May 14, 2007

Vittoria amara

Vorrei dire che adesso le cose sembrano un po’ più chiare, che a piazza San Giovanni s’è fatto un passo avanti, ma sarebbe una verità parziale, perché avanti si va solo se c’è l’idea condivisa che ci si debba andare, all’incirca, tutti insieme, non due terzi sì e uno no. E poi, diciamolo, dei laici c’è bisogno, perché senza di loro, cioè senza i “lumi” e le rivoluzioni borghesi, non saremmo ciò che siamo. Così come loro, senza di noi, non sarebbero neanche potuti esistere. Per questo, a rigore, c’è poco da esultare, e la vittoria—schiacciante, perfino imbarazzante—è amara per noi papisti quasi quanto lo è la disfatta per la controparte. Sappiamo, in ogni caso, che se “qualcosa di serio e profondo non fun­ziona nel nostro modo di vivere,” non sarà senza—e tanto meno contro—di loro che riusciremo a cambiare ciò che va cambiato, conservando però ciò che va conservato. Se solo si riuscisse a rispettarsi reciprocamente si sarebbe già in vista della meta. Infine, non vorrei sembrare scortese, ma a me pare che un appello come questo dovrebbe far meditare:

Io rispetto il pensiero degli altri, aspet­tando che maturi il rispetto per il pensie­ro o magistero di un Papa che mi piace, che sa dire quel che si deve dire a favore della ragione e contro il razionalismo astratto. E non sono papista perché voglio "strumentalizzare la religione" (com'è sempre banale, piatto, il pensierodell'onorevole Prodi, con tutti quei fratelli che sanno e che ragionano potrebbe informar­si almeno in famiglia!). Sono papista per­ché sento con sempre maggiore chiarezza che qualcosa di serio e profondo non fun­ziona nel nostro modo di vivere, e che la li­bertà di vivere come a ciascuno pare e pia­ce, sacra in linea di principio, si sta rovesciando nell'obbligo di vivere come impo­ne l'ideologia secolarista, sempre confor­mi a una linea di fatto.

Se ne può parlare liberamente, della verginità prima del matrimonio che suona ruralismo ideologico e proibizionismo urticante contro l'uso precoce dei sensi, suo­na proprio così al cospetto dell'amor civi­le celebrato con il divorzio in Piazza Navona, ma se ne può parlare soltanto se venga rispettato, compreso, accolto con simpatia e non con irrisione l'insieme del discorso pubblico nuovo della chiesa cat­tolica e di tante altre denominazioni, cri­stiane e non (penso alla sortita del rabbino Di Segni sull'omosessualità).

O i laici si aprono al confronto, e si rein­ventano, oppure asfaltano una brutta stra­da che sarà percorsa dal carrozzone dell'incomprensione, della rigidità ideologica, chiunque vinca alla fine, e sappiamo tutti che la vittoria vola per adesso sulle ali di­spiegate dell'informazione di massa, della pubblicità di massa, della cultura di mas­sa supersecolarizzata. Ma per laici veri, vincere nel disonore di un mancato con­fronto, vincere non con l'ironia di una cul­tura che si contamina con quella più anti­ca e più densa dei cristiani, vincere con la forza d'inerzia, non è un premio. È una condanna.
[Dall’editoriale del Foglio di oggi]

May 12, 2007

Family Day

Andare a Roma non è esattamente una passeggiata, quindi oggi non ci sono, a Piazza San Giovanni. Se avessi potuto esserci, però, e se, per ipotesi, mi fosse passato per la mente di buttar giù un post dedicato agli assenti, avrei scritto più o meno quello che si può leggere qui. Grazie ad Angelo.

May 11, 2007

But he didn't pass by

[UPDATED]

After Tony Blair’s resignation speech—delivered on May 10 to party activists in his Sedgefield constituency—I must confess that, among the dozens of comments I have come across on the subject, I have especially loved the sobriety with which my favourite British blogger has expressed his point of view. He simply quoted this passage from the speech “against a whole heap of the commentary” on Blair’s depart (though pointing out that, unlike me, he doesn’t get the ‘belief’ stuff …):

In Sierra Leone and to stop ethnic cleansing in Kosovo, I took the decision to make our country one that intervened, that did not pass by, or keep out of the thick of it.

Then came the utterly unanticipated and dramatic. September 11th 2001 and the death of 3,000 or more on the streets of New York.

I decided we should stand shoulder to shoulder with our oldest ally. I did so out of belief.

So Afghanistan and then Iraq, the latter, bitterly controversial.

Removing Saddam and his sons from power, as with removing the Taliban, was over with relative ease. But the blowback since, from global terrorism and those elements that support it, has been fierce and unrelenting and costly. For many, it simply isn't and can't be worth it.

For me, I think we must see it through. They, the terrorists, who threaten us here and round the world, will never give up if we give up.


UPDATE - Sat, May 13, 2007 - 10:30 pm
There is a full version video in two parts of the speech at You Tube: part one, part two.

May 10, 2007

Tibet tradito

Leggo sul sito dell'associazione Italia-Tibet:

Cedendo alle ripetute pressioni cinesi, il governo belga ha chiesto al Dalai Lama di cancellare la sua visita a Bruxelles dove, i giorni 11 e 12 maggio, il leader tibetano avrebbe partecipato alla sessione inaugurale della quinta conferenza mondiale dei Gruppi di Sostegno al Tibet e incontrato alcuni parlamentari europei. Il governo belga, nel motivare la sua richiesta, ha messo in relazione la visita del Dalai Lama a Bruxelles con la prossima visita (16 – 26 giugno 2007) di una delegazione commerciale, guidata dal Principe Filippo del Belgio, a Pechino ed ha ammesso di aver ricevuto ripetute sollecitazioni dal governo cinese affinché il capo dei tibetani non effettuasse il suo viaggio.
(Phayul/TibetNet)

Non credo ci sia bisogno di commentare questa notizia. Del resto, al momento, non riuscirei neppure a trovare espressioni che fossero sufficientemente severe (per deplorarare il comportamento del governo belga) e, nel contempo, accettabilmente civili e bene educate. Quindi preferisco astenermi.

Chiantishire

Resoconto sintetico in due puntate—di cui questa è la prima—di un lungo week-end nella patria del Chianti e del Brunello. Non tanto per disintossicarmi dagli argomenti di cui si occupa questo blog—anche se ogni tanto ce n’è bisogno—quanto per puro e semplice altruismo. Nel senso che anche soltanto la condivisione virtuale di una bella esperienza è di per sé un gesto nobile. Ma certamente, qualora l’effetto del post dovesse essere quello di indurre chi ancora non c’è stato ad andarci al più presto, avrei fatto davvero un grande favore ai lettori di questo blog. Le foto che vedete sono mie, e ovviamente non sono un granché (il fotografo è scarsetto, ahimè).

