October 8, 2006

Un paio di risposte interessanti

Intervista al ministro dell’Interno Giuliano Amato sul Corriere di oggi. Messe a fuoco principalmente le connessioni tra immigrazione clandestina e problemi di ordine pubblico. Due domande e due risposte su tutte:


Legata all'immigrazione clandestina, c'è la prostituzione. Strade di periferia invase da nigeriane e ragazze dell'Est. In un trionfo dell'ipocrisia del quale a farne le spese sono solo le schiave del sesso. Ma non sarebbe il caso o di riaprire le case chiuse o di punire anche i clienti?

«Non ho alcuna obiezione a prendersela con i clienti. Quando si cita la privacy a difesa di uno squallido maschio che gira per la Salaria alla ricerca di ragazze dalle quali ottenere a pagamento ciò che non sa ottenere altrimenti, beh, della sua privacy mi interessa ben poco.»

[…]

… Ma intanto si arriva a costruire i muri come quello di Padova.

«Questo è un altro capitolo, rappresentato dalle politiche urbaniste che debbono accompagnare l'inserimento delle comunità di immigrati e dovrebbero prevenire il fenomeno banlieu, dove le forze dell'ordine possono solo spegnere gli incendi. Si tratta di decongestionare questo eccesso di presenze. Vuole che le dica una cosa socialista? Questi fenomeni li crea l'ingordigia di alcuni proprietari di immobili i quali all'affitto di una famiglia preferiscono sei studenti o ancora meglio sedici immigrati che vengono messi a centimetri quadrati, realizzando un profitto fuori di misura. Via Anelli è figlia di questo. Due bravi sindaci, una di centrodestra prima e uno di centrosinistra poi, si sono adoprati per decongestionare le due concentrazioni etniche che si sono formate. Ma se non si fa in tempo, prima le forze dell'ordine debbono sbrogliare la matassa, poi ci si mette un muro per evitare che si riaggrovigli».


Ma anche il resto è interessante.

October 6, 2006

Prodi’s left turn

Italy’s budget according to The Wall Street Journal

It took Romano Prodi only a few months to dash hopes that his center-left government would be a reformist one. After a good start in deregulating some of Italy's service sectors and moving to lower government expenditures, the prime minister is back on traditional ground, pushing higher taxes and economic protectionism.
[…]
Mr. Prodi's problem is that he wants to be seen as a passionate left-winger and a liberal reformer. He can't be both. If he wants, as he claims, to revive Italy's economy, the reformer instinct will have to win out.

and The Economist

Those who hoped that Romano Prodi's centre-left government would end the three-card-trick techniques of public accounting so dear to his centre-right predecessor, Silvio Berlusconi, must have been disappointed by its first budget.

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A spectre is haunting Europe-the Democratic Party of Italy

[Ahem, perhaps the title is not very descriptive, and besides, I am actually pro-Democratic Party—just look at the heading "superstitious practices warding off ill-luck" if you want to get through it ...]

How a Labour Party member of the British parliament, and former minister for Europe in Tony Blair's government, sees the incumbent centre-left Democratic Party in Italy. By Denis MacShane on openDemocracy’s website.



The creation of the Democratic Party in Italy is a decisive - and exciting - turning point in the history of progressive politics in Europe. For the first time in Europe there has been a serious attempt to overcome the party political divisions, often sectarian, of the 20th century. The left's fragmentation and its indifference to the heritage of European liberalism has allowed a more flexible democratic right to reorganise itself at key moments in 20th-century European history and form coalitions sufficiently attractive to voters to win power over long periods.
[…]
Where then does a united Italian Democratic Party fit into the European and international party organisations? There is now a degree of incoherence in the organisation of left parties internationally. The venerable Socialist International exists and allows a grouping of all the democratic socialist parties globally. The difficulty with the SI is that it has never allowed room for the US Democratic Party, since the latter clearly is neither socialist, nor interested in affiliating.
In this vacuum, the highly ideological Bill Clinton - a man who knows what Willy Brandt achieved at the Bad Godesburg congress of the SPD and what Felipe Gonzalez did when he forced the PSOE to drop Marxism from its statutes - helped set up the Progressive Governance network with Tony Blair, Massimo d'Alema, Gőran Persson and Gerhard Schröder in the late 1990s.
[…]
The creation of the new Democratic Party in Italy - whose new name echoes the great US Democratic Party of Roosevelt, Kennedy, Johnson, Carter and Clinton - is an important signal that Italian progressive politics is embarked on a new path.
[…]
The Party of European Socialists should welcome the Democratic Party of Italy without ambiguity as the realisation of the long dream of unification of all the forces for progress and reform in Italy. A double affiliation, at least in the first period, to both the PES and the European Liberal Democrats and Reformist Group (EDLR) should pose no problems.
Pan-European political organisation and party groups are still at an embryonic or learning stage. The Democratic Party of Italy can be an important force for the realignment of European politics and build bridges between Europe's parties of the left, as part of the effort to regain the ability to speak to each other and act effectively on the basis of unity and solidarity.


October 4, 2006

Finanziaria 'Pane e Giustizia?'

La Finanziaria è uno di quegli argomenti sui quali noi non addetti ai lavori dobbiamo affidarci a chi ne sa e ne capisce di più, e al massimo possiamo spingerci fino ad esprimere una prudente preferenza per la “lettura” di un commentatore qualificato rispetto a quella di un altro. E allora ecco che anch’io faccio la mia parte e metto il cappello sull’editoriale, a firma di Maurizio Ferrera (qui c’è la sua homepage personale), che si legge sul Corriere di oggi.

Ci vorrà tempo, ha scritto il professore, “per stabilire con precisione l'impatto redistributivo della Finanziaria,” e occorrerà aspettare naturalmente la conclusione del lungo iter parlamentare, ma è chiaro che la sua «filosofia» (o quanto meno, il modo che è stato scelto per presentarla agli italiani) è quella di una «Finanziaria giustiziera». Un messaggio—ha osservato Ferrera, a mio avviso correttamente—in cui “i simboli e gli argomenti della sinistra estrema (o comunque della tradizionale ortodossia socialista) hanno nettamente prevalso su quelli del nuovo riformismo liberal-progressista.”

