September 14, 2006

Zero, a dir poco

C'era qualcosa, a dir poco, di strano. E di noioso, demagogico, bugiardo e ipocrita. Qualcosa era anche discutibile, insopportabile e sciocco. Qualcos'altro faceva anche un po' schifo. Per non parlare del clima da compagnucci di merende tra alcuni dei presenti. Poi dice che c'era anche una bella idea e altre storie non male (o addirittura belle, non ricordo bene), ma io non le ho viste, perché non ho guardato tutto.

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E Riotta su Blair fu all'altezza di Riotta

Sarà pure il risultato di un “inciucio” o del “mezzo tradimento” di qualche esponente del centrodestra, come scrive Il Foglio, e Berlusconi potrà magari essersi infuriato, oppure no, ma la nomina di Gianni Riotta a direttore del Tg1 mi sembra una scelta giornalisticamente saggia e politicamente geniale. Perché evidentemente si tratta, da una parte, di un ottimo giornalista, e dall’altra di un professionista dotato di notevole senso politico—parlo di “fiuto” essenzialmente, qualità nella quale il Nostro penso abbia pochi rivali. Per dire, l’articolo uscito sul Corriere di ieri è magistrale per equlibrismo e furbizia (politica, appunto). Trattandosi di un subject come Tony Blair, del resto, non poteva che essere così, Riotta non poteva che scrivere quello che ha scritto: la verità, ma così ben presentata (ai lettori e agli assetti politico-editoriali del giornale) che uno quasi quasi rischia di capire una cosa diversa da quella che si vuol dire. Se non è un perfetto direttore del Tg1 questo, vorrei sapere a chi si potrebbe mai offrire l’ambito riconoscimento senza rischiare di fare una figuraccia.

Comunque, l’articolo su Blair si conclude così (è la parte migliore, da notare le citazioni colte, la classe insomma):

Lo smacco più grave viene però dall'adesione alla guerra in Iraq. E’ l'alleanza con Bush che costa a Blair la fine della simpatia mondiale, i fischi in Libano, il gelo in casa, dove le vignette lo ritraggono da maggiordomo alla Casa Bianca. E’, come nella tragedia greca, il fato che disfa l'eroe: perché Blair aderisce alla guerra condividendo molte delle riserve degli europei contro l'unilateralismo Usa, ma persuaso che se Washington fosse andata da sola a Bagdad la ripresa del dialogo sarebbe oggi più aspra. E’ Blair a indicare a Bush un percorso politico, attacco a Saddam e processo di pace in Medio Oriente per legittimare davanti alle coscienze islamiche il peso degli ideali di giustizia e democrazia.

Non basterà, Bush non è in grado di tessere il filo diplomatico intrecciandolo a quello militare, Blair paga la solitudine. Ora, mentre il serial tv della Abc critica Clinton per non avere subito attaccato Osama, Blair paga il fio per avere, a malincuore come Ulisse stanato da Palamede, attaccato Saddam. La lezione antica è che le democrazie riluttano sempre, fino alla fine, davanti alla guerra: perché gli elettori non la vogliono, e castigano i leader se gli esiti non sono quelli desiderati. Questo l'ultimo atto del
prodigio Blair: per ora.

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Pope Benedict's lectio magistralis

Pope Benedict XVI powerful lecture—or, as Francesco Botturi wrote in the Italian Catholic newspaper Avvenire, this “authentic lectio magistralis”—delivered on September 12 at the University of Regensburg, where Joseph Ratzinger himself held the chair in dogmatic theology and in the history of dogma from 1969 to 1971, must have left its mark on many of the scientists and scholars who attended the event.

Not only did the Pope say—in a thinly veiled attack on extremist Islam's justification for terrorism—the concept of Holy War goes against nature of God, he also blamed West and its secular rationalism for excluding God and alienating other cultures. This, notwithstanding the fact that Christianity, thanks to the encounter between the Biblical message and Greek thought, welcomes intellectual inquiry and always reveres the truth.

This leads directly to the issue of “faith and reason,” which is apparently the most important of all in the papal address.

The encounter between the Biblical message and Greek thought did not happen by chance. The vision of Saint Paul, who saw the roads to Asia barred and in a dream saw a Macedonian man plead with him: "Come over to Macedonia and help us!" (cf. Acts 16:6-10) – this vision can be interpreted as a "distillation" of the intrinsic necessity of a rapprochement between Biblical faith and Greek inquiry.

In point of fact, this rapprochement had been going on for some time. The mysterious name of God, revealed from the burning bush, a name which separates this God from all other divinities with their many names and declares simply that he is, is already presents a challenge to the notion of myth, to which Socrates’ attempt to vanquish and transcend myth stands in close analogy. Within the Old Testament, the process which started at the burning bush came to new maturity at the time of the Exile, when the God of Israel, an Israel now deprived of its land and worship, was proclaimed as the God of heaven and earth and described in a simple formula which echoes the words uttered at the burning bush: "I am". This new understanding of God is accompanied by a kind of enlightenment, which finds stark expression in the mockery of gods who are merely the work of human hands (cf. Ps 115). Thus, despite the bitter conflict with those Hellenistic rulers who sought to accommodate it forcibly to the customs and idolatrous cult of the Greeks, biblical faith, in the Hellenistic period, encountered the best of Greek thought at a deep level, resulting in a mutual enrichment evident especially in the later wisdom literature. Today we know that the Greek translation of the Old Testament produced at Alexandria - the Septuagint - is more than a simple (and in that sense perhaps less than satisfactory) translation of the Hebrew text: it is an independent textual witness and a distinct and important step in the history of revelation, one which brought about this encounter in a way that was decisive for the birth and spread of Christianity. A profound encounter of faith and reason is taking place here, an encounter between genuine enlightenment and religion. From the very heart of Christian faith and, at the same time, the heart of Greek thought now joined to faith, Manuel II was able to say: Not to act "with 'logos'" is contrary to God’s nature.


Read here the complete text of the lecture, but bear in mind that this text must be considered provisional, since the Holy Father intends to supply a subsequent version of it, complete with footnotes. Read also an anthology by Italian Vaticanist Sandro Magister of the homilies and speeches delivered by Benedict XVI during his six-day trip to his Bavarian homeland.

La lectio magistralis del Papa filosofo

Ci sarà tempo, nei prossimi giorni, settimane e mesi, per riflettere attentamente sull'autentica lectio magistralis tenuta da Benedetto XVI nell’aula magna dell’Università di Regensburg (o Ratisbona che dir si voglia). Di tutto ci può essere bisogno di fronte ad un tale evento meno che di commenti che non siano attentamente meditati e soppesati. E questo, penso, vale per tutti, dagli estimatori più entusiasti ai critici più severi, dai commentatori più ferrati a quelli, per così dire, più improvvisati (tra questi ultimi, naturalmente, mi ci metto anch’io, e ci mancherebbe altro).

Di conseguenza, per ora, mi limito a qualche suggerimento di lettura pescato qua e là. Su Avvenire, innanzitutto, si leggono un’intervista a Marta Sordi, nota studiosa del mondo classico, docente di Storia Romana alla Cattolica e autrice di numerosi libri, e un articolo di Francesco Botturi, professore di Antropologia Filosofica, anche lui presso l'Università Cattolica di Milano. Interessante anche l’editoriale del Foglio di mercoledì.