Greve in Chianti, Piazza e monumento a Verrazzano


La prima tappa è stata Greve in Chianti, considerata la capitale del Chiantishire. Il paese, reso un po’ snob dalla fama che gli inglesi le hanno procurato, ha un aspetto gradevolissimo, particolarmente la piazza, dove campeggia il monumento al grande esploratore Giovanni da Verrazzano, nato verso la fine del XV secolo in un castello nei dintorni. Ma è il paesaggio—nel quale includo le pietre di cui son fatte tutte le case da quelle parti—la cosa più notevole: dolci colline, vigneti, ulivi e boschi. Un cocktail eccezionale, che soprattutto in primavera si arricchisce dei profumi emanati da una natura che è stata certamente molto generosa. Il tutto è compendiato ovviamente nel Chianti.

MontefioralleDevo anche dire che ho avuto la fortuna di essere in loco l’ultimo week-end di aprile, cioè le due magiche giornate in cui a Montefioralle, cioè un paio di chilometri più su, si degustano i “Vini del Castello.” Una rassegna favolosa, cui presentarsi possibilmente non a stomaco vuoto … Tra i vicoli e le scalinate dell’antico borgo, in mezzo a quelle pietre che parlano, si possono assaggiare i vini di tredici aziende locali, nella molteplicità in cui si esprime l’unità sostanziale del grandissimo vino che qui è l’onnipresente e incontrastato signore.

Castellina in Chianti


La seconda tappa è stata Castellina in Chianti, già in provincia di Siena. Anch’essa di bell’aspetto, ma meno glamour di Greve, pur con le sue belle case di pietra, per lo più restaurate in maniera impeccabile, e con il bel paesaggio circostante. E naturalmente ottimo vino (ma qui, purtroppo, niente assaggi gratuiti, solo a pagamento).

Infine Monteriggioni (vedi foto panoramica nel sito del comune), un magnifico borgo medievale circondato da mura (citate da Dante nel XXXI canto dell’Inferno), con quattordici torri fortificate. Ottimamente restaurato, il borgo, oltre che per le mura, si segnala per la Pieve di Santa Maria Assunta (sec. XIII). Anche qui si può apprezzare l’ottima produzione locale di Chianti, purché non vi si arrivi di prima mattina e non ci sia da rimettersi in strada subito dopo (mi raccomando ...).

In un prossimo post il paradiso dei cultori del Brunello, ma anche delle abbazie medievali.

May 7, 2007

E' nata la Right Europe

E’ un redde rationem, la vittoria di Sarko, che è solo ai suoi primi passi. Lo è perché il nuovo presidente è un uomo colto che ha saputo spiegare bene ai francesi che cosa sarebbe successo se lui avesse vinto. E per farlo si è affidato non solo a programmi, dati e cifre, ma anche a simboli. Uno di questi—il più importante, credo—è il Sessantotto: naturalmente «da liquidare», come lui stesso non si è peritato di esprimersi.

Come un rude guerriero della politica, ha scelto quel mito, che è stato, e in parte è ancora, uno spartiacque tra un «prima» e un «dopo» che, se si incontrassero per strada un po’ soprappensiero, farebbero fatica a riconoscersi carne della stessa carne e sangue dello stesso sangue. Insomma, mica una faccenda da poco prendere di petto il Sessantotto. Uno glissa, per lo più, perché dentro ci siamo tutti, anche quelli di destra-destra, quanto a modi di pensare e di vivere, di vestirsi e di parlare, di divertirsi e di pregare (o di bestemmiare). E dunque, la sfida, a voler essere—per dirla à la Giuliano Ferrara—radicali e conservatori, era, è, proprio lì. Sarko, uomo di studio oltre che d’azione, l’ha capito, ci ha scommesso, e ha vinto. Per questo la Francia, e probabilmente l’Europa intera, non sarà più la stessa, dopo questo 6 di aprile. Il redde rationem è appena cominciato, la Right Europe, versione giustamente e doverosamente riveduta e corretta della Right Nation americana, ha emesso il suo primo vagito. Dopo molti segni premonitori, per altro, tra i quali quelli che hanno solcato i cieli d’Italia in questi anni.

E’ in un'analisi di Barbara Spinelli—che è tutta da leggere, magari per condividerla solo in parte, come spesso capita a me, per esempio, con le cose che scrive la succitata—che ho trovato la definizione più acuta e intrigante del personaggio Sarkozy. Homo novus, scrive la Spinelli, ma questo dice ancora troppo poco. In realtà c’è una caratteristica che lo rende unico, e vincente in una maniera a sua volta molto, molto singolare:

È come se la meta per lui fosse una necessità, se non un'avversità. Si può predisporre un destino politico con lo stesso spirito con cui si vive monaci nel deserto o si traversa un dolore. Non a caso c'è una parola, singolare per la cultura politica francese, che Sarkozy usa spesso quando racconta la propria pluriennale conquista: ascesi, che letteralmente vuol dire esercizio spirituale e fisico fatto di isolamento, preghiera, meditazione, perfezionamento e volontà ferrei. La parola araba è gihàd.

Ecco, appunto, qualcosa come un’ascesi è appena cominciata. Poi, chiamiamola pure come ci pare.

May 4, 2007

At the core of the Microsoft-Google saga

A few months ago Microsoft made an offer to acquire Yahoo!, but the search engine operator spurned the advances of the Redmond, Wash.-based software giant. Yet, that was not the last word. As a matter of fact, according to the New York Post, stung by the loss of Internet advertising firm DoubleClick to Google last month (a $3.1 billion purchase), Microsoft is resuming its pursuit and asking Yahoo to enter formal negotiations for an acquisition that could be worth $50 billion.

Maybe what this story suggests is that, as in the Highlander saga, only one will survive. But how, if ever, will this benefit all of us end users?

Meglio Sarko

[UPDATED] Quel che succede oltralpe è molto, molto interessante, e qui si cerca di seguire gli eventi con la massima attenzione. Magari il tutto non sarà di facilissimo approccio per chi non è francese, ma questo è scontato, e in ogni caso credo che il discorso valga per tutti quelli che mettono il naso nelle vicende politiche altrui. Voglio dire che quando mi è capitato di seguire le reazioni e i commenti che venivano prodotti nell’«anglosfera» sulle elezioni italiane ne ho riportato un’impressione talmente miserevole che mi imbarazza anche il solo pensiero di poter cadere nella stessa trappola infernale, parlando delle elezioni di un Paese che non sia il mio. Le imprecisioni, i luoghi comuni, il semplicismo, le banalità e le autentiche stupidaggini che ho letto sull’Italia mi hanno per così dire vaccinato. E allora? E allora, sinceramente, la tentazione di astenermi dall’esprimere a voce alta opinioni al riguardo—non certo dall’avercele—è forte. Ma correrò il rischio, anche perché non mi risulta di avere lettori francesi …

Dunque, con una buona dose di faccia tosta, mi avventuro fino a dire che Madame Royal mi annoia da morire—soprattutto quando diventa aggressiva e fa scena ostentando arrabbiature poco credibili, come ieri l'altro sera. Dicono che rappresenta il nuovo, a sinistra, e sarà pure vero, ma se il futuro della sinistra francese consiste nelle idee e nell’approccio alle questioni di Ségolène Royal mi pare che non ci sia di che congratularsi, e semmai mi sembrerebbe più appropriato ritenere che la novità più significativa sia la “svolta estetica” che la signora ha impresso alla politica: da questo punto di vista, in effetti, non credo ci siano dubbi.

