September 19, 2006
Fiorenza, Fiorenza ...
September 17, 2006
Viva il Papa!
Il resto del commento suona così:
[S]e ci fosse stata la necessità di una controprova sulla verità racchiusa nel discorso pronunciato a Ratisbona da Benedetto XVI, oggi ce l’abbiamo. Il Papa ha messo a confronto le religioni che utilizzano il Logos, la ragione, per acquisire anime a Dio, e quelle che usano la spada per conquistarle. Si sarà pure espresso imprudentemente, o avrà pure usato una citazione sbagliata. Non è questo che a noi, laici e volterriani, e comunque cittadini delle democrazie liberali importa. Ciò che rileva è che la risposta del mondo musulmano, fondamentalista, moderato e persino democratico, è stata l’immediato metter mano alla spada, diplomatica o terroristica che fosse.
Queste parole, penso, sono condivisibili non soltanto dal punto di vista di “laici e volterriani.” Lo sono anche, almeno sostanzialmente, da quello di parecchi cattolici praticanti. Imprudente o meno—ma davvero si può pensare che non si sia trattato di un’imprudenza attentamente calcolata?—, Benedetto XVI ha detto semplicemente la verità. E giustamente Taradash osserva che oggi quelle parole hanno trovato conferma nei fatti.
La conclusione di Taradash è la seguente:
Ciò che deve terribilmente preoccuparci è che oggi non è più permesso a nessuno (né a Theo Van Gogh, né a Oriana Fallaci, né agli intellettuali musulmani laici e liberali) esprimere un dubbio sulla lettura che di sé dà chi oggi si ritiene interprete della civiltà islamica nel suo complesso, al di là delle letture spesso contrapposte che ne vengono offerte. La replica alle opinioni controverse non è mai nei termini di uno scontro polemico che si mantiene sul terreno della ragione, ma si arma di indignazione, offesa, intimidazione e minaccia. Sembra non esserci altro riflesso che la repressione e la censura. Benedetto XVI ha tutta la nostra solidarietà per la reazione violenta di cui è stato vittima da parte di governi e organizzazioni islamiche. Ma anche per le sue riflessioni sui secoli bui delle guerre di religione, quando il mondo cristiano sostituì la spada alla Croce e i roghi allo Spirito, e per il richiamo che rivolge a tutte le religioni perché rinuncino alla violenza e all’odio.
Ho sempre pensato che nell’area radicale ci sia un tasso di intelligenza e di saggezza politica assolutamente non comune, una capacità di cogliere il nocciolo vero delle questioni sul tappeto che purtroppo rappresenta l’eccezione e non la regola nelle dispute che animano, e spesso non arricchiscono neanche un po’, il dibattito politico. Questa circostanza mi conferma nella convinzione.
Il fatto, infine, che oggi, all'Angelus, il Pontefice si sia sentito in obbligo, a causa della virulenza delle reazioni suscitate da quel passo della sua lectio, di dirsi "rammaricato" e di chiarire che la citazione del dialogo tra l'imperatore-filosofo di Bisanzio e il dotto persiano "non esprime il suo pensiero," paradossalmente ... è un'ulteriore conferma dell'assunto di partenza: siamo di fronte a una cultura dell'odio e dell'intolleranza che è distante anni-luce da quella che affonda le sue radici nella tradizione giudaico-cristiana. E il Papa, onde evitare una vera e propria catastrofe diplomatica, o peggio ritorsioni omicide—fattispecie alla quale forse appartiene il tragico episodio di Mogadiscio—, è dovuto correre ai ripari.
September 15, 2006
La rimpiangeremo
Oggi che molti la piangono (non tutti, non gli estremisti islamici e i “pacifisti” di ogni contrada dell’universo, ad esempio), ovviamente la piango anch’io. O meglio ancora, visto che oltretutto—almeno così mi pare—non si possono versare fiumi di lacrime per la dipartita di persone che non si sono conosciute personalmente, la rimpiango. Penso che soprattutto mancherà a molti, a me certamente, la “scompostezza” del suo grido d’allarme contro ciò che minaccia più seriamente la nostra civiltà un po’ infiacchita, la forza e la passione con cui ha preso in mano il vessillo delle nostre libertà e lo ha sventolato rabbiosamente sotto il naso del nemico (interno ed esterno).