E quali sono (erano) gli argomenti della (dimessa) linea liberal-progressista? Non certo quelli proposti dalla retorica dei Comunisti italiani e di qualche leader sindacale, con tanto di ricchi che piangono (finalmente!) lacrime amare. Che fine ha fatto, ad esempio, quella “ridefinizione” dei concetti stessi di eguaglianza, giustizia e libertà in cui si sono a lungo esercitati, in tempi recenti, i cervelloni della Margherita e della componente riformista dei ds? Si era detto, scritto e proclamato, nelle sedi appropriate, che

[l]e riforme di cui l'Italia ha bisogno […] sono quelle che cambiano gli ingranaggi malati del nostro modello sociale: il familismo bloccato, il dualismo del mercato del lavoro, il «pensionismo» del welfare, l'incapacità della scuola e del settore produttivo in generale di valorizzare meriti e talenti, soprattutto quelli dei giovani e delle donne.

Ebbene, dove sono le riforme? Da nessuna parte, purtroppo. Piuttosto, altri proclami, altre logiche, e di ben altro segno. Ma, attenzione, non si trattava mica di rinunciare alla «giustizia». Ferrera lo chiarisce molto bene:

Anche questa prospettiva lib-lab poneva un problema di giustizia. Ma lo poneva nei termini dell'egualitarismo liberale: combattere le disuguaglianze ingiuste, ma promuovere le differenziazioni eque; lottare per le pari opportunità, ma contrastare i livellamenti iniqui.

Per non dire che, secondo il Nostro, i veri poveri non trarranno alcun beneficio … In compenso, a quanto sembrerebbe, le persone che appartengono più o meno alla mia fascia di reddito riceveranno una boccata di ossigeno. Ma non mi sogno nemmeno di farne una questione personale, e dunque nessun ringraziamento (oltretutto, appunto, bisogna vedere come andrà a finire …).

October 3, 2006

Homeschooling & Americanate

Riprendo il discorso iniziato nel post precedente per qualche chiarimento.

Innanzitutto segnalo, in italiano, questo articolo di Repubblica (del 4 marzo 2006) piuttosto ricco di informazioni e un’intervista (moderatamente a favore) a don Robert Sirico, presidente dell’ Acton Institute.

Dell’articolo di Repubblica riporto qui solo ciò che mi sembra assolutamente indispensabile:


Perché, potremmo chiederci, i genitori decidono di far rimanere i propri figli a casa? Le risposte sono diverse. Per il 31% dei genitori iscritti all'Hslda [la Home School Legal Defense Association] si tratta di un modo per evitare che i bambini entrino in contatto con droga, bullismo, parolacce e volgarità. Il 30%, invece, preferisce optare per una ferrea educazione morale e religiosa da impartire all'interno delle mura domestiche, mentre il 16% si è detto insoddisfatto degli standard d'insegnamento nelle scuole locali frequentate dai propri figli. Tra le altre motivazioni, anche la possibilità di permettere ai bambini di esplorare il mondo, sviluppare l'immaginazione e competenze da poter sfruttare negli anni successivi oppure quella di averli sempre vicini, a casa, e non perdere i loro anni più belli.
Le statistiche, inoltre, spiegano che la famiglia-tipo che decide di educare i propri figli a casa è bianca e medio borghese, ma la "moda" si sta diffondendo anche tra le famiglie di colore e di origini ispaniche. Il sistema, inoltre, è attuato dalla maggior parte delle famiglie dei nativi americani. "Non sono mai stata soddisfatta dell'idea di
un'istruzione istituzionalizzata e uguale per tutti - spiega Isabel Lyman, autrice del best-seller "Homeschooling revolution", manuale indispensabile per i genitori che vogliono intraprendere questa strada - perché con i piani scolastici non si può fare di tutta l'erba un fascio: è come se vestissimo i nostri ragazzi con magliette tutte della stessa misura. Le scuole - prosegue - tolgono ai ragazzi tutta la gioia dell'apprendimento, e non prendono in considerazione gli interessi specifici di ogni studente, i loro bisogni e i loro percorsi. Il sistema intero dell'educazione pubblica è contro gli studenti".

Appurato quanto sopra, per un minimo di informazione, aggiungo qualche (frettolosa) considerazione personale.

Le mie riserve sul homeschooling sono, devo dire, piuttosto pesanti. Non perché sottovaluti il ruolo dei genitori nell’educazione dei figli. Se così fosse non avrei capito niente di cosa è la formazione dei giovani. Il punto, allora, non è questo, quanto piuttosto il fatto che la scuola non è sostituibile.

Scuola non vuol dire insegnanti (con le loro idee, giuste o sbagliate, i loro pregi e limiti), strutture (efficienti o carenti), programmi e libri di testo (adeguati o lacunosi, “ideologici” o rispettosi dei vari orientamenti politici, filosofici, religiosi, ecc.), studenti (bene educati o “assatanati”), fatica, impegno, "metodo di studio" e così via. Scuola è tutto questo insieme, ben mescolato, e qualcosa di più, qualcosa di indefinito, forse misterioso: un ambiente di apprendimento, un clima, che non può essere ricostruito altrove.

Scuola è una squadra di ragazze e ragazzi che imparano, che dicono parolacce, che scoprono la vita, che si divertono e si annoiano insieme, in un posto in cui trascorrono una quota della loro esistenza condividendo tutto, o quasi, con dei loro coetanei, imparando, tra l'altro, a conoscere il mondo degli adulti dai loro insegnanti (ma anche dai presidi, dai bidelli e dal personale di segreteria), di cui—in maniera graduale e relativamente soft—possono scoprire punti di forza e debolezze (il che risparmierà loro, più avanti, amare sorprese o comunque quei clamorosi errori di valutazione in cui incorrono tutti coloro i quali conoscono il mondo soltanto per sentito dire, magari con il filtro di una famiglia particolarmente "protettiva" e refrattaria al confronto con la realtà esterna).

