April 27, 2007

Quell'«atmosfera malvagia» che tutto pervade

Un inserto da non perdere sul Foglio di oggi: si possono leggere ampi stralci del testo del discorso di monsignor Angelo Amato, segretario della congregazione per la Dottrina della fede, che tanto scandalo ha suscitato presso l’opinione pubblica laicista, nutritasi dei resoconti parziali e “mirati” dei media di quell’area politico-culturale, che hanno riportato soltanto brani come quello sul “terrorismo dal volto umano:”
subdolamente propagandato dai mezzi di comunicazione sociale, manipolando ad arte il linguaggio tradizionale, con espressioni che nascondono la tragica realtà dei fatti. Ad esempio, l’aborto viene chiamato interruzione volontaria della gravidanza e non uccisione di un essere umano indifeso […].

Una lettura più completa, secondo la presentazione dell’Elefantino, è a questo punto d’obbligo, dopodiché ognuno è libero di giudicare, ma almeno a ragion veduta. In effetti, il ragionamento di monsignor Amato ha un respiro molto più ampio di quel che si potrebbe pensare fermandosi ai resoconti di cui sopra. Si tratta, infatti, di una riflessione sulle radici e sull’essenza del male che “è dentro di noi e intorno a noi,” tanto che ogni giorno, seguendo quanto riportano i giornali e i telegiornali, o basandoci sulle informazioni che ricaviamo da Internet, “noi assistiamo a un film perverso sul male,” sull’“onda maligna che ci assale quotidianamente.”

Su questa “fenomenologia del male” il segretario della congregazione per la Dottrina della fede, dopo aver richiamato le interpretazioni proposte dai filosofi e dalle religioni non cristiane, ha esposto il punto di vista della Chiesa, utilizzando parole e concetti dello stesso Pontefice. Obiettivamente, il linguaggio è duro, così come la denuncia è senza fronzoli e la via d’uscita proposta senza compromessi, affilate entrambe come una spada:

Il Papa parla di un’atmosfera malvagia, che assomiglia molto a quanto abbiamo detto all’inizio a proposito della fenomenologia del male. Il male oggi non è solo azione di singoli o di gruppi ben individuabili, ma proviene da centrali oscure, da laboratori di opinioni false, da potenze anonime che martellano le nostre menti con messaggi falsi, giudicando ridicolo e retrogrado un comportamento conforme al Vangelo.
“E chi non vedrebbe che ci sono avvelenamenti mondiali del clima spirituale che minacciano l’umanità nella sua dignità, addirittura nella sua esistenza? La singola persona, anzi, le stesse comunità umane sembrano irrimediabilmente abbandonate all’azione di queste potenze. Il cristiano sa che, da solo, neppure lui può riuscire a dominare questa minaccia. Ma nella fede, nella comunione con l’unico vero Signore del mondo, gli è donata l’“armatura di Dio”, con cui – nella comunione dell’intero Corpo di Cristo – può opporsi a queste potenze, sapendo che il Signore ci restituisce nella fede l’aria depurata da respirare – il soffio del Creatore, il soffio dello Spirito Santo, nel quale soltanto il mondo può essere risanato”.

Onde preservare il tutto dall’oblio ho messo al sicuro il paginone del Foglio, inclusa la premessa dell’Elefantino, che trae spunto anche dalla storiaccia della scuola materna di Rignano Flaminio e da un’inchiesta sull’inquietante argomento pubblicata ieri su la Repubblica, a firma di Carlo Bovini, e che può considerarsi—a giudizio del direttore del Foglio—“esemplare del meglio” della professione giornalistica. L’approccio, sia ben chiaro, non è colpevolista, e tuttavia non è tenero verso l’«atmosfera malvagia» che pervade il nostro tempo. Perché il punto, alla fin fine, non è trovare dei colpevoli da dare in pasto all’opinione pubblica inferocita, ma piuttosto di convincersi che non si può vivere come se il male non ci fosse. L’”Apocalisse di ogni giorno” si alimenta anche del silenzio che si vorrebbe far calare sulla tragica realtà del male.

April 26, 2007

La promessa mantenuta di Corvo Bianco

Fu soprannominato Corvo Bianco ed ebbe meriti e demeriti commisurati all’impresa nella quale si imbarcò, cioè grandi, anzi enormi. Dimostrò durezza e coerenza. Michail Gorbaciov, il suo storico rivale, ebbe modo di sperimentare di persona entrambe: quando, nel giugno 1990, l’allora presidente del Presidium del soviet supremo della Repubblica socialista federativa russa, dette il via ad un conflitto di potere devastante con il Cremino (retto appunto da Gorbaciov), e quando, prigioniero nella sua dacia in Crimea nei giorni del tentato colpo di stato del 19-21 agosto 1991, il fiero avversario Boris Nikolaevich ne ottenne la liberazione schierandosi apertamente contro i golpisti. Fu proprio in quelle drammatiche circostanze che la figura di Eltsin divenne di colpo famosa in tutto il mondo: chi non ricorda quando salì su un carro armato dei ribelli per arringare la folla davanti al Parlamento russo, riuscendo in tal modo ad evitare un bagno di sangue?

Oggi Avvenire, con un editoriale firmato da Luigi Geninazzi, ricorda e rende omaggio a un aspetto di Corvo Bianco meno noto, ma non per questo meno importante: con lui si è realizzata quel che Berdjaev chiamò «l’idea russa», vale a dire un rapporto specialissimo tra il popolo e la religione. Non è certo per caso che Boris Eltsin è stato il primo capo di Stato russo ad avere un funerale religioso dai tempi degli zar. In particolare, l’uomo seppe tener fede a una promessa:


Ci teneva alla libertà, prima di tutto quella religiosa. L’aveva promesso a Giovanni Paolo II nella prima storica visita che compì in Vaticano il 20 dicembre del 1991, all’indomani della fine dell’Unione Sovietica. In quell’occasione il presidente della Federazione Russa che di lì a cinque giorni avrebbe preso il posto di Gorbaciov al Cremlino affermò solennemente che avrebbe garantito la piena libertà «a tutte le confessioni religiose senza alcuna distinzione». L’avrebbe dimostrato coi fatti qualche anno più tardi, respingendo una legge sul culto, già approvata dal Parlamento, che penalizzava le minoranze religiose a cominciare dalla piccola comunità cattolica. E, vale la pena ricordarlo, si rifiutò di firmare una legge iniqua nonostante le pressioni della Chiesa ortodossa e gli umori nazionalistici della Russia profonda.

Giustamente l’editoriale non nasconde che vi furono errori, anche molto gravi, ma fa presente che non si può non onorare la memoria di un uomo che si distinse “per la sua strenua difesa del principio di libertà in un Paese che era diventato sinonimo di dittatura.” Mi pare che la definizione sia perfetta. E se posso—non solo perché "zar Boris" mi era simpatico—la faccio mia.


April 24, 2007

Evviva il Partito della Sera!

E adesso è chiaro a tutti che è il Corriere a dare la linea al Partito democratico. L’avevo anche ipotizzato, in privato, ma i fatti sono andati al di là dell’immaginazione. Sono stati Angelo Panebianco e Paolo Mieli—con gli editoriali, rispettivamente, del 15 e del 19 aprile—i profeti che hanno spianato la strada agli eventi futuri. Profeti, ben inteso, nel senso biblico, cioè non tanto o soltanto coloro i quali pre-vedono ciò che deve accadere, che «mettono davanti cose nascoste», quanto gli inviati dall’alto che parlano «al posto di», «per», «a favore di», che parlano davanti al popolo a nome di Dio e per suo comando. Basta sostituire a Dio qualche altra “entità superiore”— le scommesse sono aperte circa l’identità del misterioso committente …—e il gioco è fatto.

In effetti i due editoriali erano molto efficaci e, credo, anche ampiamente condivisibili da parte di chi si preoccupa più di far sì che il sistema politico italiano nel suo complesso possa tirarsi fuori dal pantano in cui sguazza da tempo immemorabile, che di tirare acqua al mulino di qualcuno. Comunque i ruoli erano ben distinti: Panebianco ha rappresentato la pars destruens e non ha lesinato critiche, per quanto costruttive, Mieli ha svolto la pars construens, indicando il possibile radioso futuro del partito nascente. Il professore, cioè, ha attaccato duramente la pessima propensione a definire le identità politiche “in rapporto al passato anziché al futuro,” per cui “ci si aggrega contro qualcun altro usando il passato (diviso) come fonte di identità.” Il che comporta che ci si senta esentati “dal dover essere troppo dettagliati sul futuro, su ciò che si intende fare.” Errore capitale nel quale solo “un outsider totale” come Silvio Berlusconi—e qui il colpo ai ds e ai dl è stato crudele—non è caduto. Poche storie, insomma, qui non vale più la regola del



dimmi il tuo patronimico, dimmi di chi sei figlio, e saprò chi sei. Vale la regola: dimmi (con precisione, senza menare il can per l’aia) cosa farai e saprò chi sei.

Qui, cioè appunto nel definire la propria identità politica in rapporto al futuro anziché al passato, con il «contratto con gli italiani» e il proposito di tagliare le tasse ribadito in tutte le salse, Berlusconi ha fatto scuola, infischiandosene dello “scandalo” che il suo stile diretto suscitava nell’opinione pubblica schierata a sinistra. Conclusione, ammonimento e auspicio di Panebianco:



Dopo che Berlusconi ha spezzato il cerchio, continuare a declinare al passato le identità rischia di essere suicida. Il Partito democratico non sarà una impresa vitale se non saprà districarsi dai lacci del passato, se non saprà costruire la propria identità in rapporto al futuro.

