December 7, 2007

Where faith falters, art comes to rescue

An important part of Benedict XVI’s new encyclical Spe Salvi is dedicated to the Last Judgment, a chapter of the Christian faith, which has “faded” in favour of an individualistic vision of man's destiny. This is also why—according to the Pope—a self-criticism of modern Christianity is necessary.

But where faith falters, art comes to the rescue, as shown in the recently published The Sistine Chapel: A New Vision, a splendid book by Heinrich W. Pfeiffer, a German Jesuit and a professor of the history of Christian art at the Pontifical Gregorian University. A book which—according to Italian Vativanist Sandro Magister—should also be read (and viewed) to supplement the reading of Spe Salvi. In Magister-maintained website, the pages on the Last Judgment, hell, paradise, and purgatory in Benedict XVI's encyclical on hope are reproduced. This will be well worth a visit.

Ecco i campioni delle riforme

Scampato pericolo anche stavolta: governo salvo grazie a Francesco Cossiga, che ha reso un grande servizio al Paese. Perché ci sono delle priorità, evidentemente. Se, cioè, quello che—per ragioni misteriose—viene chiamato “decreto espulsioni” è stato salvato da uno come Cossiga, deve esserci una ragione molto seria, che va al di là sia del merito specifico del provvedimento (che è un autentico disastro) sia della sopravvivenza in sé e per sé del governo Prodi (che è, se possibile, ancora più disastroso). Non erano principalmente in gioco il decreto e il governo, infatti, ma le riforme: se cadeva il governo potevamo scordarcele. O almeno così la vedo io.

Ma la causa delle riforme ha anche un altro campione: Fausto Bertinotti. Lo ha capito e spiegato perfettamente Antonio Polito. Vedasi l’intervista pubblicata sul Giornale di ieri. Ma il giorno prima aveva capito tutto anche Stefano Cappellini, come si evince dalla lettura di questo articolo apparso sul Riformista.

Ecco cosa aveva scritto Cappellini:

Se Bertinotti è arrivato a tanto è perché ritiene che Prodi abbia passato il segno: passi per gli affronti che Rifondazione ha subito su pensioni, welfare e altre materie di governo, ma il ruolo di «garante dei piccoli» che il Prof si è ritagliato nella trattativa sulla nuova legge elettorale rischia di mandare all’aria tutti i piani strategici del Prc. Perché blocca ogni riforma aprendo la via al referendum e perché offre a Pdci e Verdi, che non chiedono altro, la sponda di cui necessitano per sfilarsi dal progetto della Cosa rossa. A palazzo Chigi il segnale è arrivato forte e chiaro.
[…]
L’uscita bertinottiana ha creato qualche problema anche a Veltroni, che certo non ne era bersaglio. Il leader del Pd non ha gradito lo sconfinamento prodiano nel dibattito interno all’Unione, ma il vertice democrat di domenica sera ha tracciato la via di un possibile compromesso parlamentare. E Veltroni, per inseguirne la realizzazione, ha “dovuto” puntellare l’esecutivo: «Penso - ha detto ai cronisti - che in questo momento creare difficoltà al governo significa anche indebolire la prospettiva delle riforme istituzionali ed elettorali».


Dunque, inseriamo anche Veltroni tra gli “indomiti riformatori,” visto che il puntello al governo era praticamente il tributo da pagare alle riforme.

Polito, per parte sua, si è speso in un elogio incondizionato al Presidente della Camera. Fausto Bertinotti, secondo lui, «è un coraggioso», e «ha fatto bene a dire chiaramente a Prodi di non mettere il governo e la maggioranza di traverso sulla strada delle riforme». Così come fanno bene

«tutti quei “coraggiosi” che non si lasciano frenare e intimidire nel percorrere la strada verso quella che io chiamo la Terza Repubblica, ossia verso un cambio radicale del sistema politico che lo renderà meno frammentario e più corrispondente alla realtà e alle necessità del Paese. E tra i coraggiosi annovero anche Walter Veltroni e Silvio Berlusconi, con il suo Pdl fondato dalla Mercedes».

Berlusconi, giustamente. Con lui si chiude il cerchio.

Queste mi sembrano le uniche cose degne di nota del momento politico. Tutto il resto è poco rilevante. Non so se anche altri commentatori, oltre a Polito e Cappellini, abbiano centrato la questione in modo altrettanto perspicace (tutto non si può leggere), ma ho qualche dubbio: come al solito mi sembra che i più siano troppo dediti ad occuparsi di aria fritta e di polemiche oziose per accorgersi che le cose che contano sono altre.

December 5, 2007

Crollerà anche quella muraglia ...

Se chi legge è emotivamente troppo sensibile alla causa dei diritti umani nel mondo, e in particolare al destino di una tradizione e di un popolo unici e irripetibili, come sono senza dubbio la tradizione e il popolo del Tibet, beh, forse è meglio che, possibilmente, eviti di procedere nella lettura di questo post, anzi, dell’articolo del Foglio di cui si dà conto.

L’autore è già noto ai lettori di WRH ed è uno che conosce l’argomento come pochi in Italia. In più, è capace di raccontare cinquant’anni di sofferenza e di prepotenza in una maniera asciutta e nel contempo vivida, senza mai dar l’impressione di voler apparire per come non è: un testimone distaccato ed equidistante (semmai è possibile essere imparziali in certi frangenti). Il risultato è letterariamente magnifico, ma umanamente … è devastante (nel senso migliore e, se vogliamo, «cristiano» del termine). Leggere Buldrini, insomma, è un modo per vivere la tragedia tibetana. Ma, proprio come nella tragedia greca, la rappresentazione ha una valenza catartica, per chi se ne lascia coinvolgere.

Con questo voglio dire che io resto fiducioso. Ma sì, se dopotutto è crollato il muro di Berlino, crollerà un bel giorno anche la muraglia cinese. E sapete perché? Perché credo fermamente che un sogno come questo del Dalai Lama non potrà non realizzarsi:


«Il mio sogno è quello di trasformare l’intero altopiano del Tibet in un luogo dove le persone provenienti da ogni parte del mondo possano trovare il vero significato della pace dentro se stessi. Il Tibet potrebbe diventare così un vero centro creativo per la promozione e lo sviluppo della pace».