Per uscire dal generico, direi che condivido molto questa sferzata di André Glucksmann (sul Corriere di ieri):


Si dice che Sarkozy divide, mentre Royal unisce. Il bruto e la madonna? Eccoci davanti a due metodi. Qual è più democratico? Quello di Sarkozy, che non indie­treggia davanti alle divisioni e osa presentare le alterna­tive agli elettori chiamati a prendere la loro decisione con cognizione di causa? Oppure il metodo Royal, che promette l'unione a ogni costo e promuove l'immobili­smo?

Naturalmente resta «l'obiezione suprema» contro Sarko, il «razzista», colui che propone il «ministero infernale». Glucksmann risponde così:


Se­condo me, i veri «lepenizzati» sono le anime belle di sinistra e del centro che, senza esitare, presuppongono che fra identità nazionale e immigrazione non possa es­serci che una relazione d'esclusione. Perché voler crede­re per forza che un ministero dell'Immigrazione e del­l'Identità nazionale sarà un ministero dell'Identità con­tro l'immigrazione? Con quale diritto è formulata una interpretazione così malevola? Per quanto Sarkozy ripe­ta che l'identità francese non è etnica, che la nazione si è arricchita di successive ondate d'immigrazione (di cui fa parte la sua famiglia), che di fronte al regime di Vichy, la Resistenza al nazismo deve tanto ai Repubblica­ni spagnoli, agli armeni, agli ebrei... Non c'è nulla da fare. Un immondo mascalzone ha appena «oltrepassa­to la linea gialla».

Infine, siccome delle somiglianze tra Italia e Francia, malgrado tutto, ci sono, e dal momento che un «grande lupo cattivo» non ce l’hanno solo loro (e a furia di agitare quello spauracchio si finisce per diventare intellettualmente pigri e talvolta pure un po’ cialtroni), si potrebbe pensare che la conclusione del ragionamento faccia tesoro di qualche nostra disavventura:


Brandire «l'apriti sesamo» del Tutto tranne Sarkozy per aprire a Ségolène le porte dell'Eliseo, qualunque cosa dica oggi e faccia o non faccia domani, sa d'imbroglio.

Ancora una volta, insomma, non posso che dichiararmi d’accordo. Meglio Sarko. Apprezzamento e simpatia, oltretutto, che mi accomunano a uno per il quale questo blog si è speso più volte in passato ... Avrebbe detto, costui, in un'intervista a Paris Match, che «bisogna mettere da parte le vecchie ideologie di sinistra e di destra». Ecco, appunto, questo è ciò che stavo cercando di dire in maniera forse troppo prolissa.

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UPDATE (ore 15:00 del 4 maggio 2007)
Da non perdere—anche perché sulla stessa lunghezza d'onda del post qua sopra ...—l'editoriale del Foglio di oggi (questo il link temporaneo). In particolare questo passaggio:


Il problema è che Mme Royal ha anche alla fine rivelato se stessa. Se stessa no, perché siamo documentalmente convinti che di lei in realtà c’è poco. Ma il se stessa di sinistra, nel senso prototipico della gauche eterna, quello lo si è visto. Uno spettacolo pazzesco di demagogia e di arroganza del cuore, una roba che anche in un giornale come questo, che da sempre è di destra e di sinistra, radicale e conservatore, ha avuto il suo impatto: ricordati che non è di quella malattia della gauche che devi morire, perché non è dignitosa. Ha tirato fuori una storia di stupro come arma contundente ideologica d’occasione contro un avversario maschio, e ha accompagnato il colpo basso e freddo con una cosa così risibile che ancora si è sorpresi che sia restata in gara dopo tanta leggerezza: lo stato deve garantire a una poliziotta (dicesi: una poliziotta) la sua sicurezza quando rientra a casa la sera. I poliziotti che proteggono i poliziotti, come nella già leggendaria teoria di Massimo D’Alema, che i soldati americani non devono fare la guerra perché hanno il compito di proteggere gli italiani in divisa di Herat. Ha inventato una tirata di bassissimo conio, del tutto ingiustificata, sui disabili a scuola, e sembrava una piccola reincarnazione sanguinaria di Saint-Just contro la resistenza non vittimistica di Sarkozy, che non sembrava ma era (ché in tv appunto si è più che sembrare) una specie di redivivo Benjamin Constant.

April 27, 2007

Quell'«atmosfera malvagia» che tutto pervade

Un inserto da non perdere sul Foglio di oggi: si possono leggere ampi stralci del testo del discorso di monsignor Angelo Amato, segretario della congregazione per la Dottrina della fede, che tanto scandalo ha suscitato presso l’opinione pubblica laicista, nutritasi dei resoconti parziali e “mirati” dei media di quell’area politico-culturale, che hanno riportato soltanto brani come quello sul “terrorismo dal volto umano:”
subdolamente propagandato dai mezzi di comunicazione sociale, manipolando ad arte il linguaggio tradizionale, con espressioni che nascondono la tragica realtà dei fatti. Ad esempio, l’aborto viene chiamato interruzione volontaria della gravidanza e non uccisione di un essere umano indifeso […].

Una lettura più completa, secondo la presentazione dell’Elefantino, è a questo punto d’obbligo, dopodiché ognuno è libero di giudicare, ma almeno a ragion veduta. In effetti, il ragionamento di monsignor Amato ha un respiro molto più ampio di quel che si potrebbe pensare fermandosi ai resoconti di cui sopra. Si tratta, infatti, di una riflessione sulle radici e sull’essenza del male che “è dentro di noi e intorno a noi,” tanto che ogni giorno, seguendo quanto riportano i giornali e i telegiornali, o basandoci sulle informazioni che ricaviamo da Internet, “noi assistiamo a un film perverso sul male,” sull’“onda maligna che ci assale quotidianamente.”

Su questa “fenomenologia del male” il segretario della congregazione per la Dottrina della fede, dopo aver richiamato le interpretazioni proposte dai filosofi e dalle religioni non cristiane, ha esposto il punto di vista della Chiesa, utilizzando parole e concetti dello stesso Pontefice. Obiettivamente, il linguaggio è duro, così come la denuncia è senza fronzoli e la via d’uscita proposta senza compromessi, affilate entrambe come una spada:

Il Papa parla di un’atmosfera malvagia, che assomiglia molto a quanto abbiamo detto all’inizio a proposito della fenomenologia del male. Il male oggi non è solo azione di singoli o di gruppi ben individuabili, ma proviene da centrali oscure, da laboratori di opinioni false, da potenze anonime che martellano le nostre menti con messaggi falsi, giudicando ridicolo e retrogrado un comportamento conforme al Vangelo.
“E chi non vedrebbe che ci sono avvelenamenti mondiali del clima spirituale che minacciano l’umanità nella sua dignità, addirittura nella sua esistenza? La singola persona, anzi, le stesse comunità umane sembrano irrimediabilmente abbandonate all’azione di queste potenze. Il cristiano sa che, da solo, neppure lui può riuscire a dominare questa minaccia. Ma nella fede, nella comunione con l’unico vero Signore del mondo, gli è donata l’“armatura di Dio”, con cui – nella comunione dell’intero Corpo di Cristo – può opporsi a queste potenze, sapendo che il Signore ci restituisce nella fede l’aria depurata da respirare – il soffio del Creatore, il soffio dello Spirito Santo, nel quale soltanto il mondo può essere risanato”.

