November 22, 2007
All that country music
Navigando per la blogosfera, e precisamente gettando le ancore sul blog di Cherry, col quale c’è da tempo uno scambio di links, ho scoperto che uno può mettere sul suo sito la propria playlist! Mi sembra una trovata grandiosa, di quelle che mi fanno entusiasmare per la tecnologia. Posso ascoltare quel che più mi piace mentre leggo, scrivo e curioso, ma soprattutto lo posso condividere “in tempo reale,” facendo sapere che razza di gusti musicali ho. Ho appena cominciato, e nella playlist (vedere colonna di destra, in basso) ci sono meno di una trentina di pezzi. Altri presto arriveranno. Dopodiché, una volta scoperte le carte, a qualcuno cadranno le braccia, a qualcun altro non potrà importare di meno. Ma state pur certi che io, comunque, della «mia» musica vado piuttosto orgoglioso ...
Pensato, scritto e sottoscritto nel giorno in cui, sul calendario cristiano, si ricorda Santa Cecilia, patrona della musica.
November 21, 2007
Se i Gracchi furono populisti
Ma soprattutto è stato istruttivo il dialogo con le numerose persone in carne ed ossa che ho incontrato e con cui ho potuto scambiare due chiacchiere al volo tra un impegno e l’altro. Anche perché, in questi casi, le reazioni sono state un po’ diverse: autentico entusiasmo nei colleghi e conoscenti di centrodestra ed una curiosità senza falsi pudori in quelli di centrosinistra. Uno di sinistra mi ha confidato—guardandosi prima attorno con circospezione—di aver vivamente apprezzato il colpo mortale inferto da Berlusconi … alla noia (“non se ne può più di questa politica …”).
Tuttavia non sfrutterò i pur sacrosanti sfoghi esistenziali dell'«uomo della strada» per avvalorare quanto ho espresso nel post precedente. Anche perché ho sottomano, se non di meglio, qualcosa di più convincente dal punto di vista della tradizionale dialettica politica, vale a dire la serrata confutazione degli argomenti anti-Berlusconi (è populista e plebiscitario, un demagogo, un cortocircuito temibile, una minaccia, e così via) dell’ottimo Oscar Giannino, su Libero. Ne riporto qualche stralcio.
Populismo
Quanto a populismo, se un difetto storico noi sparuti liberisti imputiamo a Silvio, è proprio di non essersi mai fatto davvero un Pierre Poujade, il cartolaio di Saint-Cére che nel 1953 scosse la Francia dalle fondamenta contro le tasse. Eh no, cari dissenzienti, il populismo vero è di chi promette a destra e manca pur di tenersi avvinghiato al potere, e da questo punto di vista esso abita a palazzo Chigi, con Prodi. 12,3 miliardi di spesa pubblica aggiuntiva che si sono sommati alla Finanziaria in Senato, pur di far contenti tutti da Lamberto Dini a Franco Giordano, ne sono la più plateale conferma.
Sul principio carismatico e plebiscitario
Se malgrado 13 anni di maggioritario le coalizioni restano eterogenee fino all'impossibilità di governare - come si è visto sotto la destra come sotto la sinistra - tanto vale abbracciare un proporzionale corretto da soglie ma con ciascuno che corra per il proprio programma e con alleati più coesi. E l'esatto contrario del principio carismatico e plebiscitario.
Inoltre,
quanto all'appello direttamente ai cittadini per iscriversi al nuovo Partito della libertà, anche qui cerchiamo di intenderci. Rispetto alla regola costituzionale per la quale i partiti sono libere associazioni attraverso le quali i cittadini concorrono a determinare la politica nazionale, il meccanismo scelto da Silvio è meno rispettoso di quello che ha presieduto alla nascita del Pd, con la desi-gnazione a tavolino di un leader da parte di un'oligarchia, e la spartizione matematica tra le due nomenklature dei Ds e della Margherita delle leadership e delle composizioni dei nuovi organi costituenti? No. È la nascita del Pd a peccare di oligarchismo, visto che non sono stati certo i votanti delle primarie a determinare l'indicazione di Veltroni e i candidati alle segreterie regionali.
Per concludere:
A dar fastidio, di Silvio, è il consenso di cui gode nel popolo, necessario lievito per fare del partito delle Libertà l'equivalente dell'Ump francese. A risultare insopportabile è la sua capacità di parlare direttamente agli italiani. Come Bonaparte ai suoi grognards, aggirando la mediazione di maggiori e colonnelli. Troppa letteratura? Ma senza miti letterari la democrazia non vive. Né Pericle né Alcibiade erano uomini privi di ambizioni. La loro forza era saper parlare al cuore e al portafoglio dei concittadini. E li accusavano per questo di populismo, appunto. Esattamente come gli oligarchi senatori di Roma facevano coi Gracchi. Dare all'avversario del populista, di solito, è un'ammissione della propria minor capacità di aver consenso.
Oltretutto, aggiungerei, risultano sempre più insopportabili quei teorici della bella politica i quali, contravvenendo ai loro stessi canoni di comportamento, sbandierati ai quattro venti ad ogni piè sospinto, spesso riescono solo a formulare accuse pretestuose—quando non si abbandonano senz'altro all’insulto più o meno esplicito—nei confronti del loro più agguerrito e dotato avversario politico. Se non bastassero gli argomenti più strettamente politici, che non fanno certo difetto, un simile malcostume, volgarmente camuffato da politica (e per giunta con la «P» maiuscola), potebbe meritare anche da solo, come doverosa risposta «civica», la spontanea mobilitazione dei cittadini intorno al progetto del nuovo partito dei liberali italiani.