Noi dobbiamo solo fare ciò che è nostro dovere fare: parlarne, scriverne, marciare e … pregare. Il resto «accadrà», semplicemente, un giorno. Questo, a scanso di equivoci, per dire che il pensiero tautologico, o wishful thinking che dir si voglia, abita qui. Chiaro?

Ed ecco, qui di seguito, l'articolo di Carlo Buldrini (Il Foglio di mercoledì 5 dicembre 2007):


“Imiei colleghi e io personalmente le porgiamo il benvenuto e le più vive felicitazioni per il suo incolume arrivo in India. Siamo lieti di offrirle tutta l’assistenza necessaria per la sua permanenza in questo paese”. Il telegramma era firmato “Jawaharlal Nehru, primo ministro dell’Unione Indiana”. Un funzionario del governo consegnò il messaggio al giovane Dalai Lama a Tawang, un piccolo centro della North-East Frontier Agency indiana. Era il 3 aprile 1959. Tre giorni prima, in groppa a uno “dzo”, l’animale che nasce dall’incrocio tra una vacca e uno yak tibetano, il ventiquattrenne Tenzin Gyatso, il XIV Dalai Lama del Tibet, aveva attraversato visibilmente malato il confine che separa il Tibet dall’India.

La medaglia del Congresso americano
Il 17 ottobre di quest’anno, quello stesso Dalai Lama, oggi settantaduenne, nella rotonda del Campidoglio di Washington D.C., ha ricevuto dalle mani del presidente americano George W. Bush la medaglia d’oro del Congresso americano, la più alta onorificenza civile concessa dagli Stati Uniti. Consegnando la medaglia, il presidente Bush ha detto: “Onoriamo nel Dalai Lama un simbolo universale di tolleranza e di pace. Si tratta di una guida spirituale, per i suoi fedeli; di una persona che tiene viva la speranza, per un intero popolo”. Sul retro della medaglia era incisa una frase dello stesso Dalai Lama: “La pace è la manifestazione della compassione umana”. Prima di incontrare il presidente americano alla Casa Bianca, il Dalai Lama è stato ricevuto dall’allora primo ministro australiano John Howard e dal cancelliere tedesco Angela Merkel. Subito dopo la tappa negli Stati Uniti, è stato il primo ministro canadese Stephen Harper a incontrare ufficialmente il leader spirituale del popolo tibetano.

Quando il 7 ottobre 1950 quarantamila uomini dell’Esercito popolare di liberazione di Mao Tse Tung iniziarono l’occupazione militare del paese, il Tibet era una nazione libera e indipendente. A stabilirlo fu la stessa Commissione internazionale dei Giuristi che, riunita a Ginevra nel 1960, affermò che “dal 1913 al 1950 il Tibet aveva tutte le caratteristiche di una nazione indipendente, così come stabilito dalle leggi internazionali”. E, nel 1961, l’Assemblea generale delle Nazioni Unite adottò la risoluzione numero 1.723 con cui si riconosceva al Tibet il “diritto all’autodeterminazione”.

La colonizzazione del Tibet da parte della Repubblica popolare cinese è avvenuta in tre fasi. Al periodo della “collettivizzazione”, iniziato subito dopo l’occupazione militare del 1950, fece seguito quello della Rivoluzione culturale (1966- 76). Durante queste prime due fasi, come diretta conseguenza dell’occupazione cinese, in Tibet morirono 1.200.000 persone su una popolazione di sei milioni di abitanti. Nel 1979, con la “liberalizzazione” di Deng Xiaoping, è iniziato il terzo atto della colonizzazione del paese. Una fase che dura tuttora e che il Dalai Lama ha definito di “aggressione demografica”. L’idea risaliva a Mao Tse Tung. Il Grande Timoniere, nel “Renmin Ribao” del 22 novembre 1952, scriveva: “Il Tibet copre una vasta superficie ma è scarsamente popolato. Bisogna aumentare di almeno cinque volte la sua popolazione”. Nel 1960 gli faceva eco Zhou Enlai: “I cinesi sono in gran numero e sono più progrediti economicamente e culturalmente. Tuttavia, nelle regioni che essi abitano, il terreno coltivabile e le risorse del sottosuolo non sono così abbondanti come nelle zone abitate dalla fraterna nazionalità tibetana”.

L’aggressione demografica
A partire dagli anni Ottanta è iniziato un massiccio trasferimento della popolazione cinese in Tibet. Con l’apertura, il primo luglio 2006, della ferrovia Golmud- Lhasa questa “aggressione demografica” ha subito una forte accelerazione. La conseguenza è stata che oggi, a Lhasa, la popolazione cinese è più del doppio di quella tibetana. Nella capitale del Tibet, nelle scuole medie, non si insegna più la lingua tibetana. Nelle campagne, alle donne tibetane, e in particolar modo a quelle appartenenti alle popolazioni nomadi, viene imposto un rigido controllo delle nascite. Molte sono costrette ad abortire. Anche le giovanissime vengono sottoposte a sterilizzazioni forzate. La libertà religiosa è solo di facciata. Le istituzioni religiose sono controllate dal partito comunista attraverso il Religious Affairs Bureau e i Democratic Management Committee di ogni monastero. Nel mese di ottobre di quest’anno l’Amministrazione statale per gli Affari religiosi della Repubblica popolare cinese ha approvato l’“Ordinanza numero 5” sulle “misure amministrative per la reincarnazione dei Buddha viventi in Tibet”. Con questa legge, il governo di Pechino si arroga il diritto di riconoscere il prossimo Dalai Lama e garantire così che sia un semplice burattino nelle mani del regime comunista cinese.

Il Tibet sembra non avere più un futuro. “Se questo processo continuerà – dice il Dalai Lama – sarà una tragedia per il mondo intero. Un’antica cultura scomparirà per sempre”. Per il suo paese, invece, il Dalai Lama aveva un sogno. Aveva detto: “Il mio sogno è quello di trasformare l’intero altopiano del Tibet in un luogo dove le persone provenienti da ogni parte del mondo possano trovare il vero significato della pace dentro se stessi. Il Tibet potrebbe diventare così un vero centro creativo per la promozione e lo sviluppo della pace”.

Il leader spirituale tibetano sarà in Italia da oggi al 16 dicembre.

December 4, 2007

Tranquilla, Clementina, è tutto a fin di bene ...