“E’ il manifesto dell’identità occidentale come identità ebraica, greca e cristiana,” scrive appunto il giornale di Giuliano Ferrara.

A Marta Sordi, invece,viene chiesto di chiarire un punto fondamentale nel ragionamento del Papa, cioè quello del rapporto tra cristianesimo e filosofia greca:

«La concezione del Dio cristiano, che corrisponde anche alla concezione greca e romana della divinità, è quella di un Dio logos, cioè parola e ragione. Non si tratta mai di un Dio dalla volontà arbitraria, al limite anche contro la ragione. E non si tratta mai di una religione che può essere imposta con la violenza. Un principio che resta valido anche nonostante la smentita pratica rappresentata dalle persecuzioni contro i cristiani: tanto che Tertulliano può rinfacciare ai romani di violare le loro stesse convinzioni.»

Francesco Botturi, per parte sua, mette in evidenza la «positività» del discorso di Benedetto XVI:
[L]a proposta del Papa è tutta sul versante positivo. Non si tratta affatto di «ritornare indietro» rispetto ai momenti di crisi dell'età moderna; si tratta al contrario di riconoscere «le grandiose possibilità» che «lo sviluppo moderno dello spirito (…) ha aperto all'uomo», a condizione, però, di un «allargamento del nostro concetto di ragione e dell'uso di essa», di un concetto di ragione liberato dalle restrizioni odierne dello scientismo e del tecnicismo e delle loro conseguenti «patologie». La fede cristiana per essere esperienza integra, dialogo reale, proposta autentica, ha bisogno di correlarsi ad una ragione, capace di domande grandi, sull'origine e sul senso, dotata del «coraggio» di tutta la vastità del suo ascoltare e del suo interrogare; ha bisogno di sapersi correlata al Logos.

September 13, 2006

Grazie per la pazienza

Due parole per scusarmi con i lettori per la scarsità di post negli ultimi tempi. Il punto è che, come si può facilmente intuire, sono stato assorbito quasi completamente da problemi tecnici relativi alla fase di trasferimento sulla nuova piattaforma. L’ultimo ostacolo è stato la creazione delle categorie, che purtroppo non rientrano tra i servizi forniti da Blogger (ma ancora per poco, dal momento che la nuova versione beta le prevede ...). Ho pertanto seguito il suggerimento di Nilo (grazie ancora!) e mi sono rivolto a del.icio.us. A questo punto le cose dovrebbero essere a posto—ma non mi meraviglierei troppo se qualche inghippo saltasse ancora fuori—e, di conseguenza, dovrebbe avanzarmi più tempo per postare con regolarità. Grazie per la pazienza e a risentirci quanto prima.

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September 11, 2006

In Memoriam - 9/11/2001


A tribute site and a tribute video to the victimes of 9/11


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Se la filosofia non salva

Tra gli «Approfondimenti» proposti da Acton Institute Italia (News & Commentary) spicca un articolo di Dario Antiseri che fa il punto su una questione sulla quale qui si è tornati più volte (anche in polemica con qualche altro blog). Dopo un riepilogo delle posizioni filosofiche di coloro che, nel corso del XX secolo, divinizzando l'uomo, hanno preteso di cancellare ogni spazio della fede, il filosofo propone una fede che è “grazia a parte Dei e opzione a parte hominis,” spiegando che non è certo alla scienza che spetta dirci quello che dobbiamo fare o insegnarci in che cosa possiamo sperare. E che la filosofia, purtroppo, non salva.

Molto, molto interessante, ma io non faccio testo: di solito sono d’accordo con Dario Antiseri …

Questa opzione a parte hominis sarebbe tuttavia impossibile in un universo in cui si dimostrasse che l'uomo è solo corpo; in un universo in cui quello scientifico fosse l'unico linguaggio dotato di senso; in un mondo in cui il senso della vita del singolo e dell'umanità nella sua interezza risultasse determinato da ineluttabili leggi di sviluppo della storia; in cui tutta la realtà si risolvesse nel solo universo fisico. Quindi, perché la fede sia possibile è necessario che prima vengano distrutti gli «assoluti terrestri», certezze presunte indubitabili, totalizzanti e negatrici della trascendenza. Un sapere assoluto è un uomo assoluto; e l'uomo assoluto fa sprezzantemente a meno del Redentore.
Ebbene, se il secolo XX si era aperto e, in parte, si era sviluppato, con movimenti filosofici accomunati dall'idea che «homo homini deus est» , esso si è però chiuso, nelle sue punte più avanzate, con la lucida consapevolezza di una riconquistata contingenza, con una luce chiara sui limiti della ragione umana. Ai nostri giorni non è più possibile nascondere l'inventario dei fallimenti di filosofie che, nonostante i loro grandi meriti, presumono di offrire razionali, incontrovertibili, fundamenta inconcussa radicati in una totale immanenza.
Progressivamente, ma sempre con maggiore insistenza, sono state erose e devastate le «grandi illusioni» generate da una ybris che ha alimentato l'abuso sistematico della ragione. All'interno di siffatto orizzonte riemerge più irreprimibile che mai la domanda metafisica: perché l'essere piuttosto che il nulla? Domanda metafisica che trova il suo nervo scoperto nella sofferenza innocente. Perché la sofferenza? Tale interrogativo - annotava qualche tempo fa Norberto Bobbio - , «è una richiesta di senso, che rimane senza risposta o, meglio, che rinvia ad una risposta che mi pare difficile chiamare ancora filosofica». 
Non è la scienza a dirci quello che dobbiamo fare. Non è la scienza a insegnarci in che cosa possiamo sperare. È per principio che la scienza non risponde alle domande per noi le più importanti. Il porro unum necessarium esula dalla ragione scientifica, e non è possesso della ragione filosofica: la filosofia non salva. La filosofia può portare a perdizione ma non salva. Per questo non si sarà mai grati abbastanza a quei pensatori i quali hanno insegnato che l'uomo non è il padrone del senso, che è un mendicante di senso. E che ci han fatto capire che «ormai solo un Dio ci può salvare».

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September 8, 2006

Rai alla grande con Bartali

E’ una novità per me parlare sul blog di una fiction televisiva. Sicuramente non ne ho titolo, dal momento che in questo campo mi sento particolarmente disinformato e distratto. Ma penso di poter dire ugualmente, in tutta umiltà, che Gino Bartali, l'intramontabile (2006)—ritrasmesso in nottata da Raiuno—mi è sembrato un film per la tv di squisita fattura.

Ottimamente diretto da Alberto Negrin e interpretato forse ancor mrglio da Pierfrancesco Favino (Bartali) e Nicole Grimaudo (la moglie del campione, Adriana), il film, una coproduzione Rai Fiction/Palomar Endemol, si è avvalso come se non bastasse delle musiche originali di Ennio Morricone.