Credo che sarà dura fare a meno di un’atea incallita che, ai primi lugubri squilli di tromba che annunciavano l’imminente Armagheddon—così almeno la vedeva lei—, ha saputo persino rivalutare, con genuina commozione, i cari vecchi rintocchi delle campane, il simbolo acustico di una tradizione cristiana a lei profondamente estranea, e ha cominciato lei stessa a suonarle, quelle campane, come nessuno da qualche secolo in qua, probabilmente, aveva mai osato fare, con la foga non certo di un sagrestano o di un frate buontempone, ma semmai con quella di un monello di strada, o di una partigiana infuriata. In guerra, del resto, tutto fa brodo: se le campane possono svegliare il villaggio dormiente, allora suoniamole, come sappiamo, anche senza grazia, col cuore gonfio di rabbia e di orgoglio. E di amore per il proprio Paese, nonché per un mondo che all’Italia deve qualcosa.
A quello scampanio forsennato molti si sono destati, altri si sono rinfrancati, altri ancora hanno perlomeno cominciato a domandarsi se per caso qualcosa di grave stesse succedendo. Mica è poco. Non fosse altro che per questo Oriana meriterebbe un posto nella Storia. Ma ovviamente c’è molto di più. Ci sono i libri e gli articoli scritti prima dell’11 settembre. Insomma, la rimpiangeremo, chi per una ragione chi per un’altra. E chi per tutte quelle ragioni messe insieme.
September 14, 2006
Zero, a dir poco
E Riotta su Blair fu all'altezza di Riotta
Comunque, l’articolo su Blair si conclude così (è la parte migliore, da notare le citazioni colte, la classe insomma):
Lo smacco più grave viene però dall'adesione alla guerra in Iraq. E’ l'alleanza con Bush che costa a Blair la fine della simpatia mondiale, i fischi in Libano, il gelo in casa, dove le vignette lo ritraggono da maggiordomo alla Casa Bianca. E’, come nella tragedia greca, il fato che disfa l'eroe: perché Blair aderisce alla guerra condividendo molte delle riserve degli europei contro l'unilateralismo Usa, ma persuaso che se Washington fosse andata da sola a Bagdad la ripresa del dialogo sarebbe oggi più aspra. E’ Blair a indicare a Bush un percorso politico, attacco a Saddam e processo di pace in Medio Oriente per legittimare davanti alle coscienze islamiche il peso degli ideali di giustizia e democrazia.
Non basterà, Bush non è in grado di tessere il filo diplomatico intrecciandolo a quello militare, Blair paga la solitudine. Ora, mentre il serial tv della Abc critica Clinton per non avere subito attaccato Osama, Blair paga il fio per avere, a malincuore come Ulisse stanato da Palamede, attaccato Saddam. La lezione antica è che le democrazie riluttano sempre, fino alla fine, davanti alla guerra: perché gli elettori non la vogliono, e castigano i leader se gli esiti non sono quelli desiderati. Questo l'ultimo atto del
prodigio Blair: per ora.
Pope Benedict's lectio magistralis
Not only did the Pope say—in a thinly veiled attack on extremist Islam's justification for terrorism—the concept of Holy War goes against nature of God, he also blamed West and its secular rationalism for excluding God and alienating other cultures. This, notwithstanding the fact that Christianity, thanks to the encounter between the Biblical message and Greek thought, welcomes intellectual inquiry and always reveres the truth.
This leads directly to the issue of “faith and reason,” which is apparently the most important of all in the papal address.
The encounter between the Biblical message and Greek thought did not happen by chance. The vision of Saint Paul, who saw the roads to Asia barred and in a dream saw a Macedonian man plead with him: "Come over to Macedonia and help us!" (cf. Acts 16:6-10) – this vision can be interpreted as a "distillation" of the intrinsic necessity of a rapprochement between Biblical faith and Greek inquiry.
In point of fact, this rapprochement had been going on for some time. The mysterious name of God, revealed from the burning bush, a name which separates this God from all other divinities with their many names and declares simply that he is, is already presents a challenge to the notion of myth, to which Socrates’ attempt to vanquish and transcend myth stands in close analogy. Within the Old Testament, the process which started at the burning bush came to new maturity at the time of the Exile, when the God of Israel, an Israel now deprived of its land and worship, was proclaimed as the God of heaven and earth and described in a simple formula which echoes the words uttered at the burning bush: "I am". This new understanding of God is accompanied by a kind of enlightenment, which finds stark expression in the mockery of gods who are merely the work of human hands (cf. Ps 115). Thus, despite the bitter conflict with those Hellenistic rulers who sought to accommodate it forcibly to the customs and idolatrous cult of the Greeks, biblical faith, in the Hellenistic period, encountered the best of Greek thought at a deep level, resulting in a mutual enrichment evident especially in the later wisdom literature. Today we know that the Greek translation of the Old Testament produced at Alexandria - the Septuagint - is more than a simple (and in that sense perhaps less than satisfactory) translation of the Hebrew text: it is an independent textual witness and a distinct and important step in the history of revelation, one which brought about this encounter in a way that was decisive for the birth and spread of Christianity. A profound encounter of faith and reason is taking place here, an encounter between genuine enlightenment and religion. From the very heart of Christian faith and, at the same time, the heart of Greek thought now joined to faith, Manuel II was able to say: Not to act "with 'logos'" is contrary to God’s nature.