Dire «scuola», a mio parere, è come dire «teatro»: quando si abbassano le luci sulla platea e il rumore cede il posto al silenzio, ecco che prende vita una rappresentazione che nessuna lettura domestica dei testi può surrogare, nessuna registrazione televisiva o cinematografica. Lo spettacolo è qui ed ora, e si nutre di ogni respiro di coloro che sono sul palco o in platea, della luce che emana da quegli sguardi puntati verso il palcoscenico. Avete mai fatto caso? Quando gli attori sentono il pubblico e viceversa, allora lo spettacolo decolla, diventa una cosa grandiosa e inspiegabile, una magia travolgente: un attimo equivale a un anno intero. La tragedia è quando questo non accade …

Così nella scuola: non sempre la magia si realizza, ma quando questo accade, lì c’è un salto, lì qualsiasi gap può essere colmato. Puoi non aver capito niente per sei mesi, e in istante ti trovi avanti di dodici, un passo che equivale all’intera corsa.

Pur rispettando—e in qualche misura comprendendo—le motivazioni dei genitori che fanno quel tipo di scelta, penso che inunciare a tutto questo significhi non avere un'idea sufficientemente precisa di cosa significa essere bambini, ragazzi, giovani, non aver capito assolutamente nulla di cosa sia la cultura: non un insieme di nozioni, non il nome latino dell’orrendo insetto morto di cui parla Robert Sirico. Da quell’inguaribile filo-americano che sono, lasciatemi dire, per una volta, che queste storie sono vere e proprie «americanate».

Una decisione saggia

[Update: vai al post successivo per un approfondimento.]
Che non sempre delle profonde convinzioni religiose siano buone consigliere è cosa che (quasi) tutti, credenti e non credenti, abbiamo imparato a nostre spese dalla storia, oltre che, naturalmente, dall’attualità. Prendiamo un caso in qualche modo emblematico: quello degli homeschoolers, un fenomeno in ascesa negli Stati Uniti, ma che molto difficilmente prenderà piede in Europa. E la cosa, appunto, non mi dispiace affatto, tanto che sono d’accordo con una recente decisione in materia da parte della Corte Europea dei Diritti Umani, che ha respinto la protesta di due genitori tedeschi, Joshua e Rebekka Konrad—che per motivi religiosi si oppongono, in particolare, alle lezioni di educazione sessuale impartite nelle scuole—, contro il divieto, in vigore nel loro Paese, di educare i propri figli a casa.

Insomma, si è ritenuto che l’interesse nazionale debba prevalere sul diritto dei genitori a farsi carico direttamente dell’educazione dei figli. La Corte, in altre parole, ha riconosciuto che, dal momento che le scuole rappresentano la società, e visto che è interesse dei ragazzi diventare parte della società stessa, il diritto dei genitori non può arrivare fino al punto di privare i figli di un’esperienza così fondamentale.

Grazie a Samantha, che ha segnalato questo post (piuttosto risentito), dal quale ho appreso della decisione della Corte.


October 2, 2006

Figura da pirla? Via non esageriamo ...

E sì che io, per dire, questo non l’ho votato. Però certe esternazioni—sofferte, I presume—onestamente fanno onore a chi le fa (c'è un riconoscimento, qui, che viene dal profondo del cuore ...).

September 30, 2006

Frasi fatte ...

Un blog amico riporta questa frasetta indubbiamente birichina, pronunciata da Francesco Nucara (segretario del Pri):

“E’ davvero una formidabile coincidenza quella tra lo sciopero dei giornalisti previsto il 29 e 30 e la presentazione della Finanziaria. In questa maniera sulle fortissime divergenze all'interno dell'Unione cala un pietoso silenzio ...”

Io la giro ai lettori di quest’altro blog, non sia mai che qualcuno la trovi anche «perfetta». Buon week-end.

September 29, 2006

Back home again

This second-century Sabina is among the returned items
Months of negotiations, but at last they came back home. The Museum of Fine Arts, Boston, on Thursday formally turned over to Italy 13 archaeological treasures that were looted from Italian soil: a majestic statue of Sabina, the wife of the second-century Emperor Hadrian; a marble fragment depicting Hermes from the first century A.D.; and 11 ancient painted vases.

Le ragioni del nordest

Una lettura interessante, soprattutto per chi non vive nell’Italia del nord, e in particolare in quella nord-orientale, è offerta oggi dal Foglio, che dà spazio alle opinioni del direttore della Fondazione Nord Est, Daniele Marini. Emerge in maniera abbastanza chiara quello che una sinistra “che ancora legge il mondo con le lenti ideologiche ultracentenarie” non ha capito di una parte importante del Paese, dove per altro il centrosinistra, solo qualche mese fa, ha subito una sconfitta devastante, seguita da un risultato forse ancor più imbarazzante nel referendum sulla devolution. Tutto sommato, comunque, niente di nuovo, solo che, come si sa, repetita juvant.

Dice Daniele Marini:

“La sinistra italiana ha del nord un’immagine distorta: lo stereotipo del padroncino avido, dell’evasore fiscale, di un mondo ricco e ignorante. Queste realtà esistono, ma non sono rappresentative di un’umanità più complessa”.

L’articolo prosegue così:

Qualche numero: il 90 per cento delle imprese ha meno di dieci dipendenti, c’è un’impresa ogni quattro famiglie (“cioè: il conflitto di classe è virtualmente inesistente, perché ogni non-imprenditore ha amici e parenti che fanno gli imprenditori”).

Infine, e forse più significativo, il 58 per cento degli imprenditori hanno cominciato facendo gli operai. Per Marini, “questo dato è particolarmente interessante in prospettiva: i dipendenti hanno l’aspettativa, o la speranza, di farsi imprenditori. Quindi la loro coscienza di classe non è quella dell’operaio, ma del quasi-imprenditore. In questo quasi-imprenditore, così come nell’imprenditore vero e proprio, quando si parla di nuove tasse o di toccare la casa, scatta una reazione di rigetto”. Del resto, nei suoi anni d’oro la Lega faceva man bassa di voti anche in quegli strati sociali che tradizionalmente si rivolgevano a sinistra, e che anche oggi non di rado votano Casa delle libertà.