Anche le dichiazioni del protagonista (che sottoscrivo) sono degne di nota—e testimoniano, quanto meno, la propensione dell’attore a “entrare” nel personaggio:

"Parlare di Bartali, che è una faccia che hai dentro e non sai perchè, significa parlare dell'Italia. Se uno dovesse scegliere dieci facce per rappresentare il nostro Paese Bartali ci sarebbe di sicuro. È un uomo che ha veicolato i valori che tutti abbiamo dentro: il lavoro, la famiglia, la fede. Queste sono le nostre radici e Bartali è il rappresentante meno bigotto di questa realtà e del passaggio dall'Italia rurale a quella industriale. Bartali fa capire che cosa è stata l'Italia, da dove veniamo".

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September 5, 2006

Ciao 'Cipe'

Per essere uno che è sempre stato interista, nella buona e nella cattiva sorte, sono magari eccessivamente distratto riguardo a quello che succede dentro, intorno e fuori della F.C. Internazionale, guardo troppo poco le trasmissioni dedicate al calcio, leggo ancor meno i quotidiani sportivi, ecc., ecc. Quindi anche di quel che faceva, pensava e diceva Giacinto Facchetti ho saputo pochissimo.

Ma forse c’è anche un’altra circostanza che giustifica la mia disinformazione: la natura schiva e riservata di quel grande, caro, vecchio campione, che faceva in modo che le sue uscite pubbliche fossero tanto sobrie e misurate quanto, inevitabilmente, poco appetibili dal punto di vista dei media. Ma oggi, in un momento così triste, l’informazione è giustamente straripante, e mi si è offerta l’occasione di colmare di colpo il gap. E ho ritrovato il Facchetti che era nascosto nell’archivio dei miei ricordi infantili e adolescenziali.

Ho ricordato quanto ho voluto bene a quel tipo che trasvolava da una parte all’altra del campo di gioco, leggero ed elegante—malgrado la forza di quelle «ali», cioè di quelle due pertiche che facevano assomigliare la sua corsa a quella di una cicogna che saltella o a quella di qualche altro simpatico animale dotato di leve altrettanto lunghe e potenti. E ho realizzato in maniera consapevole ciò che inconsapevolmente già sapevo, e cioè che quel suo carattere, quella sua lealtà, discrezione, dignità, o chiamatela come vi pare ché tanto sempre la stessa roba è, era la ragione di fondo per cui non incuriosiva più di tanto l’opinione pubblica—e, ad essere sincero, neppure me—quello che Giacinto Facchetti, detto Cipe, poteva dire, fare, pensare: di solito, quel genere di persone dice, fa e pensa semplicemente quello che ci si aspetta da uomini di quello stampo, cioè la cosa giusta. E la cosa giusta—sofismi vari e filosofie a parte—è esattamente il contrario di ciò che stimola la curiosità. E’ giusta e basta, crudamente giusta.

Cipe resterà nel cuore di molti. E non è solo un modo di dire, è che abbiamo bisogno di sapere che uomini come lui—uomini, non soltanto campioni—sono esistiti veramente, non in un film. E’ che abbiamo bisogno di confidare che altri ce ne siano, nascosti tra la folla, di Giacinto Facchetti. Per questo non è il caso di sottilizzare sull’iperbole che è dato di leggere sul sito ufficiale dell’Inter:

«Era già Sua la storia. Ora siede sul trono dell’Eternità.»

A volte si ha il diritto e il dovere di dar fiato “senza pudori” ai sentimenti più profondi.

Per concludere, qualcosa che si legge sul sito ufficiale dell’Inter.

Dalla lettera aperta di Massimo Moratti:

Qualche mese fa ti chiedevo un po’ scherzando un po’ sul serio come mai non riuscivamo ad avere un arbitro amico, tanto da sentirci almeno una volta protetti, e tu, con uno sguardo fra il dolce e il severo, mi rispondesti che questa cosa non potevo chiedertela, non ne eri capace. Fantastico. Non ne era capace la tua grande dignità, non ne era capace la tua naturale onestà, la sportività intatta dal primo giorno che entrasti nell’Inter, con Herrera che ti chiamò Cipelletti, sbagliandosi, e da allora, tutti noi ti chiamiamo Cipe. Dolce, intelligente, coraggioso, riservato, lontano da ogni reazione volgare.Grazie ancora di aver onorato l’Inter, e con lei tutti noi.

Dal commento di Susanna Wermelinger (Direttore Editoriale dell'Inter):
Era un uomo da re e da operai. Era un amico leggendario. Era un eroe da romanzo, Arpino lo sapeva bene. Un romanzo di vita, di classe, di essenzialità.La prima cosa che faceva dopo le partite, era chiamare casa, i suoi figli, e Massimo Moratti. Troppe volte, quando qualcuno scompare, di lui si cercano le solo le cose buone. Il fatto è che di Giacinto Facchetti puoi dire solo quelle, che di cose cattive non ne trovi.

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September 2, 2006

Eccoci qua

Ben arrivati!

Dunque, tutto è pronto per ricominciare sulla nuova piattaforma e per lasciarsi alle spalle le frustrazioni sperimentate recentemente ...

Ma, se posso permettermi di dirlo, la cosa più importante, a questo punto, è che gli amici e lettori di Wind Rose Hotel—dopo essere stati così gentili da arrivare fin qui sospinti dal link collocato sul vecchio blog—aggiornino prontamente e senza indugio i propri bookmarks e blogrolls. Il resto verrà da sé, non appena avrò smaltito le fatiche del trasloco.

A presto.

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August 25, 2006

E il Cardinale ammalio' il Meeting

Sul Foglio uno splendido resoconto dell’intervento dell’arcivescovo di Vienna, il cardinale Christoph Schönborn, al Meeting di Rimini. Presentazione leggermente enfatica (questione di linee editoriali, ma questo è normale in regime di libertà di stampa e con buona pace dei laicisti incalliti):



fra i più grandi teologi viventi, il cui nome è stato fatto spesso per il pontificato, […] oratoria ammaliante tipica dei domenicani, […] instancabile poliglotta […]. Porta con eleganza la sua eminenza …



Ad ogni modo, l’uomo non a caso è membro della congregazione per la Dottrina della Fede, nonché allievo di Joseph Ratzinger. E poi—un’annotazione che potrebbe aver fatto Vittorio Messori—il cardinale è l’esemplificazione vivente della differenza fondamentale che c’è fra un teologo cattolico e uno protestante: il primo pensa in “e/e”, il secondo in “o/o”. Ma per afferrare bene il concetto non c’è che leggere tutto l’articolo. Quello che segue è soltanto un piccolo assaggio:


Israele deve vivere


“Israele deve vivere perché è il popolo dell’alleanza e l’alleanza, come ha detto Giovanni Paolo II, non è mai stata revocata. Lo ‘scandalo Israele’ per il mondo e le altre religioni, anche per noi cristiani e gli ebrei non credenti, è che Dio abbia scelto questo piccolo popolo. Lo ha chiamato alla diversità, a essere suo erede e suo popolo. E questo è uno scandalo per le grandi nazioni, che Israele rimanga il segno nella storia che la scelta di Dio è libera. Oso dire con san Paolo che tutta la storia dell’umanità e la storia di oggi è intimamente legata a questa vicenda, all’avventura ebraica, una scelta di Dio che non scusa gli errori umani e il peccato di nessuno, ma resta un fatto con le sue tracce concrete. Israele, fino alla venuta definitiva del Messia che noi crediamo essere Gesù, rimane per sempre questo luogo e questa realtà della prima scelta di Dio. Il popolo eletto mai potrà dire che Dio non ha promesso a lui la terra. La terra d’Israele, nonostante tutto il dramma, rimane un segno concreto della scelta”.


