fuggire, salvi, nel Nepal. A quanto pare questi metodi da Cortina di Ferro non sono un’eccezione per chi vive lungo le frontiere cinesi, anche se non se ne parla praticamente mai. Ma questa volta il massacro non è passato sotto silenzio: una sessantina di alpinisti che stavano scalando il monte Cho Oyu hanno assistito all’eccidio dal Campo Base Avanzato. Il numero esatto delle vittime è stato confermato dal lama Tsering, un monaco buddista indiano, all’agenzia Asia News. Fra i caduti vi sono anche una monaca e un bambino.

«La nostra lotta è basata su una rigorosa non violenza e sul pensiero compassionevole, per questo tendiamo a minimizzare i sentimenti negativi nei confronti dei cinesi. Un mio vecchio amico che ha trascorso 18 anni nei gulag cinesi è venuto da me e mi ha detto di aver visto poche occasioni di pericolo. Tra queste, gli ho chiesto, quali? E lui: 'Il rischio di perdere la compassione verso i cinesi'. Vedete, il fondamento del nostro pensiero è di considerarli fratelli, anche se continuano a fare male al nostro popolo, questo è il puro significato della non violenza. Noi i problemi con la Cina vogliamo risolverli, ma per fare questo la Cina ci deve dare autonomia, dobbiamo poter preservare la nostra cultura e la nostra lingua. Se la Cina vuole essere una superpotenza rispettata a livello mondiale, basta con le mistificazioni della realtà, gli attacchi alla libertà personale e alla libertà di stampa: la Cina dev'essere ragionevole. E non riusciamo a capire perché, a queste nostre domande, la Cina non risponde in maniera favorevole.»
«La didattica moderna si concentra molto sulla conoscenza, sul cervello, ma trascura l'aspetto etico-morale. Per questo mi sento di lanciare un appello: pensiamo di più, insieme alla parte scientifica, a promuovere l'etica e il cuore. Solo attraverso questa via si può vedere più chiaramente la realtà. Per questo serve una mente più compassionevole, più calma e con più empatia, elementi fondamentali per una vita felice.»
[...]
«Non tutti i problemi del male possono essere risolti con la tradizione tibetana. Per questo ai giovani italiani dico: dovete trovare la risposta ai vostri problemi secondo la vostra tradizione. Cercare altrove non serve.»
per formazione economica e prassi di governo prossimo alla componente più avanzata (e borghese, nel senso che intenderebbe Tommaso Padoa-Schioppa: colta e
internazionalizzata) di questa maggioranza.
un esempio che fa giustizia di molte contese sin qui risuonate sull’effettiva redistribuzione operata dalle modifiche alle aliquote ex Irpef attuate in finanziaria: la dimostrazione secondo la quale un operaio senza figli con soli 26 mila euro annui di reddito pagherà più imposte, per effetto del fiscal drag, mostra che la formula avanzata dal governo secondo la quale il 90% dei contribuenti ci guadagna è quanto meno azzardata.
Poiché non è ancora troppo tardi, visto che il Parlamento ancora deve votare, la speranza è che almeno qualcuna delle osservazioni di Bankitalia possano essere accolte.
la sensazione che a Palazzo Chigi la linea politica sia quella di una sopravvivenza un po’ spocchiosa.
Hanno torto—Confindustria, gli «economisti», la Corte dei Conti—a criticare questa legge finanziaria? No, non mi pare.
nessuno dei nostri tre soggetti ha mancato di riconoscere gli aspetti meritori della legge, le difficili condizioni sulle quali è intervenuta, i condizionamenti politici cui è soggetta.
tenere insieme su una Finanziaria rigorosa una maggioranza come quella che sostiene il governo e ottenere il consenso dei sindacati è stata prova non piccola di perizia politica.
[q]uesta prima Finanziaria del centrosinistra (e sottolineo «prima », perché il giudizio serio dovrà essere dato a fine legislatura) affronta i suoi giusti obiettivi — di stabilizzazione, di crescita, di equità — soprattutto dal lato di maggiori entrate, non di minori spese.

To appreciate the wild and sharp flavors of these October fruits, it is necessary that you be breathing the sharp October or November air. What is sour in the house a bracing walk makes sweet. Some of these apples might be labeled, “To be eaten in the wind.” It takes a savage or wild taste to appreciate a wild fruit. . . The era of the Wild Apple will soon be past. It is a fruit which will probably become extinct in New England. I fear that he who walks over these fields a century hence will not know the pleasure of knocking off wild apples. Ah, poor soul, there are many pleasures which you will not know! . . . the end of it all will be that we shall be compelled to look for our apples in a barrel.