Onde preservare il tutto dall’oblio ho messo al sicuro il paginone del Foglio, inclusa la premessa dell’Elefantino, che trae spunto anche dalla storiaccia della scuola materna di Rignano Flaminio e da un’inchiesta sull’inquietante argomento pubblicata ieri su la Repubblica, a firma di Carlo Bovini, e che può considerarsi—a giudizio del direttore del Foglio—“esemplare del meglio” della professione giornalistica. L’approccio, sia ben chiaro, non è colpevolista, e tuttavia non è tenero verso l’«atmosfera malvagia» che pervade il nostro tempo. Perché il punto, alla fin fine, non è trovare dei colpevoli da dare in pasto all’opinione pubblica inferocita, ma piuttosto di convincersi che non si può vivere come se il male non ci fosse. L’”Apocalisse di ogni giorno” si alimenta anche del silenzio che si vorrebbe far calare sulla tragica realtà del male.

April 26, 2007

La promessa mantenuta di Corvo Bianco

Fu soprannominato Corvo Bianco ed ebbe meriti e demeriti commisurati all’impresa nella quale si imbarcò, cioè grandi, anzi enormi. Dimostrò durezza e coerenza. Michail Gorbaciov, il suo storico rivale, ebbe modo di sperimentare di persona entrambe: quando, nel giugno 1990, l’allora presidente del Presidium del soviet supremo della Repubblica socialista federativa russa, dette il via ad un conflitto di potere devastante con il Cremino (retto appunto da Gorbaciov), e quando, prigioniero nella sua dacia in Crimea nei giorni del tentato colpo di stato del 19-21 agosto 1991, il fiero avversario Boris Nikolaevich ne ottenne la liberazione schierandosi apertamente contro i golpisti. Fu proprio in quelle drammatiche circostanze che la figura di Eltsin divenne di colpo famosa in tutto il mondo: chi non ricorda quando salì su un carro armato dei ribelli per arringare la folla davanti al Parlamento russo, riuscendo in tal modo ad evitare un bagno di sangue?

Oggi Avvenire, con un editoriale firmato da Luigi Geninazzi, ricorda e rende omaggio a un aspetto di Corvo Bianco meno noto, ma non per questo meno importante: con lui si è realizzata quel che Berdjaev chiamò «l’idea russa», vale a dire un rapporto specialissimo tra il popolo e la religione. Non è certo per caso che Boris Eltsin è stato il primo capo di Stato russo ad avere un funerale religioso dai tempi degli zar. In particolare, l’uomo seppe tener fede a una promessa:


Ci teneva alla libertà, prima di tutto quella religiosa. L’aveva promesso a Giovanni Paolo II nella prima storica visita che compì in Vaticano il 20 dicembre del 1991, all’indomani della fine dell’Unione Sovietica. In quell’occasione il presidente della Federazione Russa che di lì a cinque giorni avrebbe preso il posto di Gorbaciov al Cremlino affermò solennemente che avrebbe garantito la piena libertà «a tutte le confessioni religiose senza alcuna distinzione». L’avrebbe dimostrato coi fatti qualche anno più tardi, respingendo una legge sul culto, già approvata dal Parlamento, che penalizzava le minoranze religiose a cominciare dalla piccola comunità cattolica. E, vale la pena ricordarlo, si rifiutò di firmare una legge iniqua nonostante le pressioni della Chiesa ortodossa e gli umori nazionalistici della Russia profonda.

Giustamente l’editoriale non nasconde che vi furono errori, anche molto gravi, ma fa presente che non si può non onorare la memoria di un uomo che si distinse “per la sua strenua difesa del principio di libertà in un Paese che era diventato sinonimo di dittatura.” Mi pare che la definizione sia perfetta. E se posso—non solo perché "zar Boris" mi era simpatico—la faccio mia.


April 24, 2007

Evviva il Partito della Sera!

E adesso è chiaro a tutti che è il Corriere a dare la linea al Partito democratico. L’avevo anche ipotizzato, in privato, ma i fatti sono andati al di là dell’immaginazione. Sono stati Angelo Panebianco e Paolo Mieli—con gli editoriali, rispettivamente, del 15 e del 19 aprile—i profeti che hanno spianato la strada agli eventi futuri. Profeti, ben inteso, nel senso biblico, cioè non tanto o soltanto coloro i quali pre-vedono ciò che deve accadere, che «mettono davanti cose nascoste», quanto gli inviati dall’alto che parlano «al posto di», «per», «a favore di», che parlano davanti al popolo a nome di Dio e per suo comando. Basta sostituire a Dio qualche altra “entità superiore”— le scommesse sono aperte circa l’identità del misterioso committente …—e il gioco è fatto.

In effetti i due editoriali erano molto efficaci e, credo, anche ampiamente condivisibili da parte di chi si preoccupa più di far sì che il sistema politico italiano nel suo complesso possa tirarsi fuori dal pantano in cui sguazza da tempo immemorabile, che di tirare acqua al mulino di qualcuno. Comunque i ruoli erano ben distinti: Panebianco ha rappresentato la pars destruens e non ha lesinato critiche, per quanto costruttive, Mieli ha svolto la pars construens, indicando il possibile radioso futuro del partito nascente. Il professore, cioè, ha attaccato duramente la pessima propensione a definire le identità politiche “in rapporto al passato anziché al futuro,” per cui “ci si aggrega contro qualcun altro usando il passato (diviso) come fonte di identità.” Il che comporta che ci si senta esentati “dal dover essere troppo dettagliati sul futuro, su ciò che si intende fare.” Errore capitale nel quale solo “un outsider totale” come Silvio Berlusconi—e qui il colpo ai ds e ai dl è stato crudele—non è caduto. Poche storie, insomma, qui non vale più la regola del



dimmi il tuo patronimico, dimmi di chi sei figlio, e saprò chi sei. Vale la regola: dimmi (con precisione, senza menare il can per l’aia) cosa farai e saprò chi sei.

Qui, cioè appunto nel definire la propria identità politica in rapporto al futuro anziché al passato, con il «contratto con gli italiani» e il proposito di tagliare le tasse ribadito in tutte le salse, Berlusconi ha fatto scuola, infischiandosene dello “scandalo” che il suo stile diretto suscitava nell’opinione pubblica schierata a sinistra. Conclusione, ammonimento e auspicio di Panebianco:



Dopo che Berlusconi ha spezzato il cerchio, continuare a declinare al passato le identità rischia di essere suicida. Il Partito democratico non sarà una impresa vitale se non saprà districarsi dai lacci del passato, se non saprà costruire la propria identità in rapporto al futuro.

