March 14, 2007

E il Papa chiuse il discorso

E con l'Esortazione post-sinodale Sacramentum Caritatis Benedetto XVI pose fine a un’illusione “un po' superficiale,” come scrive Massimo Franco sul Corriere di oggi, quella, cioè, di “una Cei «liberata» dal cardinale Camillo Ruini, e dunque meno arcigna verso l'Unione.” Il messaggio, infatti, è di una chiarezza cristallina e non lascia neppure uno spiraglio a volesse “leggerlo” come un ragionamento che si tiene al di sopra delle polemiche contingenti, che vola alto, ecc., ecc. Niente di tutto questo: non ci può essere alcun dubbio su coloro ai quali il messaggio è rivolto in primis. Ecco il passaggio chiave:


Il culto gradito a Dio, infatti, non è mai atto meramente privato, senza conseguenze sulle nostre relazioni sociali: esso richiede la pubblica testimonianza della propria fede. Ciò vale ovviamente per tutti i battezzati, ma si impone con particolare urgenza nei confronti di coloro che, per la posizione sociale o politica che occupano, devono prendere decisioni a proposito di valori fondamentali, come il rispetto e la difesa della vita umana, dal concepimento fino alla morte naturale, la famiglia fondata sul matrimonio tra uomo e donna, la libertà di educazione dei figli e la promozione del bene comune in tutte le sue forme. Tali valori non sono negoziabili. Pertanto, i politici e i legislatori cattolici, consapevoli della loro grave responsabilità sociale, devono sentirsi particolarmente interpellati dalla loro coscienza, rettamente formata, a presentare e sostenere leggi ispirate ai valori fondati nella natura umana.

A scanso di equivoci, inoltre, il Pontefice ha aggiunto subito dopo questo pro memoria per i suoi confratelli più prossimi gerarchicamente:


I Vescovi sono tenuti a richiamare costantemente tali valori; ciò fa parte della loro responsabilità nei confronti del gregge loro affidato.


Va bene, chiuso il discorso, si potrebbe dire. E infatti che altro si può aggiungere? Ruini aveva sparigliato qualche giorno prima di lasciare la presidenza della Cei, ed ora lo ha fatto addirittura il Papa …

A chi legge, comunque, se non il diritto all’interpretazione letterale (resa superflua, appunto, dalla chiarezza del messaggio), resta il compito di riflettere sul perché e sul percome, sugli obiettivi, le cause, il contesto e le conseguenze (immediate e di medio-lungo termine) di tanta nettezza. Insomma c’è pur sempre spazio per l’ermeneutica e per quegli approcci, testuali e non, che doverosamente si avvalgono di tutti gli strumenti e dei metodi di indagine che abbiamo a disposizione. Questo ci spetta e questo cerchiamo di fare anche qui (con tutti i limiti, non è neanche il caso di puntualizzare).

Al dunque, l’idea è quella di agganciarmi a un carro di quelli che non tradiscono mai: quello di Vittorio Messori, un cattolico senza peli sulla lingua e nel contempo uno “spirito laico” altrettanto rigoroso e poco incline a lasciarsi racchiudere in schemi di comodo. In un’intervista del 3 marzo scorso di cui pochi hanno saputo, in quanto rilasciata a Il Nostro tempo, un settimanale cattolico tanto prestigioso e ben fatto quanto poco noto al grande pubblico, Messori ha affrontato in maniera molto esplicita le questioni che sono al centro del dibattito. Il suo approccio mi sembra estremamente interessante, e in grandissima parte lo condivido.

Dunque, sollecitato da una domanda secca del direttore Beppe Del Colle (che idea si è fatto della bagarre politico-mediatica sul "caso Dico?") Messori ha risposto così:


[D]evo dire che non ho alcuna intenzione di partecipare a crociate su simili temi. E non perché non ne veda l’importanza. Ma perché vedo anche l’effetto che provocano su tanti non credenti queste battaglie su temi morali. L’etica cristiana, e cattolica in particolare, è sempre più incomprensibile al di fuori di una prospettiva di fede. Non nego, certo, l’esistenza di una “morale naturale“, ma essa è sepolta e forse ormai irriconoscibile per molti sotto l’ammasso di punti di vista divenuti ora egemoni ma accumulati sin dal secolo dell’Illuminismo.
[…]
Per il pensiero dominante tra la gente, per la quale la fede è ormai un oggetto sconosciuto, l’insegnamento morale della Chiesa appare non solo retrogrado ma anche fastidioso. Invece che rispetto provoca dispetto, avversione, rivolta, invettive contro “i preti che vogliono mettere il naso“. Soprattutto in camera da letto.
Sono convinto che, noi cristiani, dovremmo deciderci a riscoprire la vocazione che ci ha indicato Gesù stesso: piccolo gregge, granello di senape, sale, lievito. Abbandonando le nostalgie di una cristianità da tempo perduta e che, forse, non merita poi tanti rimpianti. Abbiamo il diritto-dovere di dire la nostra, la Chiesa deve ricordare che non si può pretendere il suo plauso quando non può concederlo, dobbiamo ricordare che se hanno uno statuto perfino le bocciofile, la Chiesa è aperta a tutti ma ha le sue regole che occorre rispettare se si pretende di definirsi
“cattolici“. Tutto qui, riannunciando il kérygma ma non dimenticando mai la logica della parabola del seminatore che non può pretendere che la semente cada sempre su terra feconda.

