August 18, 2006

Barenghi o Agnoletto, questo è il problema ...

«Tra un Iraq liberato a colpi di teste tagliate e un Iraq occupato dagli americani, io scelgo la seconda ipotesi». Queste parole le aveva scritte su il manifesto del 28 agosto Riccardo Barenghi, ex direttore del “quotidiano comnista”, rispondendo a un lettore indignato per la gestione governativa del sequestro Baldoni. E il giorno dopo, domenica, la Repubblica ne aveva riferito con un certo risalto, riportando tra l’altro i commenti alquanto severi di Mussi e Agnoletto. In particolare colpivano le parole di quest’ultimo: “Sono amico di Riccardo, ma quegli ultimi capoversi della sua risposta non coincidono con nessun filone di pensiero a sinistra” (il corsivo è mio).

In tutta sincerità sono stato a lungo incerto se attribuire la palma della frase più “storica” della giornata al Barenghi o all’Agnoletto. Alla fine la scelta è ricaduta sul primo, ma in realtà le illuminate parole dell’eurodeputato rifondarolo sembrano pronunciate apposta per far risaltare ancor più quelle di Jena (sì, perché nonostante Barenghi lo neghi il micidiale corsivista del manifesto è proprio lui). A fronte della sfrenata e deprecabile libertà di giudizio di questi, infatti, Agnoletto insinuava il più che fondato sospetto che un’opinione non sia giusta o sbagliata, condivisibile o meno, in base ad un criterio di contiguità o distanza rispetto alla realtà fattuale, oppure, che so, all’intelligenza o al semplice buon senso, bensì alla corrispondenza-coincidenza “con un filone di pensiero a sinistra”. Da manuale, mi son detto. E quasi quasi, se ci penso ancora un attimo, attribuisco l’alloro all’Agnoletto… A volte scegliere è veramente difficile, ma che ci vogliamo fare, la vita è fatta di scelte!

Comunque, domenica scorsa ho diligentemente messo da parte l’articolo di Repubblica, riproponendomi di parlarne sul blog il giorno dopo, visto che subito non mi era possibile. Ma il momento è arrivato soltanto oggi, grazie al Riformista (vedi sotto il copia/incolla) che ha ripreso in prima pagina l’argomento. Peccato soltanto che il giornale di Antonio Polito parteggi così sfacciatamente per Jena e non metta adeguatamente in risalto il profondo pensiero di Agnoletto, il quale tuttavia è e resta un uomo d’onore. Ma su questo c’erano forse dubbi?

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BARENGHI. «PERCHÉ HO LANCIATO LA PROVOCAZIONE SUL MANIFESTO»
Tra islamisti e yankee, la Jena non si ritira

Riccardo Barenghi non ritira, non è una iena e non è nemmeno la «jena» (dice lui) che firma i corsivi sulla prima pagina del Manifesto. La battuta incriminata, ripresa da Repubblica ed erroneamente attribuita alla jena, era infatti parte di una risposta ai lettori nella rubrica delle lettere, dunque più lunga e articolata delle poche righe in prima pagina dell'anonimo corsivista. In ogni caso Barenghi non la ritira, non dice di essere stato frainteso e non abiura. Fatto sta che la lunga e articolata risposta in questione concludeva così: «Tra un Iraq liberato a colpi di teste tagliate e un Iraq occupato dagli americani, io scelgo la seconda ipotesi».
A questa conclusione, ammette ora Barenghi, ha fatto seguito «un po' di discussione, con i lettori e all'interno della redazione» (e nella sinistra, da Agnoletto a Mussi, pronta a redarguirlo per l'«impropria» domanda). Ai lettori risponderà certamente domani, quanto alla redazione non mancheranno le prese di distanze. Certo, era «un'estrema provocazione - dice - perché è evidente che io non sto con gli americani». Ma la provocazione serviva per dire tre cose. La prima: «C'è un vizio nella sinistra radicale, in noi che consideriamo ogni azione commessa in Iraq, anche la più orrenda, come reazione alla guerra; ma non tutto è una reazione, né può essere giustificato o anche solo spiegato come semplice reazione, nella convinzione che se non ci fosse la guerra tutto tornerebbe a posto. Non è così, perché lì c'è comunque un coacervo di fondamentalismo, fanatismo e terrorismo che a me fa paura, a prescindere dall'intervento occidentale». Seconda cosa: «Se questi tagliatori di teste continuano, con tutti i vantaggi di una strategia politica efficacissima sia per l'enorme rilevanza mediatica, sia per la concretezza dei risultati che ottiene (vedi il ritiro delle Filippine) e se l'Iraq viene liberato grazie a loro, di quale liberazione possiamo parlare?». Terza cosa: «Dire come ho detto che tra l'Iraq liberato dai tagliatori di teste e l'Iraq occupato dagli americani io scelgo il secondo, certo era un modo di suscitare la discussione, però la questione è seria. Poi è ovvio che io non voglio scegliere tra queste due alternative, si sa come la penso e tutto quello che ho sempre detto e scritto su questa guerra e sulla condotta americana».
Ma se è per quello, Barenghi ricorda di avere anche scritto che tra Bush e al Sadr sceglieva Bush («perché Bush so come combatterlo»). In ogni caso, provocazioni a parte, quello che serve è «creare le condizioni perché da una parte e dall'altra sia la politica a parlare, altrimenti c è solo la spirale dell'imbarbarimento. Se invece gli americani se ne vanno e arrivano altri, se c'è una transizione guidata dall'Onu, senza più traccia dei paesi “willing”...». Una svolta, intervento dell'Europa, Barenghi sposa dunque la linea Fassino? «Se Fassino pensa questo è Fassino che è venuto sulla linea nostra», risponde. E se con «nostra» intendesse del Manifesto, della sinistra radicale o soltanto di Barenghi e della jena, non sapremmo dire.


[Il presente post è stato pubblicato per la prima volta presso windrosehotel.splinder.com il 31 agosto 2004]



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