Mica male, il professore. Ma vediamo cosa aveva scritto il direttore del Corriere. La faccio breve: mettiamo da parte—ha esortato—“il modo critico, talvolta ipercritico (giustamente ipercritico) con il quale un po’ da tutti è stata seguita la gestazione del Partito democratico,” e prendiamo coscienza che ciò a cui siamo di fronte è “un evento di dimensioni storiche.” Perché? Beh, il nome, per esempio …



Non ci sembra poi di scarso rilievo la circostanza che i fondatori della nuova formazione politica, anziché ispirarsi a una delle denominazioni del centrosinistra europeo, abbiano optato per quella del più antico partito statunitense, il partito di Franklin Delano Roosevelt ma anche dell’anticomunista Harry Truman, di John Kennedy ma anche del «guerrafondaio» Lyndon Johnson e poi di Jimmy Carter e di Bill Clinton.

E poi? Poi basta, sembra di capire, ma i nomi non sono acqua fresca. Comunque il futuro potrà essere radioso veramente, ma ad un patto:



Solo se guidato fin dai primi passi da un capo certo e carismatico il partito democratico potrà avere successo. Un successo i cui effetti, riverberandosi anche nel campo opposto, possono produrre una stabilizzazione dell’intero sistema. Del che c’è evidente bisogno.

Molto, molto interessante la conclusione di Mieli. Anzi, molto, molto profetica (sempre nel senso biblico). Infatti il “capo certo e carismatico” è spuntato come per incanto dai congressi dei due partiti fondatori. Chi? Domanda retorica, evidentemente: “l’unto del Signore” è Walter. Basta aver letto ciò che ha scritto Curzio Maltese su la Repubblica (ieri) per far evaporare istantaneamente eventuali dubbi residui e riserve:


La lotta per la guida del Partito Demo­cratico sarà anche aperta, anzi apertissi­ma, come si sforzano di dire tutti, ma intanto l'egemonia culturale di Walter Veltroni sul nuovo partito è più solida di quella di Antonio Gramsci nel nascente Pci […].

Interessante anche la spiegazione dell’arcano, che, ça va sans dire, è stata anticipata dal Corriere, ma stavolta per la penna di Angelo Panebianco. Scrive Maltese:


Non è un oratore né un ideologo, non vanta un gran­de carisma e non è neppure telegenico. Si può dire che ha sfruttato al meglio una qualità per­sonale unica nel gruppo dirigente del suo par­tito e non soltanto. È il solo politico della sua generazione a non subire l'ossessione del passa­to. Come D'Alema e Fassino, Mussi e Angius. Bersani e Finocchiaro, Bassolino e Cofferati. Forse perché davvero «non è mai stato comu­nista», a differenza degli altri. È la tragedia, il li­mite dei suoi rivali interni, quel correre verso una modernizzazione che significa sempre fare i conti col passato e mai con il presente e il fu­turo.

E adesso attenzione a quest’altro passaggio che sembra scritto da Panebianco in persona:


In un simile vecchiume, Walter Veltroni e Sil­vio Berlusconi sono le sole figure pubbliche a sostenere la prevalenza del presente, l'unico tempo che davvero conti in politica. Ed è que­sta la principale chiave del successo di entram­bi nei rispettivi schieramenti.

Direi che c’è di che rimanere sgomenti. Roba da Antico Testamento questa confusione dei piani temporali: il prima (del congresso ds) e il poi che si fondono e si confondono, e tu che non riesci più a distinguere tra la profezia e la realizzazione della medesima.

Ma non è finita qui. Ci ha pensato Paolo Franchi, sul Riformista, a chiudere il cerchio. Che cos’altro è emerso dal congresso diessino? L’America, naturalmente, cioè il “partito americano.” Ebbene, sentite qua:


In sostanza: mentre molti, e noi tra questi, nemmeno se ne accorgevano, persi come si era a baloccarci attorno a questioni e questioncelle dall'insopportabile retrogusto novecentesco, stava arrivando l'America. Secondo le previsioni (o le prescrizioni) formulate in apertura delle assise della Quercia dal direttore del Corriere della sera. E come in fondo si conviene, se vuole uscire dalla sua eterna condizione di crisi, al paese per tanti aspetti più americanizzato dell'Europa continentale.

Più chiaro di così si muore: “le previsioni (o le prescrizioni)” di Paolo Mieli! E’ il sigillo definitivo sul carattere autenticamente profetico dell’ormai storico editoriale.

Comunque, a scanso di equivoci, mi corre l’obbligo di fare una precisazione: a me, personalmente, la svolta “americana” e anti-ideologica sta benissimo—per il bene del Paese, non perché intenda aderire: figuriamoci se potrei mai diventare veltroniano!—come pure la fuoriuscita preventiva dal Pd di taluni nostalgici del socialismo (sì, quello che hanno combattuto usque ad sanguinem, e fino a l’altro ieri, sia i neo-democtats sia i neo-socialisti). Ha ragione, a tal riguardo, l’araldo del veltronismo Curzio Maltese:


La stessa lagna sull'abbandono di Mussi e Angius, con tutto il rispetto per i sentimenti, la dice lunga. Se il Partito Democratico incarnasse davvero la novità che pretende di rappresentare, altri cen­to Mussi, Angius, […] sarebbero stati spinti sulla strada del­l'addio.

Ovvero, ha ragione fino a un certo punto, dal momento che tra le parentesi quadre Maltese aveva inserito anche i nomi di Caldarola, Macaluso e Nicola Rossi. Francamente sulla presenza in elenco dei primi due non sarei molto d’accordo, mentre sul terzo mi domando se al Nostro non sia scivolata la penna mentre vergava la sua lista dei cattivi …

Quindi, massimo rispetto e un certo compiacimento per come si stanno mettendo le cose. Per il resto non andrei tanto a sottilizzare su certi aspetti un po’ comici di tutto l’apparato, come la colonna sonora del congresso di Firenze («Over The Rainbow» …) o certe locuzioni piuttosto singolari sotto il profilo semantico. Però, onestamente, non posso che dare atto ad Adriano Sofri di avermi regalato un momento di sano e innocente divertimento, con il seguente commento telegrafico, dopo tanta seriosa compunzione di fronte allo storico evento:


Tra gli slogan del congresso Ds (della Margherita non so, ne ho ascoltato una parte) ricorreva l’opposizione fra nuovo partito e partito nuovo. “Non vogliamo un nuovo partito, ma un partito nuovo”. Lo si è ripetuto tante volte, e mi sono chiesto come se la cavassero le interpreti che dovevano tradurre in inglese per le delegazioni straniere. Ne deriva un’impressione un po’ meschina della nostra retorica politica, ma anche una certa soddisfazione per i vantaggi che la lingua italiana offre con la libertà di combinazione di sostantivi e aggettivi. In italiano potremmo costruire anche un vecchio partito nuovo, un nuovo partito vecchio, e perfino un nuovo partito nuovo. Dobbiamo solo rinunciare a spiegarlo alle delegazioni straniere.
[«Piccola Posta», sul Foglio di oggi]

Infine, esorterei i lettori che hanno colto la portata epocale di quanto testè richiamato a non lasciarsi fuorviare e demoralizzare da un editoriale alquanto sarcastico del Foglio di oggi. Per una volta, limitiamoci a contemplare il bicchiere mezzo pieno. Prosit.

Comunicazione di servizio

Mi scuso per la prolungata latitanza dal blog. Sono stato assorbito da vari altri impegni, tra i quali qualche nuovo (per me) programma per il pc che sto sperimentando in questi giorni. Ogni tanto è piacevole scoprire che, anche al di là della blogosfera, l’informatica è un territorio ricco di sorprese e di potenzialità insospettate.

In serata spero di poter postare qualcosa che è in gestazione da giorni, e che per ora è soltanto una montagna di links e alcune annotazioni. A più tardi.

April 22, 2007

Campioni!

«Finalmente è arrivato questo scudetto, siamo contenti. Ma il mio primo pensiero non può che andare a Giacinto Facchetti. Questo campionato ha l'impronta della sua generosità e onestà.»



L'ha detto Massimo Moratti, ma è anche la prima cosa che è venuta in mente a un interista qualsiasi come me. Ciao Cipe, sarai contento, di lassù.

April 19, 2007

E Ferrara ruppe l'incantesimo

Nuova strage, stesse facce attonite, stessi commenti. Inevitabile, ma frustrante e persino insopportabile, perché, come ricorda Giuliano Ferrara sul Foglio citando Kurt Vonnegut, “dopo una strage non c’è niente di intelligente da dire.”

La citazione, invero, sarebbe un ottimo incipit per un editoriale o un post che si chiudessero un attimo dopo, con l’aggiunta soltanto di un «quindi» seguito da poche, imbarazzate parole di commiato. Ferrara, però, ha scelto diversamente, e così mi regolerò anch’io, anche se con motivazioni diverse. Quella del direttore del Foglio è che “qualcosa di intelligente forse era stato detto prima.” Da Cormack McCarthy, vincitore del Pulitzer per il suo romanzo sull’Apocalisse, The Road,


racconto minerale, d’alluminio e scarti di mondo, viaggio di redenzione di un padre e di un figlio verso l’oceano dell’ovest, contro il cielo grigio di cenere, tra i resti dell’umanità e della sua merce, quando tutto era ormai finito e il nulla si era rivelato perché nell’amore paterno si conoscesse, forse, il nome di Dio o l’immagine vera dell’uomo.