L’intervista, davvero molto interessante, chiarisce e approfondisce ulteriormente quanto sopra, per poi addentrarsi in altre questioni importanti (in particolare: chi sono i nemici della Chiesa, il giudizio sulla fase politica attuale e persino sui sistemi elettorali ...). Ma l’essenziale, quello che qui ci interessa, è sintetizzato nel brano riportato.

Sono in gran parte d’accordo, dicevo, ma mi resta un dubbio. E’ un dato di fatto indiscutibile, secondo me, quello che Messori denuncia sulla “morale naturale” e sulla fede (“oggetto sconosciuto”). Così come trovo del tutto condivisibile l’appello dello scrittore cattolico a “riscoprire la vocazione che ci ha indicato Gesù stesso: piccolo gregge, granello di senape, sale, lievito.” Vada anche—e ci mancherebbe—per la necessità di mettere da parte le nostalgie per “una cristianità da tempo perduta.” Solo non capisco perché, a quanto sembra, Vittorio Messori debba far discendere da tutto questo un abbastanza evidente non-endorsement per la “svolta” ruiniana. Oggi come oggi, però, può darsi che la netta presa di posizione del Papa in persona faccia cambiare idea al Nostro, che è sempre stato un ratzingeriano convinto.

Aggiungo solo che, per quanto mi riguarda, trovo che le parole del Pontefice siano un elemento di chiarezza, un contributo che va in direzione di una maggiore onestà intellettuale da parte di tutti. Personalmente, inoltre, è anche perché ritengo che il Papa abbia ragione che non mi definirei mai, in politica, uno che agisce «in quanto» cattolico. Vorrei mantenere la mia libertà di giudizio (per poi magari scoprirmi assolutamente d’accordo, alla maniera diei bravi “atei devoti” ...). Ma se fossi un militante dell’Udc, dell’Udeur, ecc., non potrei far altro che seguire disciplinatamente il “consiglio” che proviene dal Capo della Chiesa. Pur tenendo conto del contesto che Vittorio Messori ha così ben rappresentato e di quel che ne consegue. Cioè senza farmi troppe illusioni. Del resto, non sono forse gli idealisti senza illusioni quelli che più spesso di tutti riescono a far cambiare in meglio le cose in questo mondo?

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P.S.: Su Rolli c'è un post che affronta molto polemicamente la questione che è all'origine di questo post. Credo che sia interessante mettere a confronto i due differenti approcci—anche se, ad essere sincero, ho troppa stima di Rolli per non pensare che ci sia molto di puramente "provocatorio" nel suggerimento che chiude il suo post. Comunque, tra i commenti ce n'è anche uno mio, in risposta a un'osservazione "cattivella" di Return. Un'occasione per chiarire ulteriormente il mio punto di vista.


March 13, 2007

Per dovere di cortesia

Solo un redirect a un post che ho appena scovato in un blog nuovo di zecca, ospitato dalla piattaforma gentilmente fornita dal quotidiano La Stampa. Dice che si occupa di cronaca & costume, il che non dovrebbe dire granché ai frequentatori di WRH, abituati a ben altro approccio. Ma siccome questo, come tutti sappiamo, è un paese di raccomandati, e a me questo blog mi è stato effettivamente segnalato, e con una certa insistenza (eufemisticamente parlando), mi adeguo non senza imbarazzo, pur consapevole che qualche compromesso, nella vita, bisogna saperlo accettare, e ve lo segnalo pregandovi di portare pazienza. Il Titolare del nuovo blog, comunque, non è sicuro che l’esperimento avrà un futuro. Del che, immagino, a molti non potrebbe importare di meno. Nel caso, comunque, per quanto mi riguarda me ne farei una ragione (purtroppo i blog vanno e vengono ...). Buon divertimento.