Attenzione, però: “Il voto per la Lega prima, per la Cdl poi, non va confuso con una scelta strettamente antistatalista, sebbene l’antistatalismo possa esserne una componente. Lo dimostrano le ultime elezioni politiche, quando nel nord sono cresciuti partiti come l’Udc e An.

Piuttosto, la chiave di lettura per comprendere questa società laburista, che trova nel lavoro il suo valore fondante, sta nella ricerca di autonomia: Roma, e per certi versi la stessa Milano, è percepita come realtà estranea, che con le sue decisioni complica la vita alla gente che lavora”.

Il punto, insomma, non è – astrattamente – ridurre il peso dello stato, ma, semplificare e rendere più efficienti i processi burocratici: prima di tutto, il nord chiede allo stato di funzionare meglio. Tutto questo è semplicemente incomprensibile per la sinistra radicale, e non solo quella.

Naturalmente, nel centrosinistra c’è chi è più attento a questa sensibilità: Enrico Letta e Pierluigi Bersani, per esempio. Eppure, ragiona Marini, “Letta e Bersani, molto apprezzati, non vengono da qui: il nord soffre anche di una drammatica sottorappresentazione. Un’area che produce un terzo del pil italiano non è riuscita a esprimere una vera classe dirigente. Massimo Cacciari o Filippo Penati sono eccezioni isolate nei loro stessi partiti. Il centrosinistra non convince il nord delle sue velleità riformiste”.

Il Partito democratico potrebbe rassicurare le regioni settentrionali? “Potenzialmente sì, ma temo che il dibattito infinito che si trascina fin dai tempi delle primarie lo trasformi in un progetto vecchio prima di essere nato”. Il rischio, per il centrosinistra, è che s’inneschi un circolo vizioso: “La sua immagine spaventa il nord, che gli vota contro, indebolendo ulteriormente la componente settentrionale dello schieramento. Se ne può uscire solo prendendo il nord sul serio e tentando di rispondere alla domanda di riforme”.


September 28, 2006

Viva W. A. Mozart!

(Updated) Allora, che posso farci? Mi tocca riprendere—con tutte le mie inadeguatezze, ben inteso, e in maniera dilettantesca—le difese del Papa, manco fossi diventato un ultrà clericale, visto che da un po’ quasi non faccio altro. Ma non ho scelta, perché se ne sentono e se ne leggono di tutti i colori, e uno non può starsene zitto e buono e pensare a cose meno impegnative, soltanto un po’, dico, ché non si pretende di fare del blogging leggero (magari avessi quel talento!).

Le ultime notizie, quelle alle quali mi riferivo un attimo fa, sembrano venire da un altro mondo. Una è la recente decisione della Deutsche Oper di Berlino di annullare, onde non offendere la sensibilità dei musulmani, l'Idomeneo di Mozart, che segue di poco un paio di decisioni analoghe: quelle prese a Ginevra (sospensione del Maometto di Voltaire) e a Londra (censura del Tamerlano il Grande di Christopher Marlowe).

Un’altra, riferita da Magdi Allam in un articolo piuttosto preoccupato e indignato (in cui si commenta anche la cancellazione dell'Idomeneo), è quella delle dichiarazioni rilasciate martedì sera dal padre gesuita Thomas Michel, per molti anni capo dell'Ufficio per l'islam del Consiglio per il dialogo interreligioso del Vaticano, ma tuttora consulente del Vaticano e segretario del Dialogo interreligioso della Compagnia di Gesù e della Conferenza della Federazione dei vescovi dell'Asia. In pratica, sul sito www.islam-online.net, legato a filo doppio al ben noto islamista e predicatore d'odio Youssef Qaradawi, il gesuita ha risposto in diretta a qualche domanda facendo affermazioni di questo tipo:

«Noi cristiani dobbiamo delle scuse ai musulmani. Il Papa avrebbe potuto far riferimento alle crociate, volendo criticare la violenza ispirata dalla religione, senza offendere gli altri. [… ] Il Papa non si è scusato ma autogiustificato. Mi attendo delle scuse chiare, nette e dirette. […] Non credo che le dichiarazioni del Papa siano state sagge. Spero che non alimentino la violenza e che i musulmani accetteranno le sue scuse e lo perdoneranno. […] Credo che i media occidentali siano ingiustamente ossessionati dall'islam. Penso che tutti i fedeli delle religioni, compresi i cristiani, debbano essere riconoscenti ai musulmani per aver sollevato i temi di Dio e della fede nelle nostre società secolarizzate.»

Ovviamente, sul fatto che il Pontefice non si sia affatto scusato sono perfettamente d’accordo. Un discorso a parte meriterebbe l’accenno alle crociate, ma bisognerebbe scomodare qualche storico alla Franco Cardini e immergersi con un minimo di serietà e rigore in una vastissima e complicata, ancorché appassionante, materia. Per quanto riguarda la questione della «saggezza» o meno, è chiaro che qui siamo di fatto alla ribellione aperta. Ma questo tocca anche aspetti "disciplinari" di cui devono interessarsi coloro i quali si devono occupare “per contratto” di queste faccende, mentre a noi lettori spetta solo giudicare, per così dire, le implicazioni culturali e politiche delle parole. E nel dare del poco saggio a Benedetto XVI, di siffatte implicazioni se ne trovano a palate. Come nell’esprimere speranza nel «perdono» islamico. E come, non occorre neanche dirlo, nell’esprimere «gratitudine» a coloro che, come l’ottimo Youssef,

Predica[no] la sconfitta del cristianesimo e l'annientamento della civiltà occidentale, la distruzione di Israele e il castigo eterno agli ebrei, inneggia e legittima il terrorismo suicida palestinese e gli attentati contro gli occidentali in Iraq e Afghanistan.

Insomma, hanno fatto bene, in nome dell’islam e della lotta contro la secolarizzazione dell’Occidente, quelli che hanno buttato giù le torri gemelle, perché in questo modo indubbiamente molto persuasivo ci hanno fatto capire quanto siamo caduti in basso!