Evoluzionismo*


“L’evoluzionismo alimenta il riduzionismo, nel senso che dimentica l’approccio limitato della metodologia, rendendo la metodologia un tutto. Se assumiamo come un tutto la metodologia limitata dell’approccio quantitativo, soprattutto nel campo della biologia, è allora che vediamo quanto questo sguardo sia riduttivo. La vita è qualcosa di più delle sue condizioni materiali. Cosa sia questo ‘di più’ è la grande difficoltà di oggi, un problema che va al di là della metodologia quantitativa ma che per questo non è meno una realtà”.

Scientismo


“Lo scientismo è il non riconoscere i limiti inerenti alla metodologia e all’approccio quantitativi. Viktor Frankl, discepolo di Freud, psicologo ebreo sopravvissuto ad Auschwitz, ha detto che la saggezza è la scienza più il rispetto dei propri limiti. L’affascinante epopea della scienza moderna è di aver trovato, in un modo sconosciuto a tutta la storia anteriore, la meraviglia dell’origine della vita. I nostri bisnonni non sapevano nulla di ciò che sappiamo noi oggi sul primo momento della genesi di un essere umano nuovo. Non c’è dubbio possibile che dal momento della fecondazione dell’ovulo ci sia già tutto l’essere umano. Questo non vuol dire che basti a se stesso, ha bisogno di molte condizioni per divenire e procedere nella vita, ma è già un essere individuale tra miliardi di altri esseri umani. Non lo sapevano gli anziani, ma noi sì e sempre di più e grazie alle scienze esatte abbiamo una conoscenza che ci obbliga molto più che nel passato al dovere morale. L’uomo da solo non potrebbe e mai potrà produrre anche una sola cellula del corpo, l’immensa complessità di una sola cellula del vivente”.

Cosa è l’uomo?


“L’avventura delle scienze esatte, le chiamiamo sempre così anche se non sono tanto esatte quanto naturali, è di procedere sempre di più nel conoscere le condizioni dell’essere umano. Ma le condizioni non spiegano la domanda metafisica par excellence, ‘quid est?’ diceva Aristotele, cosa è l’uomo? Qualcosa o qualcuno? Il fascino di conoscere fa dimenticare la questione del chi è? Resta la domanda fondamentale, arricchita da tutto il nostro sapere sulle condizioni biologiche. Nella ‘Fides et Ratio’, Giovanni Paolo II aveva detto che dovevamo ritrovare la questione fondamentale dell’uomo e del che cosa è l’uomo”.



* In materia di evoluzione è molto interessante leggere un artcolo del Cardinale pubblicato sul New York Times del 7 luglio 2005 (traduzione italiana presso il sito di Sandro Magister) e la risposta dello stesso alla replica (entrambe in versione italiana) del fisico nucleare Stephen Barr.


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August 24, 2006

Italian Elections 2006 (blog directory)

At the old blog location (windrosehotel.splinder.com):

—Italian Elections 2006: 1/2/3/4/5/6

—Elections Updates: 1/2/3/4/5

Italy's post-election challenge

Morire al mondo

Un lungo week-end di qualche settimana fa mi ha fatto scoprire un posto che non poteva non tornarmi in mente in questi giorni della Settimana Santa, ed oggi, appunto, più che mai. Il nome dice già molto: Morimondo, dal latino Mori Mundo, “morire al mondo.” I monaci Cistercensi arrivarono a Coronate, località situata tra Pavia e Milano, sulle sponde del Ticino, nel 1134, e la scelsero per erigervi un’abbazia che prenderà il nome di Morimondo (o Santa Maria di Morimondo) in quanto filiazione dell’abbazia (sempre cistercense) di Morimond, in Borgogna. Il luogo, isolato e silenzioso, era l'ideale per ciò che cercavano quei monaci, il cui Ordine, come si sa, è indissolubilmente legato a un’idea del monachesimo piuttosto severa e ascetica, come volevano San Roberto di Molesme, il fondatore, e San Bernardo di Clairvaux, il figlio più illustre.

Il luogo, grazie al cielo, ha mantenuto parecchio dell’aspetto e delle caratteristiche che avevano incantato i fondatori. E’ difficile spiegare l’atmosfera che vi si respira. Quando l’ho visitato io, poi, c’era una nebbiolina che rafforzava l’impressione di un luogo vagamente magico, davvero fuori dal mondo. Il che ha dell’incredibile se pensiamo che Milano è davvero a due passi (a portata della linea della metropolitana che collega Abbiategrasso alla capitale lombarda). Merito, credo, anche di una fondazione che si occupa della salvaguardia del luogo. L’abbazia è stata sottoposta a restauri significativi (ma non ancora completati). Una documentazione fotografica abbastanza esauriente—insieme ad altre informazioni utili—la si può trovare qui. Le immagini, come al solito, valgono più di tante parole.

Una cosa notevole è il borgo medievale che circonda l’abbazia, anch’esso restaurato, ristrutturato, e comunque mantenuto “a misura della storia.” Poche villette recenti non guastano lo spettacolo d’insieme. Mentre un provvidenziale Parco Lombardo del Ticino, piuttosto ben tenuto, garantisce un contesto all’altezza. All’uscita (o all’entrata) dell’area abbaziale, dove un tempo sorgeva il cimitero dei monaci, i restauratori hanno collocato una targa di bronzo sostenuta da un’asta conficcata nel terreno. C’è scritto:

QUI IL MONDO MUORE. QUI IL MONDO RISORGE

Morire al mondo può essere pressoché impossibile persino per la maggior parte dei “veri credenti,” ma indubbiamente la via è quella. C’è una sorta di “nichilismo” anche nel cuore del cristianesimo. Ma il nihil di cui qui si ragiona è soltanto una tappa nel cammino verso un tutto che riesce a dar senso persino al nulla. Anzi, soprattutto al nulla. E soprattutto oggi.

[Questo post è stato pubblicato per la prima volta su windrosehotel.splinder.com il 14 aprile 2006]

Mercatini di Natale / Christkindlmarkt


Il 7 e l’8 dicembre gita a Bolzano. Mercatini di Natale. Suggestivi e di gran moda—come tutti sanno fin troppo bene, a giudicare dalle folle (se volete andarci, evitate, se potete, i giorni festivi). Comunque, un’uscita che merita sotto vari punti di vista, come proverò a sintetizzare qui.

Dunque, per prima cosa Bolzano d’inverno è più bella e accogliente, il clima è festoso e la città è ben attrezzata per accogliere decine di migliaia di turisti attirati appunto dai mercatini di Natale (che tra l’altro si tengono, oltre che nel capoluogo, anche in varie altre località della Provincia Autonoma). L’artigianato locale fa bella mostra di sé nelle bancherelle (Piazza Walther e Piazza Municipio, oltre che nelle piazze delle Erbe, del Grano e della Mostra) e nei negozi del centro (i Portici). C’è molto di “turistico,” questo è certo, ma c’è anche altro, se si vuol cercare.

