March 10, 2008

Is Vladimir Putin a despot?

The Russian leader’s career since 1975 is the subject of The Age of Assassins: the Rise and Rise of Vladimir Putin, a new book by Yuri Felshtinsky and Vladimir Pribylovsky. But the book is, of course, also a history of Russia over the past 17 years. Furthermore, Felshtinsky and Pribylovsky try to to draw parallels between the Putin phenomenon and … some other familiar, old phenomena such as Stalin, Hitler, Mussolini, Mao Zedong. We want to know, they say, whether Putin is a despot or not, whether the world will see a new cold—or perhaps even nuclear—war.

From Oleg Gordievsky’s review in The Times of Friday, March 7, 2008:

The authors state that it should have become obvious by now that Russia's Government “would henceforth be run and be controlled by people who hated America and Western Europe, who had no experience in building anything, who acted in secrecy while belonging to an organisation of which - as with the Gestapo in Nazi Germany - not a single good word can be said in its defence”. It is difficult to disagree with this judgment.


Hat tip: David McDuff (A Step At A Time)

March 9, 2008

Dissociarsi è d'obbligo

Il tema del «capro espiatorio» non è nuovo nella storia politica italiana. Anzi, diciamo pure che è una costante. Destra e sinistra, da questo punto di vista, si assomigliano, ma il primato sembra che spetti alla seconda, come Ernesto Galli della Loggia sostiene sul Corriere di oggi, riferendosi all’atteggiamento del Pd—con la lodevole eccezione di Walter Veltroni—nei confronti di Romano Prodi.

Certo che si tratta di un triste primato, se pensiamo che la ricerca del capro espiatorio contraddistingue soprattutto popoli, comunità e gruppi non particolarmente evoluti, per così dire, e in qualche caso dediti a pratiche di «propaganda» non certo commendevoli.

Quella ricerca può essere talvolta ossessiva: vedasi il caso Craxi e, più recentemente, anche se con motivazioni e intensità diverse, la vicenda di Clemente Mastella. Ma più spesso è semplicemente “furbesca,” come appunto nel caso di Romano Prodi, “abbandonato” dal partito che lui ha inventato e contribuito a a far diventare ciò che è oggi.

Dissociarsi da questa abitudine «ignobile» credo sia un dovere civico, oltre che morale. Non perché si vogliano o si debbano minimizzare (eventuali) errori e responsabilità. Al contrario: malcostume, corruzione, malgoverno, ecc., sono fenomeni che vanno combattuti alla radice, non facendo finta che un comportamento scorretto o discutibile siano prerogativa di uno solo anziché di molti (o di tutti). Oltretutto, queste furbizie, che in passato hanno avuto molto successo, funzionano sempre meno al giorno d’oggi.

Dissociarsi, dicevo, è d’obbligo, anche a costo di farsi diventare simpatici Mastella e Prodi (non so se mi spiego ...) e di spezzare pubblicamente una lancia per loro. Tempo fa qualcuno blaterava di “superiorità antropologica” di qualcuno nei confronti di qualcun altro, beh, vediamo di non costringere gente che di siffatti concetti non ha mai saputo che farsene a diventare oggettivamente pionieri di questa nuova frontiera della diversità antropologica.

March 8, 2008

Two Gospel songs

Take two Bluegrass Gospel songs, add two of the greatest Folk & Country music performers ever, than let them be accompanied on the mandolin by one of the most ecleptic Country singers of his generation, and you’ll have the privilege to witness an unforgettable event: Emmylou Harris and Johnny Cash singing “Where the soul of men never dies” and “Shine on Harvest moon,” and Marty Stuart playing on mandolin …



March 7, 2008

Voi vi fidate?

Naa ...

Ode a Clemente

Beppe Grillo ha saccheggiato (e malmenato) un celeberrimo sonetto foscoliano per celebrare l'uscita di scena di Clemente Mastella. Noi gli dedichiamo la foto qui a destra, attingendo ad archivi altrui. Magari qualcuno, costretto dalle circostanze, ruberà un fiore dal giardino di qualcun altro e glielo invierà in segno di affetto e riconoscenza. Si vocifera, infine, che un famoso cantante napoletano abbia plagiato la canzone di un collega un po’ meno celebre e, con qualche ritocco a testo e musica, ne abbia tratto uno struggente omaggio alla persona dell’ex ministro della Giustizia.