La vice presidente della Prima Commissione del Consiglio Superiore della Magistratura, Letizia Vacca, preannuncia un “orientamento unanime” del Csm verso l’apertura di una procedura di trasferimento d’ufficio per incompatibilità nei confronti del Gip di Milano Clementina Forleo. E puntualizza: «Lo spirito che ci muove non è certo persecutorio nei confronti di Forleo. Il nostro problema è riportare la serenità negli uffici giudiziari di Milano».

Va da sé che alla vice presidente—membro laico dell’organo di autogoverno della magistratura, su designazione del centrosinistra—la puntualizzazione non deve essere sembrata la classica excusatio non petita. Beata lei (quando si è dei “puri di cuore,” d’altra parte, a certi possibili risvolti, speculazioni malevole, ecc., non si è tenuti a far minimamente caso).

December 3, 2007

Anche questo è Tenzin Gyatso

Quello che del Dalai Lama si preferisce non ricordare (Avvenire di domenica, 2 dicembre):

Nel maggio dello scorso anno, ad esempio, Tenzin Gyatso rilasciò al quotidiano britannico Daily Telegraph un’intervista che fece scalpore, nella quale precisava la sua posizione riguardo a temi di morale oggi particolarmente caldi come i rapporti di coppia, l’aborto, il rispetto per la vita, la concezione generale dell’esistenza. In quell’occasione il Dalai Lama difese il matrimonio tra uomo e donna e la procreazione come una relazione che consente lo sviluppo armonico della persona, prese le distanze dalle unioni omosessuali e quanto all’aborto si limitò ad esprimere compassione per le donne che ricorrono a tale 'soluzione'. Così, su questo giornale, uno scrittore di ispirazione buddhista, commentò tale esternazione: «È stata, la sua, una puntualizzazione importante, che è servita a riequilibrare una visione del buddhismo un po’ new age che, complici a volte anche i maestri, viene diffusa adeguandosi alle richieste di vie facili alla spiritualità che provengono da un Occidente ripiegato sul pensiero debole».

L'intervista al Telegraph, per chi avesse voglia di verificare, è qui.

December 2, 2007

The Christmas Guest

Domenico Ghirlandaio, Visitation, Louvre Museum, Paris

Today is the first Sunday of Advent, the beginning of a new Liturgical Year. It is the Sunday in which we remember the hope we have in Jesus. That is most likely why Pope Benedict’s second Encyclical Letter, entitled Spe Salvi (“Saved by Hope”), has only just been delivered (here is the full text of the document, and here is an introduction by Italian Vaticanist Sandro Magister).

But Spe Salvi definitely is not the argument I want to bring forward now. Rather I want to deal with the subject of Advent in a very simple-minded way—and to tell the truth, it all began when I decided to find out something like a tale of a “magical” Advent, easy enough for my eleven year old daughter to get the basic spiritual meaning of this period of the year. And that is how, after searching my memory and the web a little bit, I found “The Christmas Guest,” a musical adaptation of Edwin Markham's famous poem “How the Great Guest Came.” First performed by country music legend, Grandpa Jones back in 1963, the song was later performed by Johnny Cash and Reba McEntire.

Here are the lyrics. Click the video below to listen to Johnny Cash’s inspiring performance. I wish you a blessed Advent!


The Christmas Guest


It happened one day near December's end
Two neighbors called on an old friend
And they found his shop so meager and lame
Made gay with a thousand bows of green
And Conrad was sittin' with face ashined
When he suddenly stopped as he stiched a twine
And he said "Oh friends at dawn today
When the cock was crowin' the night away
The Lord appeared in a dream to me
And said 'I'm comin' your guest to be.'
So I've been busy with feet astir
And strewin' my shop with branches of fir
The table is spread and the kettle is shined
And over the rafters the holly is twined
Now I'll wait for my Lord to appear
And listen closely so I will hear His step
As He nears my humble place
And I'll open the door and look on His face"


So his friends went home and left Conrad alone
For this was the happiest day he'd known
For long since his family had passed away
And Conrad had spent many a sad Christmas day
But he knew with the Lord as his Christmas guest
This Christmas would be the dearest and best
So he listened with only joy in his heart
And with every sound he would rise with a start
And look for the Lord to be at his door
Like the vision he'd had a few hours before
So he ran to the window after hearin' a sound
But all he could see on the snow-covered ground
Was a shabby begger who's shoes were torn
And all of his clothes were ragged and worn
But Conrad was touched and he went to the door
And he said "You know, your feet must be frozen and sore
I have some shoes in my shop for you
And a coat that'll keep you warmer too"


So with grateful heart, the man went away
But Conrad noticed the time of day
And wondered what made the Lord so late
And how much longer he'd have to wait
When he heard a knock he ran to the door
But it was only a stranger once more
A bent ol' lady with a shawl of black
With a bundle of kindlin' piled on her back
She asked for only a place to rest
But that was reserved for Conrad's great guest
But her voice seemed to plead "Don't send me away
Let me rest for awhile on Christmas day"
So Conrad brewed her a steamin' cup
And told her to sit at the table and sup
But after she left he was filled with dismay
For he saw that the hours were slippin' away
And the Lord hadn't come as He said He would
And Conrad felt sure he'd misunderstood


When out of the stillness he heard a cry
"Please help me, and tell me where am I!"
So again he opened his friendly door
And stood disappointed as twice before
It was only a child who'd wandered away
And was lost from her family on Christmas day
Again, Conrad's heart was heavy and sad
But he knew he should make the little girl glad
So he called her in and he wiped her tears
And quieted all her childish fears
Then he led her back to her home once more
But as he entered his own darkened door
He knew the Lord was not comin' today
For the hours of Christmas had passed away
So he went to his room and he knelt down to pray
And he said "Dear Lord, why did You delay?
What kept You from comin' to call on me?
For I wanted so much Your Face to see"


When soft in the silence, a voice he heard
"Lift up your head, for I kept my word
Three times my shadow crossed your floor
And three times I came to your lonely door
I was the begger with bruised, cold feet
And I was the woman you gave somethin' to eat
I was the child on the homeless street.
Three times I knocked and three times I came in
And each time I found the warmth of a friend
Of all the gifts love is the best
And I was honored to be your Christmas guest."



December 1, 2007

Tu es Petrus

Io sono convinto che la questione della giustizia costituisce l’argomento essenziale, in ogni caso l’argomento più forte, in favore della fede nella vita eterna.