“Vogliamo lasciarci sfiorare dal dubbio?”—domanda Giuliano Ferrara. Certo, ci mancherebbe, intanto però registriamo che il direttore si è sbilanciato non poco, essendosi fatto saldamente afferrare da quel “dubbio apocalittico” dal quale invita i lettori a lasciarsi appena sfiorare. Ci vuole coraggio e faccia tosta di questi tempi. Significa mettersi contro un po’ tutti, forse pure i preti, i monaci e le suore, o almeno buona parte di costoro, dal momento che ben di rado risuona nelle chiese e nei chiostri l’invito a “prepararsi” all’Evento. E pensare che i primi cristiani pensavano fosse molto, molto imminente. Poi, con lo scorrere dei secoli si è realizzato che avevamo ancora tempo …, e si è finito col considerare la cosa talmente remota da rendere perfino imbarazzante qualsiasi riferimento esplicito che non fosse, per così dire, puramente teorico. Per sublime ironia della sorte, a rompere l’incantesimo è un ateo dichiarato, ancorché «devoto».

Già martedì sera, a Otto e mezzo, in una puntata catastrofica quanto alla scelta degli ospiti—del tutto inadeguata alle intenzioni del conduttore—, Ferrara aveva posto la questione, ma nessuno ha raccolto il guanto. Anche perché, forse, la provocazione è stata un po’ improvvisata e (quindi) maldestra. Il fatto è che ‘sti atei, per quanto volenterosi, non hanno esperienza di certe cose, non hanno, diciamo, il tatto e la … prudenza che ci vorrebbe. Oh che ti pare che tu puoi parlare del diavolaccio come niente? E come la mettiamo con tutte le confraternite e le obbedienze che ci sono, filosofiche o materialone che siano, che come metti fuori il naso ti passano per le armi—metaforicamente parlando—e ti trascinano sulla pubblica piazza come un reprobo, un malato di mente o peggio?

Per sua fortuna il direttore ha pensato bene di affidarsi anche “alla competenza postuma e asettica del professore di sociologia e criminologia,” che nel caso specifico è James Alan Fox, autore di The Will to Kill, che sul Los Angeles Times ha usato argomentazioni ben più ortodosse:


Dice che sono dei frustrati, quelli che uccidono “senza senso”; aggiunge che sono dei piagnoni, che attribuiscono agli altri i loro fallimenti; che non hanno sostegno emozionale da famiglia e amici; che si imbattono in un avvenimento personale da loro giudicato catastrofico; infine, si dotano con facilità di armi letali. C’è meno compassione in America, è la sua diagnosi per un moltiplicarsi fatale delle stragi senza senso negli ultimi trent’anni, e troppa competizione tra gli umani. Troppi divorzi e poca frequentazione delle chiese, nell’eclissi della comunità tradizionale, insomma un feroce e atroce isolamento che è il prezzo da pagare alla società aperta. Ma il punto vero è in questa domanda del professor Fox, e nella sua risposta disperatamente e politicamente corretta: vero, dice il prof., negli ultimi ventisei anni il numero delle stragi prive di significato è aumentato come mai prima nella storia dei millenni, ma forse possiamo pensare che l’umanità è diventata più cattiva, che gli uomini sono assetati di sangue come mai prima d’ora? Of course not, è la risposta, naturalmente no.


Chiaramente, però, Ferrara non è d’accordo (io, invece, lo sono abbastanza):


Obiezione: perché no? Non guardate la cattiveria, che c’è sempre stata, guardate il suo essere meaningless, senza senso.


Ora, a me l’obiezione sembra deboluccia: una cattiveria senza senso? Ma è un ossimoro! O è cattiveria o è senza senso, se è l’una cosa non può essere l’altra. Se è meaningless è pazzia e basta, nel caso specifico la follia dei piagnoni di cui parla il professore, se invece un senso ce l’ha, allora è qualcos’altro, è il Male. Anche se indubbiamente tra le due fattispecie c’è una certa contiguità: chi uccide per avidità non è «un pazzo», ma è sicuramente «uno stolto», cioè un pazzo la cui cura non spetta alla Psichiatria, bensì alla Saggezza, cioè alle religioni, alle fedi, al misticismo. Le azioni possono, cioè, apparire sensate ma non esserlo veramente (=secondo Verità). Questione di punti di vista. Con la stessa logica, però, bisogna riconoscere che anche una cattiveria senza senso può avere un senso: ciò che può sembrare folle può essere in realtà semplicemente malvagio (cioè folle, ma in quell’altro senso), e dunque opera del Maligno. Nel caso di Cho Seung Hui di cosa si trattava? Vai a saperlo!

Ma Ferrara si riscatta alla grande con la chiusa dell’editoriale:


E domandatevi se questa eclissi dei significati non sia il tratto caratteristico della più moderna tra le società umane, quella società americana che produce con sempre maggiore regolarità sparatorie e racconti apocalittici, dolori e lutti collettivi, frustrazione e ricerca.


E’ la prima volta, se non sbaglio, che il direttore del Foglio fa una “bassa insinuazione” sull’America, sul suo «tratto caratteristico». Non potrei essere più d’accordo. Questa eclissi dei significati è esattamente la ragione per la quale, come mi è già capitato di scrivere, a giudicare dai risultati, non credo che la religione della Right Nation sia poi tanto migliore della nostra. Perché il «senso» non difetta soltanto nella testa di quelli come Cho Seung Hui: solo un’intera società (o civiltà) può produrre simili mostri. E l’America, la Bella, l’Amata, può avere mille ragioni e innumerevoli meriti, ma non è il Bene. Anch’essa ha bisogno di essere redenta, più o meno come la vecchia e disillusa Europa. Con la differenza che il fattore età rende le cose un po’ meno complicate a loro e un po' di più a noi. Ma di questi tempi non è il caso di coltivare insane rivalità. Con gli eventi che secondo alcuni si preparano, poi, sarebbe proprio il caso di unire le forze, di fare, se mi si passa l'espressione, un bagno di umiltà transcontinentale ...

April 16, 2007

Thinking Blogger Award

Through the 2996 list, namely the directory of the bloggers who created a tribute for the victims of 9-11-01, this blog has been nominated for a “Thinking Blogger Award.”

This is all new to me and I greatly appreciate the pleasant surprise. I really think that helping people think is one of the main benefits of blogging.



As part of the acceptance I’m supposed to tag five other blogs for the award. So, here are the five I'm tagging as Thinking Bloggers—or, as I would put it, bloggers that make me think—and passing on the award. In no particular order:

> Italian Bloggers For Giuliani 2008 (in Italian)
> Random Dreamer
> Free Thoughts
> 1972 (in Italian)
> The Right Nation

Nominee instructions:
To nominees: Should you choose to participate, please make sure you pass this list of rules to the blogs you are tagging. The participation rules are simple: 1) If, and only if, you get tagged, write a post with links to 5 blogs that make you think; 2) Link to
this post so that people can easily find the origin of the meme; 3) Optional: Proudly display the 'Thinking Blogger Award' with a link to the post that you write.
Enjoy!

April 14, 2007

Old flames


An old country song I have loved since I heard it the very first time, during the summer of 1980, when I was on my way to Lake Tahoe (between the states of California and Nevada) and while enjoying my first Martini. Even though it wasn’t Dolly Parton who first sang it, it was she who took it to the top of the U.S. country charts right that summer. Anyway I heard “Old Flames Can't Hold A Candle To You” sung by her, and the impact was fantastic.

I still prefer Dolly’s version, but this live version by Johnny Cash & June Carter Cash (noblesse oblige!) is very good too. Enjoy it.


OLD FLAMES CAN'T HOLD A CANDLE TO YOU
Lyrics

Downtown tonight, I saw an old friend, someone who
I use to take comfort from long before I met you
I caught a spark from his eyes of forgotten desire
With a word, or a touch, I could have rekindled that fire

Old flames can't hold a candle to you
No one can light up the night like you do
Flickering embers of love
I've known one or two
But old flames can't hold a candle to you

Sometimes at night, I think of old lovers I've known
I remember how holding them helped me not feel so alone
Then I feel you beside me and even their memories are gone
Like stars in the night lost in the sweet light of dawn

Old flames can't hold a candle to you
No one can light up the night like you do
Flickering embers of love
I've known one or two
But old flames can't hold a candle to you
Old flames can't hold a candle to you
Mmmm......

April 13, 2007

Atei devoti (e non), preti buontemponi e vescovi dispeptici

E’ primavera avanzata, ormai, fa già caldo, dormirei volentieri un paio d’ore in più per notte e mi lascio andare più facilmente a meditazioni oziose, tipo quelle sui massimi sistemi, rifuggendo altrettanto volentieri dalla fatica intellettuale (ed esistenziale) di addentrarmi nei meandri della realtà che ci sta intorno, o meglio dei politicismi che, sui media e non solo, stanno in luogo della realtà medesima—che evidentemente è diventata un’emerita sconosciuta.

Ma non bisogna farsi troppe illusioni neppure in ordine ai massimi sistemi, che ultimamente sembrano subire una sorte analoga a quella della realtà effettuale: facilissimo essere sopraffatti da quell’equivalente del politicismo, in altri contesti, che è la vecchia, ipercollaudata «chiacchiera».