«c’è una rana che se ne sta tranquilla nel suo stagno: la temperatura dell’acqua cresce a poco a poco ma lei non se ne rende conto. Finché, quando se ne accorge, è troppo tardi. Ormai è bollita.»
«Guardi, io appoggio di sicuro alcune riforme che il governo ha cercato di introdurre alcuni mesi fa con il ministro Bersani, perché in Italia è necessario liberalizzare il mercato e soprattutto il mercato del lavoro. Se la Finanziaria non contribuirà alle riforme strutturali di cui parlavo, certo c’è da chiedersi che senso ha. Probabilmente l’Italia ha un tasso di crescita più alto di quanto si pensi. E questo può aver spinto il governo a ritardare parte delle riforme. Il che non è necessariamente una cosa positiva, anzi. Del resto è noto come in Italia non sia facile introdurre riforme. Questo è l’unico Paese che io conosca nel quale un uomo, Marco Biagi, è stato ucciso perché aveva tentato di introdurre una riforma del mercato del lavoro.»
«Il problema non è la leva fiscale in sé, ma come la si usa: dipende da che tipo di tasse si introducono e cosa si farà con gli introiti. Con il governo laburista, per dire, si è visto che sono serviti a sviluppare politiche sociali.»
«Se è per il livello, la situazione non è troppo differente dalla Gran Bretagna, dove le tasse cominciano ad aumentare intorno alle 30 mila sterline. E in Italia sono le classi meno abbienti ad essere colpite in particolare dalla tassazione: anche qui, però, si tratta di vedere come vengono utilizzati i benefici, i “crediti” fiscali. La differenza sostanziale, piuttosto, è che da noi si è puntato alla creazione di nuovi posti di lavoro.»
«Il problema è che in Italia ci sia un mercato del lavoro diviso tra chi è protetto e chi non ha alcuna sicurezza. Questa non è giustizia sociale: superare tale divisione significa garantire l’equità e incrementare l’economia, come è accaduto nei paesi scandinavi. E poi c’è il mercato informale, sommerso, il che naturalmente significa tanti evasori.»
«Credo che “ricco” sia il termine sbagliato, in effetti. E comunque bisogna stare molto attenti con queste definizioni, perché si riferiscono a persone singole, non a nuclei familiari: l’ineguaglianza non deve mai essere valutata considerando l’individuo, ma il contesto.»
«Ora non vedo come questa F. possa risolvere i due problemi principali: la scarsa produttività e l’occupazione. C’è una tesi che può unire i partiti del centrosinistra italiano: senza riforme del mercato del lavoro e un aumento della produttività non ci sarà una vera giustizia sociale né crescita del Paese. Si tratta di mettere a punto un programma comune intorno a queste idee.»
Legata all'immigrazione clandestina, c'è la prostituzione. Strade di periferia invase da nigeriane e ragazze dell'Est. In un trionfo dell'ipocrisia del quale a farne le spese sono solo le schiave del sesso. Ma non sarebbe il caso o di riaprire le case chiuse o di punire anche i clienti?
«Non ho alcuna obiezione a prendersela con i clienti. Quando si cita la privacy a difesa di uno squallido maschio che gira per la Salaria alla ricerca di ragazze dalle quali ottenere a pagamento ciò che non sa ottenere altrimenti, beh, della sua privacy mi interessa ben poco.»
[…]
… Ma intanto si arriva a costruire i muri come quello di Padova.
«Questo è un altro capitolo, rappresentato dalle politiche urbaniste che debbono accompagnare l'inserimento delle comunità di immigrati e dovrebbero prevenire il fenomeno banlieu, dove le forze dell'ordine possono solo spegnere gli incendi. Si tratta di decongestionare questo eccesso di presenze. Vuole che le dica una cosa socialista? Questi fenomeni li crea l'ingordigia di alcuni proprietari di immobili i quali all'affitto di una famiglia preferiscono sei studenti o ancora meglio sedici immigrati che vengono messi a centimetri quadrati, realizzando un profitto fuori di misura. Via Anelli è figlia di questo. Due bravi sindaci, una di centrodestra prima e uno di centrosinistra poi, si sono adoprati per decongestionare le due concentrazioni etniche che si sono formate. Ma se non si fa in tempo, prima le forze dell'ordine debbono sbrogliare la matassa, poi ci si mette un muro per evitare che si riaggrovigli».