Mica male, il professore. Ma vediamo cosa aveva scritto il direttore del Corriere. La faccio breve: mettiamo da parte—ha esortato—“il modo critico, talvolta ipercritico (giustamente ipercritico) con il quale un po’ da tutti è stata seguita la gestazione del Partito democratico,” e prendiamo coscienza che ciò a cui siamo di fronte è “un evento di dimensioni storiche.” Perché? Beh, il nome, per esempio …



Non ci sembra poi di scarso rilievo la circostanza che i fondatori della nuova formazione politica, anziché ispirarsi a una delle denominazioni del centrosinistra europeo, abbiano optato per quella del più antico partito statunitense, il partito di Franklin Delano Roosevelt ma anche dell’anticomunista Harry Truman, di John Kennedy ma anche del «guerrafondaio» Lyndon Johnson e poi di Jimmy Carter e di Bill Clinton.

E poi? Poi basta, sembra di capire, ma i nomi non sono acqua fresca. Comunque il futuro potrà essere radioso veramente, ma ad un patto:



Solo se guidato fin dai primi passi da un capo certo e carismatico il partito democratico potrà avere successo. Un successo i cui effetti, riverberandosi anche nel campo opposto, possono produrre una stabilizzazione dell’intero sistema. Del che c’è evidente bisogno.

Molto, molto interessante la conclusione di Mieli. Anzi, molto, molto profetica (sempre nel senso biblico). Infatti il “capo certo e carismatico” è spuntato come per incanto dai congressi dei due partiti fondatori. Chi? Domanda retorica, evidentemente: “l’unto del Signore” è Walter. Basta aver letto ciò che ha scritto Curzio Maltese su la Repubblica (ieri) per far evaporare istantaneamente eventuali dubbi residui e riserve:


La lotta per la guida del Partito Demo­cratico sarà anche aperta, anzi apertissi­ma, come si sforzano di dire tutti, ma intanto l'egemonia culturale di Walter Veltroni sul nuovo partito è più solida di quella di Antonio Gramsci nel nascente Pci […].

Interessante anche la spiegazione dell’arcano, che, ça va sans dire, è stata anticipata dal Corriere, ma stavolta per la penna di Angelo Panebianco. Scrive Maltese:


Non è un oratore né un ideologo, non vanta un gran­de carisma e non è neppure telegenico. Si può dire che ha sfruttato al meglio una qualità per­sonale unica nel gruppo dirigente del suo par­tito e non soltanto. È il solo politico della sua generazione a non subire l'ossessione del passa­to. Come D'Alema e Fassino, Mussi e Angius. Bersani e Finocchiaro, Bassolino e Cofferati. Forse perché davvero «non è mai stato comu­nista», a differenza degli altri. È la tragedia, il li­mite dei suoi rivali interni, quel correre verso una modernizzazione che significa sempre fare i conti col passato e mai con il presente e il fu­turo.

E adesso attenzione a quest’altro passaggio che sembra scritto da Panebianco in persona:


In un simile vecchiume, Walter Veltroni e Sil­vio Berlusconi sono le sole figure pubbliche a sostenere la prevalenza del presente, l'unico tempo che davvero conti in politica. Ed è que­sta la principale chiave del successo di entram­bi nei rispettivi schieramenti.

Direi che c’è di che rimanere sgomenti. Roba da Antico Testamento questa confusione dei piani temporali: il prima (del congresso ds) e il poi che si fondono e si confondono, e tu che non riesci più a distinguere tra la profezia e la realizzazione della medesima.

Ma non è finita qui. Ci ha pensato Paolo Franchi, sul Riformista, a chiudere il cerchio. Che cos’altro è emerso dal congresso diessino? L’America, naturalmente, cioè il “partito americano.” Ebbene, sentite qua:


In sostanza: mentre molti, e noi tra questi, nemmeno se ne accorgevano, persi come si era a baloccarci attorno a questioni e questioncelle dall'insopportabile retrogusto novecentesco, stava arrivando l'America. Secondo le previsioni (o le prescrizioni) formulate in apertura delle assise della Quercia dal direttore del Corriere della sera. E come in fondo si conviene, se vuole uscire dalla sua eterna condizione di crisi, al paese per tanti aspetti più americanizzato dell'Europa continentale.

Più chiaro di così si muore: “le previsioni (o le prescrizioni)” di Paolo Mieli! E’ il sigillo definitivo sul carattere autenticamente profetico dell’ormai storico editoriale.

Comunque, a scanso di equivoci, mi corre l’obbligo di fare una precisazione: a me, personalmente, la svolta “americana” e anti-ideologica sta benissimo—per il bene del Paese, non perché intenda aderire: figuriamoci se potrei mai diventare veltroniano!—come pure la fuoriuscita preventiva dal Pd di taluni nostalgici del socialismo (sì, quello che hanno combattuto usque ad sanguinem, e fino a l’altro ieri, sia i neo-democtats sia i neo-socialisti). Ha ragione, a tal riguardo, l’araldo del veltronismo Curzio Maltese:


La stessa lagna sull'abbandono di Mussi e Angius, con tutto il rispetto per i sentimenti, la dice lunga. Se il Partito Democratico incarnasse davvero la novità che pretende di rappresentare, altri cen­to Mussi, Angius, […] sarebbero stati spinti sulla strada del­l'addio.

Ovvero, ha ragione fino a un certo punto, dal momento che tra le parentesi quadre Maltese aveva inserito anche i nomi di Caldarola, Macaluso e Nicola Rossi. Francamente sulla presenza in elenco dei primi due non sarei molto d’accordo, mentre sul terzo mi domando se al Nostro non sia scivolata la penna mentre vergava la sua lista dei cattivi …

Quindi, massimo rispetto e un certo compiacimento per come si stanno mettendo le cose. Per il resto non andrei tanto a sottilizzare su certi aspetti un po’ comici di tutto l’apparato, come la colonna sonora del congresso di Firenze («Over The Rainbow» …) o certe locuzioni piuttosto singolari sotto il profilo semantico. Però, onestamente, non posso che dare atto ad Adriano Sofri di avermi regalato un momento di sano e innocente divertimento, con il seguente commento telegrafico, dopo tanta seriosa compunzione di fronte allo storico evento:


Tra gli slogan del congresso Ds (della Margherita non so, ne ho ascoltato una parte) ricorreva l’opposizione fra nuovo partito e partito nuovo. “Non vogliamo un nuovo partito, ma un partito nuovo”. Lo si è ripetuto tante volte, e mi sono chiesto come se la cavassero le interpreti che dovevano tradurre in inglese per le delegazioni straniere. Ne deriva un’impressione un po’ meschina della nostra retorica politica, ma anche una certa soddisfazione per i vantaggi che la lingua italiana offre con la libertà di combinazione di sostantivi e aggettivi. In italiano potremmo costruire anche un vecchio partito nuovo, un nuovo partito vecchio, e perfino un nuovo partito nuovo. Dobbiamo solo rinunciare a spiegarlo alle delegazioni straniere.
[«Piccola Posta», sul Foglio di oggi]

Infine, esorterei i lettori che hanno colto la portata epocale di quanto testè richiamato a non lasciarsi fuorviare e demoralizzare da un editoriale alquanto sarcastico del Foglio di oggi. Per una volta, limitiamoci a contemplare il bicchiere mezzo pieno. Prosit.