Dunque, primavera o non primavera, è sempre meno frequente imbattersi nelle occasioni mediatiche più propizie a coltivare l‘otium. Uno, se proprio vuole, deve tagliarsi qualche ponte dietro le spalle e chiudersi nella propria biblioteca privata. Ma oggi non è giornata, e dunque rinvio la fuga dal mondo a data da destinarsi e attingo alla stampa quotidiana, che offre due superbe occasioni di … chiacchiera. Della prima è responsabile Il Foglio, che in un editoriale riferisce di un dibattito esilarante svoltosi a Londra. Argomento: quanto meglio vivremmo senza la religione. Protagonisti: “un vanitoso rottweiler di Charles Darwin, un pugile ateista che porta il figlio in vacanza nel Kurdistan iracheno e un apologeta dell’illuminismo ratzingeriano,” cioè, nell’ordine, Richard Dawkins, Christopher Hitchens e Roger Scruton. Ne è venuta fuori, secondo lo Spectator, che ha seguito l’evento, "una delle fiere del pensiero più entusiasmanti degli ultimi anni,” e in ogni caso “la dimostrazione che l’ateismo è la nuova religione.”

Consiglio vivamente la lettura del resoconto, con particolare riguardo non tanto alle tesi del filosofo di Princeton Roger Scruton, estimatore di Papa Ratzinger, quanto a quelle degli altri due relatori. A me le dimostrazioni a contrario son sempre garbate (sono le meno noiose ...), dunque parlo a ragion veduta: come diventare buoni (o migliori) credenti dopo aver ascoltato e soppesato attentamente le tesi dei denigratori della fede. Un esercizio di ginnastica mentale che più laico non si può.

L’altra occasione di fruire di una chiacchiera di lusso l’ha fornita Francesco Merlo su Repubblica. Lo scopo era quello di spezzare una lancia a favore di Angelo Bagnasco, minacciato di morte e dunque scortato dallo Stato. Un intento nobile, senza dubbio, anche se io—sempre per non annoiarsi—inviterei a cogliere e apprezzare come si merita soprattutto la qualità dell’apparato argomentativo.

Dunque, si tratta di questo: bisogna che un po’ tutti ci teniamo stretti i nostri preti,

[p]ersino noi che nel Papa te­desco e nell"'imam" Ruini più che un anelito e un profumo di cielo annusiamo un gran puzzo di inferno; anche noi insomma che nella chiesa che manda in piazza i suoi preti contro i gay vediamo ba­lenare non il buon Dio ma un "Diaccio" senza la grazia, sospet­toso e diffidente a tal punto verso le sue creature da essere quasi contento di coglierle in fallo e dannar­le senza misericordia.

È vero che c'è nel neo tradizio­nalismo populista del Vaticano, e nello zelo savonarolesco dei vescovi italiani un'insicurezza di se stes­si da cui chi crede veramente do­vrebbe essere al riparo. Ma in fon­do è una paura, è una debolezza, è una povertà di spirito che possono persino intenerirci se paragonia­mo questi nostri monsignori, di­ventati, anche fisicamente, così in­certi, così dispeptici, e tutti politi­camente un po' torbidi, a quelle or­ribili stelle a cinque punte e alla si­gla Br che, per la prima volta nella storia italiana, sono state rivolte contro di loro e contro il Papa.

Bontà sua, nobile Merlo. Prendiamo atto delle buone intenzioni e dello sforzo che deve essergli costato questo endorsement. Ma più di tutto registriamo il pronunciamento a favore del prete italiano:

Il fat­to è che, a dispetto della sbandata integralista della Cei, noi laici cre­diamo davvero nella nobiltà dei preti italiani, nella loro generosità, persino nelle loro capacità visiona­rie e nelle loro intemperanze, in­somma nella superlevitazione del­la religione, nel suo stare sopra e mai contro: sopra i conflitti e i luo­ghi comuni, sopra i gusti sessuali e le tensioni sociali; la religione co­me lingua viva che non si trova nei mille libroni di teologia tedesca e neppure nelle scuole di pensiero dei banchieri tomisti, che sono un'altra bizzarria nazionale.

E che sia chiara una cosa:

[N]on è vero che questi vescovi dalle gote incavate hanno soffoca­to il sanguigno don Camillo, il mantello del ricco tagliato in due e diviso con il pove­ro, l'amore per tut­to ciò che è naturale e non è arzigogolio teologico, il prete antiideologico che ha registrato la nostra storia nazionale, il prete italiano a cui ricor­revano comunisti e conservatori, ricchi e poveri, mi­scredenti e baciapile, un prete bo­nario e ricco di sag­gezza di mondo, al di sopra dei partiti e delle classi.

Ora, davvero c’è di che essere commossi da tanto trasporto. Tuttavia, un piccolo dubbio mi permetterei di sollevarlo, non per intento polemico ma, se è lecito, pro veritate. Sì, perché …, ehm, il fatto è che quello “stare sopra e mai contro,” e quel che segue, ammesso e non concesso che sia stata la cifra del clero italico, a dispetto (forse) dei “libroni di teologia tedesca,” non è mica tanto evangelico. Perché, alla fin fine, mi pare di ricordare che Lui, il Capo, il Fondatore, abbia asserito di essere venuto “a portare la spada” esortando nel contempo i Suoi, onde evitare spiacevoli equivoci, ad essere “nel” mondo senza essere “del” mondo, e cose di questo genere.

La morale della favola, insomma, potrebbe essere questa: non occorre essere cristiani per apprezzare e amare i preti, e non è necessario che i sacerdoti siano particolarmente fedeli a se stessi e alla propria missione per essere lodati dai laicisti. Sul primo punto si prende atto con soddisfazione. Sul secondo si dissente rispettosamente. Gli atei devoti vanno benissimo, i preti buontemponi un po’ meno. Ma si fa per dire. In fondo si chiacchierava e basta.

April 11, 2007

L'ultimo spenga la luce


Qualche appunto frettoloso su una vicenda complicata di cui si preferirebbe tacere, ma non si può.

Quelli di Emergency cominciano a lasciare Kabul e a tornarsene a casa. Brutta, bruttissima storia, quella della liberazione di Daniele Mastrogiacomo. Tanto che parecchi non si erano uniti al coro di esultanza nel momento in cui, tuttavia, c’era almeno una buona ragione per esultare. E questo, appunto, non perché la notizia del ritorno a casa, sano e salvo, del giornalista di Repubblica non fosse una buona notizia, ma per il modo e le circostanze, come persino il ministro della Difesa, Parisi, aveva denunciato (anche) con eloquenti silenzi. E che Gino Strada, a tanti, tra i quali, si parva licet, lo scrivente, non sia mai stato simpatico, non c’entra nulla. C’entra, semmai, il fatto che non si doveva affidare, o meglio delegare, ad uno come lui una missione come quella.

Adesso tira una brutta aria per Ponzio Pilato-Prodi. Ma chi si illudeva che avessimo a che fare con uno statista o, quanto meno, con un ex democristiano di prima fila? Era di seconda o terza, e questi sono i risultati. Non un De Gasperi, ovviamente, e neppure un Moro, un Fanfani, un Andreotti, un De Mita e via discorrendo, solo uno che si è occupato di gestire, per conto della Dc, un settore della politica—sia pur delicato e strategico—di cui né uno statista vero né un “cavallo di razza” si sarebbero mai occupati a tempo pieno. Ha usato Gino Strada, dandogli addirittura carta bianca? Certo, perché non è un’aquila, come si suol dire. In Europa lo sapevano tutti—e chi ha la dannata abitudine di leggere alcuni grandi giornali d’oltremanica (e non solo) era al corrente dello scarso credito di cui godeva il Professore. Solo un po’ di italiani, e tutti della rive gauche, hanno creduto o hanno fatto finta di credere che l’uomo fosse all’altezza. Purtroppo per loro, e per noi tutti.

Berlusconi, in compenso, ha colto l’opportunità di impartirgli una lezione di stile che, per quanto interpretabile anche come un abile calcolo (stiamo parlando di politica, dopotutto), resterà memorabile. Del resto, non occorre essere berlusconiani per capirlo: la differenza di statura politica tra i due è evidente anche senza bisogno di vedere nel Cavaliere un nuovo De Gasperi.

Gino Strada, dal canto suo, avrà qualche spiegazione da dare e forse ne uscirà malissimo anche lui, ma ha avuto se non altro il merito di mettere il dito sulla piaga. Che cadano entrambi, comunque, ciascuno a modo suo, non è solo probabile: è un auspicio che formulo ab imo pectore. Per il bene di questo Paese, oserei dire parafrasando il Cavaliere—che però è stato più generoso del sottoscritto, il quale, tuttavia, non ha l’obbligo di comportarsi come un politico ... Che vadano, dunque, tutti e due. E che l'ultimo, possibilmente, spenga la luce.

April 8, 2007

Happy Easter


Happy Easter
Joyeuses Pâques
Buona Pasqua
Frohe Ostern
Feliz Pascua
Boa Pascoa

April 5, 2007

Lectio Divina

As the Ecclesiastes says, there is an appointed time for everything. The days of Holy Week are very suitable to be used as a time for reflection, for prayer and for meditation. Or, better still, these days would be suitable for such activities (or non-activities), but in fact there are often a lot of other activities that distract people from taking the time to take that time. So this post is an attempt to overturn that trend by singing Lectio Divina’s praises.

This ancient spiritual art—which has been kept alive in the Christian monastic, mostly Benedictine, tradition, and which is being rediscovered in our day—is a kind of meditative reading/listening, a slow, contemplative praying of the Scriptures, aimed at giving the monk an awareness of God's presence, a consciousness of the immersion of his life in the mystery of God's activity as revealed in sacred history.