Read here the complete text of the lecture, but bear in mind that this text must be considered provisional, since the Holy Father intends to supply a subsequent version of it, complete with footnotes. Read also an anthology by Italian Vaticanist Sandro Magister of the homilies and speeches delivered by Benedict XVI during his six-day trip to his Bavarian homeland.
La lectio magistralis del Papa filosofo
Di conseguenza, per ora, mi limito a qualche suggerimento di lettura pescato qua e là. Su Avvenire, innanzitutto, si leggono un’intervista a Marta Sordi, nota studiosa del mondo classico, docente di Storia Romana alla Cattolica e autrice di numerosi libri, e un articolo di Francesco Botturi, professore di Antropologia Filosofica, anche lui presso l'Università Cattolica di Milano. Interessante anche l’editoriale del Foglio di mercoledì.
“E’ il manifesto dell’identità occidentale come identità ebraica, greca e cristiana,” scrive appunto il giornale di Giuliano Ferrara.
A Marta Sordi, invece,viene chiesto di chiarire un punto fondamentale nel ragionamento del Papa, cioè quello del rapporto tra cristianesimo e filosofia greca:
«La concezione del Dio cristiano, che corrisponde anche alla concezione greca e romana della divinità, è quella di un Dio logos, cioè parola e ragione. Non si tratta mai di un Dio dalla volontà arbitraria, al limite anche contro la ragione. E non si tratta mai di una religione che può essere imposta con la violenza. Un principio che resta valido anche nonostante la smentita pratica rappresentata dalle persecuzioni contro i cristiani: tanto che Tertulliano può rinfacciare ai romani di violare le loro stesse convinzioni.»
Francesco Botturi, per parte sua, mette in evidenza la «positività» del discorso di Benedetto XVI:
[L]a proposta del Papa è tutta sul versante positivo. Non si tratta affatto di «ritornare indietro» rispetto ai momenti di crisi dell'età moderna; si tratta al contrario di riconoscere «le grandiose possibilità» che «lo sviluppo moderno dello spirito (…) ha aperto all'uomo», a condizione, però, di un «allargamento del nostro concetto di ragione e dell'uso di essa», di un concetto di ragione liberato dalle restrizioni odierne dello scientismo e del tecnicismo e delle loro conseguenti «patologie». La fede cristiana per essere esperienza integra, dialogo reale, proposta autentica, ha bisogno di correlarsi ad una ragione, capace di domande grandi, sull'origine e sul senso, dotata del «coraggio» di tutta la vastità del suo ascoltare e del suo interrogare; ha bisogno di sapersi correlata al Logos.
September 13, 2006
Grazie per la pazienza
[blogs]
September 11, 2006
Se la filosofia non salva
Molto, molto interessante, ma io non faccio testo: di solito sono d’accordo con Dario Antiseri …
Questa opzione a parte hominis sarebbe tuttavia impossibile in un universo in cui si dimostrasse che l'uomo è solo corpo; in un universo in cui quello scientifico fosse l'unico linguaggio dotato di senso; in un mondo in cui il senso della vita del singolo e dell'umanità nella sua interezza risultasse determinato da ineluttabili leggi di sviluppo della storia; in cui tutta la realtà si risolvesse nel solo universo fisico. Quindi, perché la fede sia possibile è necessario che prima vengano distrutti gli «assoluti terrestri», certezze presunte indubitabili, totalizzanti e negatrici della trascendenza. Un sapere assoluto è un uomo assoluto; e l'uomo assoluto fa sprezzantemente a meno del Redentore.
Ebbene, se il secolo XX si era aperto e, in parte, si era sviluppato, con movimenti filosofici accomunati dall'idea che «homo homini deus est» , esso si è però chiuso, nelle sue punte più avanzate, con la lucida consapevolezza di una riconquistata contingenza, con una luce chiara sui limiti della ragione umana. Ai nostri giorni non è più possibile nascondere l'inventario dei fallimenti di filosofie che, nonostante i loro grandi meriti, presumono di offrire razionali, incontrovertibili, fundamenta inconcussa radicati in una totale immanenza.
Progressivamente, ma sempre con maggiore insistenza, sono state erose e devastate le «grandi illusioni» generate da una ybris che ha alimentato l'abuso sistematico della ragione. All'interno di siffatto orizzonte riemerge più irreprimibile che mai la domanda metafisica: perché l'essere piuttosto che il nulla? Domanda metafisica che trova il suo nervo scoperto nella sofferenza innocente. Perché la sofferenza? Tale interrogativo - annotava qualche tempo fa Norberto Bobbio - , «è una richiesta di senso, che rimane senza risposta o, meglio, che rinvia ad una risposta che mi pare difficile chiamare ancora filosofica».
