November 29, 2008
Come nevica sul Pd ...
October 10, 2008
La fine del 'secolo americano'
March 19, 2008
C'è una rosa che profuma di buon senso ...
Dunque, questa è una campagna elettorale più civile, sostanzialmente caratterizzata da un certo reciproco rispetto tra i due maggiori partiti. E’ un segno dei tempi che si unisce ad altri segnali positivi, che qui abbiamo più di una volta rilevato con soddisfazione. E i meriti—per dirla senza giri di parole—vanno spartiti equamente tra Veltroni e Berlusconi. Bene, insomma. Anzi, molto bene.Questo, però, è un discorso che non vale tanto per i contenuti della campagna stessa, quanto per tutto ciò che potremmo definire “il contesto,” vale a dire le scelte che hanno determinato le forme e i modi dei “contenitori,” la rinuncia ad alcune ambiguità che erano presenti nelle vecchie coalizioni e che erano diventate sempre più insopportabili. Anche se, d’accordo, l’abbraccio (mortale?) tra Veltroni e Di Pietro da una parte, e l’incorporamento della Mussolini e del Ciarrapico dall’altra, rappresentano dei mezzi passi falsi (al contrario della scelta veltroniana di aprire ai radicali, che è strategica e perfettamente comprensibile, anche se dovrebbe indurre molti cattolici ad emigrare in più spirabil aere, detto ovviamente con il massimo rispetto per i cosiddetti “laici”).
I contenuti, si diceva. Già, ci sono anche quelli, per quanto sappiamo che pure con i suddetti si può giocherellare, in un Paese espertissimo nel famoso gioco delle tre carte. Però, però c’è un limite a tutto. Insomma, abbiamo fatto trenta, facciamo trentuno e, per così dire, togliamoci dalla palude.
C’è una questione, innanzitutto, che meriterebbe un po’ più di onestà intellettuale e di chiarezza, E’ la questione per eccellenza: la riduzione della pressione fiscale. Ci sono diagnosi largamente condivise sia dal Pdl di Berlusconi sia dai Democratici di Veltroni, ma … (e qui è d’obbligo una citazione):
nessuno dei due è convincente e puntuale sulla cura da attuare ed, inoltre, sorvolano sulla caratteristica più deleteria del tessuto economico italiano: il sommerso, ossia quell’ingente quantità di ricchezza che, prodotta in nero, sfugge alle statistiche (reddito nazionale) e, cosa ancora più grave, non partecipa alle entrate dello Stato, né come Irpef e neppure come contributi sociali, essendo strettamente legata a quel lavoro nero,svolto spesso da cittadini extra comunitari irregolari, che qualcuno pretende di espellere perché non in grado di dimostrare di avere un reddito e di un lavoro stabile, quindi il danno e la beffa, sfruttati e perseguitati.
L’addebito, onestamente, mi sembra giustificato. Così come considero convincente il seguito del ragionamento, cioè la pars construens, di cui cito solo una parte:
La quadratura del cerchio l’ha escogitata Bruno Tabacci, leader della Rosa Bianca che, differenziandosi dalla soluzione proposta da Visco e Tremonti, che prevede un incremento dell’organico della Guardia di Finanza, punta su un sistema già sperimentato in diversi paesi occidentali, tra cui gli USA, consistente nell’innestare un conflitto d’interessi tra i contribuenti. Agisce utilizzando, per diminuire la pressione fiscale sugli onesti, le deduzioni fiscali di tutto o di parte delle spese che le famiglie sostengono, e per le quali c’è rivolta la solita subdola domanda: le serve la fattura? se non le serve le faccio risparmiare l’IVA. Non vi elenco i gentiluomini che ci fanno questa proposta, ci siamo passati tutti quanti è sappiamo bene di chi stiamo parlando.
Orbene, se tanto mi dà tanto, e considerata la centralità della questione, mi limito ad osservare che l’ipotesi di un voto disgiunto Camera/Senato mi riesce abbastanza congeniale. E non per la ragione che sembra persuadere di più alcuni ex democristiani nostalgici del “partito cattolico.” Tutt’altro, direi. Qui si cerca semplicemente di dar retta al buon senso. Perché non occorre essere degli economisti per capire che il ragionamento di Tabacci “va al dunque,” al contrario di quello di tanti altri.