November 19, 2007
Grazie, Cavaliere
Gli stolti e petulanti “parrucconi,” insomma, non avevano capito nulla? Non direi. Capito, cioè, avevano capito, ma a modo loro, come è stato insegnato loro dall’Alta Scuola di Politica della Prima Repubblica, che hanno entrambi frequentato con profitto e dalla quale hanno imparato tutto quello che sanno fare, dire, pensare. E, attenzione, quella non era una pessima scuola, però aveva un limite: conosceva soltanto una realtà politica cristallizzata, immobile, dove il «potere di coalizione» delle forze politiche minori era fermo e saldo come una rocca di Gibilterra contro la quale erano destinati ad infrangersi tutti i calcoli dei partiti maggiori.
“Senza di noi, Berlusconi non può fare niente,” erano soliti ripetere i Fini e i Casini. Era vero, anche allora, soprattutto l’inverso, ma non avevano torto nemmeno loro, sic rebus stantibus, ma si dà il caso, appunto, che le cose siano nel frattempo cambiate: con la crisi irreversibile del bipolarismo—che era sotto gli occhi di tutti anche prima che il Cavaliere, con la svolta di ieri, ne ratificasse ufficialmente la fine—il «potere di coalizione» non ha smesso di contare, ma è destinato a contare molto meno. Sia col sistema tedesco e succedanei, sia con quello francese, che sono le due ipotesi fondamentali (il motivo, lo sappiamo, è che la “contrattazione” avviene dopo e non prima del voto, come adesso).
In più i nostri eroi hanno sottovalutato la capacità del loro alleato-avversario di sparigliare, e questo grazie al fatto che egli ha “una caratteristica forse unica nel panorama della politica italiana,” per dirla come Gian Antonio Stella (sul Corriere di oggi), cioè “il coraggio spericolato di giocarsela.” Insomma, spiega Stella,
Gianfranco Fini, Pier Ferdinando Casini e perfino Umberto Bossi, dopo l’ennesima spallata annunciata e poi fallita al Senato, sembravano avergli rubato finalmente la palla? Lui se l’è ripresa di forza, è uscito dall’area in cui pareva asserragliato e si è catapultato all’attacco con una di quelle «ripartenze» da lasciare a bocca aperta anche il «suo» Arrigo Sacchi.
Ma un errore ancora più madornale è stato quello di ignorare che, come ha notato Angelo Panebianco (ancora sul Corriere di oggi),
Berlusconi non potrebbe mai sedersi a un tavolo a discutere con Prodi ancora premier. Per la stessa ragione per cui Prodi non poteva trattare con Berlusconi quando il premier era quest'ultimo. I suoi sostenitori nel Paese non lo avrebbero accettato. Non lo accetterebbero oggi i sostenitori di Berlusconi.
Come spiegarsi un errore del genere se non alla luce di quanto si diceva pocanzi, e cioè, da una parte, la sopravvalutazione del «potere di coalizione» (fino ad una negazione piuttosto ingenerosa, oltre che miope, delle ragioni dell’alleato) e, dall’altra, la sottovalutazione del Cavaliere?
Ancora Panebianco illustra come non si dovrebbe interpretare la fase che ha preceduto la mossa di Berlusconi:
All'apparenza, il suo è stato fin qui un comportamento irrazionale. Garantendo che avrebbe fatto cadere il governo sulla Finanziaria, Berlusconi si è comportato come quel tale che entra in un casinò e si gioca l'intera posta in un colpo solo, puntando tutto sul rosso o sul nero alla roulette. Ma è davvero così? Non è possibile che anche quella iniziativa fallita fosse parte di un più generale disegno teso a mettere i suoi riottosi alleati in un vicolo cieco, obbligandoli a confrontarsi col fatto che senza di lui non possono andare da nessuna parte?
[Il corsivo è mio]
Personalmente sarei del parere che l’ipotesi di Panebianco sia piuttosto realistica, oltre che, naturalmente, molto acuta. Sarebbe allora esagerato concludere che il Cavaliere si è rivelato molto più «fine politico» dei suoi riottosi e politicissimi alleati? Altro che tentazioni plebiscitarie, come insinua Fini—che ovviamente, lui sì, è un vero democratico con tutti i crismi e le carte in regola ...
Detto questo, però, siamo solo al principio. Un buon principio, in ogni caso: siamo, intanto, fuori dal bipolarismo, e questa, diciamolo, è una grande conquista—a proposito, grazie Cavaliere!—per chi non ha mai creduto che in un Paese come l’Italia le scelte potessero essere così drastiche come è giusto che siano per gente che ha il pragmatismo nel proprio dna, come gli anglo-sassoni. Ma ora inizia una fase costituente per i liberali italiani. Il nuovo partito non può deludere le attese che la svolta del Cavaliere ha suscitato.
November 18, 2007
Povero Berlusconi
Sconfitto e abbandonato dai suoi alleati, ormai Berlusconi è un uomo solo. Con lui non è rimasto più nessuno, un pugno di fedelissimi e circa dieci milioni di italiani.