Comunicazione di servizio

Mi scuso per la prolungata latitanza dal blog. Sono stato assorbito da vari altri impegni, tra i quali qualche nuovo (per me) programma per il pc che sto sperimentando in questi giorni. Ogni tanto è piacevole scoprire che, anche al di là della blogosfera, l’informatica è un territorio ricco di sorprese e di potenzialità insospettate.

In serata spero di poter postare qualcosa che è in gestazione da giorni, e che per ora è soltanto una montagna di links e alcune annotazioni. A più tardi.

April 22, 2007

Campioni!

«Finalmente è arrivato questo scudetto, siamo contenti. Ma il mio primo pensiero non può che andare a Giacinto Facchetti. Questo campionato ha l'impronta della sua generosità e onestà.»



L'ha detto Massimo Moratti, ma è anche la prima cosa che è venuta in mente a un interista qualsiasi come me. Ciao Cipe, sarai contento, di lassù.

April 19, 2007

E Ferrara ruppe l'incantesimo

Nuova strage, stesse facce attonite, stessi commenti. Inevitabile, ma frustrante e persino insopportabile, perché, come ricorda Giuliano Ferrara sul Foglio citando Kurt Vonnegut, “dopo una strage non c’è niente di intelligente da dire.”

La citazione, invero, sarebbe un ottimo incipit per un editoriale o un post che si chiudessero un attimo dopo, con l’aggiunta soltanto di un «quindi» seguito da poche, imbarazzate parole di commiato. Ferrara, però, ha scelto diversamente, e così mi regolerò anch’io, anche se con motivazioni diverse. Quella del direttore del Foglio è che “qualcosa di intelligente forse era stato detto prima.” Da Cormack McCarthy, vincitore del Pulitzer per il suo romanzo sull’Apocalisse, The Road,


racconto minerale, d’alluminio e scarti di mondo, viaggio di redenzione di un padre e di un figlio verso l’oceano dell’ovest, contro il cielo grigio di cenere, tra i resti dell’umanità e della sua merce, quando tutto era ormai finito e il nulla si era rivelato perché nell’amore paterno si conoscesse, forse, il nome di Dio o l’immagine vera dell’uomo.


“Vogliamo lasciarci sfiorare dal dubbio?”—domanda Giuliano Ferrara. Certo, ci mancherebbe, intanto però registriamo che il direttore si è sbilanciato non poco, essendosi fatto saldamente afferrare da quel “dubbio apocalittico” dal quale invita i lettori a lasciarsi appena sfiorare. Ci vuole coraggio e faccia tosta di questi tempi. Significa mettersi contro un po’ tutti, forse pure i preti, i monaci e le suore, o almeno buona parte di costoro, dal momento che ben di rado risuona nelle chiese e nei chiostri l’invito a “prepararsi” all’Evento. E pensare che i primi cristiani pensavano fosse molto, molto imminente. Poi, con lo scorrere dei secoli si è realizzato che avevamo ancora tempo …, e si è finito col considerare la cosa talmente remota da rendere perfino imbarazzante qualsiasi riferimento esplicito che non fosse, per così dire, puramente teorico. Per sublime ironia della sorte, a rompere l’incantesimo è un ateo dichiarato, ancorché «devoto».

Già martedì sera, a Otto e mezzo, in una puntata catastrofica quanto alla scelta degli ospiti—del tutto inadeguata alle intenzioni del conduttore—, Ferrara aveva posto la questione, ma nessuno ha raccolto il guanto. Anche perché, forse, la provocazione è stata un po’ improvvisata e (quindi) maldestra. Il fatto è che ‘sti atei, per quanto volenterosi, non hanno esperienza di certe cose, non hanno, diciamo, il tatto e la … prudenza che ci vorrebbe. Oh che ti pare che tu puoi parlare del diavolaccio come niente? E come la mettiamo con tutte le confraternite e le obbedienze che ci sono, filosofiche o materialone che siano, che come metti fuori il naso ti passano per le armi—metaforicamente parlando—e ti trascinano sulla pubblica piazza come un reprobo, un malato di mente o peggio?

Per sua fortuna il direttore ha pensato bene di affidarsi anche “alla competenza postuma e asettica del professore di sociologia e criminologia,” che nel caso specifico è James Alan Fox, autore di The Will to Kill, che sul Los Angeles Times ha usato argomentazioni ben più ortodosse:


Dice che sono dei frustrati, quelli che uccidono “senza senso”; aggiunge che sono dei piagnoni, che attribuiscono agli altri i loro fallimenti; che non hanno sostegno emozionale da famiglia e amici; che si imbattono in un avvenimento personale da loro giudicato catastrofico; infine, si dotano con facilità di armi letali. C’è meno compassione in America, è la sua diagnosi per un moltiplicarsi fatale delle stragi senza senso negli ultimi trent’anni, e troppa competizione tra gli umani. Troppi divorzi e poca frequentazione delle chiese, nell’eclissi della comunità tradizionale, insomma un feroce e atroce isolamento che è il prezzo da pagare alla società aperta. Ma il punto vero è in questa domanda del professor Fox, e nella sua risposta disperatamente e politicamente corretta: vero, dice il prof., negli ultimi ventisei anni il numero delle stragi prive di significato è aumentato come mai prima nella storia dei millenni, ma forse possiamo pensare che l’umanità è diventata più cattiva, che gli uomini sono assetati di sangue come mai prima d’ora? Of course not, è la risposta, naturalmente no.


Chiaramente, però, Ferrara non è d’accordo (io, invece, lo sono abbastanza):


Obiezione: perché no? Non guardate la cattiveria, che c’è sempre stata, guardate il suo essere meaningless, senza senso.


Ora, a me l’obiezione sembra deboluccia: una cattiveria senza senso? Ma è un ossimoro! O è cattiveria o è senza senso, se è l’una cosa non può essere l’altra. Se è meaningless è pazzia e basta, nel caso specifico la follia dei piagnoni di cui parla il professore, se invece un senso ce l’ha, allora è qualcos’altro, è il Male. Anche se indubbiamente tra le due fattispecie c’è una certa contiguità: chi uccide per avidità non è «un pazzo», ma è sicuramente «uno stolto», cioè un pazzo la cui cura non spetta alla Psichiatria, bensì alla Saggezza, cioè alle religioni, alle fedi, al misticismo. Le azioni possono, cioè, apparire sensate ma non esserlo veramente (=secondo Verità). Questione di punti di vista. Con la stessa logica, però, bisogna riconoscere che anche una cattiveria senza senso può avere un senso: ciò che può sembrare folle può essere in realtà semplicemente malvagio (cioè folle, ma in quell’altro senso), e dunque opera del Maligno. Nel caso di Cho Seung Hui di cosa si trattava? Vai a saperlo!