October 26, 2007
Draghi? Meglio di Grillo
Che gli stipendi italiani siano «più bassi che negli altri principali paesi dell'Unione europea», come ha rilevato il governatore della Banca d'Italia, Mario Draghi, dovrebbe indurre qualche seria riflessione (soprattutto da parte di chi capisce di economia, ma non solo, evidentemente). In dettaglio, secondo dati Eurostat relativi a industria e servizi privati, nel 2001-02, «la retribuzione media oraria era, a parità di potere d'acquisto, di 11 euro in Italia, tra il 30 e il 40 per cento inferiore ai valori di Francia, Germania e Regno Unito».Il fatto, poi, che le differenze salariali, rispetto agli altri Paesi, «tendano ad annullarsi per i lavoratori più anziani» potrebbe sollevare l’animo di questi ultimi, purché beninteso non si siano preoccupati di mettere al mondo dei figli.
Che, infine, «il differenziale» sia «minore nelle occupazioni manuali e meno qualificate», potrebbe gettare nel panico chi, all’istruzione dei figli, ha cercato o sta cercando, a costo di qualche sacrificio, di non far mancare niente.
Poi c’è chi si meraviglia che i giovani—preferibilmente precari e acculturati—abbiano trovato in Beppe Grillo il loro Vate. Fortunatamente, questo Paese riesce a produrre non solo comici e bloggers dotati di buon intuito e carisma personale. Ogni tanto viene fuori anche un governatore della Banca d’Italia che ha il coraggio di dire cose anche più sgradevoli (e altrettanto sacrosante).
October 8, 2007
Se le tasse siano da considerarsi una cosa bellissima
April 4, 2007
Telecom Italia a stelle e strisce
Un’impresa di stampo americano, poco avvezza alle tecniche economiche dei «furbetti del quartierino» nostrani, quindi portatrice di regole, sempre all’interno delle logiche di mercato, naturalmente – non dei benefattori – rischierebbe di introdurre in Italia delle cattive abitudini, come il rispetto dei consumatori, delle regole, della buona amministrazione e via dicendo.
Mica scemi, giustamente. Il resto è qui (attenti, però, al fastidioso—ma abbastanza innocuo—Trojan Horse che in questi giorni “si attacca” a chi visita l'incolpevole blog). Nel frattempo, guarda un po', rispunta l'ipotesi Deutsche Telekom. Comunque, su 1972 e La Pulce di Voltaire ci si può fare una cultura sui conflitti tra (vere o presunte) “sovranità nazionali” da difendere e interpretazioni (talvolta strumentali ) del liberismo economico.
March 21, 2007
Sentieri interrotti (Heidegger? Macché, il governo dell’economia)
> "Un anno fa, in piena campagna elettorale, quando i conti erano ancora in profondo rosso, il centro-sinistra aveva promesso ... "
> "Poi, ad aprile, l’Unione vince le elezioni e fa mostra di scoprire - improvvisamente - che la situazione dei conti pubblici è drammatica, e quindi tutte le promesse vanno riviste ..."
> "Tra febbraio e marzo i nostri governanti cambiano di nuovo idea: forse abbiamo esagerato, forse abbiamo spremuto un po’ troppo gli italiani ..."
> "A questo punto della storia la rotta è di nuovo cambiata. Grazie all’ipotesi di abolizione dell’Ici si ricomincia a parlare di riduzione delle tasse, forse già dal 2007 ..."
> "Non passano ventiquattro ore da queste caute aperture del ministro dell’Economia e il presidente del Senato non resiste alla tentazione di dire anche lui la sua: le tasse vanno sì ridotte (ma non le avevate appena aumentate?), e tuttavia non basta farlo per le imprese, occorre farlo anche per le famiglie ... "
> "Il governo, naturalmente, ha tutto il diritto di decidere su che rotta vuole condurre la barca dell’Italia. Può fare come la Merkel (caute riforme del Welfare più sgravi fiscali alle imprese), può fare come ha fatto fin qui (più tasse e più spese), può fare come aveva promesso (riforme, meno sprechi, meno tasse), può persino inventarsi una politica economica completamente nuova. Però deve dircelo, deve farci capire dove siamo diretti. Non soltanto perché, dopotutto, è ai cittadini che un governo risponde, ma perché l’incertezza, i segnali contraddittori, i falsi annunci, il continuo dire e contraddire, fare e disfare - insomma questo continuo governare a zig-zag - danneggiano l’economia del Paese e deprimono il morale delle persone. "
Non vorrei aver saltato qualche passaggio ...