The art of lectio divina—writes Fr. Luke Dysinger, a Benedictine monk—begins with cultivating the ability

to listen deeply, to hear “with the ear of our hearts” as St. Benedict encourages us in the Prologue to the Rule. When we read the Scriptures we should try to imitate the prophet Elijah. We should allow ourselves to become women and men who are able to listen for the still, small voice of God (I Kings 19:12); the “faint murmuring sound” which is God's word for us, God's voice touching our hearts. This gentle listening is an “atunement” to the presence of God in that special part of God's creation which is the Scriptures.
The cry of the prophets to ancient Israel was the joy-filled command to “Listen!” “Sh'ma Israel: Hear, O Israel!” In lectio divina we, too, heed that command and turn to the Scriptures, knowing that we must “hear” - listen - to the voice of God, which often speaks very softly. In order to hear someone speaking softly we must learn to be silent. We must learn to love silence. If we are constantly speaking or if we are surrounded with noise, we cannot hear gentle sounds. The practice of lectio divina, therefore, requires that we first quiet down in order to hear God's word to us. This is the first step of lectio divina, appropriately called lectio - reading.

There are three other steps of lectio divina: Meditatio, Oratio, Contemplatio, even though, as Trappist monk Fr. Vincent Dwyer complains, “for a long time in the Church they were not four distinct parts, they were one.” In addition, according to him, we did a poor job at translation, to begin with lectio divina itself, translated into 'spiritual reading,' that is “a particular exercise,” instead of the sublime art of listening (and notwithstanding the fact that in the early Church most people couldn't read …). Meditatio, in turn, was translated into 'meditation,' which became “a procedure, a methodology of prayer,” while Oratio became translated into “all kinds of prayers and devotions, divine office, and so forth,” and Contemplatio was translated as 'contemplation,'

and then you were told, "But contemplation is only for chosen souls like myself and others who are called to contemplative monasteries. The rest of you poor people are called only to meditate and that is the way it is. Too bad. Some are chosen, some aren't."

But this is a heresy. We are all called to contemplation, that is

a direct and natural sequential development of having listened. And it was receiving the gifts of the Spirit and being able to taste and to know what it is to operate under the Spirit's influence, which in the old days we called the gifts of the Holy Spirit.

And what about Meditatio and Oratio?

Meditatio was not a procedural method. It was merely a presence, a presence which from listening brought about reflection, to the point that when you listen, infallibly you reflect. It just flows.
Oratio wasn't meant to be all these things that we made it be. Oratio was really when you reflected you then found yourself moving towards prayer of petition, prayer of thanksgiving, silence, awe, anything that would move you. It was ability to allow oneself to move from reflection. And infallibly the Spirit would move you.

Fr. Luke Dysinger is in the same wavelength:

How different this ancient understanding is from our modern approach! Instead of recognizing that we all gently oscillate back and forth between spiritual activity and receptivity, between practice and contemplation, we today tend to set contemplation before ourselves as a goal - something we imagine we can achieve through some spiritual technique. We must be willing to sacrifice our “goal-oriented” approach if we are to practice lectio divina, because lectio divina has no other goal than spending time with God through the medium of His word.

Spending time with God through the medium of His word. So, let’s take the time to take that time.

Multimedia help:

> Three Benedictine monks from the monastery in Norcia, Italy, talk about lectio divina—its purpose, importance and relevance in the Church today.

> Liturgy (Gregorian chant) from the monastery in Norcia, Italy:




April 4, 2007

Telecom Italia a stelle e strisce

Telecom Italia agli americani? A me l’idea non dispiacerebbe neanche un po', ma capisco—senza adeguarmi—chi la pensa diversamente e fa più o meno questo ragionamento:

Un’impresa di stampo americano, poco avvezza alle tecniche economiche dei «furbetti del quartierino» nostrani, quindi portatrice di regole, sempre all’interno delle logiche di mercato, naturalmente – non dei benefattori – rischierebbe di introdurre in Italia delle cattive abitudini, come il rispetto dei consumatori, delle regole, della buona amministrazione e via dicendo.

Mica scemi, giustamente. Il resto è qui (attenti, però, al fastidioso—ma abbastanza innocuo—Trojan Horse che in questi giorni “si attacca” a chi visita l'incolpevole blog). Nel frattempo, guarda un po', rispunta l'ipotesi Deutsche Telekom. Comunque, su 1972 e La Pulce di Voltaire ci si può fare una cultura sui conflitti tra (vere o presunte) “sovranità nazionali” da difendere e interpretazioni (talvolta strumentali ) del liberismo economico.

March 31, 2007

Cattolici in politica

Sull’argomento sono tornato varie volte, ultimamente. In particolare con questi due post e relativi commenti, grazie a obiezioni “pregnanti” quali quelle di un lettore di diverso parere che si firma Return e che mi costringe regolarmente a spiegarmi meglio, oltre che, qualche volta, a rendere più chiare persino a me stesso le mie idee. Dunque, non ci sarebbe proprio la necessità di scrivere un altro post, ma è anche vero che su certe questioni c’è sempre qualche risvolto inesplorato. E poi c’è un editoriale del Foglio (di ieri) che condivido e dunque non posso fare a meno di riprodurlo più sotto.

In questo caso, il risvolto inesplorato (si fa per dire) è un certo costume nazionale, cioè quello di cercare (e trovare) sempre dei cavilli o dei trucchetti per fare quello che ci pare ma presentando il tutto non per ciò che è, vale a dire una furbata, bensì come qualcosa che ha una sua “giustificazione” (razionale e, che so, storica, politica, morale, etica, ecc., ecc.). E’ incredibile quello che si sente in giro a volte.

Lasciamo stare il discorso di chi non paga le tasse e si fa paladino di una giustizia fiscale tutta sua contro gli abusi statalistici, anche perché magari il nostro sistema fa girare le scatole veramente e si andrebbe a parare in un campo minato. Prendiamo piuttosto la politica: io non smetto mai di domandarmi—davvero, è quasi una fissazione—come sia possibile essere stati iscritti al Partito comunista per decenni e dichiarare candidamente di non essere mai stati comunisti. Vabbè, dicono i Veltroni o le Livie Turco, c’era la “questione morale,” per cui una persona per bene doveva stare da quella parte perché tutti gli altri erano …, insomma, ci siamo capiti. E poi c’era Berlinguer, il suo indubbio fascino intellettuale e morale, il suo stile, ecc., ecc., per carità. Però ..., però, a mio sommesso parere, nessun Berlinguer e nessuna questione morale dovrebbe mai indurre alcuno ad abbracciare un credo politico—e quale credo, mica una blanda socialdemocrazia!—che non si condivide in profondità. Per cui, per me, delle due l’una: o uno fa il furbo adesso, oppure lo faceva allora. Tertium non datur. Ok, confesso che non sono molto elastico quando si parla di una Weltanschauung, ossia, posso esserlo nei dettagli dell’applicazione nella quotidianità (ma neanche tanto, ad essere proprio sincero), non sulle questioni di sostanza.

Ebbene, qualcosa di analogo accade in materia di religione. A me, per dire, ha sempre dato un po’ fastidio definirmi un cattolico quando si parla di politica, e questo per una ragione molto semplice: perché è molto impegnativo etichettarsi come cattolici in politica, figuriamoci poi chiedere voti in quanto tali! Per questo preferisco tenere per me la mia appartenenza religiosa, pur senza ritenere che quest'ultima possa essere considerata un fatto esclusivamente "privato." Tuttavia, se si arriva al dunque, non posso fare a meno di dire che sono cattolico e che cerco pure di essere coerente, anche se l’esplicitare il tutto è come se mi togliesse ossigeno, perché in fondo credo sempre nel primato della coscienza—del resto, emersoniano quale sono, come potrebbe essere altrimenti?—e nella responsabilità personale, davanti a Dio, delle azioni di ciascuno, il che, tra le altre cose, non è prerogativa soltanto dei protestanti. Ma certamente, se mi qualificassi come un cattolico impegnato in politica, e per giunta in una formazione che si presenta come ispirata ai valori cattolici, non mi permetterei neppure per un secondo di mettere in discussione il Magistero della Chiesa. Me ne guardo anche senza essere mai stato né un dc né qualcosa di simile, figuriamoci!

Una differenza, però, tra me e loro, c’è, anche se si gioca sul filo del rasoio. E questa differenza è il motivo per cui ho sempre ritenuto che un partito politico che si rifà espressamente a un credo religioso non faccia per me, anche se rispetto chi si regola in un altro modo. Però, appunto, chi sceglie di militare in un partito di quel tipo non può sottrarsi agli obblighi che ne conseguono. E i non cattolici non hanno motivo di ritenere che questa «obbedienza» sia qualcosa di disdicevole.

E a questo punto cedo il passo all’editoriale del Foglio (30-03-2007):

Si sta arrivando, sulla questione della regolamentazione delle coppie di fatto, allo “spartiacque” che era stato preannunciato da un autorevole editoriale del quotidiano dei vescovi. Su questa materia la chiesa chiede obbedienza ai suoi fedeli, compresi quelli che rivestono cariche politiche. E’ la chiesa cattolica nel suo insieme a farlo, senza distinzioni possibili tra l’episcopato italiano e la cattedra papale, visto il linguaggio se possibile più esplicito impiegato da Benedetto XVI, confortata dal sostegno delle organizzazioni del laicato, che manifesteranno in piazza San Giovanni a sostegno dell’unicità irripetibile della famiglia. Le reazioni dei sostenitori dei Dico a questa richiesta di obbedienza vanno dallo scandalo alla delusione allo sconcerto. L’argomento più ripetuto è che in questo modo i vescovi italiani ledono la libertà di coscienza dei credenti e l’autonomia della politica. Si tratta di un uso paralogistico, cioè inappropriato al caso, di nobili concetti. La coscienza è libera, libera di aderire o no a una religione, ma se lo fa assume liberamente un impegno. Essere cattolici non è obbligatorio, ma il cattolicesimo non è un supermarket nel quale si prende quel che serve e si lascia il resto. L’autonomia della politica, poi, si esercita nelle istituzioni nelle quali gli eletti rispondono alla loro coscienza e ai loro elettori, peraltro senza un cogente vincolo di mandato. Se un esponente politico, però, vanta pubblicamente la sua adesione alla fede cattolica, traendone anche i vantaggi elettorali che ne conseguono, non può negare a chi ha, per così dire, il copyright del cattolicesimo, cioè ai vescovi, di richiamarlo alla coerenza con i valori cui liberamente ma pubblicamente si è impegnato a ispirarsi. L’autonomia della politica implica che i cattolici accettino le decisioni delle istituzioni anche quando non le condividono, rispettando le leggi dello stato. Una libertà di coscienza che implica la disobbedienza ai vescovi e al Papa non è una novità, si chiama protestantesimo, e com’è noto non fa parte del cattolicesimo.