La conclusione di Magdi Allam è il consueto (ma sempre più giustificato) grido d’allarme. E la chiamata in causa della “reazione critica, se non ostile, di tanta stampa «autorevole» nei confronti del Papa:”

Se le mie posizioni dovessero coincidere con quelle di Bin Laden, dei Fratelli Musulmani e del regime nazi-islamico iraniano, capirei subito che ho sbagliato. Ma evidentemente c'è una parte di questo Occidente che preferisce infierire contro se stesso anziché difendere la propria civiltà minacciata dall'estremismo islamico. In Italia dovremo aspettare la messa al bando della Divina Commedia per svegliarci dal nostro torpore?

Stavolta, comunque, a dar man forte al solito Magdi—che Allah lo protegga e lo benedica oggi, domani e sempre!—ci ha pensato Il Riformista, che ha pubblicato una riflessione di Mario Ricciardi che arriva a conclusioni non meno allarmate di quelle di Allam. Ecco cosa ha scritto a proposito della cancellazione dal programma della Deutsche Oper dell’Idomeneo:

In gioco è un principio che difende chiunque, anche le menti confuse. La libertà di espressione non è minacciata solo dalle intemperanze dei fanatici, ma anche dalla codardia di alcuni politici. Non c'è, infatti, altro modo di descrivere l'atteggiamento di chi vorrebbe farci credere che l'antilope, astenendosi dall'infastidire il leone, riesca a convincerlo a non mangiarla. Non intendo sottovalutare la serietà dell'allarme per la possibilità di manifestazioni violente o di qualcosa di peggio. Tuttavia, non credo che rinunciare a dire o a fare qualcosa che potenzialmente potrebbe offendere unislamico sia la soluzione. Perchè, allora, non bruciare i libri che contengono espressioni ingiuriose, o anche solo moderatamente critiche, nei confronti di questa religione? O distruggere le opere d'arte, ce ne sono anche nel nostro paese, che rappresentano il profeta Maometto in modi poco lusinghieri? Se la risposta all'intolleranza è rimuovere, cancellare, chiudere, censurare; a che punto siamo disposti ad arrivare? In Germania, come in ogni altro paese europeo, chi desideri criticare un'opera
d'arte può farlo. Nessuno impedirebbe a un islamico che volesse spiegare perché ritiene offensiva la rappresentazione del profeta proposta nell'allestimento dell'Idomeneo di far sentire la propria voce. Si chiama libertà di opinione. Ma se quel che si vuole non è criticare ma reprimere le cose cambiano.

Naturalmente, condivido e sottoscrivo. Chissà se ne prossimi giorni la «cultura laica» europea, in coro, farà sentire la sua voce su questa materia scivolosa.

Update 29/09/06, ore 13,00:
Leggo soltanto ora, su Affari Italiani, che il cancelliere tedesco Angela Merkel

ha definito "inaccettabile" la decisione della "Deutsche Oper" di Berlino di togliere dal cartellone l'"Idomeneo, re di Creta", di Wolfgang Amadeus Mozart, per timore di irritare la suscettibilita' islamica con la scena della testa mozzata di Maometto. In un'intervista al quotidiano "Neue Presse" di Hannover, il cancelliere tedesco ha spiegato che "l'autocensura dettata dalla paura non e' accettabile".
"Dobbiamo fare attenzione a non indietreggiare sempre di più davanti alla paura di fondamentalisti violenti", ha avvertito. Per la Merkel "un'autolimitazione e' ammissibile solo nel quadro di un autentico, totale e non violento dialogo delle culture".
Anche il borgomastro di Berlino, Klaus Wowereit (Spd) ha dichiarato che "una volontaria autolimitazione offre a quanti combattono i nostri valori" il regalo di "una vittoria anticipata". Il ministro dell'Interno bavarese, Guenther Beckstein (Csu) vi legge "la triste conferma che le agitazioni islamistico fondamentaliste contro la liberta' di opinione hanno gia' raggiunto il loro effetto nella nostra societa'".


September 27, 2006

Somewhere in Britain

You may say I am a nostalgic guy, but, after reading Tony Blair’s final conference speech, I cannot help thinking that, as Guardian columnist Martin Kettle puts it,

[h]e may be the past, and it may, as he said, be time to go (body language experts said this was the only insincerely delivered line in the whole text). But this was Blair at his absolute best, vindicating his long reign as Labour's leader. It was so good that it made you ask yourself whether this party isn't out of its mind to be getting rid of him.
[…]
What this party owes to that man is beyond calculation. Labour has been in power for 10 years because of many things - Tory failure, the New Labour internal revolution, a strong economy and many more. But it needs to be said quite simply that without Blair none of it would have happened. It needed a new kind of Labour leader who could speak to the whole nation to make it all come together and to make it sing. And Blair did it - yes, with help and, sure, with colleagues - but in the end this was his doing and only Iraq wrecked it.

Anyway, since I am not a Labour member, nor am I a British citizen—though I consider myself a friend of Britain—it is not up to me to express statements such as the following:

Gordie's oh-so-pedestrian speech is blown out of the water by Cherie saying what everyone knew anyway, followed by a simply superb speech by Our Gorious Leader. What a load of hypocritical tossers (pardon my language but it's what they are) those Labour members are. They've spent the past decade bitching about Blair, and now that he's off into the sunset they cheer him to the rafters.

But how about if it is Stephen Pollard who speaks?

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September 25, 2006

Contrappunti: cosa si può chiedere a un Papa

Azione Parallela cita, a quanto pare condividendolo, un brano del commento che il teologo Vito Mancuso, professore all’Università "Vita e Salute" di Milano, ha scritto per Panorama con riferimento alle parole di rammarico pronunciate dal Papa all'Angelus di domenica 17 settembre:


Il mondo, oggi ha bisogno di parole che uniscano. E chi più di un pontefice («costruttore di ponti») le dovrebbe dire? Il Papa, rammaricato, dopo ha rilanciato il dialogo. Ma ora deve rispondere a una domanda: l'Islam viene da Dio oppure no? Se dice no (come il discorso di Ratisbna sottintende) il dialogo religioso è solo finzione; se dice sì, accetta la teologia delle religioni che ha sempre combattuto da cardinale prefetto [...]. Non è, anzi non siamo, in una situazione facile.