Poi non si dica che questo è un Paese ingrato, che non sa riconoscere chi, tra i tanti, lo ha rappresentato degnamente nel corso di questi anni tempestosi …

March 5, 2008

Tibet: in marcia per tornare



Nel dicembre 2007 e gennaio 2008 le forze armate indiane e cinesi “si sono prese per mano” e hanno effettuato un paio di esercitazioni militari congiunte, la prima in territorio cinese, nella provincia dello Yunnan, la seconda a Chusul in Ladakh, in territorio indiano. “Hand-in-Hand,” appunto, è la denominazione piuttosto poetica che è stata data all’iniziativa. E poetico, perfino commovente, è lo scopo della stessa: “combattere il terrorismo e garantire la pace, la stabilità e la creazione di un «mondo armonioso».”

Il guaio è che adesso il confine tra i due Paesi è presidiato militarmente, palmo a palmo, sia a oriente che a occidente, e dunque sarà dura per i militanti tibetani che il prossimo 10 marzo partiranno da McLeod Ganj (Dharamsala), in India, e tenteranno di entrare nel Paese delle nevi con la loro “Marcia del ritorno in Tibet.” I partecipanti sono perfettamente consapevoli dei rischi cui andranno incontro, e giustamente chiedono che il mondo sappia …

“Abbiamo bisogno di volontari, di gente che lavori nei media, di scrittori, fotografi, bloggers. Abbiamo bisogno di infermieri, cuochi, tecnici. E abbiamo bisogno soprattutto delle vostre preghiere.”


Eccoci, siamo qui. Lunedì 2 marzo Carlo Buldrini ha raccontato il tutto sul Secolo XIX di Genova. Un altro articolo imperdibile, che potete leggere per intero qui di seguito.


Una marcia pacifica per la librazione del Tibet

L’hanno chiamata la “Marcia del ritorno in Tibet”. Partirà da McLeod Ganj (Dharamsala), in India, il prossimo 10 marzo. Sarà l’evento più importante del Tibetan People’s Uprising Movement, un movimento lanciato da cinque organizzazioni tibetane in esilio: il Tibetan Youth Congress, la Tibetan Women’s Association, il Gu-Chu-Sum Movement of Tibet e gli Students for a Free Tibet. Tre sono le richieste che queste organizzazioni fanno al governo della Repubblica popolare cinese: 1. Che vengano rimossi tutti gli ostacoli che impediscono un ritorno senza condizioni del Dalai Lama in Tibet. 2. Che il governo cinese inizi a smantellare quell’occupazione coloniale del Paese delle nevi che dura da quasi sessant’anni. 3. Che la Cina liberi tutti i prigionieri politici tibetani, primo fra tutti il giovane Panchen Lama, Gedhun Choeky Nyima.

Nell’annunciare il Tibetan People’s Uprising Movement 2008, gli organizzatori hanno fatto esplicito riferimento all’insurrezione di Lhasa del 10 marzo 1959. Quel giorno, trentamila abitanti della capitale del Tibet circondarono il Norbulingka, il Palazzo d’estate dove si trovava il Dalai Lama. I dimostranti volevano impedire al giovane Tenzin Gyatso di recarsi ad assistere a una rappresentazione teatrale organizzata in suo onore a Silungpo, la sede del comando militare cinese a Lhasa. Tra i tibetani si era infatti sparsa la voce che i cinesi volessero rapire il Dalai Lama e portarlo con la forza a Pechino. La protesta degli abitanti di Lhasa sfociò in un’aperta rivolta. La notte del 17 marzo 1959 il Dalai Lama, con indosso una divisa militare e un fucile a tracolla, uscì dal Norbulingka e iniziò la sua fuga verso l’esilio indiano. La repressione della rivolta da parte degli uomini della People’s Liberation Army fu spietata. Provocò 87.000 morti tra i tibetani che cercarono di resistere. Il dato lo si trova nello stesso “Rapporto politico” dell’Esercito di liberazione popolare cinese del 1960.