Così scrive Benedetto XVI nella nuova enciclica, Spe Salvi. Citazione colta al volo da Luigi Accattoli, che l'ha riportata nel suo blog. “Colpisce sempre—nota il vaticanista del Corriere—un papa che dice «io sono convinto».” In effetti. Tutto ciò che quelle tre parolette mi hanno fatto venire in mente lì per lì lo potete leggere nel primo dei commenti al post.

Ma chi diavolo crede di essere?

In effetti, il mascalzone è furbissimo, si nasconde, si camuffa, e soprattutto ti vuol convincere della sua propria non-esistenza. E a quanto pare ci riesce alla grande, facendo fare figure barbine a coloro i quali continuano imperterriti a credere il contrario. Peggio ancora: costoro devono aspettarsi di essere passati per le armi in vario modo. Oggi, evidentemente, un castigo mediatico è quello più probabile. E’ andata così per Padre Pio: perseguitato in vita (soprattutto dai «suoi») secondo le modalità più micidiali del suo tempo, e dopo la morte, appunto sui giornali, Corriere in testa.

Questa, all’incirca, è l’opinione di Pietrangelo Buffafuoco, che nel paginone del Foglio di giovedì ha “menato come un fabbro” (et pour cause!) cercando di rendere la pariglia. Naturalmente ho copiato e incollato il tutto qui, ché Il Foglio, purtroppo, mantiene a portata di link solo poche cose, e spesso non le più essenziali. Stessa cosa ho fatto qui con l’articolo di Gianni Baget Bozzo, che si occupa di Padre Pio da un altro punto di vista, non meno essenziale:


Tutta la storia di Padre Pio è segnata da un intervento misterioso, quasi che Dio volesse in lui dare un segno visibile della sua presenza, un segno piccolo, come i miracoli del vangelo, ma carico di simbolo. La chiesa cattolica esprime il divino mediante cose umane, materiali: il pane e il vino, l’acqua, l’olio, il sì degli sposi: il simbolo conduce direttamente al divino. San Pio è stato in questo caso il simbolo dell’intervento della divina Provvidenza nei casi difficili, un santo guaritore, come Cosma e Damiano. E il simbolo di Padre Pio ci dice che Dio ha cura di noi. Ciò, in analogia al principio sacramentale, vuol dire che Padre Pio è un segno della Provvidenza nei casi minuti della vita. Quello che i beneficati da Padre Pio hanno ricevuto dal santo, non è soltanto la beneficenza, è l’amore divino verso di loro. Non hanno ricevuto soltanto la vita umana, ma anche la vita divina.

E tuttavia don Gianni non ignora affatto il côté caro a Buttafuoco. Infatti ci è tornato ieri su La Stampa, sia pure con un piglio più ottimistico :


La Chiesa cattolica ha scelto di valutare a un tempo la profondità del Male, ciò che la fede chiama Satana, ma anche il fatto che l’uomo è creato e redento e che con la sua azione può giungere a vivere il suo mondo in pace. [Leggi il resto]

E’ in effetti il tema della redenzione, quello che ha ispirato entrambi gli interventi di Baget Bozzo. Un argomento molto difficile da trattare, oggi. Con la sua vita e le sue opere Padre Pio testimonia ciò che quasi nessuno sembra più voler ricordare, e cioè che “Cristo ci redime con il suo sangue.” Ma, appunto,


[c]hi predica più oggi la redenzione? E soprattutto chi ricorda che la Messa è il rinnovamento del sacrificio della croce e che il prete lo compie rappresentando la persona di Cristo: in persona Christi, come dice la sacra formula. E oggi una liturgia, che ha tolto lo sguardo comune dei fedeli del prete verso il crocifisso e verso l’altare e tutto sembra un banchetto, e talvolta una scampagnata, queste verità sono divenute intrasmissibili.

Verità divenute intrasmissibili, dunque. Non è forse per aver testimoniato il contrario, cioè la trasmissibilità, malgrado tutto, di quelle verità che Padre Pio è diventato “indigesto” all’establishment culturale e mediatico? Non solo questo frate ha avuto l’ardire di ricordare al mondo che Satana esiste, ha pure preteso di testimoniare il non-testimoniabile! E come se non bastasse lo ha fatto in barba ai sapienti, agli intellettuali e, last but not least, ai teologi, cioè parlando ai cuori dei “semplici fedeli” e, udite udite, delle vecchiette …


Barbara Spinelli ritiene che solo i teologi che rimangono attaccati allo «spirito del Concilio» siano la vera Chiesa (strano assunto per un laico). Sembra dimenticare che la Chiesa è una religione e che è stata salvata come religione da tre grandi papi: Paolo, Giovanni Paolo e Benedetto. Ma, prima di tutto, dai semplici fedeli, gli stessi che in Russia, vecchie e povere donne, continuavano ad assistere alla celebrazione della liturgia divina nei limiti in cui il comunismo lo permetteva. Anche la Chiesa ortodossa ha potuto vivere grazie alla liturgia e alle vecchiette. Accade sempre che siano i fedeli a conservare il mistero della fede quando i teologi tutto subordinano alle vie della ragione. Ma la ragione non sa dare un fine all’uomo, non sa spiegare il senso della vita.


Non è forse imperdonabile tutto questo? Evidentemente lo è, eccome se lo è.

Ah, dimenticavo, nel frattempo è uscito Il segreto di Padre Pio, di Antonio Socci. Qui potete leggerne a sbafo alcune pagine (ma per poi correre subito in libreria: è quasi Natale ...), mentre qui trovate il video della puntata di Otto e mezzo nella quale l’autore ha presentato il libro. Qui, infine, l'articolo di Socci uscito su Libero del 25 ottobre scorso.

November 30, 2007

Quelli che il Dalai Lama ...

Linkare Macchianera (detto elegantemente) non è nella tradizione di questo blog, eppure è la seconda volta che succede nel giro di pochi giorni. Responsabile Filippo Facci. Stavolta una sfuriata contro quelli che della visita del Dalai Lama in Italia se ne infischiano altamente. Un bell’elenco di gente che, secondo Facci, dovrebbe vergognarsi. E persino con il buon senso di non mettere il Papa nel mazzo—ossia, di metterlo ma affrettandosi subito a spiegare che la sua posizione è un po’ più complicata: già, ci sono pur sempre “milioni di cattolici cinesi” che “rischiano persecuzioni ogni giorno” …

Interessante, in calce al post, l’elenco dei 285 firmatari dell’appello affinché il Dalai Lama sia ricevuto con tutti i crismi.