January 8, 2007
'Ma voi non siete credibili'
Per completezza riporto una (buona) notizia che si leggeva su La Stampa di ieri (grazie a Nicola per l'informazione), e cioè che a fine mese, il 29 gennaio, a Milano, il tavolo dei "volenterosi" si riuniràAllentatosi il vincolo della ideologia, la politica è oggi più di tante altre cose, credibilità. Credibilità della classe politica nel suo insieme e credibilità dei singoli che fanno politica. E una politica credibile è quella che crede in quello che dice ed in quello che fa, o che cerca di fare. E' tutto qui il dibattito sul riformismo che andiamo facendo da qualche tempo o, meglio, da qualche anno. Non riguarda solo i risultati - che pure sono piuttosto magri - ma la convinzione che dovrebbe animare i protagonisti di quel dibattito. Cosa pensereste di un grande manager che oggi indica nel mercato cinese una opportunità da non mancare e promette, di lì a qualche tempo, di sbarcarci in forze e poi, qualche tempo dopo, vi dice che sì, poi, in fondo, il mercato cinese non è così importante? E cosa pensereste di un leader politico che a novembre annuncia urbi et orbi che per marzo il paese avrà messo un punto fermo sui temi della riforma previdenziale e poi a gennaio conclude che, in fondo, la cosa non è poi così urgente?
Non pensereste quello che pensano molti italiani? E, gentilmente, non si tiri fuori l'argomento francamente un po' deboluccio relativo alle difficoltà entro le quali quotidianamente si muove la politica. Alla fatica - che c'è, lo sappiamo - della costruzione politica. Alla incertezza degli esiti: sappiamo anche questo, si può vincere e si può perdere. Il punto è un altro: da una classe politica si chiede - avrei voluto scrivere, si pretende - che spenda il proprio tempo a pensare come evitare o superare quelle difficoltà. La politica - mi si perdoni la franchezza - non è pagata per raccontare ai cittadini gli ostacoli che incontra giorno dopo giorno ma per superarli. Se ne è capace. E se non ne è, per lasciare ad altri la possibilità di provarci. Le difficoltà in cui si dibatte, giorno dopo giorno, l'odierna azione di governo sono il frutto malato di cinque anni di opposizione in cui - anche grazie a qualche editoriale domenicale non sempre illuminato - non un solo giorno è stato speso per costruire la cultura e le condizioni che sarebbero servite a governare e non è lecito, oggi, usare quelle difficoltà come un'attenuante. (E l'argomento vale, mutatis mutandis, per il governo della passata legislatura.) Si è seminato male e quindi si raccoglie poco. E si è seminato male perché non si credeva fino in fondo in quel che si diceva di voler fare. Una politica credibile è una politica che rischia e che si assume responsabilità. Che si espone al pericolo di perdere perché solo così si vince.
[...]
Se il Partito democratico fallirà - mi rivolgo ancora a Michele Salvati - non sarà a ragione di subdole ed infide iniziative trasversali (e, sia detto per inciso, è più subdolo ed infido discutere con Bruno Tabacci di pensioni o trattare sulla legge elettorale con Roberto Calderoli?), ma sarà a causa della mancanza di coraggio di chi pensa che il rischio sia pane quotidiano per le famiglie e per le imprese ma non per la politica.
per la prima, vera, grande, e per tutti gli aggettivi del caso, riunione nazionale. Si snocciolano le prestigiose adesioni: Alberto Alesina, Enrico Cisnetto, Giuliano Da Empoli, Franco Debenedetti, Maurizio Ferrera, Francesco Giavazzi, Pietro Ichino, Fiorella Kostoris, Alberto Mingardi, Savino Pezzotta, Antonio Polito, Gustavo Piga. Però non si è ancora capito: per fare che cosa? Illustra Capezzone: «Un partito? No. Una lista? No. Un cantiere aperto? No. A noi interessano i contenuti, non il contenitore. Per usare termini in voga, ci interessa il software, non l’hardware».
December 17, 2006
Decalogo
> Ci sono uomini che cambiano idea per amore del loro partito, altri che cambiano partito per amore delle proprie idee.