Anche la “Marcia del ritorno in Tibet” che inizierà il 10 marzo 2008 ha un preciso riferimento storico. “A ispirarci è stata la ‘Marcia del sale’ di Gandhi e dei suoi satyagrahi del 1930” dice Tenzin Tsundue, una delle figure di riferimento per tutti i giovani tibetani in esilio. Così come il Mahatma, con la sua marcia, sfidò l’impero britannico in India, altrettanto vogliono fare i tibetani nei confronti della Repubblica popolare cinese. Sperano di poter raggiungere il confine del Tibet alla vigilia delle Olimpiadi di Pechino dell’agosto 2008. “Il nostro impegno a portare avanti una protesta non violenta è assoluto” dice Tsewang Rigzin, il presidente del Tibetan Youth Congress. Gli fa eco Tenzin Tsundue: “Dobbiamo capire una volta per tutte che la violenza, l’impugnare le armi, è un modo desueto per cercare di ottenere l’indipendenza. La nostra marcia costituirà una sorta di ‘sadhana’, un tributo spirituale a quella verità e a quella giustizia che ci ispirano nella nostra azione”.

Ma per i tibetani che si metteranno in marcia si prospettano giorni difficili. Nel dicembre 2007 le truppe indiane e quelle cinesi hanno effettuato un’esercitazione militare congiunta presso l’Accademia militare di Kunming, nella provincia cinese dello Yunnan. L’esercitazione è stata chiamata “Hand-in-Hand 2007” e ha avuto per obiettivo “il combattere il terrorismo e il garantire la pace, la stabilità e la creazione di un ‘mondo armonioso’”. Nel gennaio 2008 la stessa esercitazione congiunta è stata ripetuta a Chusul in Ladakh, in territorio indiano. Il confine tra India e Repubblica popolare cinese è dunque presidiato militarmente, palmo a palmo, sia a oriente che a occidente. I militanti tibetani non hanno fatto sapere da quale punto del confine intendono entrare nel Paese delle nevi. Tutti i partecipanti sono comunque coscienti dei rischi e dei pericoli a cui vanno incontro. Molti, alla vigilia della marcia, hanno donato tutti i loro averi, mettendo in conto la possibilità di non fare ritorno. Ed è per questo che chiedono di non essere lasciati soli. Dicono: “La nostra marcia offre a tutti la possibilità di partecipare a uno storico movimento non violento. Con esso vogliamo ottenere la libertà per un paese che, ancora oggi, è tenuto soggiogato. Unitevi a noi. Sosteneteci in qualsiasi modo possiate. Abbiamo bisogno di informare la gente della nostra marcia. Cammineremo per sei mesi. Potete unirvi a noi come sostenitori, per un giorno o anche per una sola ora. Oppure per una settimana o per un mese intero. Abbiamo bisogno di volontari, di gente che lavori nei media, di scrittori, fotografi, bloggers. Abbiamo bisogno di infermieri, cuochi, tecnici. E abbiamo bisogno soprattutto delle vostre preghiere”.

Who was J. S. Bach?

Two interesting links for J.S. Bach’s lovers and worshippers (via Norm):

> More than 250 years after the German composer's death, the face of Johann Sebastian Bach has been recreated by experts at Dundee University (UK).

> J.S. Bach in the Twenty-First Century: The Chapel Becomes a Larder, in “Hudson Review,” Winter 2008, a long article by Harold Fromm. Although Fromm doesn’t want to serve as a reviewer of the recent books by Geck, Wolff, and Williams, he refers to them, and acknowledges his debt to these erudite scholars and musicologists.

[Johann Sebastian Bach: Life and Work, by Martin Geck. Foreword by Kurt Masur. Trans. by John Hargraves. Harcourt. J. S. BACH: A Life in Music, by Peter Williams. Cambridge University Press. Johann Sebastian Bach: The Learned Musician, by Christoph Wolff. New York, London, 2000]

March 3, 2008

The eternal Roman and Mediterranean soul

Ostuni, PugliaIf it is not a mystery that, on the one hand, the Greek-Roman soul was intimately tied to Egypt and North Africa, it is also true that, on the other, the North-African regions are nowadays considered diverse and almost European by Sub-Saharan black people. Add to this that during the whole Middle Ages North Africans were the most powerful, civilised and wealthy among all Mediterranean and European folks, even though in these days the northern and southern shores of the Mediterranean tend to exchange their roles, since wealth has now moved to the north. Then consider that


many villages in southern Italy (or in so many Greek islands, not to mention Spain, who was under Arabic rule for so long) look Arabic or belonging in any case to the deep southern Mediterranean: take Ostuni, in Apulia, or Sperlonga, in the south of Latium; then look at Sidi Bou Said in Tunisia (see picture above). They are almost identical, belonging to a very similar culture, whether we like it or not, because during the Middle Ages the winning model came from the southern Mediterranean coasts, where civilization (and power) lay.