Qualche annotazione a margine sulla Kermesse: ottime, veramente, le frittelle di mele, preparato con arte il vin brulé, mediocri le torte Sacher assaggiate, speck notevole (non della solita onnipresente Casa di San Candido), generalmente buono il pane nelle celebri varietà locali. Una curiosità: che io sappia Bolzano è l’unica città italiana in cui, in strada, subito fuori dai negozi, come in Svezia e Danimarca, si usa mettere dei posacenere, con grande beneficio per i marciapiedi che non sono invasi da cicche di sigarette.

Infine, messa dell’8 dicembre in Duomo (romanico e gotico: superbo), a mezzogiorno. Non saranno mai lodati abbastanza la cura, la disciplina e il buon gusto che presiede all’esecuzione dei canti. Una signora, d’accordo, ha accompagnato la celebrazione con le solite melodie post-conciliari, ma in una maniera che faceva dimenticare la non eccelsa qualità musicale dei brani. Il tutto illuminato da due splendide performances: Panis Angelicus e Ave Maria di Gounod.


[Questo post è stato pubblicato per la prima volta su windrosehotel.splinder.com il 9 dicembre 2005]

Il mare ottobrino


Il mare ottobrino è qualcosa di unico. Non fa più caldo, non è ancora freddo. L’acqua è fresca. Il sole va e viene. Ora è scomparso dietro le nuvole. Grigio è il colore dominante, in varie gradazioni.

Dopo l’equinozio, il regno della luce e dei colori si è trasferito altrove, forse tra i boschi, lasciando sulle coste solo qualche sentinella. Laggiù uno scorcio azzurrino, all’estremità opposta il verde pallido delle dune.

Ora, quasi più nulla distingue questo scenario da quello del Mare del Nord.

Si è riappropriato di se stesso, geloso custode della propria ciclica solitudine. E’ il tempo del deserto, della meditazione. Quaranta lunghi giorni per ritrovarsi.

La bimba ha raccolto delle conchiglie. “Sono tutte reginette”. E’ chiaro, dopo l’equinozio, qui, solo per i bambini ci sono regali. E’ giusto così, che le sentinelle della luce parlino solo ai piccoli.

Cadono le prime gocce. Si torna a casa.
[Questo post, tratto da un appunto scritto il il 5 ottobre 2003, è stato pubblicato su windrosehotel.splinder.com il 29 novembre 2004. I commenti al post originale sono interessanti]

Scheveningen

Il Mare del Nord, visto dalle dune che da Scheveningen—la spiaggia di Den Haag (L’Aia) —seguono la costa fino all’Hoek van Holland, cioè per alcuni chilometri, ha un fascino tutto particolare. La natura è stata preservata allo stato pressoché selvaggio. Gli "stabilimenti" sono di leggerissimo impatto: di legno, rimovibili, essenziali, in grado di fornire il minimo d’ombra, l’hot dog e la birra fredda, una sedia.


Ci si arriva praticamente solo in bicicletta. Agli appositi parcheggi ce ne sono centinaia, la maggior parte delle quali sono nere e rigorosamente "Holland", freno a retropedale (si dice così?), come quelle con le quali siamo arrivati noi dopo una lunga pedalata sotto il sole splendente, ma senza quasi sudare grazie al vento fresco, che consente ciò che dalla nostre parti susciterebbe la pietà di chi osserva. Pedalare, in Olanda, è sempre piacevole, anche quando piove, vale a dire quando quella specie di nebbiolina (che quasi mai diventa acquazzone) ti rinfresca e ti rifocilla.


Dopo il sali-scendi sulle dune verdeggianti arrivi in spiaggia, parcheggi, vai in riva al mare … per fare il bagno? Neanche per sogno! Quelle acque sono pericolosissime (tra le più pericolose d’Europa, come quasi tutte le coste dei Paesi Bassi), a causa di formidabili correnti invisibili. Solo pochissimi si avventurano in acqua oltre il ginocchio, si tuffano rapidamente, una sguazzata e via. La forza della corrente la senti già quando l’acqua ti arriva al polpaccio. Un ricordo simile me lo ha lasciato la spiaggia di Carmel (California). Il risucchio era tale che potevi immaginare di essere trascinato per centinaia di metri qualora ti fossi avventurato, appunto, oltre il ginocchio.


Eppure era bellissimo lo stesso. Abbiamo aspettato il tramonto, un lungo variopinto caleidoscopio di colori rosseggianti-rosacei, bluastri-celestoni e lunghe strisce biancastre. Oltre il mare, invisibile, l’Inghilterra. Una coppia un po’ ubriaca si è tuffata a festeggiare il crepuscolo, riuscendo persino a fare qualche bracciata in quell’acqua fredda (ma non gelida, a dire il vero). Così tre amiche di diciotto, vent’anni, cantando e giocando in acqua con un paio di Labrador che sprizzavano felicità da tutti i pori. Quella spiaggia deve essere il Walhalla dei Labrador, a giudicare dal numero di questi splendidi cani acquatici che arrivano con la mimica e la frenesia dei bambini alle porte di Disneyland Paris.


Uno settacolo nordico, di audacia umana e animale e di forza della natura. Qui il mare è signore e padrone, orgoglioso e poco incline ad accogliere il bagnante se non per una rapida e rispettosa abluzione. Come ho fatto io. Ho riconosciuto al padrone di casa il suo diritto. Agli ubriachi e a tre impavide ragazzine, con seguito di Labrador, il mare ha concesso un po’ d’audacia. Fino a quando il sole non è stato inghiottito dalle acque. La gioia silenziosa degli spettatori, che si guardavano gli uni gli altri per scambiarsi larghi sorrisi e persino risate di meraviglia per ciò che si era appena compiuto.


[Questo post è stato pubblicato su windrosehotel.splinder.com il 4 ottobre 2004. I commenti al post originale sono interessanti]

E il mare risponde



Premessa: mi capita talvolta di parlare con il mare. Insomma, gli faccio delle domande e mi do delle risposte, ma sospettando sempre che quelle non siano le "mie" risposte, ma le "sue".

Una domanda recente è stata: perché il mare, almeno per me, è un'esperienza così totale? Più di qualsiasi altro scenario, naturale o artificiale.
La risposta è partita da lontano.

Il mare circonda tutta la terra, come l'aria, che però resta inafferrabile, "astratta", mentre il mare lo puoi percepire in maniera profonda con tutti e cinque i sensi.

Il mare è sempre lo stesso, cioè ogni mare è comunicante con tutti gli altri: il Mediterraneo comunica con l'Atlantico, l'Atlantico col Pacifico, e così via. Le acque si confondono, si mescolano, sempre diverse, sempre le stesse, ovunque, dai tropici ai poli.

Dunque, il mare "vede" tutto, ascolta tutte le lingue della terra, unisce gli uomini bagnandoli con la stessa acqua.

Uno può fare una passeggiata nei boschi o in montagna, esperienze bellissime, ma il grado di "permeabilità" reciproca uomo-bosco, uomo-montagna, è inferiore, la comunicazione è più mentale che fisica, per quanto intensa possa essere.

Tuffarsi in mare, quando questo è possibile, significa entrare in comunicazione con tutto ciò che sta sotto il sole. Lasciarsi massaggiare dalle onde, nuotare, "fare il morto", è un'esperienza totale, full immersion si dice (non a caso, forse).