Ma Ferrara si riscatta alla grande con la chiusa dell’editoriale:


E domandatevi se questa eclissi dei significati non sia il tratto caratteristico della più moderna tra le società umane, quella società americana che produce con sempre maggiore regolarità sparatorie e racconti apocalittici, dolori e lutti collettivi, frustrazione e ricerca.


E’ la prima volta, se non sbaglio, che il direttore del Foglio fa una “bassa insinuazione” sull’America, sul suo «tratto caratteristico». Non potrei essere più d’accordo. Questa eclissi dei significati è esattamente la ragione per la quale, come mi è già capitato di scrivere, a giudicare dai risultati, non credo che la religione della Right Nation sia poi tanto migliore della nostra. Perché il «senso» non difetta soltanto nella testa di quelli come Cho Seung Hui: solo un’intera società (o civiltà) può produrre simili mostri. E l’America, la Bella, l’Amata, può avere mille ragioni e innumerevoli meriti, ma non è il Bene. Anch’essa ha bisogno di essere redenta, più o meno come la vecchia e disillusa Europa. Con la differenza che il fattore età rende le cose un po’ meno complicate a loro e un po' di più a noi. Ma di questi tempi non è il caso di coltivare insane rivalità. Con gli eventi che secondo alcuni si preparano, poi, sarebbe proprio il caso di unire le forze, di fare, se mi si passa l'espressione, un bagno di umiltà transcontinentale ...

April 16, 2007

Thinking Blogger Award

Through the 2996 list, namely the directory of the bloggers who created a tribute for the victims of 9-11-01, this blog has been nominated for a “Thinking Blogger Award.”

This is all new to me and I greatly appreciate the pleasant surprise. I really think that helping people think is one of the main benefits of blogging.



As part of the acceptance I’m supposed to tag five other blogs for the award. So, here are the five I'm tagging as Thinking Bloggers—or, as I would put it, bloggers that make me think—and passing on the award. In no particular order:

> Italian Bloggers For Giuliani 2008 (in Italian)
> Random Dreamer
> Free Thoughts
> 1972 (in Italian)
> The Right Nation

Nominee instructions:
To nominees: Should you choose to participate, please make sure you pass this list of rules to the blogs you are tagging. The participation rules are simple: 1) If, and only if, you get tagged, write a post with links to 5 blogs that make you think; 2) Link to
this post so that people can easily find the origin of the meme; 3) Optional: Proudly display the 'Thinking Blogger Award' with a link to the post that you write.
Enjoy!

April 14, 2007

Old flames


An old country song I have loved since I heard it the very first time, during the summer of 1980, when I was on my way to Lake Tahoe (between the states of California and Nevada) and while enjoying my first Martini. Even though it wasn’t Dolly Parton who first sang it, it was she who took it to the top of the U.S. country charts right that summer. Anyway I heard “Old Flames Can't Hold A Candle To You” sung by her, and the impact was fantastic.

I still prefer Dolly’s version, but this live version by Johnny Cash & June Carter Cash (noblesse oblige!) is very good too. Enjoy it.


OLD FLAMES CAN'T HOLD A CANDLE TO YOU
Lyrics

Downtown tonight, I saw an old friend, someone who
I use to take comfort from long before I met you
I caught a spark from his eyes of forgotten desire
With a word, or a touch, I could have rekindled that fire

Old flames can't hold a candle to you
No one can light up the night like you do
Flickering embers of love
I've known one or two
But old flames can't hold a candle to you

Sometimes at night, I think of old lovers I've known
I remember how holding them helped me not feel so alone
Then I feel you beside me and even their memories are gone
Like stars in the night lost in the sweet light of dawn

Old flames can't hold a candle to you
No one can light up the night like you do
Flickering embers of love
I've known one or two
But old flames can't hold a candle to you
Old flames can't hold a candle to you
Mmmm......

April 13, 2007

Atei devoti (e non), preti buontemponi e vescovi dispeptici

E’ primavera avanzata, ormai, fa già caldo, dormirei volentieri un paio d’ore in più per notte e mi lascio andare più facilmente a meditazioni oziose, tipo quelle sui massimi sistemi, rifuggendo altrettanto volentieri dalla fatica intellettuale (ed esistenziale) di addentrarmi nei meandri della realtà che ci sta intorno, o meglio dei politicismi che, sui media e non solo, stanno in luogo della realtà medesima—che evidentemente è diventata un’emerita sconosciuta.

Ma non bisogna farsi troppe illusioni neppure in ordine ai massimi sistemi, che ultimamente sembrano subire una sorte analoga a quella della realtà effettuale: facilissimo essere sopraffatti da quell’equivalente del politicismo, in altri contesti, che è la vecchia, ipercollaudata «chiacchiera».

Dunque, primavera o non primavera, è sempre meno frequente imbattersi nelle occasioni mediatiche più propizie a coltivare l‘otium. Uno, se proprio vuole, deve tagliarsi qualche ponte dietro le spalle e chiudersi nella propria biblioteca privata. Ma oggi non è giornata, e dunque rinvio la fuga dal mondo a data da destinarsi e attingo alla stampa quotidiana, che offre due superbe occasioni di … chiacchiera. Della prima è responsabile Il Foglio, che in un editoriale riferisce di un dibattito esilarante svoltosi a Londra. Argomento: quanto meglio vivremmo senza la religione. Protagonisti: “un vanitoso rottweiler di Charles Darwin, un pugile ateista che porta il figlio in vacanza nel Kurdistan iracheno e un apologeta dell’illuminismo ratzingeriano,” cioè, nell’ordine, Richard Dawkins, Christopher Hitchens e Roger Scruton. Ne è venuta fuori, secondo lo Spectator, che ha seguito l’evento, "una delle fiere del pensiero più entusiasmanti degli ultimi anni,” e in ogni caso “la dimostrazione che l’ateismo è la nuova religione.”

Consiglio vivamente la lettura del resoconto, con particolare riguardo non tanto alle tesi del filosofo di Princeton Roger Scruton, estimatore di Papa Ratzinger, quanto a quelle degli altri due relatori. A me le dimostrazioni a contrario son sempre garbate (sono le meno noiose ...), dunque parlo a ragion veduta: come diventare buoni (o migliori) credenti dopo aver ascoltato e soppesato attentamente le tesi dei denigratori della fede. Un esercizio di ginnastica mentale che più laico non si può.

L’altra occasione di fruire di una chiacchiera di lusso l’ha fornita Francesco Merlo su Repubblica. Lo scopo era quello di spezzare una lancia a favore di Angelo Bagnasco, minacciato di morte e dunque scortato dallo Stato. Un intento nobile, senza dubbio, anche se io—sempre per non annoiarsi—inviterei a cogliere e apprezzare come si merita soprattutto la qualità dell’apparato argomentativo.