As a result, according to this Man of Roma’s delicious and thoughtful post, the differences between parts of Italy (and Greece, and Spain) and the North African Countries are not as great as someone might think. And all this while there are parts of Italy—most of the northern and central regions—that since centuries are basically “north-oriented,” and had in the post-Second World War decades an economic, industrial, and socio-cultural growth that made them some of the richest and most developed areas of Europe (while about half of the southern regions still lay in a state of disrepair).

By the way, perhaps that is also why to rule this Country has always been such an “impossible” task—being Italy a too long peninsula … as well as the outcome of very different historical courses and destinies.

To conclude, though I’m not sure I fully agree with Man of Roma—I would prefer to stress the differences rather than the similarities between Southern Italy and the North African Countries—, I recommend a careful reading of his post, supposing that you like travelling through time and space as much as I personally do.

February 29, 2008

Somewhere over the rainbow ...

Somewhere over the rainbow
Way up high
There's a land that I heard of
Once in a lullaby

Somewhere over the rainbow
Skies are blue
And the dreams that you dare to dream
Really do come true


So goes the old Judy Garland song, whose lyrics depict a sweet tender girl's desire to escape from harsh reality of the world, to the bright, new world called Oz—well, it isn’t actually my aim to tell a fairy tale …, rather I am to tell a political story. Set in Italy, AD 2008. What has that story got to do with Judy Garland’s song? Er … nothing, nothing but the rainbow, a new bright (possible) world “where the dreams that you dare to dream really do come true,” and things like these, unimportant details. So what? Well, It’s just that I do love fairy tales …

From today’s Il Foglio:


The Rainbow Left is making an united front against all the Italian Military Missions abroad – in Lebanon, Afghanistan and the Balkans. Yet while the Prodi Government and its Union coalition were in charge the included Hard Left had voted for all of them in Parliament. Now their slogan is “Italy out of NATO”. This is a proposal that the old PCI – The Italian Communist Party – abandoned in 1976 when their Leader Enrico Berlinguer declared that he felt safer “under the NATO umbrella”. Moreover Fausto Bertinotti, the now Leader of the Hard Left La Cosa Rossa, who proposed leaving NATO in the 1994 Election, from then until now has been very careful not to repeat it. The front line politicians of the Pd – the centre left Democratic Party – underline all these Cosa Rossa policy position takings as a proof of the good reason – and of the inevitability – of their decision to run for election separately. Yet the argument could be turned upside down. It could be said however that it might be verily their decision to renounce unilaterally the preceding agreed policies of the left wing Prodi coalition government – and with this “the old two party system” – which has subverted that mechanism of “the constitutional inclusion of the extremes” which had been universally considered the Rainbow Hard Left’s most important achievement in government.
[Translation by Richard Newbury]

February 27, 2008

Ma sei tu il capitano di te stesso



Impagabile. L’appello ai suoi lettori di Giuliano Ferrara. Chiedere lumi, in un’epoca superficiale e presuntuosa—come le folle che questo tempo lo abitano e ci si trovano perfettamente a proprio agio—è di pochi, pochissimi. Sarà sicuramente preso di mira anche per questo. Ma giustamente, e fortunatamente, se ne farà un baffo.

Epperò, mica è facile raccogliere l’appello, dire qualcosa nel merito, addirittura dare consigli. A me sembra, comunque, che la pista giusta sia quella che da solo si è tracciato: “Ho già detto che se anche andasse male non importa, perché è già andata bene.” Infatti. E sarebbe già andata bene anche se non ci dovesse più essere alcuna lista di cui discettare. Missione compiuta, capitano, mio capitano. Poi fa' un po’ come ti pare: i gradi serviranno pure a qualcosa.

Chiesa press

An up-to-date directory (latest update, February 27, 2008) of Christian newspapers, radio, and TV from all over the world, included a link to new online Cuban journal ConVivencia. By Sandro Magister.

Don't Forget Burma


I am experiencing firsthand the benefits of being on Facebook. In fact, since I got my Facebook account a few days ago, I have been able to participate in groups such as “Support the Monks' protest in Burma,” and to receive—this very morning—“real-time” information about initiatives such as DON'T FORGET BURMA, that is

a new groundbreaking campaign launched to show the world that normal people have not forgotten Burma and to show the brave pro-democracy protestors who took to the streets a few weeks ago that the world has not forgotten them.