Anche tuffarsi in un lago è una bella esperienza. Amo talmente l'acqua che l'estate scorsa ho fatto il bagno persino nei freddi laghi della Svezia. Ma l'acqua dolce è qualcosa di profondamente diverso. Non ha la vitalità, la forza dell'acqua di mare. E in più è meno "amichevole": non ti sostiene, tendi ad andare sotto, laddove il mare è "grazioso", ti accoglie da amico non costringendoti a muoverti in continuazione per stare a galla. E se nuotando ti capita di assaporare l'acqua di lago, il gusto dolciastro e "stantio" ti fa un effetto poco piacevole.

Non parlo neanche della piscina, che al massimo può essere un surrogato in caso di disidratazione da calura ad una distanza impossibile dalla spiaggia più vicina.

Io non capirò mai chi va al mare e si fa il bagno in piscina. E' come scegliere di pasteggiare bevendo birra—o coca-cola, ohibò—avendo la possibilità di bere un prosecco o un Brunello.

E non capirò mai chi va al mare essenzialmente per prendere il sole. Io ci vado, di preferenza, la mattina presto e un paio d'ore prima del tramonto. Cioè quando il sole è meno aggressivo, e soprattutto quando le folle dei bagnanti devono ancora arrivare o sono già andate via. E sono lì quelli che il mare lo hanno nel cuore. O quasi soltanto loro.

[Questo post è stato pubblicato su windrosehotel.splinder.com il 21 ttobre 2004. I commenti al post originale sono interessanti]

August 23, 2006

Quel male primigenio dietro la croce uncinata

Nessuno può dire, penso, per quale strano automatismo, “riflesso condizionato” e cose del genere, a volte ascolti o leggi qualcosa e improvvisamente fa capolino nell’anticamera del tuo cervello un pensiero, una citazione letti/ascoltati chissà dove, chissà quando e che, almeno apparentemente, non c’entrano niente con ciò di cui ti stai occupando. Salvo poi, dopo, qualche istante di spaesamento, realizzare che sì, c’entrano, anche se in una maniera un po’ “obliqua” e, se vogliamo, anche piuttosto subdola.

La stessa cosa mi è capitata leggendo le critiche al discorso di Benedetto XVI al campo di concentramento di Auschwitz-Birkenau. Lo strano è che la citazione sembra un po’ troppo severa in rapporto a ciò che l’ha subdolamente provocata. Anche perché le critiche non sono campate in aria, o almeno non lo sono i rilievi mossi, ad esempio, da Giovanni De Luna su La Stampa di oggi. Utilizzo proprio la riflessione di De Luna per rendere il tono e la sostanza dei rilievi critici mossi al Papa:

Benedetto XVI è rimasto significativamente impigliato in due «nodi» su cui si è soffermato il dibattito storiografico di questi anni: le responsabilità del popolo tedesco nello sterminio degli ebrei e il rapporto tra la Shoah e il presunto disegno hitleriano di attaccare le radici cristiane della nostra civiltà. Rispetto al primo, l'affermazione del Papa tesa a circoscrivere le colpe a «un gruppo di criminali» che «usò e abusò» del popolo tedesco, rendendolo «strumento della loro smania distruzione e di dominio», entra in rotta di collisione con tutta l'impressionante mole di ricerche storiche che
hanno invece insistito sulla «normalità del male»; è un filone al cui interno (sulla scia di Hannah Arendt) l'enormità della Shoah è racchiusa proprio nella «normalità» dei carnefici, fedeli servitori dello Stato e delle sue regole.
[…]
Ancora maggiori perplessità suscita poi la sua seconda affermazione sui «nazisti che volevano distruggere il popolo ebraico per strappare la radice su cui si fonda il cristianesimo». Il progetto di sterminio si sviluppò in realtà lungo una direzione che francamente fa apparire il cristianesimo un bersaglio trascurabile, quasi inesistente. Quel progetto, irrinunciabile e totalitario, rivelò soprattutto l'essenza compiutamente biopolitica del nazismo (la vita traducibile immediatamente in politica e, viceversa, la politica segnata da una caratterizzazione intrinsecamente biologica); il regime di Hitler spinse la «biologizzazione» della politica a estremi mai raggiunti in precedenza, e il popolo tedesco diventò una sorta di corpo organico, da curare e proteggere,
amputandone violentemente le parti infette, quelle «spiritualmente già morte»: la soppressione del nemico, in particolare degli ebrei, era necessaria per garantire la vita del popolo, lo Stato con lo sterminio di massa garantiva il benessere e la felicità dei suoi sudditi. Sia nell'eutanasia praticata su larga scala sui malati di mente, sia soprattutto ad Auschwitz e dintorni, questa forma di esercizio del potere fece del nazionalsocialismo la sintesi perfetta tra politica, Politik (la lotta contro i nemici interni e esterni dello Stato fino alla loro morte e all'annientamento) e polizia, Polizei (la cura per la vita dei cittadini in tutte le sue estensioni). Come ha scritto Giorgio Agamben, «la polizia diventa politica e la cura della vita coincide con la lotta contro il
nemico».

Ebbene, che dire? Che semplicemente il ragionamento sta in piedi. La prima delle due obiezioni, in particolare, mi sembra inconfutabile e, direi, persino fuori discussione. Credo che, in linea di principio, si possa convenire anche con la seconda, sebbene sostenere tout court che il cristianesimo fosse per i nazisti “un bersaglio trascurabile, quasi inesistente” mi sembra una tesi un po’ troppo netta: forse necessiterebbe di qualche supplemento di riflessione e di argomentazioni meno sbrigative. Ma, insomma, come dicevo, il discorso regge.

E allora? Cosa c’è che non va? C’è che, fermo restando quanto detto sopra, bisognerebbe non sottrarsi, come suggerisce Ernesto Galli Della Loggia sul Corriere della Sera di oggi, ad una constatazione piuttosto ovvia e alla domanda che ne deriva: in un discorso pubblico del genere, pronunciato in quel luogo e per giunta da un Papa tedesco, Benedetto XVI avrebbe facilmente potuto ricalcare gli schemi consueti e ripetere i giudizi, le attribuzioni di colpe, le deprecazioni e le evocazioni che tutti sappiamo (giustamente) a memoria, e invece non l’ha fatto: perché? Direi che Galli Della Loggia lo ha spiegato molto bene, cogliendo alcuni risvolti del discorso di Papa Benedetto che ai critici sembrano essere sfuggiti (e lasciando intendere che quelle obiezioni sono un po’ troppo facili). Se il Pontefice ha preferito battere un’altra strada rispetto a quella più “facile” e scontata, ciò si spiega in due modi:

Per un verso [Benedetto XVI] ha scelto di volare più basso, ma insieme, per un altro verso, di muoversi ad altezze inconsuete per il discorso pubblico ufficiale.
L’autenticità umana, l'originalità intellettualee l’ispirazione dell’uomo di Dio, si sono così intrecciate e confuse davanti ai tetri edifici di Auschwitz in una meditazione ampia e nervosa, dall’andamento quasi spezzato. L’accento dimesso è risuonato in quel presentarsi semplicemente come «figlio del popolo tedesco» (un’espressione ripetuta ben tre volte in poche righe), ma proprio ciò ha conferito un senso estremo all’inevitabile questione della colpa collettiva.