WINSTON CHURCHILL
> Un politico guarda alle prossime elezioni. Uno statista guarda alla prossima generazione.
ALCIDE DE GASPERI
> Gli ideali sopravvivono attraverso il cambiamento. Muoiono con l'inerzia di fronte alla sfida.
TONY BLAIR
> La maggior parte delle parole comunemente adoperate (dagli uomini politici) sono sovratutto notabili per la mancanza di contenuto. Ciò è probabilmente la ragione del loro successo; essendo legittimo il sospetto che le parole più divulgate siano state consaputamente o inavvertitamente scelte appunto perché esse sono adattabili a qualsiasi azione il politico deliberi poscia intraprendere, quando abbia acquistato il potere.
LUIGI EINAUDI
> Analizzando ogni giorno tutte le idee, ho capito che spesso tutti sono convinti che una cosa sia impossibile, finché arriva uno sprovveduto che non lo sa e la realizza.
ALBERT EINSTEIN
> Con poche lodevoli eccezioni, gli imprenditori sono a favore del libero mercato in generale ma sono contrari quando li riguarda.
MILTON FRIEDMAN
> Prevedo un futuro felice per gli americani se impediranno al governo di sprecare i soldi frutto del loro lavoro, con la scusa di occuparsi di loro.
THOMAS JEFFERSON
> Lo stato è una male necessario: i suoi poteri non devono essere moltiplicati oltre necessità. Si potrebbe definire questo principio il rasoio liberale.
KARL POPPER
November 27, 2006
A chi importa?
Qualche giorno fa ha chiesto lumi sulla fuga dei cervelli dal nostro Paese, ed io gli ho suggerito un malinconico articolo di Time magazine, non “recentissimo” (dell’aprile dell’anno scorso) ma molto interessante e, temo, ancora attuale. Argomento: la condizione giovanile in Italia. Ne è nato un nuovo post, al quale ho dato un ulteriore minimo contributo con un commento. Il tema del commento—che si riferisce ad un articolo del New York Times non meno penoso, per noi, di quello di Time—è la non-politica per la famiglia portata avanti dai governi italiani che si sono succeduti da tempo immemorabile.
La scorsa estate ho chiacchierato a lungo sull’argomento politiche per la famiglia con una famigliola tedesca conosciuta presso comuni amici italiani. Il confronto Italia-Germania ne è risultato, a dir poco, umiliante (avrei voluto sprofondare). Eppure, a detta di tutte le forze politiche nazionali, anche da noi la demografia importa, la famiglia importa, i figli, poi, sono un bene inestimabile, ecc., ecc. Un po’ come la scuola: tutti, a chiacchiere, la vogliono “rilanciare,” ma poi, quando vanno al governo, se ne infischiano o vanno esattamente nella direzione opposta (ogni riferimento a questa Finanziaria è superfluo).
Mi domando solo se ci sia un limite alla capacità dei nostri governi di scherzare su questioni di tale rilevanza, anche se non riguardano precisamente la massa critica dell’elettorato, ma “soltanto” i nostri figli, nipoti, pronipoti ...
October 23, 2006
Nessun errore di comunicazione
In effetti, non sembra proprio che ci siano stati errori di comunicazione. La Finanziaria, criticata da quasi tutti gli economisti che contano, avversata da Confindustria (con le dure parole del suo presidente, Montezemolo) e stigmatizzata dalle società di rating, sembra invece lo specchio fedele dei rapporti di forza interni alla maggioranza. Uno specchio persino troppo fedele. Nel senso che, in genere, non si dà una così meccanica ed esatta corrispondenza fra gli equilibri politici e le scelte di politica pubblica. Ma in questo caso è accaduto. Per capire la Finanziaria bisogna sempre rammentare che la maggioranza ha un baricentro interno fortemente spostato a sinistra. Fatte le elezioni, lo dissero subito i numeri: a trionfare era stata la sinistra massimalista nelle sue varie anime, mentre la sinistra moderata era rimasta al palo.
[…]
Ma se le componenti moderate si indeboliscono troppo, il sistema bipolare finisce per autodistruggersi. Nessun bipolarismo può durare a lungo se le fazioni estremiste (inidonee a governare le democrazie capitaliste) acquistano troppo spazio. Credo anch'io che sia in atto «un complotto». Ma non contro il governo Prodi. Contro il bipolarismo.