Since the media spotlight above Burma is dimming day after day, I think this is a very interesting way to draw people’s attention to the fact that now more than ever Burma needs their support!

Please go to http://www.dontforgetburma.org/ to see what DON'T FORGET BURMA is all about and do your part, as did the author of the above picture.

February 25, 2008

Bologna's new renaissance


Have you ever been in Bologna, the the capital city of Emilia-Romagna, in northern Italy? Home of the oldest university in the world, “Alma Mater Studiorum” founded back in 1088, the city is living a new renaissance. This could be the best time to pay a visit ...


For centuries, the northwest corner of old Bologna was an industrial zone, home to slaughterhouses, salt works and tobacco factories. But now the once neglected neighborhood, a 15-minute walk from the city center, is churning out a new commodity: art.
With a new museum, film center and concert hall, the wedge-shaped area — bounded roughly by Via Don Minzoni and Via Riva di Reno — has been refashioned into a new arts and cultural district known as Manifattura delle Arti, or Factory of the Arts ...
[The New York Times]

Identità cristiana o demo-cristiana?

Quando qualcuno tira in ballo l’identità cristiana dell’Italia, e lo fa con un certo clamore, nonché, si suppone, con tutte le migliori intenzioni di porre seriamente la questione, non si può far finta di niente. Anche se non sei esattamente entusiasta di affrontare il problema, e questo, diciamo, perché si tratta di un argomento piuttosto esposto a speculazioni, ti devi disporre all’inevitabile confronto di idee. Pierferdinando Casini, da qualche giorno a questa parte, afferma ad ogni piè sospinto di aver rotto con la Casa delle libertà proprio per difendere quell’identità, Ernesto Galli della Loggia ci scrive su un editoriale, e il gioco è fatto.

Ora, punto primo, sono talmente d’accordo con le osservazioni dell’editorialista del Corriere che potrei limitarmi ad un link sbrigativo, se non fosse che non credo assolutamente nella motivazione addotta dal leader dell’Ucd. Penso, infatti, che Casini abbia rotto con Berlusconi per ragioni, diciamo così, di “appartenenza partitica”—che poi, come ho già scritto in qualche occasione, considero assolutamente legittime, perché salvaguardare l’identità della propria formazione politica è il compito di qualsiasi leader che si rispetti. Casini ha difeso un’identità, ma non, appunto, quella cristiana dell’Italia, bensì quella del suo partito. Legittimo e doveroso, a patto, naturalmente, che si ritenga prioritaria questa esigenza rispetto ad altre, quali, ad esempio, l’opportunità di unire le forze in vista di una maggiore efficacia, poniamo, nella lotta contro chi è in grado di minacciare l’identità cristiana della nazione.

Sul perché Casini abbia scelto in un modo anziché in un altro si può tirare a indovinare. Personalmente penso che il fattore personale—l’aspirazione a non farsi fagocitare all’interno del Popolo della libertà, un partito dominato da Berlusconi e Fini, con quest’ultimo in pole position (chiedo scusa per l’espressione un po’ banale) per la futura ed eventuale successione al capo—abbia giocato un ruolo determinante. Ben inteso, anche questo è legittimo, visto che l’ambizione, in politica, non è una colpa.

Che poi, dall’interno della Chiesa, si sia levata qualche voce a corroborare la lettura casiniana della rottura è una cosa spiegabile con un’altrettanto legittima preoccupazione: quella appunto della Chiesa di avere un partito che risponda innanzittutto ad essa, in forza del nome che porta e del simbolo che campeggia sui manifesti elettorali. Ma anche questo non c’entra nulla con l’identità cristiana del Paese. E a questo punto il rinvio a Galli della Loggia è automatico: si veda come il professore ha demolito la pretesa indispensabilità di un partito esplicitamente cristiano in ordine al conseguimento degli obiettivi identitari di cui sopra.

Di mio sottolineerei che quasi mezzo secolo di Democrazia cristiana ha prodotto una tale noncuranza per l’istituto della famiglia da far arrossire chiunque metta a confronto le concrete politiche per la famiglia che vigono in paesi come la Francia e la Germania con quelle (non) in vigore da noi. Per non parlare di moralità pubblica e privata, come giustamente ricorda Galli della Loggia.