Molti hanno osservato che l’analisi di Ratzinger sull’ascesa del nazismo è stata troppo indulgente verso i suoi compatrioti […]. [M]a il senso del richiamo del Pontefice al ruolo della leadership nazista sta nel voler porre l’accento su un elemento troppo spesso cancellato quando si parla del nazionalsocialismo, e cioè il nichilismo radicale, la smisuratezza antiumana, insomma il demoniaco che si stagliava dietro la croce uncinata e che ne faceva il simbolo di un vero e proprio risorgente paganesimo, spesso nelle forme ancora più agghiaccianti di una disciplinata burocrazia. [Il corsivo è mio]


Mi sembra che il percorso “anomalo” seguito da Galli Della Loggia—naturalmente sulla scia di un Papa davvero anticonformista—lo abbia condotto fino a quello che a me sembra essere il cuore della faccenda. Seguiamo ancora l’editoriale:

Vi fu insomma nel nazismo l’affiorare comedi un male primigenio che per venire alla luce non si affidò certo al «popolo », ai «tedeschi», ma ebbe per l’appunto bisogno della mediazione di «capi», di cupe figure di despoti di cui Hitler rappresentò un paradigma esemplare. Con la mente rivolta a questo demoniaco in certo senso prepolitico, anche se micidialmente calato nella storia, ha parlato Benedetto XVI: dunque trascurando di evocare (è permesso dirlo a tanti suoi critici che invece avrebbero voluto proprio questo?) i precisi excursus fattuali, le responsabilità delle Chiese cristiane (quella di Roma fu solo una tra le tante), le specificità ideologiche (a cominciare dall’antisemitismo, non nominato, d’accordo, ma se si dice Ebrei e Shoah di cosa si sta mai parlando?). Un discorso, forse, troppo teologicamente ispirato e troppo poco politico, troppo lontano dalle convenienze del senso comune. Forse. Ma solo evocando il male assoluto, solo scorgendo tra i fumi infernali dei camini di Auschwitz il volto di Satana, solo così acquista senso il grido supremo della disperazione umana che Joseph Ratzinger ha rivolto al cielo. [Corsivi miei anche
stavolta]

Ebbene, direi che quest’uomo ha capito tutto, anche se, a mio sommesso parere, non ci voleva precisamente un genio per arrivarci—il che non significa affatto che Galli Della Loggia non lo sia, dal momento che probabilmente lo è davvero! Più difficile, semmai, era spiegarlo in maniera tanto succinta e nel contempo così efficace. Ma forse, se a qualcuno è risultato così difficile capire quale fosse il “messaggio” sotteso dal discorso Pontefice, una ragione profonda c’è (di sicuro non si tratta di “dura cervice” e cose di questo genere). E a questo punto, vedi un po’, torna in ballo la citazione di cui parlavo all’inizio, e di cui magari qualcuno pensava che mi fossi dimenticato. Neanche per sogno. Eccola (ma a ripensarci è dura, dura assai …):

Egli disse: "Va' e riferisci a questo popolo: Ascoltate pure, ma senza comprendere, osservate pure, ma senza conoscere. Rendi insensibile il cuore di questo popolo, fallo duro d'orecchio e acceca i suoi occhi e non veda con gli occhi né oda con gli orecchi né comprenda con il cuore né si converta in modo da esser guarito".
Isaia 6, 9-11


[Questo post è stato pubblicato per la prima volta su windrosehotel.splinder.com il 30 maggio 2006. I commenti al post originale sono interessanti]

Ma Hitch non è quel che crede Rocca

Mi ha fatto uno strano effetto l’audio-video dell’incontro organizzato dal Foglio e che si è tenuto giovedì scorso in un cinema romano in occasione dell’uscita Cambiare regime, l’ultimo libro di Christian Rocca. Un libro che parla alla sinistra di ciò che essa è diventata malgrado la sua storia e le sue innumerevoli battaglie per la libertà e contro la tirannie, e naturalmente di ciò che «dovrebbe essere».

Gli ospiti erano di tutto rispetto: oltre all’autore c‘erano Giuliano Ferrara, che faceva gli onori di casa, Christopher Hitchens, Paul Berman, John Lloyd, Piero Fassino e Adriano Sofri (degli interventi di questi ultimi sono disponibili le trascrizioni, rispettivamente qui, qui e qui).

Nessuna novità, direi, per chi già conosce le idee degli intervenuti. Non particolarmente entusiasmante, a mio parere, l’intervento di Christopher Hitchens—che sembrava un po’ annoaiato e, tra l’altro, non ha speso una sola parola sul libro, se non ho perso qualcosa a causa della mia distrazione o di una traduzione simultanea che faceva fatica a tener dietro allo stile di comunicazione dell’oratore—, mentre Paul Berman, ha elogiato calorosamente la fatica letteraria di Rocca, pur non avendone potuto un’avere esperienza diretta, presumo, dal momento che non credo conosca l’italiano.

John Lloyd, corrispondente del Financial Times in Italia, nonché collaboratore de la Repubblica e in possesso di una discreta conoscenza della lingua italiana, ha parlato anche lui abbastanza bene del libro, che probabilmente ha letto. Lloyd, tra l’altro, ha detto alcune cose interessanti sul Manifesto di Euston (“un documento banale” ma di cui, in sostanza, c’era bisogno), cui Rocca ha dedicato molte delle sue energie in questi ultimi tempi, dal momento che le idee che vi si sostengono sono le stesse che egli, col suo libro, vorrebbe rimettere al centro del dibattito politico all’interno della sinistra. In sostanza Lloyd ha detto che in Cambiare regime ci sono parecchie cose interessanti, e tra queste una profonda sintonia con lo Euston Manifesto, che è nato principalmente per iniziativa di alcuni bloggers, tra i quali Norman Geras (è lui che ha scritto in gran parte il testo del documento). Il che ha suggerito al corrispondente del Financial Times considerazioni importanti sul ruolo della blogosfera nel dibattito in corso. Lloyd, insomma, ha per lo meno provato a colmare una lacuna del convegno, che non ha chiamato sul palco alcun blogger. Anzi, se non era per lui la blogosfera sarebbe stata completamente “cassata” dal novero delle parti in causa. Piuttosto incomprensibile.

Fassino ha ripetuto argomentazioni già note per ribadire che è d’accordo su tutto tranne che sulla guerra, da non escludere a priori ma da lasciare come extrema ratio. Noto en passant che non mi sembra che il leader diessino abbia detto alcunché circa il rientro immediato delle truppe, probabilmente perché non se l’è sentita di sottoporsi alla ginnastica mentale che gli sarebbe costata la difesa delle posizioni alla luce del suo stesso ragionamento. Anche lui contrario alla guerra, Sofri ha svolto, da par suo (nonostante la convalescenza), un ragionamento problematico, ma ricco di suggestioni e di riferimenti concreti particolarmente evocativi.