March 30, 2007

Forza Petruccioli

Con la sua intenzione di por fine al «florilegio di dichiarazioni» di questo e quel deputato sui tg della Rai, Claudio Petruccioli avrebbe probabilmente guadagnato la stima e la gratitudine anticipata di una buona parte dei telespettatori. Purtroppo per lui, però, avendo in contemporanea manifestato il proposito di farla finita anche con i reality shows, è senza ombra di dubbio riuscito a neutralizzare o addirittura a ribaltare quel benefico effetto.

E’ un peccato, perché in entrambi i casi, almeno a mio giudizio, ha ragioni da vendere. Ma così va il mondo, non si può piacere a tutti, come dimostra, per altro, la decisione presa qualche giorno fa dall’Autorità per la Garanzie nelle Comunicazioni, cioè il provvedimento restrittivo sulla pornografia in tv: ha accontentato e scontentato in eguale misura. E si badi che gli scontenti non erano, come sarebbe stato logico aspettarsi, soltanto i fruitori e i cultori di quel tipo di entertainment, no, neanche parlarne, tanto che in giro si sono letti e sentiti anche i lamenti di persone “benpensanti” le quali, tuttavia, non hanno accettato quello che a loro è sembrato uno sfregio alla libertà di espressione o comunque il sinistro presagio di un clima moralistico, censorio, e, naturalmente, illiberale che starebbe per instaurarsi. Poco importa se il nocciolo della questione non fosse quello di vietare alcunché ad alcuno, ma semplicemente di risparmiare ai bambini la visione, sia pur fortuita e occasionale, di scene che sono, per dir così, al di là della loro capacità di rielaborazione critica e contestualizzazione semantica, con danni probabilmente irreparabili sul piano affettivo-comportamentale, psicologico e culturale.

Ma non sta scritto da nessuna parte che la salvaguardia del pluralismo debba riguardare anche l’ignavia di chi confonde l’ideologia (liberale e libertaria) con la licenza di recar danno ai telespettatori meno attrezzati a difendersi da spettacoli intrinsecamente e ostentatamente volgari, che denunciano l’assoluta incapacità di produrre qualcosa che non offenda il buon gusto e un elementare rispetto della dignità umana.

Così come—per tornare al punto da cui siamo partiti—non sta scritto da nessuna parte che un servizio di informazione, per assolvere la sua funzione fino in fondo, debba render conto anche dei battibecchi da cortile tra politici in cerca di pubblicità a costo zero (per loro, ma non per il cittadino che paga il canone). Né sta scritto nelle stelle che la tv pubblica, per rendere un servizio alla collettività, debba mettersi in competizione con la tv commerciale nella produzione di reality shows.

La speranza è che iniziative e proposte come quelle di Petruccioli non divengano occasione di disputa politico-ideologica. Qui non c’entra né la libertà di informazione e di espressione, né il moralismo, né l’oscurantismo sessuofobico, né altro. C’entra solo la necessità di non offendere l’intelligenza, il buon gusto, il buon senso e, last but not least, di impiegare bene il pubblico denaro. Per questo penso che “Forza Petruccioli” dovrebbe diventare il motto di tutti coloro che pagano il canone Rai.

March 28, 2007

Ha perso soprattutto Prodi

Sarà anche come scrive Fausto Carioti, cioè che con il voto del Senato sulla missione italiana in Afghanistan quelli che hanno perso sono i nostri soldati. Ma io qualche dubbio ce l’ho. Non che sia convinto che per i militari italiani il voto sul rifinanziamento possa essere considerato un premio al loro impegno, questo no, piuttosto a me pare che, se proprio dobbiamo individuare lo sconfitto per eccellenza, questo non possa che essere il governo Prodi. Cioè un governo senza maggioranza, su una questione cruciale come questa, in uno dei due rami del Parlamento.

I politicismi che vanno per la maggiore possono fornire tutti gli argomenti che vogliamo a chi vuole arrampicarsi sugli specchi. Anche il Senatore Lino Jannuzzi—che pure non è un virtuoso di questa spericolata disciplina politico-sportiva—può fare tutte le dichiarazioni del mondo, e magari segnare anche qualche punto a suo favore nel denunciare gli “errori politici” della sua parte. Ma il dato che a me sembra emergere con prepotente evidenza è che un governo che sopravvive grazie ai senatori a vita e ai calcoli di qualche oppositore, semplicemente non può non prendere atto di essere arrivato al capolinea.

In questo senso non credo si possa parlare neppure di sconfitta del centrodestra. L’opposizione, semmai, ha mostrato che il re è nudo. Ma lo strappo di Casini? Beh, innanzitutto il leader dell’Udc non ha rafforzato il governo, al contrario: in qualsiasi paese democratico dell’Occidente la flebo praticata dall’Udc al governo—esibizione pubblica di una carità alquanto pelosa—sarebbe considerata un’umiliazione inaccettabile. Casini è riuscito semplicemente a smarcarsi intelligentemente da Berlusconi. Ha fatto il suo gioco, non certo quello di Prodi. A meno che domani stesso egli non si dichiari pronto ad entrare nella maggioranza, cosa di cui mi permetto di dubitare fortemente (e su cui nessuno con un minimo di sale in zucca oserebbe scommettere un solo centesimo). Inoltre, a Casini non si può imputare alcun tradimento, al contrario: ha mantenuto il punto rispetto ad una missione che è nata anche con il suo concorso. Posizione difendibilissima di fronte al proprio elettorato.

Per quanto riguarda gli altri partiti dell’ex CdL, d’accordo, non si può parlare neppure di vittoria: la “spallata” non c’è stata, il governo è salvo (si fa per dire), l’Udc è andata per la sua strada, Berlusconi è infuriato, … insomma si torna a casa con le pive nel sacco. Ma, appunto, adesso è chiarissimo che gli avversari hanno le gomme a terra e non possono andare da nessuna parte. Ma la CdL—si è obiettato da tutte le parti, Casini compreso—ha tradito se stessa! Mica vero: sono mutate le circostanze, bisognava impegnarsi (come recitava l’ordine del giorno proposto dal capogruppo forzista Renato Schifani, respinto dall’aula)


«a dotare, in tempi brevi, i nostri militari di armi di difesa attiva, come ad esempio veicoli di massima blindatura, elicotteri, postazioni predisposte per il tiro, armamenti e apparecchiature per attivare la reazione immediata in caso di attacco, procedure di intervento e contrasto in caso di violazione delle zone perimetrali, al fine di garantire adeguati strumenti che consentano di fronteggiare eventuali scontri, eliminando così quanto più possibile il rischio della vita dei soldati».

Posizione sensata, e difendibilissima anche questa. Dunque, ha ragione Jannuzzi, ma solo in apparenza. Nella sostanza Berlusconi e i suoi non ne escono affatto male.

La prova del nove di quanto sopra sostenuto è che l’Udc ha chiesto oggi stesso di poter incontrare il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Con questa motivazione (dichiarazione di Lorenzo Cesa, segretario dell'Udc, al termine dell' ufficio politico del suo partito):


«L'Udc ritiene doveroso conferire con il presidente della Repubblica in ordine alla situazione che si è determinata ieri al Senato durante il voto per il rifinanziamento delle missioni militari di pace».

E con lo scopo dichiarato di dire al Presidente (dichiarazione del Senatore Mario Baccini a margine dell'ufficio politico del partito)

«che questo governo è politicamente finito. […]Al capo dello stato non chiederemo elezioni anticipate, la nostra proposta è quella di un governo di salute pubblica che vari una nuova legge elettorale per evitare che in Italia ci siano ancora 24 partiti, con uno sbarramento del 5%, di ispirazione proporzionale ... e che sia in un quadro bipolare».


Poco dopo, la Reuters ha informato che è arrivato il sì dal Quirinale: una delegazione dell'Udc è stata convocata dal presidente Napolitano alle 18 per un incontro con il presidente.

Fukuyama: per un nuovo multiculturalismo

Prima che sia troppo tardi, una segnalazione che avrei voluto fare ieri: l’intervento di Francis Fukuyama su Avvenire (di ieri, appunto). Il succo del ragionamento è questo: qui in Europa tendiamo a concepire il multiculturalismo come un contenitore di culture separate, ciò che Amartya Sen definisce «pluralità di monoculturalismi». Ebbene, questo modello è sostanzialmente fallito e bisogna sostituirlo con qualcosa di nuovo. Fukuyama propone un percorso, ma soprattutto ci ricorda qualcosa che sembriamo aver dimenticato:


La civiltà dell'Illuminismo europeo, di cui la democrazia liberale contemporanea è erede, non può essere culturalmente neutrale, poiché le società liberali coltivano determinati valori riguardo alla pari dignità e all'eguale valore degli individui. Le culture che non accettano tali premesse non meritano pari tutela in una democrazia liberale. I membri delle comunità di immigrati e la loro prole meritano un pari trattamento come individui, non in quanto membri di comunità culturali.