Infine, a voler essere davvero pignoli, non trascurerei neanche la dubbia (quanto meno) coerenza personale con i valori e i canoni di comportamento del cristianesimo. Insomma, la solita storiella di quello che ama talmente la famiglia da ritenere opportuno avercene due … Insomma, perfino il laicissimo Veltroni ha saputo fare di meglio. Un minimo di pudore non guasterebbe. E con questo ho esaurito la scorta di moralismo (per fortuna).

February 23, 2008

La verità (secondo Sartori)

Certo, alle elezioni i partiti un qualche programma lo devono presentare. Ma oramai è chiaro che non si possono permettere di presentare tutto il programma. Perché oramai è chiaro che chi lo fa onestamente, perde le elezioni.


Lo scrive Giovanni Sartori sul Corriere di oggi. Ogni tanto, anche durante una campagna elettorale, capita che qualcuno—che però non c’entra direttamente (con la campagna)—scriva la verità.

February 20, 2008

'Let no one touch the unborn child'

He is the man who first proposed, after a resolution calling for “a moratorium on the death penalty” was adopted by the General Assembly of the United Nations on December 18, 2007, another moratorium, that on abortion (see my previous post for details). Here is an interview with editor of Il Foglio Giuliano Ferrara by Inside The Vatican - Monthly Roman Catholic News Magazine.

February 19, 2008

Magris, Bobbio e Ferrara

Torno sull’argomento “aborto” e questioni politico-culturali annesse e connesse affrontato in un post di qualche giorno fa, per segnalare l’intervento di Claudio Magris sul Corriere di oggi. L'8 maggio del 1981, alla vigilia del referendum, quel “maestro laico di diritto e libertà” che è stato Norberto Bobbio rilasciò a Giulio Nascimbeni una celeberrima intervista per il Corriere della Sera. Pro-life, senza riserve. Magris giustamente celebra il maestro, dopodiché si domanda (e autorisponde):

Perché in un momento in cui si cerca non di toccare la legge 194 — cosa che dovrebbe tranquillizzare tutti, perché è essa che consente di abortire, dichiarando peraltro esplicitamente che l'interruzione della gravidanza non è un mezzo per il controllo delle nascite— bensì di creare una cultura consapevole della realtà dell'aborto, così pochi (tra i quali il Foglio) ricordano Norberto Bobbio e queste sue parole di assoluta chiarezza, molto più difficili da dire allora che non oggi? Forse perché dette in tono pacato, problematico, con l'animo di chi aborre le eccitazioni collettive e le scalmane di piazza, mentre oggi prevale chi le ama e se ne inebria, anche quando si rivolgono contro di lui, ed è felice solo nella ressa dello scontro, nel fumo della battaglia (peraltro poco pericolosa), che invece poco si addice alla ritrosia subalpina di gente come Bobbio o Einaudi?


La domanda è molto più interessante della risposta. Così la pensa anche Giuliano Ferrara, che sul Foglio prende bensì atto di quello che gli è sembrato “un giudizio aspro e indiretto su un Giuliano Ferrara che non esiste, uno scalmanato adoratore delle piazze e della rissa,” ma minimizza pensando alla pars construens del ragionamento, cui riserva una calorosa accoglienza. In effetti fa benissimo. Che poi Magris abbia davvero voluto attaccare il direttore del Foglio è un punto sul quale credo che si potrebbe discutere. Una cosa, a mio modestissimo avviso, è certa: se l’intenzione era quella è riuscito a camuffarla molto bene, tanto che uno può tranquillamente ignorare questo aspetto è concentrarsi sull'altro ...

February 18, 2008

Approdi

Sono approdato su Facebook, e questo è solo un post di prova per controllare una cosa. A risentirci presto (oggi stesso, più tardi).

February 17, 2008

Veltroni's challenge to political inactivity

Alex, at Blog from Italy, was kind enough to sum up what I have been writing (in Italian) in the last months about the new head of Italy's centre-left Democratic Party Walter Veltroni.

To tell the truth, even though in the last months I maintained a positive attitude towards Veltroni, I am bound to say that … I won’t vote for him. And this for many good reasons, including his support for Prodi’s government, that is, in my opinion, one of the worst governments this country had ever suffered. Nevertheless I think former Mayor of Rome is the best of his bunch. He is trying to provide Italy with a modern and responsible left and a more effective and stable political system.