November 16, 2007
Di sillogismo in sillogismo
«se dovesse esserci una crisi di governo, l’ipotesi più naturale sarebbe quella di un governo istituzionale e penso che il presidente del Senato sarebbe la prima persona a cui il presidente della Repubblica dovrebbe pensare».
Per la verità, però, Giuliano Ferrara gli aveva chiesto se un governo Marini fosse il suo auspicio, al che Dini ha spiegato che quella, molto semplicemente, sarebbe la prima ipotesi che verrebbe in mente a Napolitano. Maurizio Belpietro, ospite anche lui della trasmissione, ha a quel punto fatto presente che anche un’ipotesi Dini rientrerebbe nel novero delle possibilità. Dini, per parte sua, non ha respinto al mittente la deduzione. Il che mi sembra quanto meno non insignificante.
L’altro ospite di Ferrara era il professor Sartori, il quale ha detto molte cose, la più interessante delle quali a me è sembrata essere la constatazione che l’attaccamento al potere di Romano Prodi va oltre qualsiasi immaginazione. Tra lui e D’Alema direi che c’è una bella gara di buon senso postumo, segno che il tempo è pur sempre galantuomo. Ma Sartori sulla Große Koalition ha stracciato D’Alema, avendola prospettata fin dall’inizio. Come del resto Silvio Berlusconi. A questo punto uno potrebbe ritenersi autorizzato a concludere che il più debole della compagnia sia il ministro degli Esteri, che tuttavia è ritenuto—non a torto, credo—una delle menti più lucide della sinistra riformista.
Adesso, però, ci fermiamo, ché altrimenti, di deduzione in deduzione, di sillogismo in sillogismo, va a finire che ...
Stateci attenti, bloggers ...
nel ritenere che “la diffamazione via internet è punita allo stesso modo di quella a mezzo stampa”, se si fa riferimento all'entità della pena,
ancorché non fosse il tema del colloquio con Sofri (cosa di cui prendiamo atto volentieri),
è ben diverso dall’affermare che alla diffamazione commessa con il mezzo telematico siano applicabili le norme previste per la diffamazione commessa “con il mezzo della stampa”.
Seguono ulteriori fondamentali considerazioni, distinguo e chiarimenti, il tutto onde “rassicurare chi teme l’horror vacui,” che come si sa è sempre in agguato quando ci si cimenta con le leggi (e gli avvocati) di questo nostro amatissimo Paese.
Naturalmente, oggi siamo tutti un po' più rassicurati rispetto al recente passato. Soprattutto sul fatto che un attento esercizio della prudenza, nella controversa materia, sia di gran lunga preferibile ad una certa (malintesa, ahinoi) libertà di espressione ...
Parola di Sua Santità
«Cambiare religione non è mai positivo. È un’azione che può generare grande confusione nello spirito. Sono rare le persone che traggono benefici da un cambiamento spirituale. Che d’altra parte non è affatto necessario: tutte le religioni portano in sé delle possibilità di guarire l’anima».
Da un’intervista concessa dal Dalai Lama a Geo e pubblicata in parte sul Giornale di oggi (rispondendo a una domanda sui numerosi cristiani che si convertono al buddismo). Il concetto espresso da Sua Santità non è una novità per lui, ma potrebbe esserlo per qualche spirito entusiasta di passaggio da queste parti. Magari, dopo aver sistemato le trasmigrazioni interreligiose, la prossima volta il Dalai Lama dirà qualcosa di altrettanto tranchant sui «sincretismi», sempre con riferimento alle tentazioni più diffuse tra i cultori della religione fai-da-te.
Popper e i suoi detrattori
November 14, 2007
Morire due volte
Le tragedie vere ed autentiche, malgrado il termine “teatrale” col quale, appunto, vengono designati certi eventi, non sono quelle che possono essere rappresentate davanti a un pubblico, essendo troppo intime per poter essere condivise e troppo profonde per poter essere dichiarate, o urlate, o comunque date in pasto ad una folla, plaudente o piangente che sia, o tutte e due le cose insieme. Una famiglia romana ha oggi seppellito un figlio, un ragazzo morto in circostanze che attendono di essere chiarite definitivamente e senza reticenze. Il dato tremendo, irreparabile, è questo. Niente e nessuno può consolare quella famiglia, o almeno nulla che sia di questo mondo. Non certo la partecipazione di massa ai funerali di quel povero ragazzo. Neppure in un’epoca in cui tutto, ma proprio tutto, diventa spettacolo, e in cui, forse, solo l’esteriorizzazione di qualcosa trasforma quel qualcosa in un evento meritevole di pubblica considerazione e commozione.Per questo, cioè, per così dire, a causa della sproporzione tra il danno e la (tentata) riparazione, a qualcuno—non molti, credo—capita di detestare dal profondo del cuore, se non tutte, quasi tutte le rappresentazioni pubbliche del dolore. Un altro discorso, in ogni caso, è stringersi intorno alla bare avvolte nel tricolore di soldati caduti nell’adempimento del dovere, in nome e per conto di un intero popolo, la cui bandiera, appunto, si è scelto di servire, se necessario, fino al supremo sacrificio. Il tifo calcistico è palesemente un’altra cosa. L’emblema di una squadra di calcio, con tutto il rispetto, non è sullo stesso piano del simbolo di un’intera nazione. Al di là di tutte le degenerazioni sciovinistiche, alla bandiera nazionale è dovuto un rispetto che va oltre ogni spirito di parte, mentre al vessillo di una squadra di calcio si può essere affezionati, ostili o indifferenti, senza alcun problema. Chi non avverte la “differenza” non è neppure degno di essere cittadino di una nazione.