It took Romano Prodi only a few months to dash hopes that his center-left government would be a reformist one. After a good start in deregulating some of Italy's service sectors and moving to lower government expenditures, the prime minister is back on traditional ground, pushing higher taxes and economic protectionism.
[…]
Mr. Prodi's problem is that he wants to be seen as a passionate left-winger and a liberal reformer. He can't be both. If he wants, as he claims, to revive Italy's economy, the reformer instinct will have to win out.
Those who hoped that Romano Prodi's centre-left government would end the three-card-trick techniques of public accounting so dear to his centre-right predecessor, Silvio Berlusconi, must have been disappointed by its first budget.
The creation of the Democratic Party in Italy is a decisive - and exciting - turning point in the history of progressive politics in Europe. For the first time in Europe there has been a serious attempt to overcome the party political divisions, often sectarian, of the 20th century. The left's fragmentation and its indifference to the heritage of European liberalism has allowed a more flexible democratic right to reorganise itself at key moments in 20th-century European history and form coalitions sufficiently attractive to voters to win power over long periods.
[…]
Where then does a united Italian Democratic Party fit into the European and international party organisations? There is now a degree of incoherence in the organisation of left parties internationally. The venerable Socialist International exists and allows a grouping of all the democratic socialist parties globally. The difficulty with the SI is that it has never allowed room for the US Democratic Party, since the latter clearly is neither socialist, nor interested in affiliating.
In this vacuum, the highly ideological Bill Clinton - a man who knows what Willy Brandt achieved at the Bad Godesburg congress of the SPD and what Felipe Gonzalez did when he forced the PSOE to drop Marxism from its statutes - helped set up the Progressive Governance network with Tony Blair, Massimo d'Alema, Gőran Persson and Gerhard Schröder in the late 1990s.
[…]
The creation of the new Democratic Party in Italy - whose new name echoes the great US Democratic Party of Roosevelt, Kennedy, Johnson, Carter and Clinton - is an important signal that Italian progressive politics is embarked on a new path.
[…]
The Party of European Socialists should welcome the Democratic Party of Italy without ambiguity as the realisation of the long dream of unification of all the forces for progress and reform in Italy. A double affiliation, at least in the first period, to both the PES and the European Liberal Democrats and Reformist Group (EDLR) should pose no problems.
Pan-European political organisation and party groups are still at an embryonic or learning stage. The Democratic Party of Italy can be an important force for the realignment of European politics and build bridges between Europe's parties of the left, as part of the effort to regain the ability to speak to each other and act effectively on the basis of unity and solidarity.
[l]e riforme di cui l'Italia ha bisogno […] sono quelle che cambiano gli ingranaggi malati del nostro modello sociale: il familismo bloccato, il dualismo del mercato del lavoro, il «pensionismo» del welfare, l'incapacità della scuola e del settore produttivo in generale di valorizzare meriti e talenti, soprattutto quelli dei giovani e delle donne.
Anche questa prospettiva lib-lab poneva un problema di giustizia. Ma lo poneva nei termini dell'egualitarismo liberale: combattere le disuguaglianze ingiuste, ma promuovere le differenziazioni eque; lottare per le pari opportunità, ma contrastare i livellamenti iniqui.
Perché, potremmo chiederci, i genitori decidono di far rimanere i propri figli a casa? Le risposte sono diverse. Per il 31% dei genitori iscritti all'Hslda [la Home School Legal Defense Association] si tratta di un modo per evitare che i bambini entrino in contatto con droga, bullismo, parolacce e volgarità. Il 30%, invece, preferisce optare per una ferrea educazione morale e religiosa da impartire all'interno delle mura domestiche, mentre il 16% si è detto insoddisfatto degli standard d'insegnamento nelle scuole locali frequentate dai propri figli. Tra le altre motivazioni, anche la possibilità di permettere ai bambini di esplorare il mondo, sviluppare l'immaginazione e competenze da poter sfruttare negli anni successivi oppure quella di averli sempre vicini, a casa, e non perdere i loro anni più belli.