Above all I welcome his announcement that the PD would run on its own, without the squabbling Catholic-to-communist coalition allies that brought Prodi down. It was a big break from the choice of bickering coalitions Italians are usually faced with, and also, I dare say a move which symbolizes an even bigger break.

As a result, in turn, Silvio Berlusconi has called on centre-right parties to run under the slogan “People of Freedom”—not only a single banner for the election, but also the embryo of a new single centre-right party that will include the right-wing National Alliance and form a federation with the Northern League, in a bid to avoid the shaky coalition that weakened his own previous government.

As Veltroni himself said at Rai Uno's tv talk show Porta a Porta,

'There is a small earthquake in the world of Italian politics. This will be the outcome: we have ended a government experience with the radical left and are presenting ourselves as a large centre-left force. The centre-right has ended an experience with centrist forces and now that axis is moving to the right. This is the novelty. An element of clarity that will allow citizens to make their choice.'


Well, I’d rather say one more element of clarity.

To conclude, award to merit. I wish Veltroni continue taking forward the modernisation of both the left and Italian political system. But, I’d say possibly by staying in opposition ...

February 13, 2008

Non possumus

Fa bene o fa male Giuliano Ferrara a voler presentare una lista pro-life e quindi a candidarsi al Senato? Ha fatto bene o ha fatto male Silvio Berlusconi a consigliare al suo consigliere (ieri, a Porta a porta) di lasciar perdere? Sono due domande solo apparentemente ordinarie, giacché sotto le mentite spoglie della cronaca politica quotidiana, sottendono problematiche maledettamente serie, come spero di riuscire a dimostrare prima della conclusione del post. Sono domande, cioè, alle quali si può tentare di rispondere seriamente solo dopo una riflessione sufficientemente approfondita e di ampio respiro. Quindi, per esempio, niente dietrologie: ce ne sono già che metà bastano in circolazione.

Una buona base di partenza per una discussione appropriata potrebbe essere il ragionamento svolto da Pierluigi Battista sul Corriere di oggi. Ferrara e Pannella, sostiene Battista, andrebbero aiutati dai due partiti maggiori a raccogliere le firme necessarie a per poter presentare le rispettive liste. Il Pdl, cioè, dovrebbe dare una mano al direttore del Foglio, mentre il Pd dovrebbe fare la stessa cosa con Pannella. Perché? Perché quei due, che “si battono sui valori e sui principi” e sono i campioni di due opposte sensibilità sulle questioni che chiamano in causa le scienze biomediche e l’etica pubblica, terrebbero acceso “il libero conflitto delle idee” e “renderebbero la prossima contesa più ricca, più colta, meno asfittica.” Di questo, appunto, ci sarebbe bisogno, nel momento in cui i grandi partiti “finalmente si aggregano sui programmi secondo un ferreo schema bipolare.”

E si badi bene, argomenta giustamente il vicedirettore del Corriere, che

le liste di Pannella e Ferrara sono una cosa ben diversa dai micropartitini che proliferano dietro un capo, un territorio da controllare, una clientela da soddisfare, una marginale rendita di posizione che diventa fatalmente cruciale nell'instabilità frammentata in cui è appena affondata una legislatura.


Il ragionamento è indubbiamente interessante. Opportuna la distinzione tra partitini e formazioni “piccole per dimensioni e struttura,” ma che “conservano il talento di promuovere grandi idee e battaglie civili.” E giusta la preoccupazione di tenere alto il livello della campagna elettorale sulle questioni che investono la vita, la morte, le bioscienze, la bioetica. Battista, però, basa il proprio discorso su un presupposto che potrebbe benissimo essere respinto: che le due liste siano effettivamente in grado di elevare il dibattito, nel senso che non ci sia il rischio, piuttosto, di indirizzarlo su un binario sbagliato: quello, ovviamente, della strumentalizzazione a fini elettorali di questioni che vanno ben oltre la dimensione politico-partitica. E’ vero che si rischierebbe di incorrere nello stesso gravissimo errore anche senza le liste di Pannella e Ferrara. Ma è altrettanto vero che le liste non riducono il rischio, semmai lo accrescono, dal momento che i promotori sono tutt’altro che super partes dal punto di vista della propria collocazione politica.