Iniziative benemerite (Frascati per esempio)
Come possiamo credere nelle promesse di modernizzazione del Paese se, una volta giunti al governo, i modernizzatori non colgono l'occasione per passare dalle parole ai fatti? Merito, rischio, responsabilità, individuo, mercato, liberalizzazioni, concorrenza: su parole chiave come queste nei giorni scorsi i riformisti dell'Unione hanno discusso a Frascati, in una Conferenza promossa da Glocus, il think tank presieduto dal ministro Linda Lanzillotta. Iniziativa benemerita, piena di idee condivisibili, ricca di suggestioni per chi vuol cambiare l'Italia. Ma come non vedere il contrasto fra le parole e i fatti? Come non vedere che le parole di Frascati sono ignorate, calpestate, umiliate nell'impianto della Finanziaria?
[…]
Gli elettori non sono né bambini sciocchi, né inguaribili egoisti, semplicemente si sono accorti che la via delle riforme, indicata dal Dpef e dal decreto Bersani sulle liberalizzazioni, è stata accantonata. Nel decreto Visco-Bersani molti avevano visto soprattutto la «faccia Bersani», nella Finanziaria sono inevitabilmente condotti a vedere soprattutto la «faccia Visco». Non già, come si ama credere a sinistra, per difetti di comunicazione, ma proprio perché la comunicazione è riuscita perfettamente. La gente ha sotto gli occhi il primo tempo, quello del risanamento e dei sacrifici, ma non vede prendere forma il secondo. L'antica diffidenza per la politica dei due tempi le suggerisce che il secondo tempo non ci sarà, o sarà la continuazione del primo. Difficile pensare che 20 miliardi di aggiustamento «aggiuntivo», ossia non necessari per tornare nei parametri di Maastricht, possano preludere a minori tasse e a vere riforme della spesa pubblica. Gli italiani hanno dimostrato più volte di saper inghiottire anche le medicine più amare, ma qualcuno deve saper loro fornire un perché.
Incredibile la tenacia di quest'uomo, la sua (donchisciottesca?) battaglia, spes contra spem, per scuotere la sinistra (riformista?). In ogni caso, una segnalazione doverosa.
October 13, 2006
Neanche Draghi risparmia la Finanziaria
Draghi, in particolare, non è stato tenero, ieri pomeriggio, durante l'audizione davanti alle commissioni Bilancio di Camera e Senato. La Finanziaria, a suo avviso, «in un’ottica di medio e lungo termine presenta alcuni aspetti problematici», per la semplice ragione che «la correzione, in termini netti, è affidata interamente ad aumenti delle entrate». Tradotto per noi non addetti ai lavori: tasse, tasse e ancora tasse.
Giudizio ancor più pesante se si pensa che—come giustamente ricorda Il Foglio (sempre nell’editoriale odierno)—proviene da un uomo
per formazione economica e prassi di governo prossimo alla componente più avanzata (e borghese, nel senso che intenderebbe Tommaso Padoa-Schioppa: colta e
internazionalizzata) di questa maggioranza.
Un altro editoriale, quello de Il Riformista, riconosce alle “osservazioni fredde e oggettive” del governatore molti meriti, in particolare quello di aver tirato fuori
un esempio che fa giustizia di molte contese sin qui risuonate sull’effettiva redistribuzione operata dalle modifiche alle aliquote ex Irpef attuate in finanziaria: la dimostrazione secondo la quale un operaio senza figli con soli 26 mila euro annui di reddito pagherà più imposte, per effetto del fiscal drag, mostra che la formula avanzata dal governo secondo la quale il 90% dei contribuenti ci guadagna è quanto meno azzardata.
La conclusione del Riformista è altamente condivisibile:
Poiché non è ancora troppo tardi, visto che il Parlamento ancora deve votare, la speranza è che almeno qualcuna delle osservazioni di Bankitalia possano essere accolte.
Ma l’editorialista del Foglio non sembra molto fiducioso, denunciando
la sensazione che a Palazzo Chigi la linea politica sia quella di una sopravvivenza un po’ spocchiosa.
Speriamo che si sbagli, come—si parva licet—spero di sbagliarmi pure io.