Le statistiche, inoltre, spiegano che la famiglia-tipo che decide di educare i propri figli a casa è bianca e medio borghese, ma la "moda" si sta diffondendo anche tra le famiglie di colore e di origini ispaniche. Il sistema, inoltre, è attuato dalla maggior parte delle famiglie dei nativi americani. "Non sono mai stata soddisfatta dell'idea di
un'istruzione istituzionalizzata e uguale per tutti - spiega Isabel Lyman, autrice del best-seller "Homeschooling revolution", manuale indispensabile per i genitori che vogliono intraprendere questa strada - perché con i piani scolastici non si può fare di tutta l'erba un fascio: è come se vestissimo i nostri ragazzi con magliette tutte della stessa misura. Le scuole - prosegue - tolgono ai ragazzi tutta la gioia dell'apprendimento, e non prendono in considerazione gli interessi specifici di ogni studente, i loro bisogni e i loro percorsi. Il sistema intero dell'educazione pubblica è contro gli studenti".
“E’ davvero una formidabile coincidenza quella tra lo sciopero dei giornalisti previsto il 29 e 30 e la presentazione della Finanziaria. In questa maniera sulle fortissime divergenze all'interno dell'Unione cala un pietoso silenzio ...”

“La sinistra italiana ha del nord un’immagine distorta: lo stereotipo del padroncino avido, dell’evasore fiscale, di un mondo ricco e ignorante. Queste realtà esistono, ma non sono rappresentative di un’umanità più complessa”.
Qualche numero: il 90 per cento delle imprese ha meno di dieci dipendenti, c’è un’impresa ogni quattro famiglie (“cioè: il conflitto di classe è virtualmente inesistente, perché ogni non-imprenditore ha amici e parenti che fanno gli imprenditori”).
Infine, e forse più significativo, il 58 per cento degli imprenditori hanno cominciato facendo gli operai. Per Marini, “questo dato è particolarmente interessante in prospettiva: i dipendenti hanno l’aspettativa, o la speranza, di farsi imprenditori. Quindi la loro coscienza di classe non è quella dell’operaio, ma del quasi-imprenditore. In questo quasi-imprenditore, così come nell’imprenditore vero e proprio, quando si parla di nuove tasse o di toccare la casa, scatta una reazione di rigetto”. Del resto, nei suoi anni d’oro la Lega faceva man bassa di voti anche in quegli strati sociali che tradizionalmente si rivolgevano a sinistra, e che anche oggi non di rado votano Casa delle libertà.
Attenzione, però: “Il voto per la Lega prima, per la Cdl poi, non va confuso con una scelta strettamente antistatalista, sebbene l’antistatalismo possa esserne una componente. Lo dimostrano le ultime elezioni politiche, quando nel nord sono cresciuti partiti come l’Udc e An.Piuttosto, la chiave di lettura per comprendere questa società laburista, che trova nel lavoro il suo valore fondante, sta nella ricerca di autonomia: Roma, e per certi versi la stessa Milano, è percepita come realtà estranea, che con le sue decisioni complica la vita alla gente che lavora”.
Il punto, insomma, non è – astrattamente – ridurre il peso dello stato, ma, semplificare e rendere più efficienti i processi burocratici: prima di tutto, il nord chiede allo stato di funzionare meglio. Tutto questo è semplicemente incomprensibile per la sinistra radicale, e non solo quella.
Naturalmente, nel centrosinistra c’è chi è più attento a questa sensibilità: Enrico Letta e Pierluigi Bersani, per esempio. Eppure, ragiona Marini, “Letta e Bersani, molto apprezzati, non vengono da qui: il nord soffre anche di una drammatica sottorappresentazione. Un’area che produce un terzo del pil italiano non è riuscita a esprimere una vera classe dirigente. Massimo Cacciari o Filippo Penati sono eccezioni isolate nei loro stessi partiti. Il centrosinistra non convince il nord delle sue velleità riformiste”.
Il Partito democratico potrebbe rassicurare le regioni settentrionali? “Potenzialmente sì, ma temo che il dibattito infinito che si trascina fin dai tempi delle primarie lo trasformi in un progetto vecchio prima di essere nato”. Il rischio, per il centrosinistra, è che s’inneschi un circolo vizioso: “La sua immagine spaventa il nord, che gli vota contro, indebolendo ulteriormente la componente settentrionale dello schieramento. Se ne può uscire solo prendendo il nord sul serio e tentando di rispondere alla domanda di riforme”.