Viste alla tv, le scene di dolore e disperazione di oggi erano tremende. Molti si saranno identificati nel dolore di un padre e di una madre, di un fratello e degli amici più stretti, e tutti avranno pensato che morire a ventisei anni e in quel modo è qualcosa che va al di là di qualsiasi discorso. Ma c’era qualcosa che stonava: quell’essere tifosi in un momento in cui il tifo non c’entrava più nulla, se mai c’è stato un momento in cui c’entrava. E non solo: stonava che, in teoria, tra i tanti commossi presenti potesse esserci qualcuno che alla vita di un poliziotto non dà lo stesso valore di quella di un tifoso. Mi è capitato di pensare che onorare così quel ragazzo morto sarebbe stato, nel caso, come ucciderlo un’altra volta, e in maniera altrettanto idiota. Mi è capitato di compiangere una famiglia anche perché, nel caso, avrebbe potuto far poco o niente per evitare una simile evenienza.
November 11, 2007
Senza senso
Un tifoso ucciso da un poliziotto che avrebbe esploso due colpi—di cui uno andato tragicamente a segno—a seguito di una rissa scoppiata tra opposte tifoserie in un’area di servizio in autostrada. «Un tragico errore», secondo il ministro dell’Interno, che ha rilevato come «ancora una volta un giovane è morto in circostanze legate alla violenza che ruota intorno al calcio». Una violenza che, ha puntualizzato Giuliano Amato, «costringe tutti i fine settimana migliaia di uomini e donne delle forze dell'ordine a presidiare autostrade e città per evitare il peggio». Sinceramente, e con tutto il rispetto per Amato, questo tipo di approccio non sembra particolarmente appropriato: che i tifosi abbiano, in generale, le loro colpe è indubbio, ma in questo caso specifico, dispiace dirlo, si fatica a cogliere il nesso di causa-effetto, almeno sul piano delle proporzioni. Che uno, di solito, faccia il tifo per le forze dell’ordine non può e non deve influenzare che fino a un certo punto il giudizio. C’è un limite a tutto. Ma stiamo a vedere, ci mancherebbe, magari salta fuori qualcosa che spiega tutto (è l’ultima speranza, ammettiamolo …).
Una studentessa inglese viene assassinata in casa sua, a Perugia. La sua coinquilina americana ritratta due o tre volte le sue deposizioni. Un musicista congolese sembra dapprima coinvolto in qualche modo, poi salta fuori un alibi. Fin qui nessuna sorpresa, suppongo, per gli appassionati del genere. Poi c’è il moroso dell’americanina, che anche lui sembra dapprima entrarci, poi no, poi forse. Normale. Ma che dire del fatto che il ventiseienne laureando, figlio di un urologo barese, abbia l’abitudine di girare armato di coltello a serramanico? Ma, attenzione, papà ci tiene a far sapere che trattasi di un collezionista, anzi, di uno che cambia coltello a seconda dell’abbigliamento. Notizia illuminante, certo. Uno ha solo la forza di sollevare un dubbio: possibile che nessuno, intorno a quel ragazzo—innocente o colpevole che sia—si sia mai sentito in dovere di esternargli la sensazione epidermica che la sua passionaccia per i coltelli, come minimo, fosse una cosa da pirla? No, direi che non è possibile. E dunque, se messo sul chi vive l’interessato non ha recepito il messaggio, che cosa dobbiamo concludere? Esercitiamoci, e chissà che nei prossimi giorni una risposta sensata non venga in mente a qualcuno.
November 9, 2007
Francesco, rimembri ancora ...
C’è una domanda angosciosa che mi perseguita da qualche ora, e come si sa, in questi casi "socializzare" è un espediente efficace per togliersi dalle ambasce. Dunque, la domanda è questa: Francesco De Gregori avrà nel frattempo cambiato idea su Walter Veltroni? Voglio dire: uno arriva al punto di voltare inopinatamente le spalle a un vecchio e caro amico, ritenendolo inadatto a guidare il partito del cuore, e questo in quanto lo ritiene affetto da quel male oscuro che Crozza ha sapientemente definito “ma-anchismo” (o roba del genere). Poi, a un certo punto, il povero Walter ha provato a metter fuori la testa un attimo per dire che, diamine, bisogna dare un taglio alle chiacchiere in materia di delinquenza e prendere provvedimenti drastici. Il risultato è che la sortita produce un decreto, certo, con qualche ambiguità, ma insomma una cosa quasi accettabile. Dopodiché rifondaroli, comunisti e verdi minacciano di far cadere il governo, e come se non bastasse pure D’Alema si risente. Insomma l’Unione è sul punto di spaccarsi. E allora che succede? Semplice, si prende il decreto e lo si stravolge, cioè, invece di andare nella direzione auspicata da Walter, vale a dire semplificare e accelerare le procedure di espulsione dei mascalzoni, si va a complicare ulteriormente quelle medesime procedure e tutto finisce in una bolla di sapone.Allora, mi domando, avrà finalmente capito il bravissimo cantautore che non è questione di Walter o non Walter ma della testa di quelli che lui, il leader, dovrebbe rappresentare e (eventualmente) guidare? Avrà capito, il bardo, che ad uno con le idee chiare come lui non resta che scegliere tra Diliberto e Bertinotti? E che, come dice un suo celebre collega e concittadino, tutto il resto (a sinistra) è noia?