October 12, 2006
E Salvati evitò d'infierire
Hanno torto—Confindustria, gli «economisti», la Corte dei Conti—a criticare questa legge finanziaria? No, non mi pare.
A dirlo—cioè a scriverlo sul Corriere di oggi—è il riformista Michele Salvati, che tuttavia evita di infierire, ed anzi ricorda che
nessuno dei nostri tre soggetti ha mancato di riconoscere gli aspetti meritori della legge, le difficili condizioni sulle quali è intervenuta, i condizionamenti politici cui è soggetta.
Sempre a discarico, ma con un argomento invero a doppio taglio, ecco un bel riconoscimento a chi ha dovuto barcamenarsi tra “condizionamenti” a volte piuttosto pesanti:
tenere insieme su una Finanziaria rigorosa una maggioranza come quella che sostiene il governo e ottenere il consenso dei sindacati è stata prova non piccola di perizia politica.
Credo si possa dire tranquillamente che il Professor Salvati ce l’ha messa tutta per dire nella maniera meno irritante che
[q]uesta prima Finanziaria del centrosinistra (e sottolineo «prima », perché il giudizio serio dovrà essere dato a fine legislatura) affronta i suoi giusti obiettivi — di stabilizzazione, di crescita, di equità — soprattutto dal lato di maggiori entrate, non di minori spese.
Toccante, non vi pare?
October 9, 2006
Giddens, la Finanziaria e la rana
«c’è una rana che se ne sta tranquilla nel suo stagno: la temperatura dell’acqua cresce a poco a poco ma lei non se ne rende conto. Finché, quando se ne accorge, è troppo tardi. Ormai è bollita.»
La rana è l’Italia, of course. Ma il celebre sociologo, probabilmente, se la gode un mondo a far dare all’Italia della rana nientemeno che da un francese, cioè da un signore che un anglo-sassone poco garbato, e in un momento topico, chiamerebbe senz’altro “frog” (rana, appunto), per via di un’opinabile abitudine culinaria dei transalpini e, soprattutto, dell’effetto che il sound della lingua di Molière produce nelle orecchie dei figli d’Albione. Fatto sta che, stavolta per colpa di Prodi e di Padoa-Schioppa, ci tocca beccarci questo simpatico, ma alquanto irriverente, complimento da un forestiero, oltretutto prestigioso.
Purtroppo, però, Lord Giddens ha ragione su tutto il fronte. Ed è solo per questo che, obtorto collo, riproduco qui di seguito ampi stralci dell’intervista che Gian Guido Vecchi, in quel di Como, ha strappato al professore britannico, ospite della Fondazione Antonio Ratti. Per ragioni di chiarezza e brevità ho riportato solo le risposte aggiungendo dei titoli. Qui, comunque, c'è la versione integrale (per chi sopporta il formato).
Una Finanziaria senza riforme
«Guardi, io appoggio di sicuro alcune riforme che il governo ha cercato di introdurre alcuni mesi fa con il ministro Bersani, perché in Italia è necessario liberalizzare il mercato e soprattutto il mercato del lavoro. Se la Finanziaria non contribuirà alle riforme strutturali di cui parlavo, certo c’è da chiedersi che senso ha. Probabilmente l’Italia ha un tasso di crescita più alto di quanto si pensi. E questo può aver spinto il governo a ritardare parte delle riforme. Il che non è necessariamente una cosa positiva, anzi. Del resto è noto come in Italia non sia facile introdurre riforme. Questo è l’unico Paese che io conosca nel quale un uomo, Marco Biagi, è stato ucciso perché aveva tentato di introdurre una riforma del mercato del lavoro.»
I riformisti sconfitti dal «partito delle tasse»
«Il problema non è la leva fiscale in sé, ma come la si usa: dipende da che tipo di tasse si introducono e cosa si farà con gli introiti. Con il governo laburista, per dire, si è visto che sono serviti a sviluppare politiche sociali.»
«Se è per il livello, la situazione non è troppo differente dalla Gran Bretagna, dove le tasse cominciano ad aumentare intorno alle 30 mila sterline. E in Italia sono le classi meno abbienti ad essere colpite in particolare dalla tassazione: anche qui, però, si tratta di vedere come vengono utilizzati i benefici, i “crediti” fiscali. La differenza sostanziale, piuttosto, è che da noi si è puntato alla creazione di nuovi posti di lavoro.»