November 29, 2007

Autumn Song




Autumn Song

Know'st thou not at the fall of the leaf
How the heart feels a languid grief
. . .Laid on it for a covering,
. . .And how sleep seems a goodly thing
In autumn at the fall of the leaf.

And how the swift beat of the brain
Falters because it is in vain,
. . .In autunin at the fall of the leaf
. . .Knowest thou not? And how the chief
Of joys seems—not to suffer pain?

Knowst thou not at the fall of the leaf
How the soul feels like a dried sheaf
. . .Bound up at length for harvesting,
. . .And how death seems a comely thing
In autumn at the fall of the leaf?



Dante Gabriel Rossetti, Poetical Works, ed. William M. Rossetti (New York: Thomas Y. Crowell, 1886).

November 28, 2007

Ma cosa vuole Fini?

L’ho già scritto, e dunque non vorrei tediare il lettore. Ma che la migliore chiave interpretativa della politica (almeno di quella italica) sia letteraria me lo dimostra talmente spesso la realtà che vado male, davvero, a non ripetermi. Falliscono gli scienziati della politica, come Giovanni Sartori, quando si improvvisano (si fingono, come dice lui) “politici,” e centrano l’obiettivo i letterati—di un certo tipo, d'accordo (vedere due post fa). Cosa vorrà dire tutto questo? Bah, non chiedetelo a me: la risposta, purtroppo, non è alla mia portata. Né, onestamente, saprei suggerire chi potrebbe essere all'altezza, ed è un mio limite anche questo, sia ben chiaro. Epperò, per non lasciare il post in sospeso e, starei per dire, faute de mieux, una proposta "intermedia" ce l’avrei: si potrebbe interpellare l’autore di questo corsivo. Ma non aspettiamoci di riceverne risposte, bensì altre domande (molto sensate), il che non è solo meglio di niente, è una ragionevolissima aspettativa, un lampo nel buio. Ad esempio, appunto, una domanda come quella del corsivo: "Ma cosa vuole Fini?" Date una letta, e dopo ditemi se secondo voi esiste un approccio al problema che possa garantire esiti, per così dire, meno incerti.

Sartori, apprendista politico di qualità

Giovanni Sartori è uno scienziato della politica, ma questo non gli basta: si sforza di essere uno che di politica (quella “pratica, la politica «come veramente è»”) ci capisce. E cerca di darne prova. Come dargli torto, dal momento che la politica, secondo un’antica definizione, è piuttosto un’arte (la Politiké teche) che una scienza? Questa umiltà da vero scienziato, in verità, gli fa onore. Il guaio è che il suo legittimo desiderio di “completezza” non è supportato dalla pazienza che sarebbe necessaria per il conseguimento dell’obiettivo, nel senso che la consequenzialità dello scienziato—alla quale egli non può e non vuole rinunciare neanche per un secondo—gli fa perdere di vista alcuni risvolti interessanti dell’oggetto della sua ricerca. E il risultato ne viene inevitabilmente a soffrire.

Sul Corriere di oggi, dunque, l’illustre politologo ha deciso di “travestirsi da politico,” e in questa veste prende in esame questo particolare momento politico e si spende in alcuni suggerimenti ai leaders delle varie forze in campo. Innanzitutto, ecco come riassume la situazione:



Il momento è eccitante: in questo momento tutto è in movimento. Berlusconi che fa sparire, con la sua bacchetta magica, Forza Italia e il connesso Polo delle libertà; Fini e Casini che in autodifesa sono costretti a «rompere» con Berlusconi; la collusione (che comincia a essere documentata) Rai-Mediaset che costringe Prodi a tirare fuori dal cassetto le riforme sulla tv predisposte dal ministro Gentiloni; e Veltroni che si deve destreggiare su tre fronti: la riforma elettorale (e connessi) con il Cavaliere, il salvataggio del governo Prodi, e la patata bollente della questione tv (che torna a far esplodere il problema del conflitto di interessi).

A questo punto il professore si immedesima, a turno, con i principali attori ed esprime le sue convinzioni su ciò che andrebbe fatto. Ed ecco il ragionamento che farebbe se fosse al posto di Fini e Casini (tralascio le altre “immedesimazioni,” che mi sembrano meno significative):


Per non essere costretti a tornare all'ovile ancor più in sudditanza di prima, Fini si deve rapidamente scordare del referendum Guzzetta- Segni e appoggiare un sistema elettorale (come quello tedesco preferito dal suo nuovo alleato Casini) che gli consenta di andare tranquillamente da solo alle prossime elezioni. Inoltre Fini e Casini hanno bisogno, per sopravvivere, di indebolire il peso televisivo del loro nuovo nemico.


Purtroppo, però, si lamenta Sartori, “Casini si è affrettato a dire no a qualsiasi «legge punitiva » contro Mediaset, riecheggiato da An.” Questo proprio non va bene, osserva il professore, anzi! Ed ecco che “l’apprendista politico” si ri-trasforma rapidamente nel professore che conosciamo bene: “Bravi davvero. Sarebbero questi i politici che davvero si intendono di politica?”

Ebbene, nessun problema, direi, sulla convenienza, per i due, del sistema tedesco. E’ sulla questione Mediaset che il ragionamento vacilla. Lasciamo perdere se sia giusto o sbagliato, in sé e per sé, colpire Mediaset e guardiamo, appunto, all’utile delle due formazioni politiche. Vediamo, allora, che senza dubbio potrebbe far comodo ai due competitors di Berlusconi all’interno del centrodestra una minore potenza mediatica del Cavaliere. Ma da quell’indebolimento non deriverebbero anche conseguenze negative per l’intero schieramento, visto che ad avvantaggiarsene sarebbe soprattutto il centrosinistra? Non solo: sotto il profilo della credibilità di quelle due forze politiche nei confronti del loro elettorato, non avrebbe forse una ricaduta alquanto pesante un voltafaccia—perché di questo, è chiaro, si tratterebbe—così repentino e sospetto?