March 11, 2007

Heidegger e la Niemandrose (che saremmo noi)

Venerdì scorso, su Repubblica, c’era un lungo articolo di Adriano Sofri su Heidegger e sui rapporti di quest’ultimo col nazismo, passando per il poeta Paul Celan (ebreo, scampato fortunosamente alla deportazione nei lager nazisti e sopravvissuto ai lavori forzati), incluso un celebre incontro tra i due. Anche al di là della spinosa questione dell’adesione al nazismo—che per altro qualcuno tende ancora a minimizzare, con gran dispetto dell’autore dell’articolo—da parte del grande filosofo di Freiburg, la riflessione di Sofri può essere molto interessante per chi vuole concedersi una “pausa” nel bel mezzo delle angustie regalateci dalle cronache politiche.

Non essendo personalmente mai stato un grande estimatore di Heidegger, anche se m’è toccato di studiarmelo a fondo (in entrambe le versioni, prima e dopo la Kehre), non sono granché interessato neanche alle sue défaillances biografiche, compreso l’ostinato silenzio sull’Olocausto. Però sono un po’ incuriosito da chi tuttora se ne appassiona. Sofri è di quelli che non demordono. Interessante, in ogni caso, la citazione dalla celebre intervista del 1966, in cui M. H. si sottrae all’opportunità in extremis di salvare la faccia:

Al momento di sciogliere l´enigma, nell´intervista del 1966 allo Spiegel, da pubblicare postuma, Heidegger avrebbe detto: «Per me oggi una domanda decisiva è: come può adattarsi un sistema politico - e quale - all´età della tecnica? A questa domanda non so dare risposta. Non sono convinto che sia la democrazia».


Verrebbe quasi da rispondergli—con nonchalance e alla maniera di Winston Churchill—che la democrazia gli potrà anche fare specie, ma vuoi mettere tutti gli altri sistemi? Questo, però, è il meno, in sede filosofica. Il più è la poesia, la grande scoperta di Hölderlin:


Voll Verdienst, doch dichterisch wohnet
Der Mensch auf dieser Erde

(Pieno di merito, e tuttavia poeticamente
abita l’uomo su questa terra)

Basta questo a riscattarlo (almeno un po’)? Basta, come nel caso di Celan, la “parola-che-apre-e-nasconde, luce e segreto?” Per me sì, malgrado la Niemandrose, la “rosa di nessuno,” che saremmo noi:

SALMO

Nessuno c’impasta di nuovo, da terra e fango,
nessuno insuffla la vita alla nostra polvere.
Nessuno.

Che tu sia lodato, Nessuno.
È per amor tuo
che vogliamo fiorire.
Incontro a
te.

Noi un nulla
fummo, siamo, reste-
remo, fiorendo:
la rosa del Nulla,
la rosa di Nessuno.

Con lo stimma anima-chiara,
lo stame ciel-deserto,
la corona rossa
per la parola di porpora
che noi cantammo al di sopra,
ben al di sopra
della spina.

(Traduzione di G. Bevilacqua)

March 10, 2007

Chi è Angelo Bagnasco

Che fare se non si è dei vaticanisti dilettanti o degli aspiranti ecclesiologi e tuttavia si è desiderosi di sapere qualcosa di discretamente approfondito sul nuovo presidente della CEI, Angelo Bagnasco? Soprattutto, bisogna aggiungere, in questo momento, cioè nell’immediato dopo-Ruini, vale a dire dopo una presidenza “rivoluzionaria.”

La risposta penso sia abbastanza scontata, almeno per i frequentatori di questo blog: la cosa migliore è andare a leggersi cosa scrive Sandro Magister sul suo sito Web. Io l’ho fatto e mi basta e avanza. E con questo potrei chiudere il post: il link l’ho messo, andate in pace. Però c’è sempre qualcuno che è troppo impaziente e vuole qualche ragguaglio su due piedi (e l’articolo di Magister è lunghetto). Lo accontento subito: Bagnasco è praticamente la stessa cosa di Ruini, è “tosto” come lui, è filosofo come lui (è stato per un ventennio circa professore di metafisica e ateismo contemporaneo alla facoltà teologica dell’Italia settentrionale). Insomma: non cambierà assolutamente nulla.

Infine, un particolare non trascurabile del cursus honorum di Bagnasco: prima di diventare arcivescovo di Genova, sei mesi fa, è stato arcivescovo ordinario militare per l’Italia. Perché è importante questa tappa? Ricordate il memorabile “non fuggiremo” scandito dal cardinale Ruini durante i funerali delle vittime di Nassiriya? Ebene, il Nostro, racconta Sandro Magister, lo sottoscrisse immediatamente.