Confesso che sono un po’ sconcertato. Non essendo un teologo, ma solo uno che ha coltivato per qualche tempo (e a puro titolo di curiosità personale) la filosofia e la storia delle religioni, mi trovo sicuramente in imbarazzo a contestare questo giudizio piuttosto netto e categorico emesso da un "addetto ai lavori," ma non ho potuto fare a meno di lasciare sul blog di Massimo Adinolfi il seguente commento:

Caro Ap, che un teologo ponga al Papa una domanda come quella se l'Islam venga da Dio oppure no è una cosa che mi suona strana, ma strana veramente. Altro sarebbe chiedere, a mio modestissimo avviso, se si ritiene che l'islam, ancorché per vie tortuose e attraverso errori (gravi) e imperfezioni (numerose), possa avviare degli esseri umani (qualora siano animati dalle migliori intenzioni) ad un certo progresso spirituale, avvicinandoli di conseguenza ad una Verità che tuttavia è stata rivelata compiutamente soltanto ai cristiani.

Il che naturalmente vale, oltre che per l'islam, anche per qualsiasi altra religione. E ciascuna religione, a sua volta, avrebbe il diritto-dovere di rapportarsi con tutte le altre, compreso il cristianesimo, più o meno esattamente allo stesso modo.

Da qui potrebbe nascere il dialogo. Un dialogo onesto, anche se, ovviamente, limitato. Onestà vuole, infatti, che da parte di nessuno si venga meno a ciò che si è. Nemmeno per un'ipotesi di lavoro. Il resto è «sincretismo», cioè confusione, o qualcosa che comunque ha poco a che fare con una fede religiosa, compreso il buddismo, che pure è una strana, anche se affascinante, religione senza Dio.

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Prima di dire sì o no (per partito preso)

“Caro Presidente, scrivo a Lei, e attraverso Lei mi rivolgo anche a quei cittadini che avranno la possibilità di ascoltare queste mie parole, questo mio grido, che non è di disperazione, ma carico di speranza umana e civile per questo nostro Paese.”

Così cominciava la lettera aperta inviata al presidente della Repubblica da Piergiorgio Welby, affetto da una grave distrofia muscolare che lo tiene inchiodato ad un letto. Welby è co-presidente dell’associazione “Luca Coscioni” e le sue parole sono riuscite a riportare al centro dell’attenzione “quell’uno per mille di sepolto nella coscienza di tutti,” vale a dire il tema dell’eutanasia.

Il Giornale di oggi—che ha sposato la causa del «no» su tutta questa materia—ha in ogni caso il merito di proporre due letture molto interessanti. La prima si riferisce a un caso del tutto analogo a quello di Welby, con la differenza che stavolta non c’è alcuna richiesta tipo “vi prego, lasciatemi morire.” La seconda è un articolo di Rino Cammilleri che chiama in causa una ricerca, condotta su una paziente in stato di morte cerebrale, i cui risultati sono stati resi noti sul numero dell’8 settembre 2006 della rivista Science: praticamente alcuni ricercatori delle università di Cambridge e Liegi, coordinati dal neurologo Adrian Owen, hanno scoperto che

La donna, una ventitreenne inglese ridottasi in coma per un incidente stradale e poi rimasta in stato vegetativo permanente, grazie a un sofisticato sistema di scanner Mri (immagini per risonanza magnetica), ha mostrato di rispondere a stimoli verbali: «Nonostante la diagnosi di stato vegetativo, la paziente conservava la capacità di comprendere ordini parlati e di rispondere attraverso la sua attività cerebrale». Insomma, l'attività cerebrale di questa donna era uguale a quella di una persona normalmente cosciente.


Il che, chiaramente, cambia profondamente i termini della questione eutanasia (e non solo). E bisogna tenerne conto. Come, credo, dobbiamo tener conto di quanto emerge dalla prima lettura. Lascio volutamente fuori le solite dichiarazioni a favore o contro, infatti penso che, innanzitutto, valga la pena di considerare con scrupolo tutti gli aspetti del problema prima di dire alcunché. Così, magari, si riesce a tenere alto il livello del dibattito.


September 22, 2006

'The real teacher'

“The only real teacher is not in a forest, or a hut or an ice cave in the Himalayas, it is within us.”

Yet another post about Tiziano Terzani, just for linking to this International Herald Tribune article by Elisabetta Povoledo.

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Ma il Papa non si è scusato di niente

Torno sul tema di cui mi sono occupato di più in questi giorni per segnalare che Sandro Magister ha appena messo a disposizione dei lettori del suo sito l’articolo che ha scritto per L'espresso in edicola da oggi. Superfluo sottolineare che fa piacere constatare come quanto sostenuto finora su questo blog—e un po’ anche da Rolli (tra i commenti)—trovi un’ulteriore e autorevole conferma. Ecco un passaggio:

All'Angelus di domenica 17 settembre, ripreso in diretta anche dalla tv araba Al Jazeera, Benedetto XVI ha detto il suo “rammarico” per come la sua lezione è stata fraintesa. Ha detto di non condividere il passaggio da lui citato di Manuele II Paleologo, secondo il quale in ciò che di nuovo ha portato Maometto “troverai soltanto cose cattive e disumane, come la direttiva di diffondere per mezzo della spada la fede”. Ma non si è scusato di niente, non ha ritrattato una sola riga. La lezione di Ratisbona non è stata per lui un esercizio accademico. Là non ha smesso le vesti del papa per parlare solo la lingua sofisticata del teologo, a un uditorio di soli specialisti. Il papa e il teologo in lui sono tutt'uno, per tutti. Il cardinale Camillo Ruini, che più di altri capi di Chiesa ha capito l'essenza di questo pontificato, ha detto lunedì 18 settembre al direttivo dei vescovi italiani che “le coordinate fondamentali” del messaggio che Benedetto XVI va proponendo alla Chiesa e al mondo sono in questi tre testi: l'enciclica “Deus Caritas Est”, il discorso alla curia romana del 22 dicembre 2005 sull'interpretazione del Concilio Vaticano II e, ultima ma non meno importante, la “splendida” lezione di Ratisbona.
[I corsivi sono miei]