O forse Sartori ritiene che l’elettore medio di Fini e Casini sia un minus habens e/o che sia sprovvisto del benché minimo senso morale? Dal momento che quell’inversione di rotta sarebbe due volte riprovevole: perché avrebbe palesemente il sapore di una vendetta piuttosto meschina e, soprattutto, perché rappresenterebbe la prova provata che in precedenza, per anni e anni, la gente è stata deliberatamente ingannata. Chi non si indignerebbe a quel punto? E quale altra spiegazione avrebbe, a parte la frode elettorale, appunto, l’aver risolutamente negato per anni ciò di cui oggi finalmente si prende atto, cioè che l’accanimento anti-Mediaset delle sinistre era motivato e che un conflitto di interessi veramente inaccettabile per la democrazia c’era eccome?

Ma non credo che Sartori la pensi in quel modo. E’ vero che spesso ha l’aria di sottovalutare il prossimo in generale, ma quello è più un tratto caratteriale, un’apparenza. Ad ogni buon conto, quando il professore dice che “la politica «come veramente è»,” in definitiva, non fa per lui, non viene voglia di contraddirlo. Meglio—per lui e per tutti gli inguaribili “impolitici”—la politica «come dovrebbe essere» (secondo i professori), e che Machiavelli vada a farsi benedire ...

November 26, 2007

Lunga vita al Cavaliere

Non c’è niente da fare: la migliore chiave interpretativa della politica è letteraria—ed è già tanto che non si dica che la politica, in fondo, è pura poesia …, sulla qual cosa, tuttavia, sarebbe plausibile formulare qualche seria ipotesi di lavoro, qualora non volessimo farci mancare proprio nulla nel nostro eterno vagare alla ricerca di un senso in quella foresta di simboli che, appunto, è la politica.

Ehi, non pensate che, a forza di scervellarmi sulle ben note vicende, mi sia spinto troppo in là, oltre le Colonne d’Ercole della cara, vecchia razionalità cartesiana delle idee chiare e distinte, e mi stia addentrando sconsideratamente tra flutti perigliosi, avvolti da fitte nebbie imperscrutabili. No, non è questo il caso. E’ che ho appena finito di leggere quello che ha scritto oggi Adriano Sofri su Repubblica, e come al solito non ne sono uscito indenne. Né, per l’ennesima volta, mi azzarderò a sintetizzare o riassumere per sommi capi il suo pensiero, perché inevitabilmente lo banalizzerei.

Dico solo che Sofri si è occupato del Berlusconi resuscitato, o meglio di coloro che aspiravano a succedergli—novelli Bruti (e Cassii) alle prese con un Cesare un filo più accorto e diffidente—e delle cose che sono andate come sono andate. Un groviglio di calcoli anagrafici (che portano bene, assicura Sofri) e di scongiuri, con tanto di gufi un po’ grotteschi e molto, molto maldestri (e non saprei se pure un po’ rimbambiti). E poi altre storie parallele, tipo l'ordine di aprire il fuoco sul quartier generale impartito da Mao nel 1966, quello che scatenò la Rivoluzione Culturale. E poi ancora “la svelta adesione” di Daniele Capezzone—che di successioni mancate era fino a qualche giorno fa il massimo esperto in circolazione—“al Partito del Popolo pur mo' nato,” e l’astuto Giuliano Ferrara, che “non esclude nessuna frec­cia dal proprio arco, e a suo modo ha fatto molto per il Par­tito Democratico, e fa moltis­simo per il Partito del Popolo.”

Insomma, ottima letteratura, IMHO, di una classe cristallina di cui, oramai, solo la vecchia guardia sembra dotata—se Sofri non si offende per l’espressione affettuosamente “anagrafica,” epperò, mi pare, adeguata al contesto. La chiusa è degna di tutto il resto:
Vien quasi da dire che c'è una provvidenza. La meschi­nità di centrosinistra oscurava il vuoto pneumatico del centrodestra, tenuto assieme da due attese, quella melodram­matica della caduta di Prodi, e quella intrigante della giubilazione di Berlusconi. Prodi può sempre cadere, restano fior di professionisti dello sgambet­to: ma anche se succedesse, ora, la giubilazione politica di Berlusconi nel centrodestra è aggiornata a data da destinar­si.
[Leggi il resto]

E come evitare di aggiungere, per il bene di tutti, l’augurio che l’attesa abbia a essere molto, molto lunga, e soprattutto paziente? Questione di stile, oltretutto: forza, Cavaliere, fagliela vedere a quei gufi malefici!

November 25, 2007

I have a dream

Improvvidamente chiamato in causa, provocato e tirato per la giacchetta da una simpatica Perla Scandinava—già, fin dalla lontana Norvegia si è scomodata colei ...—che a sua volta era stata tirata in ballo (e come si sa, a nessuno piace essere lasciato con il cerino in mano), eccomi qua, pronto a pagare il mio tributo al giochino del momento. Solo mi astengo dall’estendere, per mancanza di tempo, ché sarebbe un’impresa scovare qualcuno che non faccia purtroppo presagire qualche subdola vendetta …

Il mio governo impossibile:

> Presidente del Consiglio dei Ministri: Giulio Tremonti
> Ministro dell'Interno: Francesco Cossiga (con vent’anni di meno)
> Ministro degli Esteri: Franco Frattini
> Ministro della Difesa: Antonio Martino
> Ministro della Giustizia: Alfredo Biondi
> Ministro dell'Economia: Mario Draghi
> Ministro delle Attività produttive: Pierluigi Bersani
> Ministro del Lavoro: Roberto Maroni
> Ministro della Salute: Roberto Formigoni
> Ministero dell'Istruzione, Università e Ricerca: Dario Antiseri
> Ministro delle Infrastrutture e Trasporti: Giorgio La Malfa
> Ministro delle Comunicazioni: Pietro Lunardi
> Ministro dell'Ambiente e Tutela del Territorio e del Mare: Ermete Realacci
> Ministro per le Politiche Comunitarie e Commercio Estero: Michela V. Brambilla
> Ministro per le Politiche Agricole, Alimentari e Forestali: Altero Matteoli
> Ministro dei Beni e Attività Culturali, Turismo e Spettacolo: Vittorio Sgarbi
> Ministro della Funzione Pubblica: Benedetto della Vedova
> Ministro per le Riforme Istituzionali: Giovanni Sartori
> Ministro per le Pari Opportunità: Stefania Prestigiacomo
> Ministro per lo Sport e le Politiche Giovanili: Carlo Giovanardi