Non è la scienza a dirci quello che dobbiamo fare. Non è la scienza a insegnarci in che cosa possiamo sperare. È per principio che la scienza non risponde alle domande per noi le più importanti. Il porro unum necessarium esula dalla ragione scientifica, e non è possesso della ragione filosofica: la filosofia non salva. La filosofia può portare a perdizione ma non salva. Per questo non si sarà mai grati abbastanza a quei pensatori i quali hanno insegnato che l'uomo non è il padrone del senso, che è un mendicante di senso. E che ci han fatto capire che «ormai solo un Dio ci può salvare».
[religione, filosofia]
September 8, 2006
Rai alla grande con Bartali
Ottimamente diretto da Alberto Negrin e interpretato forse ancor mrglio da Pierfrancesco Favino (Bartali) e Nicole Grimaudo (la moglie del campione, Adriana), il film, una coproduzione Rai Fiction/Palomar Endemol, si è avvalso come se non bastasse delle musiche originali di Ennio Morricone.
Anche le dichiazioni del protagonista (che sottoscrivo) sono degne di nota—e testimoniano, quanto meno, la propensione dell’attore a “entrare” nel personaggio:
"Parlare di Bartali, che è una faccia che hai dentro e non sai perchè, significa parlare dell'Italia. Se uno dovesse scegliere dieci facce per rappresentare il nostro Paese Bartali ci sarebbe di sicuro. È un uomo che ha veicolato i valori che tutti abbiamo dentro: il lavoro, la famiglia, la fede. Queste sono le nostre radici e Bartali è il rappresentante meno bigotto di questa realtà e del passaggio dall'Italia rurale a quella industriale. Bartali fa capire che cosa è stata l'Italia, da dove veniamo".
[ sport, televisione]
September 5, 2006
Ciao 'Cipe'
Per essere uno che è sempre stato interista, nella buona e nella cattiva sorte, sono magari eccessivamente distratto riguardo a quello che succede dentro, intorno e fuori della F.C. Internazionale, guardo troppo poco le trasmissioni dedicate al calcio, leggo ancor meno i quotidiani sportivi, ecc., ecc. Quindi anche di quel che faceva, pensava e diceva Giacinto Facchetti ho saputo pochissimo.Ma forse c’è anche un’altra circostanza che giustifica la mia disinformazione: la natura schiva e riservata di quel grande, caro, vecchio campione, che faceva in modo che le sue uscite pubbliche fossero tanto sobrie e misurate quanto, inevitabilmente, poco appetibili dal punto di vista dei media. Ma oggi, in un momento così triste, l’informazione è giustamente straripante, e mi si è offerta l’occasione di colmare di colpo il gap. E ho ritrovato il Facchetti che era nascosto nell’archivio dei miei ricordi infantili e adolescenziali.
Ho ricordato quanto ho voluto bene a quel tipo che trasvolava da una parte all’altra del campo di gioco, leggero ed elegante—malgrado la forza di quelle «ali», cioè di quelle due pertiche che facevano assomigliare la sua corsa a quella di una cicogna che saltella o a quella di qualche altro simpatico animale dotato di leve altrettanto lunghe e potenti. E ho realizzato in maniera consapevole ciò che inconsapevolmente già sapevo, e cioè che quel suo carattere, quella sua lealtà, discrezione, dignità, o chiamatela come vi pare ché tanto sempre la stessa roba è, era la ragione di fondo per cui non incuriosiva più di tanto l’opinione pubblica—e, ad essere sincero, neppure me—quello che Giacinto Facchetti, detto Cipe, poteva dire, fare, pensare: di solito, quel genere di persone dice, fa e pensa semplicemente quello che ci si aspetta da uomini di quello stampo, cioè la cosa giusta. E la cosa giusta—sofismi vari e filosofie a parte—è esattamente il contrario di ciò che stimola la curiosità. E’ giusta e basta, crudamente giusta.
Cipe resterà nel cuore di molti. E non è solo un modo di dire, è che abbiamo bisogno di sapere che uomini come lui—uomini, non soltanto campioni—sono esistiti veramente, non in un film. E’ che abbiamo bisogno di confidare che altri ce ne siano, nascosti tra la folla, di Giacinto Facchetti. Per questo non è il caso di sottilizzare sull’iperbole che è dato di leggere sul sito ufficiale dell’Inter:
«Era già Sua la storia. Ora siede sul trono dell’Eternità.»
A volte si ha il diritto e il dovere di dar fiato “senza pudori” ai sentimenti più profondi.
Per concludere, qualcosa che si legge sul sito ufficiale dell’Inter.