Dunque, si tratta di questo: bisogna che un po’ tutti ci teniamo stretti i nostri preti,

[p]ersino noi che nel Papa te­desco e nell"'imam" Ruini più che un anelito e un profumo di cielo annusiamo un gran puzzo di inferno; anche noi insomma che nella chiesa che manda in piazza i suoi preti contro i gay vediamo ba­lenare non il buon Dio ma un "Diaccio" senza la grazia, sospet­toso e diffidente a tal punto verso le sue creature da essere quasi contento di coglierle in fallo e dannar­le senza misericordia.

È vero che c'è nel neo tradizio­nalismo populista del Vaticano, e nello zelo savonarolesco dei vescovi italiani un'insicurezza di se stes­si da cui chi crede veramente do­vrebbe essere al riparo. Ma in fon­do è una paura, è una debolezza, è una povertà di spirito che possono persino intenerirci se paragonia­mo questi nostri monsignori, di­ventati, anche fisicamente, così in­certi, così dispeptici, e tutti politi­camente un po' torbidi, a quelle or­ribili stelle a cinque punte e alla si­gla Br che, per la prima volta nella storia italiana, sono state rivolte contro di loro e contro il Papa.

Bontà sua, nobile Merlo. Prendiamo atto delle buone intenzioni e dello sforzo che deve essergli costato questo endorsement. Ma più di tutto registriamo il pronunciamento a favore del prete italiano:

Il fat­to è che, a dispetto della sbandata integralista della Cei, noi laici cre­diamo davvero nella nobiltà dei preti italiani, nella loro generosità, persino nelle loro capacità visiona­rie e nelle loro intemperanze, in­somma nella superlevitazione del­la religione, nel suo stare sopra e mai contro: sopra i conflitti e i luo­ghi comuni, sopra i gusti sessuali e le tensioni sociali; la religione co­me lingua viva che non si trova nei mille libroni di teologia tedesca e neppure nelle scuole di pensiero dei banchieri tomisti, che sono un'altra bizzarria nazionale.

E che sia chiara una cosa:

[N]on è vero che questi vescovi dalle gote incavate hanno soffoca­to il sanguigno don Camillo, il mantello del ricco tagliato in due e diviso con il pove­ro, l'amore per tut­to ciò che è naturale e non è arzigogolio teologico, il prete antiideologico che ha registrato la nostra storia nazionale, il prete italiano a cui ricor­revano comunisti e conservatori, ricchi e poveri, mi­scredenti e baciapile, un prete bo­nario e ricco di sag­gezza di mondo, al di sopra dei partiti e delle classi.

Ora, davvero c’è di che essere commossi da tanto trasporto. Tuttavia, un piccolo dubbio mi permetterei di sollevarlo, non per intento polemico ma, se è lecito, pro veritate. Sì, perché …, ehm, il fatto è che quello “stare sopra e mai contro,” e quel che segue, ammesso e non concesso che sia stata la cifra del clero italico, a dispetto (forse) dei “libroni di teologia tedesca,” non è mica tanto evangelico. Perché, alla fin fine, mi pare di ricordare che Lui, il Capo, il Fondatore, abbia asserito di essere venuto “a portare la spada” esortando nel contempo i Suoi, onde evitare spiacevoli equivoci, ad essere “nel” mondo senza essere “del” mondo, e cose di questo genere.

La morale della favola, insomma, potrebbe essere questa: non occorre essere cristiani per apprezzare e amare i preti, e non è necessario che i sacerdoti siano particolarmente fedeli a se stessi e alla propria missione per essere lodati dai laicisti. Sul primo punto si prende atto con soddisfazione. Sul secondo si dissente rispettosamente. Gli atei devoti vanno benissimo, i preti buontemponi un po’ meno. Ma si fa per dire. In fondo si chiacchierava e basta.

April 11, 2007

L'ultimo spenga la luce


Qualche appunto frettoloso su una vicenda complicata di cui si preferirebbe tacere, ma non si può.

Quelli di Emergency cominciano a lasciare Kabul e a tornarsene a casa. Brutta, bruttissima storia, quella della liberazione di Daniele Mastrogiacomo. Tanto che parecchi non si erano uniti al coro di esultanza nel momento in cui, tuttavia, c’era almeno una buona ragione per esultare. E questo, appunto, non perché la notizia del ritorno a casa, sano e salvo, del giornalista di Repubblica non fosse una buona notizia, ma per il modo e le circostanze, come persino il ministro della Difesa, Parisi, aveva denunciato (anche) con eloquenti silenzi. E che Gino Strada, a tanti, tra i quali, si parva licet, lo scrivente, non sia mai stato simpatico, non c’entra nulla. C’entra, semmai, il fatto che non si doveva affidare, o meglio delegare, ad uno come lui una missione come quella.

Adesso tira una brutta aria per Ponzio Pilato-Prodi. Ma chi si illudeva che avessimo a che fare con uno statista o, quanto meno, con un ex democristiano di prima fila? Era di seconda o terza, e questi sono i risultati. Non un De Gasperi, ovviamente, e neppure un Moro, un Fanfani, un Andreotti, un De Mita e via discorrendo, solo uno che si è occupato di gestire, per conto della Dc, un settore della politica—sia pur delicato e strategico—di cui né uno statista vero né un “cavallo di razza” si sarebbero mai occupati a tempo pieno. Ha usato Gino Strada, dandogli addirittura carta bianca? Certo, perché non è un’aquila, come si suol dire. In Europa lo sapevano tutti—e chi ha la dannata abitudine di leggere alcuni grandi giornali d’oltremanica (e non solo) era al corrente dello scarso credito di cui godeva il Professore. Solo un po’ di italiani, e tutti della rive gauche, hanno creduto o hanno fatto finta di credere che l’uomo fosse all’altezza. Purtroppo per loro, e per noi tutti.

Berlusconi, in compenso, ha colto l’opportunità di impartirgli una lezione di stile che, per quanto interpretabile anche come un abile calcolo (stiamo parlando di politica, dopotutto), resterà memorabile. Del resto, non occorre essere berlusconiani per capirlo: la differenza di statura politica tra i due è evidente anche senza bisogno di vedere nel Cavaliere un nuovo De Gasperi.

Gino Strada, dal canto suo, avrà qualche spiegazione da dare e forse ne uscirà malissimo anche lui, ma ha avuto se non altro il merito di mettere il dito sulla piaga. Che cadano entrambi, comunque, ciascuno a modo suo, non è solo probabile: è un auspicio che formulo ab imo pectore. Per il bene di questo Paese, oserei dire parafrasando il Cavaliere—che però è stato più generoso del sottoscritto, il quale, tuttavia, non ha l’obbligo di comportarsi come un politico ... Che vadano, dunque, tutti e due. E che l'ultimo, possibilmente, spenga la luce.

April 8, 2007

Happy Easter


Happy Easter
Joyeuses Pâques
Buona Pasqua
Frohe Ostern
Feliz Pascua
Boa Pascoa