Tartufi (e altri tuberi) del giornalismo

Filippo Facci e Mario Cervi, chiamati in causa da Francesco Merlo nell’articolo di cui ad un mio precedente post affinché esprimessero il loro parere sui “tartufi del giornalismo,” hanno risposto alla chiamata sul Giornale di ieri. Facci ha messo insieme il tutto (lui, Cervi e Merlo) su Macchinera. Mi pare che valga la pena di dare un’occhiata. Cervi ricorda i «formidabili» anni in cui
[i]l giornalismo si avviava verso una omologazione ferrea, tutti i maggiori quotidiani scrivevano le stesse cose con titoli suppergiù uguali e i comitati di redazione - appartenenti in toto allo schieramento di sinistra - pretendevano di imporre un’unica linea all’intera stampa italiana. Per questo Montanelli - che fu osannato come esponente d’un liberalismo colto, risorgimentale aristocratico dopo che ebbe litigato con Berlusconi, ma che prima era bollato come fascista - volle dare una voce ai senza voce, all’esecrata maggioranza silenziosa. Lo fece fondando questo giornale [Il Giornale, appunto].

Facci, invece, tra molte altre interessanti considerazioni, ricorda che “non è solo questione di rapporti tra giornalismo e politica, ma tra giornalismo e potere,” il che mi sembra particolarmente corrispondente alla realtà dei fatti, oltre che perfidamente appropriato alla testata da cui, volente o nolente, proviene la chiamata in causa da parte dell'ottimo Merlo. Sentite qua:
Scrivere un articolo contro Prodi o Berlusconi, oggi, è facilissimo: il cretinismo bipolare offre ripari confortevoli. Il problema è scriverlo contro un'industria di moda, una marca di automobili o di acqua minerale, un grande gruppo farmaceutico o telefonico, colossi che il giornalismo statunitense seziona da almeno trent'anni mentre noi seguitiamo a pensare che la vita passi attraverso le crostate che i politici si cucinano a vicenda. C'è un mondo, là fuori.

Personalmente resto del parere che il mosaico sia ricostruibile mettendo insieme innanzitutto Merlo e Guzzanti. Certo, a questo punto, aggiungerei anche Facci e Cervi. Se qualcuno ha voglia di operare la grande sintesi si accomodi. Sarebbe una fatica meritoria, per niente impossibile. Solo una questione di pazienza (e di stomaco, vabbè).

Caduto nell'adempimento del dovere

Forse è morto da eroe, o forse è stato solo il fato. Quel che è certo è che è caduto nell’adempimento del dovere, nell’ambito di una missione militare che poi—in molti ne siamo convinti—è in realtà una missione di civiltà. Il suo comandante di unità a Piacenza, Mario Tarantino, dice che «era un bravo meccanico». Ma dopo un attimo aggiunge: «Non era uno che si tirava indietro». Di bravi meccanici c’è bisogno, come c’è bisogno di gente che sappia fare bene il proprio lavoro in qualsiasi campo, ambiente, circostanza. E lui, il maresciallo capo Daniele Paladini, era davvero bravo, come ricorda il colonnello Alfredo De Fonzo, comandante del contingente a Kabul: «Era un ragazzo in gambissima. Quel ponte l’aveva smontato, rimesso a posto e ridipinto lui». Già, quel maledetto-benedetto ponte. Ma c’è bisogno anche di gente «che non si tira indietro». E ce n'è, appunto. Stiamo parlando, naturalmente, di quell’altra Italia, che convive con quella delle cronache di queste settimane o di queste ore. Grazie, maresciallo Daniele Paladini.

November 24, 2007

Diamo voce al Dalai Lama (updated)

Il Dalai Lama sarà in Italia nel prossimo dicembre, e, come è ovvio attendersi, le autorità di Pechino chiederanno alle istituzioni italiane di trattarlo da ospite non gradito. In questo, suoneranno persuasive la ritorsioni annunciate dalla Repubblica Popolare di Cina nei confronti di Germania e Stati Uniti, i cui capi di governo hanno avuto la “sfrontatezza” di incontrare il Dalai Lama. Un paese, come l’Italia, che ha guardato con preoccupazione e simpatia alla protesta nonviolenta dei monaci buddisti birmani, repressa nel sangue dalla giunta militare di Rangoon, deve operare per impedire l’isolamento internazionale del Dalai Lama e la sua emarginazione civile e politica… Chiediamo dunque che la Camera dei deputati ospiti, in seduta plenaria, la persona e la “voce” del Dalai Lama, sicuri che, come sempre, le sue parole saranno nel segno di libertà, pace, nonviolenza e riconciliazione.

Sua Santità Tenzin Giatso, il XIV  Dalai Lama del TibetDalla lettera-appello al Presidente della Camera in vista dell’arrivo in Italia del Dalai Lama, previsto per la metà di dicembre. L’iniziativa è partita dal Presidente dei Riformatori Liberali, Benedetto Della Vedova, ed è stata fatta propria da 165 deputati che hanno sottoscritto il testo.

Dal suo blog, il giornalista dell’Espresso Alessandro Gilioli sposa l’opinione fortemente critica dello scrittore tibetano Jamyang Norbu—che da decenni vive tra l’India e gli Stati Uniti—nei confronti della nonviolenta Middle Way («Via di Mezzo») seguita dal Dalai Lama nei rapporti con la Cina. Gli risponde Della Vedova con questo commento:

Comprendo la delusione per quanto accaduto fino ad oggi in Tibet (io ci sono stato nel ‘93 e posso immaginare come sia oggi), ma, mi chiedo, quale alternativa alla strategia del Dalai Lama c’era? Cosa potevano fare lui ed il suo popolo nei confronti della Cina se perfino nelle democrazie occidentali c’è il terrore di incontrarlo per non urtare Pechino?


Condivido la difesa di Della Vedova, ma sono meno incline di lui a “comprendere” le ragioni di chi critica il Dalai Lama. E non perché ritenga in assoluto preferibile la via della nonviolenza, e men che meno perché consideri Sua Santità infallibile, quanto in base a ciò che mi suggerisce il semplice buon senso. Stiamo parlando, infatti, di un piccolo popolo che ha la sfortuna di doversela vedere con un gigante come la Repubblica Popolare Cinese, vale a dire con un regime tra i più sordi, pervicaci e disumani che la storia abbia mai conosciuto.

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UPDATE Nov. 25, 2007 - 11:40 am

1) Il post ha avuto interessanti sviluppi nei commenti (intervento di Enzo Reale e mia rispsta).