Dalla lettera aperta di Massimo Moratti:
Qualche mese fa ti chiedevo un po’ scherzando un po’ sul serio come mai non riuscivamo ad avere un arbitro amico, tanto da sentirci almeno una volta protetti, e tu, con uno sguardo fra il dolce e il severo, mi rispondesti che questa cosa non potevo chiedertela, non ne eri capace. Fantastico. Non ne era capace la tua grande dignità, non ne era capace la tua naturale onestà, la sportività intatta dal primo giorno che entrasti nell’Inter, con Herrera che ti chiamò Cipelletti, sbagliandosi, e da allora, tutti noi ti chiamiamo Cipe. Dolce, intelligente, coraggioso, riservato, lontano da ogni reazione volgare.Grazie ancora di aver onorato l’Inter, e con lei tutti noi.Dal commento di Susanna Wermelinger (Direttore Editoriale dell'Inter):
Era un uomo da re e da operai. Era un amico leggendario. Era un eroe da romanzo, Arpino lo sapeva bene. Un romanzo di vita, di classe, di essenzialità.La prima cosa che faceva dopo le partite, era chiamare casa, i suoi figli, e Massimo Moratti. Troppe volte, quando qualcuno scompare, di lui si cercano le solo le cose buone. Il fatto è che di Giacinto Facchetti puoi dire solo quelle, che di cose cattive non ne trovi.
[sport]
September 2, 2006
Eccoci qua
Dunque, tutto è pronto per ricominciare sulla nuova piattaforma e per lasciarsi alle spalle le frustrazioni sperimentate recentemente ...
Ma, se posso permettermi di dirlo, la cosa più importante, a questo punto, è che gli amici e lettori di Wind Rose Hotel—dopo essere stati così gentili da arrivare fin qui sospinti dal link collocato sul vecchio blog—aggiornino prontamente e senza indugio i propri bookmarks e blogrolls. Il resto verrà da sé, non appena avrò smaltito le fatiche del trasloco.
A presto.
[blogs]
August 25, 2006
E il Cardinale ammalio' il Meeting
Sul Foglio uno splendido resoconto dell’intervento dell’arcivescovo di Vienna, il cardinale Christoph Schönborn, al Meeting di Rimini. Presentazione leggermente enfatica (questione di linee editoriali, ma questo è normale in regime di libertà di stampa e con buona pace dei laicisti incalliti):fra i più grandi teologi viventi, il cui nome è stato fatto spesso per il pontificato, […] oratoria ammaliante tipica dei domenicani, […] instancabile poliglotta […]. Porta con eleganza la sua eminenza …
Ad ogni modo, l’uomo non a caso è membro della congregazione per la Dottrina della Fede, nonché allievo di Joseph Ratzinger. E poi—un’annotazione che potrebbe aver fatto Vittorio Messori—il cardinale è l’esemplificazione vivente della differenza fondamentale che c’è fra un teologo cattolico e uno protestante: il primo pensa in “e/e”, il secondo in “o/o”. Ma per afferrare bene il concetto non c’è che leggere tutto l’articolo. Quello che segue è soltanto un piccolo assaggio:
Israele deve vivere
“Israele deve vivere perché è il popolo dell’alleanza e l’alleanza, come ha detto Giovanni Paolo II, non è mai stata revocata. Lo ‘scandalo Israele’ per il mondo e le altre religioni, anche per noi cristiani e gli ebrei non credenti, è che Dio abbia scelto questo piccolo popolo. Lo ha chiamato alla diversità, a essere suo erede e suo popolo. E questo è uno scandalo per le grandi nazioni, che Israele rimanga il segno nella storia che la scelta di Dio è libera. Oso dire con san Paolo che tutta la storia dell’umanità e la storia di oggi è intimamente legata a questa vicenda, all’avventura ebraica, una scelta di Dio che non scusa gli errori umani e il peccato di nessuno, ma resta un fatto con le sue tracce concrete. Israele, fino alla venuta definitiva del Messia che noi crediamo essere Gesù, rimane per sempre questo luogo e questa realtà della prima scelta di Dio. Il popolo eletto mai potrà dire che Dio non ha promesso a lui la terra. La terra d’Israele, nonostante tutto il dramma, rimane un segno concreto della scelta”.
Evoluzionismo*
“L’evoluzionismo alimenta il riduzionismo, nel senso che dimentica l’approccio limitato della metodologia, rendendo la metodologia un tutto. Se assumiamo come un tutto la metodologia limitata dell’approccio quantitativo, soprattutto nel campo della biologia, è allora che vediamo quanto questo sguardo sia riduttivo. La vita è qualcosa di più delle sue condizioni materiali. Cosa sia questo ‘di più’ è la grande difficoltà di oggi, un problema che va al di là della metodologia quantitativa ma che per questo non è meno una realtà”.