March 27, 2007

Chi ha distrutto la scuola

Avrò sbagliato, e se è così ne faccio pubblica ammenda, ma ho sempre pensato che parlare o scrivere della e sulla scuola sia una perdita di tempo. Tuttavia, se ho sbagliato, non è stato per difetto ma per eccesso di importanza attribuita al problema, cioè non perché io ritenga che si tratti di un argomento secondario: al contrario, penso che la scuola sia troppo importante e centrale per mettersi a discuterne nel clima di “tutti a casa” che si respira, nell’incapacità generale di cogliere i nodi essenziali del problema, anche in considerazione del fatto che ben pochi sembrano avere qualche idea decente su ciò che possa o debba essere ritenuto veramente importante e centrale. Senza fondamenta non si costruisce nulla, e se non si capisce che, soprattutto nel caso specifico, quello dei fondamenti è appunto il problema, tanto vale non affrontare neppure la questione.

Oggi, però, mi sembra che le “condizioni ambientali” stiano cambiando, che da più parti si stia cominciando ad avvertire quanto meno l’urgenza di un redde rationem, il che, nei miei auspici, nel mio wishful thinking, significa una cosa sola: che si faccia finalmente giustizia di una montagna di sciocchezze che sono state dette, scritte e, soprattutto, pensate sul sistema formativo. Ma qui siamo probabilmente già nel regno dell’utopia, e dunque rimetto i piedi per terra e mi accontento di qualche piccolo passo che, grazie soprattutto—è proprio il caso di dirlo—agli episodi di cui si sono occupate le cronache n questi ultimi tempi, si sta tentando di fare, di qualche spiraglio di luce che si comincia a intravedere dietro la spessa coltre di nebbia che avvolge tutta la materia.

Oggi, su Avvenire, un’intervista a Paola Mastrocola mi solleva dalla fatica di tirar fuori dal mio sacco qualche palata di farina, dal momento che sottoscrivo ampiamente l’impostazione generale della scrittrice-insegnante e quasi tutte le argomentazioni di cui il suo ragionamento si sostanzia. Il quasi si riferisce al rifiuto della Mastrocola di attribuire una reale rilevanza proprio a quegli episodi di cronaca che a me sembrano in qualche modo “provvidenziali.” Ma queste sono quisquilie rispetto a tutto il resto.

In breve, la Mastrocola difende la scuola e addebita la responsabilità dello stato di profondo disagio in cui versa questa importantissima istituzione alla crisi della famiglia, della politica e della televisione, o meglio dell’arte in generale, che “deve migliorare le persone, non peggiorarle e per questo ha una grande responsabilità.” Il risultato è che la scuola non può più fare affidamento su principi condivisi—sgretolati dalle crisi su indicate—e si trova ad avere paradossalmente tutti contro, a cominciare dai genitori.

Sono concetti piuttosto elementari, ma non bisogna farsi ingannare dall’apparente semplicità e genericità del ragionamento, perché i fattori di crisi indicati sono al contrario “precisi” e circoscritti. Attengono, appunto, a quei “fondamenti” cui accennavo prima. Prescindere da queste zone d’ombra della realtà in cui viviamo, a mio avviso, allontana qualsiasi possibilità di affrontare il problema per il verso giusto, senza girare intorno alle questioni e senza ingannare l’opinione pubblica. Riporto qui di seguito alcuni stralci dell’intervista.

La scuola è l’istituzione meno colpevole

«Credo che sia profondamente ingiusto dare tutta la colpa alla scuola rispetto a un degrado raccontato dai giornali solo nelle punte più sensazionali. Diciamocelo, una volta per tutte: se c'è una istituzione che è meno colpevole di altre, è proprio la scuola, perché è l'unica che cerca ancora di contrapporsi al degrado di valori che viene dal mondo esterno. La scuola cerca ancora di intervenire sulle questioni affettive, in qualche modo istituisce un'idea di disciplina e di onesta autorità e autorevolezza a cui in altri settori costantemente si abdica».


I veri colpevoli

«Mi irrita sentire frasi generiche come "È colpa della società". Non è possibile rimanere sempre in questo ambito dell'astratto. La società si declina in istituzioni e ce ne sono alcune che sono veramente fallite, creando un mondo di adulti che si riflette negativamente sul pensiero e sulla crescita dei ragazzi. […] Io direi che sono in profonda crisi la famiglia, la politica e la televisione. Vedo genitori che sembrano ignorare che l'impegno educativo è oneroso e richiede tempo, fatica, sforzi. […] La politica non è da meno: è diventata cialtrona, irresponsabile, volgare, in balia di scandali, tra intercettazioni e leggi come quella dell'indulto che fanno perdere credibilità. Non abbiamo messaggi esemplari, oggi, dal mondo dei politici, dove trionfano privilegi e arroganza. Non c'è più il senso della serietà e della responsabilità. Infine indicherei il mondo dell'arte e dello spettacolo: la televisione, il cinema, i libri. Quando mi è capitato di vedere spezzoni dal Grande fratello non riuscivo a credere ai miei occhi. Da che parte si va, se non verso il nulla, tra le pupe e i secchioni e gli amici della De Filippi? […] La televisione è un esempio, ma il problema va allargato al mondo dell'arte che non veicola più messaggi alternativi, positivi ed esemplari. L'arte deve migliorare le persone, non peggiorarle e per questo ha una grande responsabilità».


Non c’è nessun progetto di ricostruzione della montagna

«[N]on c'è più nessuno che chiede di avere una meta, un obiettivo di crescita personale. I ragazzi sono lasciati liberi a se stessi, affinché non disturbino la quiete edonistica familiare. Il problema di noi insegnanti è che non sappiamo più che cosa insegnare e se pretendere lo studio o no. Le innovazioni proposte dai vari ministri che si sono succeduti in questi anni rischiano di lasciare la scuola in un cumulo di macerie. Non c'è nessun progetto di ricostruzione della montagna. Ognuno deve trovare la sua strada, inventarsi la propria didattica. Oggi si vuole una scuola personalizzata sull'allievo. L'istituzione invece per poter crescere e poter continuare ad avere credibilità deve reggersi su principi condivisi. Saltato il sistema della condivisione, con la crisi delle istituzioni, la scuola brancola nel buio e deve affidarsi alla buona volontà e del buon senso dei professori. Oggi la scuola ha tutti contro, i genitori per primi, che non vogliono che il figlio impari a studiare ma sia solamente promosso; alla fine vincono loro, perché nella scuola di massa l'utenza ha sempre ragione. Non è ammissibile. La scuola deve sapere dove andare».

March 26, 2007

Angela caduta in volo

“Passata la festa, gabbato lo santo,” si potrebbe dire dell’Evento di Berlino. E infatti qualcosa del genere lo hanno scritto su Repubblica, a dimostrazione del fatto che un po’ di sense of humour, ancorché forse involontario, può essere rintracciato persino nei luoghi più impensati della pubblica opinione politically correct:


Finita la festa tutti ripartono e di Berlino ri­mane solo un bel ricordo. Per chi vuole rilanciare l'Europa, adesso, comincia il duro lavoro […]

In effetti, il lavoro non sarà né facile né breve, soprattutto per chi osa ancora sperare nel superamento di quella “singolare forma di «apostasia» da se stessa” che, secondo Benedetto XVI, consiste nell’occultamento volontario delle radici cristiane d’Europa. Una battaglia persa: inutile farsi illusioni. Pare che lo abbia capito pure quella brava donna di Angela Merkel, agnello in mezzo ai lupi del laicismo trionfante. Esulta infatti, non a caso, il Corriere: la Merkel, “cristiana sia pur protestante” (quel sia pur varrà probabilmente all’estensore dell’articolo, Paolo Valentino, un plauso corale da parte dei protestanti tutti), avrebbe dato nientemeno che “una som­messa lezione di laicismo a Benedetto XVI.” Attenzione, laicismo, mica laicità: beccatevi questo, cristiani sia pur cattolici! Ma che avrà fatto-detto mai l’incauta donna? Ecco il resoconto del bravo cronista:


La Can­celliere «capisce» la posizione di Santa Romana Chiesa. E non lascia dubbi su dove affondino per lei le radici dell'Europa. Al centro di tutto è l'individuo, la sua intoccabile dignità, ha detto nel suo discorso del mattino. E questo, ha aggiunto a titolo persona­le, «deriva dall'eredità giudaico-cristiana dell'Euro­pa». Ma in conferenza stam­pa, rispondendo alla doman­da del Corriere, ricorda «che ci sono anche altre tradizioni secolari, secondo le quali nei documenti degli Stati non ci possono essere riferimenti al­la fede». Occorre essere consa­pevoli «delle diverse visioni politiche». E se è giusto che gli europei siano «coscienti delle loro radici giudaico-cristiane», altra cosa è se queste debbano essere evocate nei testi ufficiali. Si discuterà an­cora se il riferimento dovrà es­sere inserito o meno nel Trat­tato costituzionale. Ma anche se lei se lo augurerebbe, Ange­la Merkel allarga le braccia: «Sono realista e non molto ot­timista». Con buona pace del­l'apostasia.