2) Corriere della Sera. Bertinotti dice no (e Della Vedova protesta):

Fausto Bertinotti non concederà l'Aula di Montecitorio per la visita del Dalai Lama a Roma. «Nell'emiciclo si svolgono solo lavori parlamentari, non celebrazioni», spiegano i suoi collaboratori e infatti l'unica eccezione che ha fatto il presidente della Camera è stata quella di ospitare i presidenti dei Parlamenti stranieri: «Si potrà organizzare un incontro nella Sala Gialla, con tutti gli onori». Ma non sarebbe la stessa cosa. Romano Prodi è orientato a non ricevere la guida spirituale tibetana. E così Massimo D'Alema: anche se questo non esclude, spiegano alla Farnesina, che ci siano incontri con ministri, come avvenne durante la sua visita l'anno scorso. L'arrivo del premio Nobel per la pace Tenzin Gyatzo, in Italia ai primi di dicembre, ha già creato un mezzo incidente diplomatico con la Cina (con proteste preventive dell'ambasciatore di Pechino), ma rischia ora di creare un vero e proprio caso politico.

[...]

«Non si può abdicare ai diritti umani in nome degli affari — insiste Della Vedova —. Perché ci sono tre Paesi del G8, Stati Uniti, Canada e Germania, che hanno avuto il coraggio di ricevere il Dalai Lama e invece noi non vogliamo fare dispiacere a Pechino». Il perché è nelle notizie che arrivano dalla Cina sui ricatti e gli affari perduti dalle aziende tedesche e americane. Il caso diplomatico è dunque chiuso, a meno che i due partiti, quello più realista che non vuole sfidare la Cina e quello che vuol fare della visita del Dalai Lama una vetrina per la battaglia per i diritti umani, non costringeranno a riaprire i giochi.

November 23, 2007

Quei moralisti stagionali dell'informazione (updated)

Torno sulla questione delle sospette collusioni Rai-Mediaset per segnalare due magnifici interventi che, pur animati da intenti diversi, concorrono a mettere in luce un’identica realtà, quella del giornalismo italiano, che obiettivamente risulta abbastanza penosa. I due contributi, in altre parole, si integrano e si completano a vicenda, al di là delle intenzioni degli estensori.

Nel primo, Paolo Guzzanti, sul Giornale (l'articolo può essere letto anche qui), racconta ciò di cui è stato testimone diretto per anni, a La Stampa, e a farne le spese sono l’allora direttore del giornale Ezio Mauro, che oggi dirige la Repubblica, Walter Veltroni, che al tempo era il direttore dell’Unità, più il direttore del Corriere della Sera Paolo Mieli e, a turno, i vari vicedirettori de la Repubblica. Un quadro, a dir poco, imbarazzante. Tutto da leggere, un documento da conservare.

Nel secondo, Francesco Merlo, su Repubblica, rivolge i suoi strali non contro “il conflitto di interessi” o “la miseria della politica che in queste intercettazioni vengono esposte,” ma contro “la professione,” contro il giornalismo. “Non è questione di indignazioni pelose,” spiega Merlo, o “dei moralisti stagionali che condannano nell’altrui campo quel che elogiano nel proprio.” Anzi,

sospettiamo che vituperabili e deplorevoli pratiche siano, con dosaggi diversi, bipartisan.
[…]
Di più: sospetto che questi prendano ordine senza che ci sia qualcuno che li comandi. Ancora più zelanti,incarnano una straordinaria maschera italiana: il servo disinteressato.

E questo lo porta fatalmente a riconoscere che “c’è (…) una miserabile censura che cerca il capro espiatorio per verginizzarsi, che si erge a campione del buon gusto e dell’etica.” Di chi sta parlando? Beh, nientemeno che dell’Ordine dei giornalisti.

Dopodiché Merlo torna a rivestire i panni dell’uomo di parte e assesta qualche colpo agli intercettati. Ma ormai quel che ha scritto ha scritto … Da non perdere.

Alla fine, come si diceva, messi assieme con un minimo di scrupolo i vari tasselli forniti da due formidabili testimoni, vedrete che il mosaico avrà preso forma.

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UPDATE Nov. 25, 2007 - 4:45 PM

Ci sono stati sviluppi interessanti. Troppo per un aggiornamento, ma sufficienti per un nuovo post.

November 22, 2007

Sì, è proprio la RAI

Quando qualcuno dice o scrive le cose che, in linea di massima, avresti detto o scritto tu, perché fare doppioni? Beh, sulla faccenda delle ipotizzate collusioni fra Rai e Mediaset, quel che si legge qui e qui mi sembra corrispondere ad uno standard accettabile di chiarezza e verosimiglianza.

All that country music

La musica, dice monsignor Ravasi sul “Mattutino” di oggi, può essere “sia uno strumento di esaltazione interiore, di luce e di liberazione, ma anche di esasperazione, di inasprimento, di sofferenza, di svelamento del vuoto che è in noi.” Come sempre, ha ragione il monsignore. Personalmente ho elaborato qualche strategia difensiva: certa musica, per me, semplicemente non esiste. Includo, però, anche un sacco di roba che sta in mezzo, cioè tra i due estremi evocati da Ravasi. Il resto è un’altra storia: amo la «mia» musica come poche altre cose. La ascolto poco, è vero, ma quando lo faccio è sempre una bella esperienza.

Navigando per la blogosfera, e precisamente gettando le ancore sul blog di Cherry, col quale c’è da tempo uno scambio di links, ho scoperto che uno può mettere sul suo sito la propria playlist! Mi sembra una trovata grandiosa, di quelle che mi fanno entusiasmare per la tecnologia. Posso ascoltare quel che più mi piace mentre leggo, scrivo e curioso, ma soprattutto lo posso condividere “in tempo reale,” facendo sapere che razza di gusti musicali ho. Ho appena cominciato, e nella playlist (vedere colonna di destra, in basso) ci sono meno di una trentina di pezzi. Altri presto arriveranno. Dopodiché, una volta scoperte le carte, a qualcuno cadranno le braccia, a qualcun altro non potrà importare di meno. Ma state pur certi che io, comunque, della «mia» musica vado piuttosto orgoglioso ...

Pensato, scritto e sottoscritto nel giorno in cui, sul calendario cristiano, si ricorda Santa Cecilia, patrona della musica.