Nella stessa pagina del sito che ospita l’articolo si possono leggere anche altre cose interessanti, tra cui, naturalmente sulla stessa lunghezza d’onda di Magister, una nota di Pietro De Marco, esperto in geopolitica religiosa, professore all'Università di Firenze e alla Facoltà Teologica dell'Italia Centrale. Scrive tra l’altro De Marco:

Vi è un disegno di taglio inconfondibile nell’importante discorso di Benedetto XVI all’Università di Ratisbona. È la volontà del papa di non evitare la parte critica entro il suo rapporto dialogico con l’islam, ovvero entro quella stessa prospettiva che è stata anche definita impropriamente un “asse del sacro” cristiano-islamico. La profonda visione strategica di papa Benedetto sembra operare ad integrazione del magistero di Giovanni Paolo II, con le stesse caratteristiche di fermo discernimento sui temi della verità e della ragione che Joseph Ratzinger aveva esercitato, come prefetto della congregazione per la dottrina della fede, di fronte alle derive teologiche interne alla Chiesa.
[Anche in questo caso i corsivi sono miei]


September 21, 2006

Sullo stato di Prodi

Su Avvenire, l’editoriale di Sergio Soave fa il punto sullo stato di salute del governo di Romano Prodi e della sua coalizione. Una rappresentazione magari con qualche lacuna, ma nel complesso realistica ed equilibrata, da raccomandare all’attenzione di chi, per avventura, è un po’ stufo delle solite partigianerie e vuol sentire una campana sufficientemente (e decentemente) super partes. E poi ha il pregio di essere breve ...

Un'analisi della lectio magistralis

Ieri mattina, incrociando la rotta di un blog britannico che seguo da tempo, quello dell’amico David (A Step At The Time), il quale aveva appena linkato il mio post in inglese su Oriana Fallaci, ho letto un’analisi particolarmente intrigante, che confermava la mia convinzione che le parole pronunciate dal Papa all’università di Ratisbona non fossero affatto da interpretare come un clamoroso scivolone diplomatico, bensì come qualcosa di molto ben meditato, con obiettivi precisi e in cui tutto era stato accuratamente calcolato, comprese le reazioni furibonde cui il discorso ha dato origine in maniera praticamente automatica. Il titolo del documento è: "Faith, Reason and Politics: Parsing the Pope's Remarks." L’autore è George Friedman, presidente dello Stratfor (Strategic Forecasting Inc.), un centro di analisi internazionali che Barron’s ha definito “The shadow CIA”). E David ha avuto la brillante idea di rendere disponibile sul suo blog un testo altrimenti destinato agli abbonati alla rivista online.

L’articolo di Friedman—autore, tra l'altro, di America's Secret War—è piuttosto lungo, ma merita di essere letto per intero e con tutta l’attenzione che può meritare un’analisi molto dettagliata, sottile ma nel contempo estremamente concreta, attenta a non lasciare nulla di inesplorato tra ciò che potrebbe aiutare a comprendere una determinata situazione e il contesto geo-politico (e storico, socio-economico, culturale, ecc.) in cui essa è inserita.

Cito solo qualche brano, quanto basta a capire di cosa si tratta, dopodiché, ripeto, consiglio vivamente la lettura integrale dell’articolo.

Benedict’s words were purposely chosen. The quotation of Manuel II was not a one-liner, accidentally blurted out. The pope was giving a prepared lecture that he may have written himself — and if it was written for him, it was one that he carefully read. Moreover, each of the pope’s public utterances are thoughtfully reviewed by his staff, and there is no question that anyone who read this speech before it was delivered would recognize the explosive nature of discussing anything about Islam in the current climate. There is not one war going on in the world today, but a series of wars, some of them placing Catholics at risk.

It is true that Benedict was making reference to an obscure text, but that makes the remark all the more striking; even the pope had to work hard to come up with this dialogue. There are many other fine examples of the problem of reason and faith that he could have drawn from that did not involve Muslims, let alone one involving such an incendiary quote. But he chose this citation and, contrary to some media reports, it was not a short passage in the speech. It was about 15 percent of the full text and was the entry point to the rest of the lecture. Thus, this was a deliberate choice, not a slip of the tongue.

As a deliberate choice, the effect of these remarks could be anticipated. Even apart from the particular phrase, the text of the speech is a criticism of the practice of conversion by violence, with a particular emphasis on Islam.

Clearly, the pope intended to make the point that Islam is currently engaged in violence on behalf of religion, and that it is driven by a view of God that engenders such belief. Given Muslims’ protests (including some violent reactions) over cartoons that were printed in a Danish newspaper, the pope and his advisers certainly musthave been aware that the Muslim world would go ballistic over this. Benedict said what he said intentionally, and he was aware of the consequences. Subsequently, he has not apologized for what he said — only for any offense he might have caused. He has not retracted his statement.


Appurato quanto sopra, Friedman si chiede: Perché? E perché adesso? Le chiavi di lettura sono due. La prima è questa:

Benedict, whether he accepts Bush’s view or not, offered an intellectual foundation for Bush’s position. He drew a sharp distinction between Islam and Christianity and then tied Christianity to rationality — a move to overcome the tension between religion and science in the West. But he did not include Islam in that matrix. Given that there is a war on and that the pope recognizes Bush is on the defensive, not only in the war but also in domestic American politics, Benedict very likely weighed the impact of his words on the scale of war and U.S. politics. What he said certainly could be read as words of comfort for Bush. We cannot read Benedict’s mind on this, of course, but he seemed to provide some backing for Bush’s position.

Questa prima chiave di lettura, però, spiegherebbe soltanto il timing della lectio magistralis, per tutto il resto ne occorre una seconda, e stavolta non è più in gioco l’America di Bush, ma l’Europa ...