Vabbè, fin qui era uno sfogo, adesso passiamo a cose più meditate, come l’editoriale del Foglio di oggi, al quale va riconosciuto il merito di affrontare l'argomento in maniera puntuale e lucida, ma senza per ciò stesso scivolare in una sorta di pessimismo cosmico ...
La mossa di Veltroni, che dopo l’orrendo crimine di Roma aveva imposto al governo di riunirsi d’urgenza per varare un decreto sulla sicurezza, sembrava l’annuncio di una nuova fase politica. Il neosegretario del Partito democratico cominciava ad applicare concretamente il suo slogan sulla discontinuità, con il corollario del “chi ci sta ci sta”. E’ bastata una settimana, però, perché il quadro mutasse radicalmente. Prodi ha accettato di dare al decreto (che di per sé era già zeppo di ambiguità) un’interpretazione soddisfacente per l’estrema sinistra, quella che aveva accusato Veltroni di accodarsi ai “fascisti”, Giuliano Amato gli ha dato una mano e anche Massimo D’Alema, che non aveva gradito l’irruenza veltroniana sui rapporti con la Romania, ha benedetto la virata a sinistra. Così il decreto è stato svuotato, come pare abbia detto lo stesso Veltroni al gongolante capogruppo di Rifondazione, partito il cui giornale festeggia apertamente la sconfitta dei democratici e inneggia alla “fortuna che arride ai coraggiosi”. Quel che si vede in controluce è un inasprirsi del dualismo tra Veltroni e Prodi, che non è affatto disposto ad accettare una supervisione critica del segretario del suo partito. Anche la costruzione piuttosto solitaria degli organismi dirigenti dei democratici, necessaria a Veltroni per poter esercitare una funzione e un potere non troppo vincolati ai vecchi potentati, ha provocato una reazione tacita ma ruvida, che si è espressa nel capovolgimento del senso dell’iniziativa sulla sicurezza. Invece delle espulsioni (che avrebbero potuto e dovuto essere numerose anche senza violare l’ovvio principio della responsabilità personale) ci sarà una maggiore complicazione delle procedure, si cercheranno denari per finanziare i rom, insomma si farà il contrario di quanto annunciato. Veltroni così è rimasto in mezzo al guado e saranno in molti a congiurare per impedirgli di uscire di lì. Alla prima uscita ha potuto misurare la forza delle resistenze che gli si oppongono. Chissà se saprà farne tesoro.
November 8, 2007
No, non è la BBC
November 7, 2007
Giuliani wins Robertson's endorsement

“It is my pleasure to announce my support for America's Mayor, Rudy Giuliani, a proven leader who is not afraid of what lies ahead and who will cast a hopeful vision for all Americans.”
Those are the words with which prominent Christian leader and social conservative Pat Robertson announced his support for Republican presidential candidate Rudy Giuliani. This could obviously have a big impact on the presidential campaign by helping Giuliani to reassure Republican voters who have been wary of his support for abortion rights.
Rudy, said Robertson in a statement issued by the Giuliani campaign,
“took a city that was in decline and considered ungovernable and reduced its violent crime, revitalized its core, dramatically lowered its taxes, cut through a welter of bureaucratic regulations, and did so in the spirit of bipartisanship which is so urgently needed in Washington today.”
See here for more excerpts from Robertson's endorsement.
Penne magistrali
November 6, 2007
A Farewell to an Italian journalist
“He left us an extraordinary lesson in journalism,” Stefano Folli, an editorialist for Il Sole-24 Ore newspaper, said on Sky TG24 TV. In fact, it cannot be denied in any way that Enzo Biagi, who died Tuesday in a Milan hospital at 87, was a master. As Folli puts it, he spoke “an extraordinarily simple language.” Perhaps, I'd say, Biagi was first and foremost one of the few Italian journalists who had the courage and talent to speak and write that way. And that is why even those who rarely agreed with him on political issues—myself included—couldn’t help to be fascinated by his style of writing.In addition, Biagi was a terrific hard worker. As Corriere della Sera newspaper editor Paolo Mieli told the Italian news agency Apcom, “he used to tell me: 'If there's some assignment that some lazy journalist doesn't want, call me and I'll go.'” Laziness was actually unknown to him since he had alternated articles for many daily newspapers and magazines with TV work and writing a huge amount of books, mostly popular works—and several of them best-sellers in Italy. It was not by chance that famous satirist Sergio Saviane, referring to his prolificity and versatility, used to call him “Fenomeno Biagi.” But Saviane, who was himself a master, though of ambiguity, wasn’t entitled to appreciate Biagi’s legendary straightforward writing style.
Today, Italy mourns a “Witness of the Twentieth Century,” as many daily newspapers have chosen to title. But the statement doesn’t give the whole picture. If I had to pick a sentence that sums up Biagi's life I would like this quote by Biagi himself, recalled by his fellow colleague Gian Antonio Stella in the Corriere della Sera, to be it:
I would have been a journalist even without pay—thank goodness my publishers have never realized it.
November 4, 2007
La parola ad Ahmed
Grazie al cielo, stamane, a toglierci dall’imbarazzo c’era Lorenzo Mondo, che su La Stampa, a sua volta, si è fatto sollevare dall’obbligo di dire la sua affidando l’ingrato compito a qualcun altro: Ahmed, un cameriere tunisino che da anni vive e lavora in Italia.