Scientismo
“Lo scientismo è il non riconoscere i limiti inerenti alla metodologia e all’approccio quantitativi. Viktor Frankl, discepolo di Freud, psicologo ebreo sopravvissuto ad Auschwitz, ha detto che la saggezza è la scienza più il rispetto dei propri limiti. L’affascinante epopea della scienza moderna è di aver trovato, in un modo sconosciuto a tutta la storia anteriore, la meraviglia dell’origine della vita. I nostri bisnonni non sapevano nulla di ciò che sappiamo noi oggi sul primo momento della genesi di un essere umano nuovo. Non c’è dubbio possibile che dal momento della fecondazione dell’ovulo ci sia già tutto l’essere umano. Questo non vuol dire che basti a se stesso, ha bisogno di molte condizioni per divenire e procedere nella vita, ma è già un essere individuale tra miliardi di altri esseri umani. Non lo sapevano gli anziani, ma noi sì e sempre di più e grazie alle scienze esatte abbiamo una conoscenza che ci obbliga molto più che nel passato al dovere morale. L’uomo da solo non potrebbe e mai potrà produrre anche una sola cellula del corpo, l’immensa complessità di una sola cellula del vivente”.
Cosa è l’uomo?
“L’avventura delle scienze esatte, le chiamiamo sempre così anche se non sono tanto esatte quanto naturali, è di procedere sempre di più nel conoscere le condizioni dell’essere umano. Ma le condizioni non spiegano la domanda metafisica par excellence, ‘quid est?’ diceva Aristotele, cosa è l’uomo? Qualcosa o qualcuno? Il fascino di conoscere fa dimenticare la questione del chi è? Resta la domanda fondamentale, arricchita da tutto il nostro sapere sulle condizioni biologiche. Nella ‘Fides et Ratio’, Giovanni Paolo II aveva detto che dovevamo ritrovare la questione fondamentale dell’uomo e del che cosa è l’uomo”.
* In materia di evoluzione è molto interessante leggere un artcolo del Cardinale pubblicato sul New York Times del 7 luglio 2005 (traduzione italiana presso il sito di Sandro Magister) e la risposta dello stesso alla replica (entrambe in versione italiana) del fisico nucleare Stephen Barr.
[religione, scienza]
August 24, 2006
Morire al mondo
Un lungo week-end di qualche settimana fa mi ha fatto scoprire un posto che non poteva non tornarmi in mente in questi giorni della Settimana Santa, ed oggi, appunto, più che mai. Il nome dice già molto: Morimondo, dal latino Mori Mundo, “morire al mondo.” I monaci Cistercensi arrivarono a Coronate, località situata tra Pavia e Milano, sulle sponde del Ticino, nel 1134, e la scelsero per erigervi un’abbazia che prenderà il nome di Morimondo (o Santa Maria di Morimondo) in quanto filiazione dell’abbazia (sempre cistercense) di Morimond, in Borgogna. Il luogo, isolato e silenzioso, era l'ideale per ciò che cercavano quei monaci, il cui Ordine, come si sa, è indissolubilmente legato a un’idea del monachesimo piuttosto severa e ascetica, come volevano San Roberto di Molesme, il fondatore, e San Bernardo di Clairvaux, il figlio più illustre.Il luogo, grazie al cielo, ha mantenuto parecchio dell’aspetto e delle caratteristiche che avevano incantato i fondatori. E’ difficile spiegare l’atmosfera che vi si respira. Quando l’ho visitato io, poi, c’era una nebbiolina che rafforzava l’impressione di un luogo vagamente magico, davvero fuori dal mondo. Il che ha dell’incredibile se pensiamo che Milano è davvero a due passi (a portata della linea della metropolitana che collega Abbiategrasso alla capitale lombarda). Merito, credo, anche di una fondazione che si occupa della salvaguardia del luogo. L’abbazia è stata sottoposta a restauri significativi (ma non ancora completati). Una documentazione fotografica abbastanza esauriente—insieme ad altre informazioni utili—la si può trovare qui. Le immagini, come al solito, valgono più di tante parole.
Una cosa notevole è il borgo medievale che circonda l’abbazia, anch’esso restaurato, ristrutturato, e comunque mantenuto “a misura della storia.” Poche villette recenti non guastano lo spettacolo d’insieme. Mentre un provvidenziale Parco Lombardo del Ticino, piuttosto ben tenuto, garantisce un contesto all’altezza. All’uscita (o all’entrata) dell’area abbaziale, dove un tempo sorgeva il cimitero dei monaci, i restauratori hanno collocato una targa di bronzo sostenuta da un’asta conficcata nel terreno. C’è scritto:
QUI IL MONDO MUORE. QUI IL MONDO RISORGE
Morire al mondo può essere pressoché impossibile persino per la maggior parte dei “veri credenti,” ma indubbiamente la via è quella. C’è una sorta di “nichilismo” anche nel cuore del cristianesimo. Ma il nihil di cui qui si ragiona è soltanto una tappa nel cammino verso un tutto che riesce a dar senso persino al nulla. Anzi, soprattutto al nulla. E soprattutto oggi.