E allora? Come si può venir fuori da questo impasse? Semplicemente, credo, non se ne viene fuori. E questo per una ragione altrettanto semplice: perché i partiti e la stessa cultura politica italiana non sono affatto attrezzati per affrontare simili questioni con la dovuta serietà e sobrietà. Non mi metto a spiegare io come e perché, poiché l’ha già fatto egregiamente Ernesto Galli della Loggia in un editoriale pubblicato sul Corriere della Sera di ieri. Per dare un’idea, ecco cosa pensa Galli della Loggia dell’atteggiamento che sulle questioni di cui sopra ha la classe politica italiana, e questo, appunto, in forza della sua stessa cultura politica (o, come sarebbe meglio dire, “incultura”):

Riportare sempre tutto, anche fenomeni palesemente e radicalmente nuovi (che dimostrano di essere tali, tra l'altro, proprio tendendo a ridisegnare secondo linee inedite gli schieramenti del passato), riportare sempre tutto, dicevo, come ama fare la maggior parte della cultura italiana, nell'ambito tradizionale delle dicotomie Stato-Chiesa, laico-clericale, conservatore-progressista, mostra solo quanto quella cultura sembri interessata più che alla realtà, più che a comprendere la novità dei tempi, a mantenere ad ogni costo saldo e credibile l'antico universo dei suoi valori e dei suoi riferimenti.
[…]
Com'è possibile, mi chiedo, non accorgersi che l'intera impalcatura ideologica otto-novecentesca — di cui le dicotomie italiane di cui sopra sono parte — sta oggi diventando un reperto archeologico? Non accorgersi che sotto l'incalzare di due grandi rivoluzioni — e cioè dell'effettivo allargamento per la prima volta dell'economia industriale- capitalistica a tutto il mondo, e dell'estensione della tecnoscienza alla sfera più intima del bios — tutta la nostra vita sociale, a cominciare dalla politica, con le sue confortevoli certezze culturali e i suoi valori, deve essere ripensata e ridefinita?


Pigrizia intellettuale, conformismo, incultura. Come si può sperare che la questione dell’aborto venga trattata senza scadere nei toni della propaganda politica e dell’intolleranza?

Galli della Loggia, tuttavia, non fa di tutta l’erba un fascio. Qualcuno, in Italia, ha capito qual è la posta in gioco, e ha attivato tutte le proprie energie intellettuali e morali in questa sfida epocale: la Chiesa. Ed ecco spiegata la suggestiva immagine dell' «ondata neoguelfa», adoperata da Aldo Schiavone in un articolo di qualche giorno fa su la Repubblica. Secondo quest’ultimo,

nell'Italia di oggi, a causa del degrado della vita politica e dell'etica pubblica, starebbe andando ancora una volta in scena «un'antica tentazione» della nostra storia politica e intellettuale, vale a dire «la rinuncia allo Stato», percepito come qualcosa di fragile che «non ce la può fare», e la sua sostituzione con una sorta di «protettorato super partes» attribuito al Papa: fino al punto di fare del magistero della Chiesa «il custode più alto della stessa unità morale della nazione».


Galli della Loggia, evidentemente, non la pensa così, perché la denuncia di Schiavone guarda al presente con gli occhi del passato, ma non se la prende più di tanto. In fondo Schivane, pur dando una spiegazione inesatta del fenomeno, e attribuendogli una connotazione negativa, che se ne renda conto o meno ha registrato un dato di fatto: la Chiesa è diventata l’unica “agenzia” che, almeno in Italia, si sforza di rappresentare il bisogno di dare risposte adeguate alle sfide del nostro tempo. Questo spiega Giuliano Ferrara, Marcello Pera e gli altri “atei devoti.” E questo spiega altresì come tanti cattolici che avevano fatto della propria “laicità” culturale e politica una questione di principio, oggi si sentano traditi da quella cultura laica che avevano imparato non solo a rispettare profondamente, ma ad amare e a sentire “propria.”

Morale: lista o non lista, che Ferrara vada solo o sia dentro o collaterale a qualcosa, importa relativamente poco. Quel che conta è che ha capito ciò che altri non sospettano neppure. Quasi altrettanto si può dire per quanto concerne le appartenenze politiche dei credenti: se uno deve assolutamente scegliere tra le “pretese” di Dio e quelle, così spesso contrapposte, della propria (ex)parte politica (che non è lo stesso che dire "lo Stato"), finisce per prendere l’unica decisione sensata … E poi lasciamo pure che lo chiamino neoguelfismo o come pare a loro. La cosa interessa ancor meno del dilemma liste o non liste.