«Qui mi trovo abbastanza bene, rispetto le leggi del mio nuovo Paese e sono in genere rispettato. Ma c’è una cosa che non capisco. È la vostra tolleranza nei confronti di chi si comporta male, in particolare gli stranieri che abusano dell’ospitalità. Per i delinquenti - siano nordafricani, nigeriani o romeni - dovrebbe esserci la prigione o l’espulsione, senza attenuanti».
[…]
«In Italia ci sono governi che non valgono niente, chiudono gli occhi e basta. Da noi, in Tunisia, anche i soli atti di teppismo vengono repressi con severità. È l’impunità ad attirare qui tante persone che non hanno né la possibilità né la voglia di lavorare. Così si alimenta la diffidenza e la chiusura nei confronti degli immigrati onesti».
[…]
«Sembra una cosa piccola ma non lo è. Ogni mattina, uscendo di casa, getto lo sguardo sul giardinetto vicino, dove mio figlio potrebbe prendere aria, giocare con altri bambini. Quello spazio è invaso dal degrado: panchine spezzate o divelte, cespugli con siringhe infette, un tappeto di bottiglie in frantumi. Sono le tracce dei loschi traffici, delle risse e degli schiamazzi notturni. Come è possibile vedere ogni giorno un simile spettacolo? Far crescere un figlio in questa sporcizia?»
Tutto giusto, tutto vero, ma a me ha colpito soprattutto quel sembra una cosa piccola ma non lo è. In effetti non lo è. Noi tutti siamo le vittime di questo inganno, ma non tutti nello stesso grado—e questo vale per i cittadini come per i governi—ne portiamo la responsabilità. Dall’amministrazione dello Stato a quella della giustizia e dell’ordine pubblico, si è lasciato che, un giorno dopo l’altro, omissione dopo omissione, la nostra terra diventasse un tappeto di bottiglie in frantumi.
October 31, 2007
A Song For You
Willie Nelson, as I showed in a previous post, has always been a great admirer of Ray Charles. This is why, in his 70th birthday party at New York City's famed Beacon Theatre on April 9, 2003 (released on DVD as “Willie Nelson and Friends: Live & Kickin'”), he gave the world the opportunity to enjoy one of Charles’ last great performances.“A Song for You”—a slow, pained plea for forgiveness from an estranged lover, as Wikipedia puts it—is a 1970 pop classic song written and originally performed by Leon Russell, one of the most gifted pop songwriters and session musicians of the 1960's and 1970's.
In the video, from the above mentioned DVD, Willie and Leon take a verse of the song and let Ray finish it up, as only The Genius could (he also performed the song in his 1993 album “My World”). During Charles’ performance, as shown in the video, Willie was moved to tears, and I can easily understand why. How about you?
October 29, 2007
Clementina, guardati dal prete!
Dopo la denuncia di “pressioni e intimidazioni,” nonché di “tentativi di delegittimazione e di discredito posti in essere nei miei confronti da parte di soggetti istituzionali,” a Clementina Forleo non rimane che una protesta un po’ estrema: rinunciare alla scorta dei carabinieri. E’ appunto ciò ha fatto sabato mattina, a Pescara, subito dopo aver ritirato il premio «Paolo Borsellino» («perché—pare abbia detto la gip milanese—i vertici dell'Arma non fanno luce su quanto ho denunciato?»).Ce n’è, comunque, anche per i giornali:
«Quando sui giornali di tiratura nazionale, giornali qualificati, appaiono senza controllo, con la salvaguardia, per carità, del diritto di stampa, notizie false e tendenziose e di discredito di persone che stanno solo facendo il proprio lavoro, senza colore, e’ vergognoso».
«Vogliono dare di me l'immagine di un fiume in piena, di una pazza, una che sta perdendo l'equilibrio».
In questo contesto fanno impressione le parole di Luciano Violante (riportate da L’Unità):
«Mi sono schierato a favore della responsabilità civile dei giudici proprio perché ritengo sbagliato che i giudici si pongano come controparte del potere politico», inizia a dire Violante esprimendo poi «solidarietà umana» alla Forleo che si trova «evidentemente in un momento di difficoltà». Ma non risparmia le critiche, il presidente della commissione Affari costituzionali, sia nei confronti della gip di Milano sia nei confronti del pm Luigi De Magistris per aver partecipato alla trasmissione Annozero.
«Un magistrato non deve utilizzare i mezzi d'informazione per cercare consenso o farsi pubblicità», aggiunge. Anche su De Magistris Violante si augura che il Csm sbrogli la questione presto - dovrebbe pronunciarsi lunedì ndr - e sostiene che anche se l'avocazione dell'inchiesta "Why Not" da parte della procura di Catanzaro «è criticabile», «bisognerebbe leggere il decreto per stabilire chi ha ragione, chi ha fatto la ritorsione», inteso tra Mastella e De Magistris. Secondo Violante bisogna che la magistratura sa messa al sicuro da ingerenze del sistema politico ma non irresponsabile, ovvero - ha spiegato - che cerca consenso invece che nell'applicazione della legge sui mass media, perchè questo tipo di magistratura a suo giudizio è «pericolosa».