La cosa più simpatica che ha Sofri detto è: «Qui siamo tutti di sinistra, persino Christian Rocca». Ma su questo vorrei dire una cosa. Questa: è inesatto dire, come ad esempio fa insistentemente Christian Rocca, che Christopher Hitchens è di sinistra. Certo, lo è stato—non da socialdemocratico, bensì da trotzkista!—e quelle sono le sue “radici” culturali, filosofiche e politiche, ma oggi non lo è più, anzi, non ne vuole proprio sapere. Personalmente ho memoria non solo di ciò che lui stesso ha detto e ripetuto più volte, ma anche degli appelli a “tornare a casa” che il suo estimatore e discepolo Johann Hari, un giovane giornalista e scrittore britannico, Lefty che metà basta, gli ha rivolto in più di una occasione. Ricordo perfettamente che una volta Norman Geras—che, lui sì, resta di sinistra e marxista nonostante tutto—rispose proprio a Hari che “essere di sinistra non è la cosa più importante” a fronte di una situazione quale quella attuale. Ora non ho il tempo di documentare quel che dico, ma sono in grado di farlo senza problemi se qualcuno ha dei dubbi. Si pensi che, addirittura, non ha neppure firmato lo Euston Manifesto (aveva detto che forse, chissà, lo avrebbe fatto, ma ancora la sua firma non c’è), e questo semplicemente perché si tratta di un documento partorito dalla sinistra.

“Dite pure che sono un neonservative, se proprio dovete” ha protestato “the Dude” in un articolo in cui parlava anche del Manifesto. Insomma, capisco che Hitchens è un’icona della sinistra di scuola anglosassone, e capisco anche che Rocca lo voglia additare ai nostri Leftists come un esempio da seguire e imitare per il suo sostegno alla causa dell’esportazione della democrazia, ma adesso Hitch è uno che ha cambiato idea, e non mi sembra sia il caso di far passare sotto silenzio questa realtà: se n’è andato dalla sinistra perché non poteva più starci. E non è il solo. Figurarsi: se uno come lui ha cambiato idea, quanto più facile può essere per chi non è mai stato marxista, trotzkista, ecc., bensì, più modestamente, un liberalsocialista, socialdemocratico e riformista?

Vabbè, cambiamo discorso. Per chiudere, segnalo che sul Foglio del 31 maggio, a completamento dell’operazione, Rocca ha parlato della sinistra americana. Per informarci che i neoconservatives stanno riconquistando il partito democratico, o qualcosa del genere. Fosse vero sarebbe una notizia.

[Questo post è stato pubblicato per la prima volta su windrosehotel.splinder.com il 5 giugno 2006. I commenti al post originale sono interessanti]

Libertà (TocqueVille compie un anno)

TocqueVille ha un anno, ed io mi unisco ai tanti che celebrano il compleanno. E’ stato un anno, come tutti sanno, di grande crescita per questa aggregazione di blogs, uno sviluppo inatteso per le proporzioni (oggi sono ben novecento i “cittadini”), ma proprio per questo carico di significato: evidentemente c’era bisogno di TocqueVille, meglio, la cultura politica italiana aveva bisogno di questa novità.

Tra le varie anime della “Città dei Liberi”—così si compiacciono di chiamarla i TocqueVillers, e a buon diritto, a mio avviso—si verificano talvolta conflitti e qualche screzio, cosa non sorprendente se pensiamo che vi convivono “destri” e radicali, neocons (“idealisti wilsoniani”) e “realisti,” cattolici a 24 carati e laicisti, e in più alcuni (pochi) “riformisti”—virgolette d’obbligo, data la confusione che regna sovrana, oramai, circa il significato da attribuire a un termine che definire abusato sarebbe il minimo …

Eppure, nonostante questa eterogeneità, i motivi che spingono alla sintesi sono nettamente prevalenti rispetto a quelli che indurrebbero alla divisione e alla rottura. Probabilmente ciò è dovuto almeno in parte alle ben note anomalie italiane, prima fra tutte una “sinistra democratica” dimentica di se stessa—quella che ho tante volte cercato di dipingere su questo blog—e divisa al proprio interno tra chi vorrebbe liberarsi dalle incrostazioni estremistiche, ma non riesce e non vuole andare fino in fondo in quella difficile impresa, e chi pensa o fa finta di pensare che non ci sia proprio nulla di cui sbarazzarsi. E taccio della sinistra radicale, sulla quale non si può dir nulla, se non che è incredibile che ci sia ancora tanta gente che crede che un Paese come l’Italia possa essere affidato ai Diliberto e ai Bertinotti, ancorché di quest’ultimo si possa almeno apprezzare l’intelligenza e un fair play rarissimo da quelle parti.

Questa è un’epoca in cui tutto è rimesso in discussione, e non solo in Italia. Se in Gran Bretagna, ad esempio, Tony Blair è odiato più che altro dai suoi compagni di partito, una ragione profonda deve pur esserci, e questa investe la natura stessa della sinistra. Penso che davvero sia arrivato il momento di lasciar perdere concetti come “destra” e “sinistra.” Per non parlare di contrapposizioni come quella tra “laici” e “cattolici,” che—non da oggi, e neppure da ieri—mostrano segni di un tale logoramento che si fa persino fatica a costruirci su un ragionamento serio.

Mi rendo conto, però, che ci vorranno anni e anni per fuoriuscire da quelle categorie mentali. E’ l’approdo, comunque, che è sommamente incerto: noi non sappiamo dove ci porterà questo rimescolamento di carte. La “questione religiosa” e i grandi temi della bioetica sono emblematici di questa incertezza: attraversano i tradizionali steccati e lasciano di stucco chi vorrebbe semplificare. Atei (devoti o meno) appoggiano le posizioni più oltranziste del Vaticano in materia di bioetica e di morale sessuale, cardinali di Santa Romana Chiesa si fanno applaudire dai laicisti e dai “libertini” con interviste clamorose e imbarazzanti.

Ci può essere ancora qualcosa come una linea di demarcazione invalicabile, un Vallum Hadriani che impedisca alla confusione di generare un disorientamento totale, che separi la barbarie politica dalla civiltà, il progresso ragionevole dalla conservazione becera, l’umanesimo dalla sua negazione? Io penso di sì, ma non saprei indicarla con precisione nella mappa ideale del nostro universo politico, culturale e civile. Quello che credo di sapere con ragionevole certezza è che i vecchi spartiacque separano ormai soltanto i pregiudizi degli uni dai pregiudizi degli altri, cioè servono solo a fomentare polemiche sostanzialmente sterili.

In questo contesto di incertezza saranno fondamentali il pensiero creativo e il gusto del “mettersi in cammino” che, a mio avviso, hanno contrassegnato la nascita e il primo anno di vita di TocqueVille. Per proseguire servirà un coraggio da pionieri per addentrarsi in territori inesplorati e selvaggi, così come servirà un anticonformismo ai limiti della spregiudicatezza intellettuale per tracciare nuove rotte, diverse da quelle percorse dalle generazioni che ci hanno preceduto, anche se la meta, alla fine, non potrà che essere quella di sempre: la Terra promessa che i Padri Fondatori degli Stati Uniti d’America ci hanno insegnato a chiamare con l’unica parola che può unire tutti i nuovi Pellegrini: LIBERTA’.

[Questo post è stato pubblicato per la prima volta su windrosehotel.splinder.com il 13 giugno 2006. I commenti al post originale sono teressanti]