September 20, 2006

Torrents of vivid sublimely subjective prose ...


“Oriana Fallaci—as Peter Popham puts it in The Independent—was arguably the most extraordinary journalist Italy has ever produced.” Well, I don’t say I don’t agree with that statement, but I would prefer to say that, as far as I know, Oriana was the world’s most incisive and brilliant interviewer. As a matter of fact, while among the most famous and respected Italian journalists of the past I couldn’t find it too hard to mention some other names, it wouldn’t be the same with the world’s most famous interviewers I have ever read.

But it is certain that

[w]ith her torrents of vivid, sublimely subjective, flamingly emotional prose she became Italy's most famous war correspondent by far.

And that when Oriana turned her attention to the leaders of the world, within a few years she became, as Elizabeth Mehren puts it in the Los Angeles Times, “the journalist to whom virtually no world figure would say no.”

It is also true that Fallaci's real second wind arrived on September 11, 2001, with the destruction of the twin towers by Islamist terrorists. In those days she wrote for Italy's best-selling and most important newspaper, the Corriere della Sera, an article and an incandescent pamphlet which became almost immediately a book, La rabbia e l'orgoglio (2001; The Rage and the Pride, 2002), a best seller (a million in Italy and hundreds of thousands across Europe) and, above all, the most controversial work of her career:

A crude, bigoted, downright nasty attack not just on Islamist terrorists but on Muslims of every stripe.

After all it was Oriana who once wrote:

I sat at the typewriter for the first time and fell in love with the words that emerged like drops, one by one, and remained on the white sheet of paper ... every drop became something that if spoken would have flown away, but on the sheets as words, became solidified, whether they were good or bad.
[Quote drawn from here]

Read the rest of the excellent article by Peter Popham if you want to learn more about Oriana Fallaci.

September 19, 2006

Panebianco, Messori ... e Ahmadinejad

Sul Corriere di oggi Angelo Panebianco riprende ciò che su quello stesso giornale scriveva ieri Vittorio Messori, a proposito delle reazioni del mondo islamico alla lectio magistralis tenuta dal Papa a Regensburg, e garbatamente lo corregge. Il fatto è che, secondo me, hanno ragione entrambi, e vorrei spiegare perché.

Dunque, cosa diceva Messori? Essenzialmente due cose: a) l’ormai celeberrima frase estrapolata dal discorso del Papa è stata semplicemente un pretesto per aizzare le piazze islamiche; b) lo scontro con l’islam, che i cristiani vorrebbero evitare ma che dall’altra parte ci si dà da fare per rendere inevitabile, se ci sarà, sarà duro, ma almeno stavolta gli europei, inclusi i credenti, non si comporteranno come si sono comportati col marxismo, al tempo cioè dell’altra grande sfida, dando vita a “quinte colonne” al proprio interno e lasciandosi in qualche modo sedurre da “quella sorta di vangelo di libertà e di giustizia—qui e ora, non in un illusorio Aldilà—proposto da quel nipote e pronipote di rabbini che fu Karl Marx.”

Ebbene, sulla prima Panebianco si dice d’accordo, sulla seconda no. E argomenta così:

Dove Messori pecca forse di ottimismo è nel credere che non si ripeterà fra gli europei, credenti compresi, quanto accadde a suo tempo col marxismo. Se l'Europa flirtò con quel giudeo-cristianesimo secolarizzato che era il marxismo, non potrà farlo, pensa Messori, col fondamentalismo islamico. Per la sua incompatibilità con il pensiero «politicamente corretto» da noi egemone. Temo si sbagli. Non solo perché ci sono diversi europei che già flirtano con l'estremismo islamico, consapevoli di condividere con esso i nemici principali, Stati Uniti e Israele. Niente predispone alla solidarietà più della condivisione del nemico. Ma soprattutto perché l'Europa ha paura, è spaventata a morte, e la paura spinge più di qualunque altro sentimento a blandire il prepotente, a dargli ragione per tenerlo buono. Oriana Fallaci parlava di Eurabia. Basta guardare a tante reazioni occidentali al discorso del Papa per capire che Eurabia, forse, è già tra noi. Non parlo tanto dei teologi improvvisati che hanno spiegato a Ratzinger cosa sia davvero il cristianesimo (anche nelle situazioni più tragiche l'uomo è in grado di dare vita a siparietti di irresistibile comicità). Parlo dei tantissimi che hanno accusato il Papa di non essersi censurato. Guardandosi intorno, sembra condivisibile il pessimismo di Bernard Lewis che prevede un'Europa sconfitta e sottomessa.

Così a prima vista verrebbe da essere d’accordo con Panebianco e di dar torto a Messori, ma riflettendo un po’ direi che ciascuno dei due ha ragione, ma su piani diversi: il primo su quello strettamente politico, il secondo su quello della cultura politica. Difficile, cioè, pensare che Panebianco si sbagli quando individua delle vere e proprie teste di ponte del nemico nel campo europeo, ma è altrettanto fuori questione, a mio avviso, che il volto che presenta l’islamismo “è in rotta di collisione con quel «politicamente corretto» che è—nel bene e nel male—il nostro pensiero egemone.” Penso, cioè, che entrambi abbiano mostrato una sola faccia della medaglia (anche se in maniera lucidissima) ignorando, o, più probabilmente, sottovalutando l’altra.

Nel frattempo, che a Teheran un astuto fondamentalista con mire politiche ambiziosissime abbia prudentemente raffreddato i bollenti spiriti dei suoi simili, invitandoli a "rispettare il Papa di Roma," potrebbe essere una dimostrazione che Vittorio Messori ha effettivamente colto nel segno: se lo scontro ci sarà l’Europa si ricompatterà culturalmente. Dunque, forse è meglio abbassare un po’ la cresta …

E chissà che a questo risultato non puntasse anche il Pontefice quando ha detto, scientemente, ciò che ha detto (e che non ha affatto ritrattato): se scopriamo le carte ne vedremo delle belle. Il coraggio paga, anche se qualcuno, da noi, ancora non l’ha capito.