Pericolosa, certo. Per qualcuno, almeno, la Forleo è pericolosa. E queste parole, tristemente, lo confermano. Anche se sappiamo bene che cavalcare la tigre del giustizialismo non è più di moda tra coloro i quali, in una stagione ormai lontana, di quella pratica acrobatica avevano fatto una specie di religione. Dunque non è il caso di stracciarsi le vesti.
E tuttavia, di grazia, ci si consenta di dire che appunto fanno impressione il tono severo e il linguaggio sferzante di uno di quei “preti spretati.” Eppure anche questo non deve sorprendere: nelle chiese questo è un deja vu. Violante come quel Milingo, per dire, che era un magnifico scaccia-demoni e poi se non diventa profeta del libero amore poco ci manca. Uno si sente un po’ disorientato, d’accordo, ma poi tira dritto. La sindrome del prete spretato ha colpito ancora. E lo stesso vale per tutti quei giornalisti, direttori ed opinionisti che, al pari di Violante, hanno cambiato idea.Per quanto possa sembrare imbarazzante, però, questa storia ha un risvolto che, nel suo piccolo, non è meno bizzarro, vale a dire l’incredibile voltafaccia dello scrivente: in odore di eresia un tempo, ed oggi ... quasi crociato! Per Clementina Forleo.
Cosa penso di lei l’ho già detto di recente, quindi non mi sembra il caso di ripetersi (comunque, qui confermo tutto, parola per parola, a scanso di equivoci). Quello che volevo aggiungere, piuttosto, è una certezza: non ce la faranno, con lei. Non perché è solida come una roccia e impassibile come una sfinge (sto pensando a un ex Procuratore della Repubblica di Milano di cui ora mi sfugge il nome …), no, niente di tutto questo. Non ce la faranno semplicemente perché ha dalla sua la fredda ragione. Se poi volessimo aggiungere un tocco di romanticismo, ci metterei perfino quelle lacrime impreviste, quella commozione non soffocata, riflessi di una giovane donna che, oltre a una bella testa, ha anche un cuore.
Ad ogni buon conto, però, mi unisco anch'io—ma per opposte ragioni e con sincero affetto—a chi suggerisce alla coraggiosa gip milanese di aver cura di se stessa, perché effettivamente, come il grande Luigi Magni fa dire ad uno dei sui eroi romaneschi, «er prete è vendicativo» ...
October 27, 2007
Birmania, Tibet
Mentre, grazie ad Asia News, arrivano in Occidente le foto dell’orrore, che qui non ci sentiamo di riprodurre, un valido tributo alla causa birmana viene oggi dal Foglio, con un bellissimo articolo a firma di Carlo Buldrini, pubblicista e scrittore molto addentro ai problemi di quella parte del mondo. Dal 1971 al 2000, infatti, Buldrini ha vissuto in India, dove tra l'altro è stato addetto reggente dell’Istituto Italiano di Cultura (New Delhi). E' inoltre l'autore di In India e dintorni e Lontano dal Tibet, quest'ultimo pubblicato dapprima in India—e subito divenutovi un best seller—con il titolo A Long Way from Tibet.Sebbene nell'articolo si parli soprattutto del Tibet, emerge ciònondimeno in maniera charissima che le due storie non sono altro che le due facce della stessa medaglia. Buona lettura.
Lhasa. Il monastero di Drepung dista otto chilometri dal centro di Lhasa. Per raggiungerlo bisogna percorrere Beijing Xilu, il tratto occidentale della strada che attraversa l’intera capitale del Tibet. Il monastero è composto da sette grandi edifici: la sala delle assemblee, quattro collegi dei monaci e, un po’ separato dalle altre costruzioni, il Palazzo di Ganden. Il palazzo venne costruito dal secondo Dalai Lama e fu la residenza anche dei suoi due successori. Quando il quinto Dalai Lama costruì il Potala, il Palazzo di Ganden divenne la sede del governo tibetano.
Drepung era il più grande monastero del Tibet. Vi risiedevano più di diecimila monaci. Durante la Rivoluzione culturale gli edifici del monastero vennero usati come stalle e magazzini. Molti monaci vennero imprigionati. Altri furono costretti a lasciare l’ordine religioso dei Geluk e finirono a lavorare nelle Comuni popolari. Ancora oggi molti edifici minori del monastero, quelli addossati alla montagna, giacciono in rovina.
Nei primi anni Ottanta, dopo la “liberalizzazione” di Deng Xiaoping, il monastero ha iniziato a ripopolarsi. Oggi vi risiedono più di mille monaci. Le autorità cinesi li guardano con sospetto. Sanno che è in questo monastero che nascono le rivolte. Era già successo nel 1987.
Lunedì 21 settembre 1987 a Washington D.C., negli Stati Uniti, il Dalai Lama aveva parlato di fronte alla Commissione per i diritti dell’uomo del Congresso americano. Per la prima volta aveva esposto il suo piano di pace in cinque punti per il Tibet: trasformazione dell’intero Tibet in una zona di pace; abbandono da parte cinese della politica di trasferimento della popolazione; rispetto dei diritti dell’uomo e delle libertà democratiche per il popolo tibetano; ripristino e tutela dell’ambiente naturale; inizio di seri negoziati sul futuro del Tibet.