[Questo post è stato pubblicato per la prima volta su windrosehotel.splinder.com il 14 aprile 2006]
Mercatini di Natale / Christkindlmarkt

Dunque, per prima cosa Bolzano d’inverno è più bella e accogliente, il clima è festoso e la città è ben attrezzata per accogliere decine di migliaia di turisti attirati appunto dai mercatini di Natale (che tra l’altro si tengono, oltre che nel capoluogo, anche in varie altre località della Provincia Autonoma). L’artigianato locale fa bella mostra di sé nelle bancherelle (Piazza Walther e Piazza Municipio, oltre che nelle piazze delle Erbe, del Grano e della Mostra) e nei negozi del centro (i Portici). C’è molto di “turistico,” questo è certo, ma c’è anche altro, se si vuol cercare.
Qualche annotazione a margine sulla Kermesse: ottime, veramente, le frittelle di mele, preparato con arte il vin brulé, mediocri le torte Sacher assaggiate, speck notevole (non della solita onnipresente Casa di San Candido), generalmente buono il pane nelle celebri varietà locali. Una curiosità: che io sappia Bolzano è l’unica città italiana in cui, in strada, subito fuori dai negozi, come in Svezia e Danimarca, si usa mettere dei posacenere, con grande beneficio per i marciapiedi che non sono invasi da cicche di sigarette.
Infine, messa dell’8 dicembre in Duomo (romanico e gotico: superbo), a mezzogiorno. Non saranno mai lodati abbastanza la cura, la disciplina e il buon gusto che presiede all’esecuzione dei canti. Una signora, d’accordo, ha accompagnato la celebrazione con le solite melodie post-conciliari, ma in una maniera che faceva dimenticare la non eccelsa qualità musicale dei brani. Il tutto illuminato da due splendide performances: Panis Angelicus e Ave Maria di Gounod.
Il mare ottobrino

Dopo l’equinozio, il regno della luce e dei colori si è trasferito altrove, forse tra i boschi, lasciando sulle coste solo qualche sentinella. Laggiù uno scorcio azzurrino, all’estremità opposta il verde pallido delle dune.
Ora, quasi più nulla distingue questo scenario da quello del Mare del Nord.
Si è riappropriato di se stesso, geloso custode della propria ciclica solitudine. E’ il tempo del deserto, della meditazione. Quaranta lunghi giorni per ritrovarsi.
La bimba ha raccolto delle conchiglie. “Sono tutte reginette”. E’ chiaro, dopo l’equinozio, qui, solo per i bambini ci sono regali. E’ giusto così, che le sentinelle della luce parlino solo ai piccoli.
Cadono le prime gocce. Si torna a casa.
Scheveningen
Il Mare del Nord, visto dalle dune che da Scheveningen—la spiaggia di Den Haag (L’Aia) —seguono la costa fino all’Hoek van Holland, cioè per alcuni chilometri, ha un fascino tutto particolare. La natura è stata preservata allo stato pressoché selvaggio. Gli "stabilimenti" sono di leggerissimo impatto: di legno, rimovibili, essenziali, in grado di fornire il minimo d’ombra, l’hot dog e la birra fredda, una sedia. Ci si arriva praticamente solo in bicicletta. Agli appositi parcheggi ce ne sono centinaia, la maggior parte delle quali sono nere e rigorosamente "Holland", freno a retropedale (si dice così?), come quelle con le quali siamo arrivati noi dopo una lunga pedalata sotto il sole splendente, ma senza quasi sudare grazie al vento fresco, che consente ciò che dalla nostre parti susciterebbe la pietà di chi osserva. Pedalare, in Olanda, è sempre piacevole, anche quando piove, vale a dire quando quella specie di nebbiolina (che quasi mai diventa acquazzone) ti rinfresca e ti rifocilla.
Dopo il sali-scendi sulle dune verdeggianti arrivi in spiaggia, parcheggi, vai in riva al mare … per fare il bagno? Neanche per sogno! Quelle acque sono pericolosissime (tra le più pericolose d’Europa, come quasi tutte le coste dei Paesi Bassi), a causa di formidabili correnti invisibili. Solo pochissimi si avventurano in acqua oltre il ginocchio, si tuffano rapidamente, una sguazzata e via. La forza della corrente la senti già quando l’acqua ti arriva al polpaccio. Un ricordo simile me lo ha lasciato la spiaggia di Carmel (California). Il risucchio era tale che potevi immaginare di essere trascinato per centinaia di metri qualora ti fossi avventurato, appunto, oltre il ginocchio.