«Il problema è che in Italia ci sia un mercato del lavoro diviso tra chi è protetto e chi non ha alcuna sicurezza. Questa non è giustizia sociale: superare tale divisione significa garantire l’equità e incrementare l’economia, come è accaduto nei paesi scandinavi. E poi c’è il mercato informale, sommerso, il che naturalmente significa tanti evasori.»
Padoa-Schioppa si è stupito delle reazioni dei «ricchi» …
«Credo che “ricco” sia il termine sbagliato, in effetti. E comunque bisogna stare molto attenti con queste definizioni, perché si riferiscono a persone singole, non a nuclei familiari: l’ineguaglianza non deve mai essere valutata considerando l’individuo, ma il contesto.»
Il Partito democratico
«Ora non vedo come questa F. possa risolvere i due problemi principali: la scarsa produttività e l’occupazione. C’è una tesi che può unire i partiti del centrosinistra italiano: senza riforme del mercato del lavoro e un aumento della produttività non ci sarà una vera giustizia sociale né crescita del Paese. Si tratta di mettere a punto un programma comune intorno a queste idee.»
.....
P.S.: Un blog sull'economia italiana, Italian Economy Watch, tenuto da Edward, un britannico che vive a Barcelona, mi sembra una risorsa da tenere particolarmente d'occhio in questo momento. Soprattutto perché (ieri) ha ripreso e commentato l'articolo dell'Economist che qui si era segnalato. Oggi, inoltre, ha scritto un altro post sulla Finanziaria.
October 6, 2006
Prodi’s left turn
It took Romano Prodi only a few months to dash hopes that his center-left government would be a reformist one. After a good start in deregulating some of Italy's service sectors and moving to lower government expenditures, the prime minister is back on traditional ground, pushing higher taxes and economic protectionism.
[…]
Mr. Prodi's problem is that he wants to be seen as a passionate left-winger and a liberal reformer. He can't be both. If he wants, as he claims, to revive Italy's economy, the reformer instinct will have to win out.
and The Economist …
Those who hoped that Romano Prodi's centre-left government would end the three-card-trick techniques of public accounting so dear to his centre-right predecessor, Silvio Berlusconi, must have been disappointed by its first budget.
October 4, 2006
Finanziaria 'Pane e Giustizia?'
Ci vorrà tempo, ha scritto il professore, “per stabilire con precisione l'impatto redistributivo della Finanziaria,” e occorrerà aspettare naturalmente la conclusione del lungo iter parlamentare, ma è chiaro che la sua «filosofia» (o quanto meno, il modo che è stato scelto per presentarla agli italiani) è quella di una «Finanziaria giustiziera». Un messaggio—ha osservato Ferrera, a mio avviso correttamente—in cui “i simboli e gli argomenti della sinistra estrema (o comunque della tradizionale ortodossia socialista) hanno nettamente prevalso su quelli del nuovo riformismo liberal-progressista.”
E quali sono (erano) gli argomenti della (dimessa) linea liberal-progressista? Non certo quelli proposti dalla retorica dei Comunisti italiani e di qualche leader sindacale, con tanto di ricchi che piangono (finalmente!) lacrime amare. Che fine ha fatto, ad esempio, quella “ridefinizione” dei concetti stessi di eguaglianza, giustizia e libertà in cui si sono a lungo esercitati, in tempi recenti, i cervelloni della Margherita e della componente riformista dei ds? Si era detto, scritto e proclamato, nelle sedi appropriate, che
[l]e riforme di cui l'Italia ha bisogno […] sono quelle che cambiano gli ingranaggi malati del nostro modello sociale: il familismo bloccato, il dualismo del mercato del lavoro, il «pensionismo» del welfare, l'incapacità della scuola e del settore produttivo in generale di valorizzare meriti e talenti, soprattutto quelli dei giovani e delle donne.
Ebbene, dove sono le riforme? Da nessuna parte, purtroppo. Piuttosto, altri proclami, altre logiche, e di ben altro segno. Ma, attenzione, non si trattava mica di rinunciare alla «giustizia». Ferrera lo chiarisce molto bene:
Anche questa prospettiva lib-lab poneva un problema di giustizia. Ma lo poneva nei termini dell'egualitarismo liberale: combattere le disuguaglianze ingiuste, ma promuovere le differenziazioni eque; lottare per le pari opportunità, ma contrastare i livellamenti iniqui.