La sera del 25 settembre, a Lhasa, il telegiornale aveva mandato in onda 60 secondi di immagini della visita del Dalai Lama negli Stati Uniti. Il commento che le accompagnava fu durissimo. Il Dalai Lama venne accusato di essere un “criminale che vuole dividere la madrepatria”. Ma la propaganda cinese ebbe l’effetto contrario. Molti abitanti di Lhasa si recarono nel monastero di Drepung per fare offerte in denaro ai monaci e chiedere di pregare per il Dalai Lama. Fu a quel punto che alcuni giovani monaci del monastero decisero che le preghiere non bastavano più. Il 27 settembre, ventuno di loro, percorsero il Barkhor di Lhasa con una bandiera tibetana in mano e al grido di “Bod rangzen, Tibet indipendente”. La repressione della People’s Armed Police (Pap) fu violenta.
Il 1° ottobre 1987 e il 5 marzo dell’anno successivo le proteste riesplosero. Il segretario del Partito comunista della Regione autonoma del Tibet proclamò allora la legge marziale. Il segretario del partito era quell’Hu Jintao che ricopre oggi la carica di presidente della Repubblica popolare cinese.
1987-2007: vent’anni dopo. Il copione sembra ripetersi. Il 17 ottobre di quest’anno, a Washington D.C., il Dalai Lama riceve dalle mani del presidente, George W. Bush, la Medaglia d’oro del Congresso americano, la più alta onorificenza civile concessa dagli Stati Uniti. A Lhasa, in Tibet, i monaci di Drepung sono in festa. Dipingono con la calce bianca la facciata del Palazzo di Ganden, la residenza dei primi Dalai Lama. Sulla piccola strada asfaltata che conduce all’edificio disegnano gli otto simboli del buon auspicio: il prezioso parasole, l’insegna della vittoria, la conchiglia bianca, i due pesci d’oro, il vaso del grande tesoro, il nodo dell’eternità, la ruota con gli otto raggi e il fiore del loto. Simbolicamente preparano il ritorno del Dalai Lama nel suo antico palazzo.
Molti laici si uniscono ai festeggiamenti. Recitano preghiere ed eseguono il rituale del “Sangsol” che consiste nel bruciare incenso e gettare in aria manciate di “tsampa”, la farina d’orzo tostato. E’ allora che tremila uomini del Public Security Bureau (Psb) e della Pap circondano il monastero. Molti monaci vengono picchiati. Corre voce che uno di loro sia morto.
Ma i festeggiamenti per la consegna della medaglia d’oro al Dalai Lama non si limitano alla sola Lhasa. Anche i tibetani delle lontane province del Qinghai (la regione tibetana di Amdo) e del Gansu eseguono il rituale del Sangsol e fanno esplodere mortaretti in segno di giubilo. Anche su di loro si abbatte la repressione cinese, secondo lo stesso copione di quella birmana: ieri la polizia a Rangoon è tornata a circondare i templi buddisti, centri della protesta del mese scorso.
In Tibet, come in Birmania, è nei monasteri – secondo Human Rights Watch ieri erano ancora assediati – che prendono forma le rivolte. Nelle buie stanze degli edifici religiosi è più facile riunirsi e organizzarsi. Quando poi i monaci vengono allo scoperto, si limitano a gesti simbolici. In Birmania, pochi giorni prima della rivolta dell’8 agosto 1988, colorarono di rosso gli occhi delle statue del Buddha. Durante la rivolta che ne seguì morirono più di 3.000 persone, di cui 600 monaci. Quest’anno, i “bhikku” hanno sfilato per le strade di Rangoon con le ciotole ricoperte di lacca nera e lucida, capovolte. Mostravano così di voler rifiutare l’“elemosina macchiata” dei generali e delle loro famiglie.
In Tibet, nel monastero di Drepung, è bastato ridipingere di bianco la facciata di un edificio per scatenare la repressione degli uomini in divisa cinesi. Ma il fuoco continua a covare sotto la cenere. Ha detto il Dalai Lama: “La nostra potrà essere una strada lunga e difficile, ma io credo che alla fine la verità dovrà trionfare”.
October 26, 2007
Draghi? Meglio di Grillo
Che gli stipendi italiani siano «più bassi che negli altri principali paesi dell'Unione europea», come ha rilevato il governatore della Banca d'Italia, Mario Draghi, dovrebbe indurre qualche seria riflessione (soprattutto da parte di chi capisce di economia, ma non solo, evidentemente). In dettaglio, secondo dati Eurostat relativi a industria e servizi privati, nel 2001-02, «la retribuzione media oraria era, a parità di potere d'acquisto, di 11 euro in Italia, tra il 30 e il 40 per cento inferiore ai valori di Francia, Germania e Regno Unito».Il fatto, poi, che le differenze salariali, rispetto agli altri Paesi, «tendano ad annullarsi per i lavoratori più anziani» potrebbe sollevare l’animo di questi ultimi, purché beninteso non si siano preoccupati di mettere al mondo dei figli.
Che, infine, «il differenziale» sia «minore nelle occupazioni manuali e meno qualificate», potrebbe gettare nel panico chi, all’istruzione dei figli, ha cercato o sta cercando, a costo di qualche sacrificio, di non far mancare niente.
Poi c’è chi si meraviglia che i giovani—preferibilmente precari e acculturati—abbiano trovato in Beppe Grillo il loro Vate. Fortunatamente, questo Paese riesce a produrre non solo comici e bloggers dotati di buon intuito e carisma personale. Ogni tanto viene fuori anche un governatore della Banca d’Italia che ha il coraggio di dire cose anche più sgradevoli (e altrettanto sacrosante).