Eppure era bellissimo lo stesso. Abbiamo aspettato il tramonto, un lungo variopinto caleidoscopio di colori rosseggianti-rosacei, bluastri-celestoni e lunghe strisce biancastre. Oltre il mare, invisibile, l’Inghilterra. Una coppia un po’ ubriaca si è tuffata a festeggiare il crepuscolo, riuscendo persino a fare qualche bracciata in quell’acqua fredda (ma non gelida, a dire il vero). Così tre amiche di diciotto, vent’anni, cantando e giocando in acqua con un paio di Labrador che sprizzavano felicità da tutti i pori. Quella spiaggia deve essere il Walhalla dei Labrador, a giudicare dal numero di questi splendidi cani acquatici che arrivano con la mimica e la frenesia dei bambini alle porte di Disneyland Paris.
Uno settacolo nordico, di audacia umana e animale e di forza della natura. Qui il mare è signore e padrone, orgoglioso e poco incline ad accogliere il bagnante se non per una rapida e rispettosa abluzione. Come ho fatto io. Ho riconosciuto al padrone di casa il suo diritto. Agli ubriachi e a tre impavide ragazzine, con seguito di Labrador, il mare ha concesso un po’ d’audacia. Fino a quando il sole non è stato inghiottito dalle acque. La gioia silenziosa degli spettatori, che si guardavano gli uni gli altri per scambiarsi larghi sorrisi e persino risate di meraviglia per ciò che si era appena compiuto.
E il mare risponde
Premessa: mi capita talvolta di parlare con il mare. Insomma, gli faccio delle domande e mi do delle risposte, ma sospettando sempre che quelle non siano le "mie" risposte, ma le "sue".Una domanda recente è stata: perché il mare, almeno per me, è un'esperienza così totale? Più di qualsiasi altro scenario, naturale o artificiale.
La risposta è partita da lontano.
Il mare circonda tutta la terra, come l'aria, che però resta inafferrabile, "astratta", mentre il mare lo puoi percepire in maniera profonda con tutti e cinque i sensi.
Il mare è sempre lo stesso, cioè ogni mare è comunicante con tutti gli altri: il Mediterraneo comunica con l'Atlantico, l'Atlantico col Pacifico, e così via. Le acque si confondono, si mescolano, sempre diverse, sempre le stesse, ovunque, dai tropici ai poli.
Dunque, il mare "vede" tutto, ascolta tutte le lingue della terra, unisce gli uomini bagnandoli con la stessa acqua.
Uno può fare una passeggiata nei boschi o in montagna, esperienze bellissime, ma il grado di "permeabilità" reciproca uomo-bosco, uomo-montagna, è inferiore, la comunicazione è più mentale che fisica, per quanto intensa possa essere.
Tuffarsi in mare, quando questo è possibile, significa entrare in comunicazione con tutto ciò che sta sotto il sole. Lasciarsi massaggiare dalle onde, nuotare, "fare il morto", è un'esperienza totale, full immersion si dice (non a caso, forse).
Anche tuffarsi in un lago è una bella esperienza. Amo talmente l'acqua che l'estate scorsa ho fatto il bagno persino nei freddi laghi della Svezia. Ma l'acqua dolce è qualcosa di profondamente diverso. Non ha la vitalità, la forza dell'acqua di mare. E in più è meno "amichevole": non ti sostiene, tendi ad andare sotto, laddove il mare è "grazioso", ti accoglie da amico non costringendoti a muoverti in continuazione per stare a galla. E se nuotando ti capita di assaporare l'acqua di lago, il gusto dolciastro e "stantio" ti fa un effetto poco piacevole.
Non parlo neanche della piscina, che al massimo può essere un surrogato in caso di disidratazione da calura ad una distanza impossibile dalla spiaggia più vicina.
Io non capirò mai chi va al mare e si fa il bagno in piscina. E' come scegliere di pasteggiare bevendo birra—o coca-cola, ohibò—avendo la possibilità di bere un prosecco o un Brunello.
E non capirò mai chi va al mare essenzialmente per prendere il sole. Io ci vado, di preferenza, la mattina presto e un paio d'ore prima del tramonto. Cioè quando il sole è meno aggressivo, e soprattutto quando le folle dei bagnanti devono ancora arrivare o sono già andate via. E sono lì quelli che il mare lo hanno nel cuore. O quasi soltanto loro.
[Questo post è stato pubblicato su windrosehotel.splinder.com il 21 ttobre 2004. I commenti al post originale sono interessanti]