Per non dire che, secondo il Nostro, i veri poveri non trarranno alcun beneficio … In compenso, a quanto sembrerebbe, le persone che appartengono più o meno alla mia fascia di reddito riceveranno una boccata di ossigeno. Ma non mi sogno nemmeno di farne una questione personale, e dunque nessun ringraziamento (oltretutto, appunto, bisogna vedere come andrà a finire …).
September 30, 2006
Frasi fatte ...
“E’ davvero una formidabile coincidenza quella tra lo sciopero dei giornalisti previsto il 29 e 30 e la presentazione della Finanziaria. In questa maniera sulle fortissime divergenze all'interno dell'Unione cala un pietoso silenzio ...”
Io la giro ai lettori di quest’altro blog, non sia mai che qualcuno la trovi anche «perfetta». Buon week-end.
September 29, 2006
Le ragioni del nordest
Dice Daniele Marini:
“La sinistra italiana ha del nord un’immagine distorta: lo stereotipo del padroncino avido, dell’evasore fiscale, di un mondo ricco e ignorante. Queste realtà esistono, ma non sono rappresentative di un’umanità più complessa”.
L’articolo prosegue così:
Qualche numero: il 90 per cento delle imprese ha meno di dieci dipendenti, c’è un’impresa ogni quattro famiglie (“cioè: il conflitto di classe è virtualmente inesistente, perché ogni non-imprenditore ha amici e parenti che fanno gli imprenditori”).
Infine, e forse più significativo, il 58 per cento degli imprenditori hanno cominciato facendo gli operai. Per Marini, “questo dato è particolarmente interessante in prospettiva: i dipendenti hanno l’aspettativa, o la speranza, di farsi imprenditori. Quindi la loro coscienza di classe non è quella dell’operaio, ma del quasi-imprenditore. In questo quasi-imprenditore, così come nell’imprenditore vero e proprio, quando si parla di nuove tasse o di toccare la casa, scatta una reazione di rigetto”. Del resto, nei suoi anni d’oro la Lega faceva man bassa di voti anche in quegli strati sociali che tradizionalmente si rivolgevano a sinistra, e che anche oggi non di rado votano Casa delle libertà.
Attenzione, però: “Il voto per la Lega prima, per la Cdl poi, non va confuso con una scelta strettamente antistatalista, sebbene l’antistatalismo possa esserne una componente. Lo dimostrano le ultime elezioni politiche, quando nel nord sono cresciuti partiti come l’Udc e An.Piuttosto, la chiave di lettura per comprendere questa società laburista, che trova nel lavoro il suo valore fondante, sta nella ricerca di autonomia: Roma, e per certi versi la stessa Milano, è percepita come realtà estranea, che con le sue decisioni complica la vita alla gente che lavora”.
Il punto, insomma, non è – astrattamente – ridurre il peso dello stato, ma, semplificare e rendere più efficienti i processi burocratici: prima di tutto, il nord chiede allo stato di funzionare meglio. Tutto questo è semplicemente incomprensibile per la sinistra radicale, e non solo quella.
Naturalmente, nel centrosinistra c’è chi è più attento a questa sensibilità: Enrico Letta e Pierluigi Bersani, per esempio. Eppure, ragiona Marini, “Letta e Bersani, molto apprezzati, non vengono da qui: il nord soffre anche di una drammatica sottorappresentazione. Un’area che produce un terzo del pil italiano non è riuscita a esprimere una vera classe dirigente. Massimo Cacciari o Filippo Penati sono eccezioni isolate nei loro stessi partiti. Il centrosinistra non convince il nord delle sue velleità riformiste”.
Il Partito democratico potrebbe rassicurare le regioni settentrionali? “Potenzialmente sì, ma temo che il dibattito infinito che si trascina fin dai tempi delle primarie lo trasformi in un progetto vecchio prima di essere nato”. Il rischio, per il centrosinistra, è che s’inneschi un circolo vizioso: “La sua immagine spaventa il nord, che gli vota contro, indebolendo ulteriormente la componente settentrionale dello schieramento. Se ne può uscire solo prendendo il nord sul serio e tentando di rispondere alla domanda di riforme”.