Laicismo puro, senza dubbio, anzi, apostasia bella e buona. Sia reso merito, dunque, al valoroso cronista che, “in conferenza stampa,” ha estorto all’apostata la frase che inequivocabilmente la condanna alle fiamme eterne. Di scomunicarla, però, non se ne parla neppure, sia ben chiaro, e non tanto perché il Papa tedesco potrebbe magari avere un occhio di riguardo per la connazionale, no, semplicemente, lei, scomunicata lo è già, in quanto luterana, se nel frattempo non è caduta in prescrizione quella benedetta bolla di Leone X datata 3 gennaio 1521 (il che è piuttosto improbabile, credo). Pazienza, comunque, sopravvivremo.

Ma di gabbato, in ogni caso, non c’è soltanto lo santo, ci siamo pure noi, volgari peccatori. E qui il discorso si fa cupo, perché, vabbè non farsi illusioni sulle radici cristiane, gettate malamente alle ortiche, ma che almeno qualche parvenza di serietà—parlando sempre di principi sacri e inviolabili—sia fatta salva. E invece picche. Che cosa si afferma, infatti, nella solenne «Dichiarazione di Berlino» che, nelle intenzioni dei ventisette Capi di Stato e di governo dei Paesi europei che l’hanno sottoscritta, dovrebbe rilanciare la missione dell’Unione? Nientemeno che questo:


«L’uomo è al cuore della nostra azione. La sua dignità è inviolabile. I suoi diritti inalienabili. Il modo in cui viviamo e lavoriamo insieme nel quadro dell’Unione europea è unico nel suo genere […] noi aspiriamo alla pace e alla libertà, alla democrazia e allo stato di diritto, alla prosperità e alla sicurezza, alla giustizia e alla solidarietà».

Andrea Romano, in uno splendido editoriale apparso su La Stampa di oggi, ha commentato come si conveniva questi voli poetici:


Alzi la mano chi non potrebbe essere d’accordo con queste sante parole. Dalle quali, tuttavia, si fatica a distinguere il buon senso dalla sostanza necessaria a rimettere in moto un’impresa comune che appare da qualche tempo più che zoppicante. È vero che qualche riga più avanti ci si spinge a dichiarare che «il modello europeo concilia la riuscita economica e la solidarietà sociale» e che «il mercato unico e l’euro ci rendono forti». E addirittura si annuncia che «noi ci mobiliteremo affinché i conflitti nel mondo si regolino in maniera pacifica e affinché gli uomini non siano vittime della guerra, del terrorismo o della violenza». Ma l’enunciazione di questa ed altre impettite banalità, che non sfigurerebbero nel manifesto di una qualsiasi associazione di beneficenza, non può servire a molto più che a sentirci ancora una volta appagati dalla fortuna di essere venuti al mondo in questa parte benedetta del globo.

In ogni caso, viene da dire, questa parte benedetta del globo non sembra al momento disporre di una classe dirigente meritevole di tanta benedizione. Il che potrà anche non sorprendere più di tanto il Vaticano—et pour cause!—ma noi, cittadini di questa Europa, come dovremmo sentirci?


March 23, 2007

A sinistra del Vuoto

Lo confesso, da quando ho smesso di considerarmi “di sinistra,” riesco a seguire le cose che avvengono da quelle parti con una nobiltà d’animo e una capacità d’ascolto—per esprimermi come i vescovi quando parlano delle loro “pecorelle smarrite”—che prima neanche mi sognavo. Anzi, mentre un tempo me ne facevo quasi una malattia, mi arrabbiavo, mi indignavo e così via, oggi guardo le vicende che si svolgono su quel palcoscenico quasi con affetto. Ma queste considerazioni sono abbastanza private, dunque meglio parlare d’altro, senza cadere nella trappola di voler echeggiare l’insuperabile Adriano Sofri di ieri, cioè quello che su Repubblica ha adoperato toni lirici—una pagina, in effetti, che mi è sembrata particolarmente “ispirata” sotto il profilo letterario—per raccontare il travagliato momento storico che la sinistra italiana sta attraversando.

Sofri, però, malgrado la vena poetica, non è stato tenero, e questo, evidentemente, la dice più lunga di qualsiasi mozione dei sentimenti, a livello di analisi politica: non ha risparmiato niente e nessuno, mi pare. Né la “fascinazione del vuoto” (“il tale spostamento a destra creerà il tale vuoto a sinistra - o viceversa -e noi lo riempiremo. La politica guidata dalla domanda, come il mercato”), né “la proliferazione caricaturale - ma efficace, come sono effica­ci i bastoni fra le ruote - dei partiti (e di supposti leader, e veri e grevi apparati e clientele), né il Partito democratico che “poteva essere un'altra cosa,” cioè immune da quella fascinazione malefica cui “soccombe soprattutto la vocazio­ne centrista. Il centro è vuoto per definizione, un perenne risucchio, un maelstrom della vacuità, nel quale sprofondare a gara.”

Di oggi, invece, sono due interventi meno inclini al lirismo, né più né meno di quanto lo siano i due autori: la pacatissima e razionale Claudia Mancina, sul Riformista, e il sarcastico Riccardo Barenghi, l’interfaccia umano di Jena, su La Stampa. Piuttosto severa, la Mancina, un po’ con tutti. Con Boselli, giustamente, ma forse per la ragione sbagliata:


negativa la riproposizione, da parte di Boselli, del tema identitario, che addirittura risale fino alla scissione di Livorno per segnare i confini tra due partiti che oggi si collocano entrambi nell’Internazionale socialista. Verrebbe da chiedere: quanti italiani sotto i cinquant’anni sono in grado di ricordare di che cosa si tratta? Ma tant’è, chi mette al centro l’identità storica non è molto sensibile alle cesure che pure la storia produce in quell’identità.

Verrebbe da dire: d’accordo sui men che cinquantenni, ma ci sono i libri per chi è a corto di esperienze dirette, e sui libri, talvolta, le cose son raccontate meglio che dai testimoni e dai protagonisti … Però ha ragione, la Claudia Mancina, quando lamenta che


il dibattito sul Pd, in assenza di un più serio e approfondito confronto sui principi fondanti di una politica di centrosinistra oggi (che avrebbe dovuto toccare i temi del ruolo dell’individuo, dei limiti dello stato, della giustizia globale, eccetera), si è andato concentrando in modo quasi parossistico sulla questione del rapporto tra laici e cattolici. Una questione certamente importante, ma mal posta […].

Meno d’accordo, magari sul perché la questione sia mal posta: siamo proprio sicuri che oggi “i laici della sinistra e i cattolici della Margherita in gran parte condividono una visione liberale che non è più né quella solidaristica della Dc né quella collettivistica del Pci?” Io avrei qualche dubbio. Ed anche Barenghi, a dire il vero, che immagina il “bel Partito democratico che va da Fassino a Rutelli, passando per D’Alema, Veltroni e tutti gli (ex?) democristiani.” Dove il “bello” è un aggettivo barenghiano, cioè quanto meno carico di incognite …

Ma Barenghi entra anche in altri dettagli e non rifugge dagli scenari più complessi. Segue a tal riguardo una citazione un po’ lunga—ma chi se la sente di accorciarla?


E qui è un pullulare di partiti e partitini, gruppi e gruppetti, associazioni e singoli pensatori, compagni ubbidienti e dissidenti irriducibili, correnti e correntoni. Comunisti, socialisti, trotzkisti, sindacalisti, ambientalisti... riusciranno tutti questi radicali di sinistra a mettersi insieme dentro un qualcosa che compensi e faccia da contraltare al partito dei riformisti, magari alleandosi con loro per governare il Paese? Tutti no, qualcuno forse sì.
Rifondazione comunista, per esempio, è la forza principale di questa galassia. Ma sarà ancora comunista tra due anni? Lo sarà ma non lo sarà. Lo sarà, perché prima di buttare via quel nome e quel simbolo (sul mercato vale tra l’1,5 e il 3 per cento), bisogna andarci cauti. Ma non lo sarà, perché ha intenzione di uscire dal suo porticello e navigare in mare aperto. Che ormai si chiama socialista, tanto che da qualche tempo il suo leader Fausto Bertinotti parla solo di socialismo, di socialisti, di sinistra (europea), ma di comunismo niente, scomparso, defunto. L’aggettivo non c’è più. E non per caso: Bertinotti sa bene che il futuro della «sua» sinistra non potrà essere comunista, d’altra parte neanche il presente lo è più. Socialisti poi si definiscono quelli del Correntone Ds, che non entreranno nel Partito democratico ma che hanno urgente bisogno di una nuova casa che li accolga. Che non può essere comunista anche se andrà costruita insieme ai comunisti (ex a quel punto) di Rifondazione.
[…]
Dunque socialismo, la parola magica che dovrebbe significare quantomeno la socializzazione dei mezzi di produzione: obiettivo poco realistico nel nostro tempo, ma tant’è, l’importante è suggestionare, evocare, illudere, far finta di crederci. Tutti socialisti allora, Bertinotti e i suoi comunisti, Mussi e il suo Correntone ormai correntino (viaggia attorno al 15 per cento nei congressi e chissà in quanti lo seguiranno nell’uscita di sicurezza), Diliberto e Rizzo, che pur di non restare soli, sono pronti a dimenticare di chiamarsi comunisti. E mettiamoci pure i Verdi, che socialisti non sono ma che alla fine potrebbero pure diventarlo, per giusta e opportuna causa.

"Tutti socalisti, allora ..."

Eh, Barenghi è uno che non perdona. Io l'ho sempre detto ch'era troppo forte per il manifesto ... E adesso ditemi voi come si fa a non provare un moto di affetto per questa sinistra!