P.S.: Qualcuno non è sicurissimo di ricordare bene le parole di Ruini davanti alle bare dei caduti, avvolte nel tricolore? Eccole:
«Amare anche i nostri nemici: è questo il grande tesoro che non dobbiamo lasciar strappare dalle nostre coscienze e dai nostri cuori, nemmeno da parte di terroristi assassini. Non fuggiremo davanti a loro, anzi, li fronteggeremo con tutto il coraggio, l'energia e la determinazione di cui siamo capaci. Ma non li odieremo, anzi, non ci stancheremo di sforzarci di far loro capire che tutto l'impegno dell'Italia, compreso il suo coinvolgimento militare, è orientato a salvaguardare e a promuovere una convivenza umana in cui ci siano spazio e dignità per ogni popolo, cultura e religione.»

March 9, 2007

Penn e la sacralità del governo

William Penn fu il fondatore e colui che dette il nome allo Stato di Pennsylvania. Fu un quacchero che in un saggio del 1681, “The holy Experiment,” in cui diede norme e regole al popolo del nuovo stato, descrisse il governo come “parte della religione stessa, qualcosa che è sacro nella sua fondazione e nei suoi fini” e che ha come scopo supremo “mantenere il potere nel rispetto del popolo e assicurare il popolo dall’abuso del potere.”

Sul Foglio di oggi, un intellettuale radicale, Angiolo Bandinelli, gli rende omaggio. Ecco il testo integrale dell’articolo (lettura consigliatissima):



William Penn. Chi era costui? Quanti se lo chiederanno, come don Abbondio per Carneade? Non molti, crediamo. Si sa, l’Italia è un po’ un’isola, chiusa a quanto venga da fuori. Figurarsi poi se si tratta di un quacchero! E invece il quacchero William Penn fu un’eccezionale figura di leader religioso e di scrittore politico. E’ celebre per aver fondato e dato il nome allo Stato di Pennsylvania. Di lui so qualcosa perché ogni volta che sono a Londra alloggio in una pensione gestita dai suoi confratelli, “The Penn Club”, con una buona biblioteca sul loro movimento. Si trova tra Bloomsbury Square, il British Museum e le Courtauld Galleries. A due passi c’è il Russell Hotel, dove soggiornai nel 1962 quando partecipai, dietro a Marco Pannella, alla costituzione della prima Internazionale contro la guerra. All’incontro c’erano A. J. Muste, il leader nero (e omosessuale) che precedette Luther King, Grigori Lambrakis, il deputato greco ucciso dai colonnelli e che ispirò poi “Z”, il film di Costa-Gavras, e il reverendo Collins, Dean della cattedrale di St. Paul, la cui moglie si mostrò molto languida verso Marco. La pensione è frequentata da attempate vergini, da reverendi e pastori coi sandali francescani su calzini di lana grossa, da utopisti stravaganti e globetrotters solitari, tutti probabilmente sospettosi verso il sesso. Niente alcolici, ma la colazione di uova fritte, pancetta, pomodori e fagioli rossi, è ottima. Nell’atrio è in bella vista una splendida citazione di Penn, tratta dal saggio “The holy Experiment” (1681), che dà norme e regole al popolo del nuovo stato d’oltreatlantico: “Il governo è parte della religione stessa, qualcosa che è sacro (‘sacred’) nella sua fondazione e nei suoi fini”… “noi abbiamo concepito e composto al nostro meglio la cornice e le leggi di questo governo in vista di quello che è lo scopo supremo di ogni governo: mantenere il potere nel rispetto del popolo e assicurare il popolo dall’abuso del potere”. Da giovane, William Penn aveva più volte scontato il carcere per la sua infiammata predicazione di stampo “radicale” in difesa dei diritti civili e religiosi. Nel 1681 si trasferì in terra d’America, per fondarvi una società retta sui principi della benevolenza reciproca, che fosse “seme di una nazione”, di un popolo “libero, sobrio ed industrioso” governato dalle sue proprie leggi. Fu la Pennsylvania, con la capitale Philadelphia il cui nome grecizzante è un programma di radicalismo etico che direi prekantiano. Penn strinse con gli indiani del Delaware un memorabile trattato, nel quale i due contraenti erano alla pari. Suo è anche un altro famoso documento politico, le “Concessions and Agreements”, sorta di carta costituzionale per un gruppo di quaccheri che andava a stabilirsi nel New Jersey. Il documento prevedeva il diritto per ciascuno a essere giudicato da una giuria e a non essere imprigionato arbitrariamente per debiti, oltre a un editto contro la pena di morte. In quell’epoca oscura per le libertà, stabiliva che “nessun uomo ha potere o autorità sugli uomini per quanto concerne le materie di religione e le coscienze”. Il documento è stato definito “la prima chiara affermazione apparsa in America sulla supremazia della legge fondamentale, cioè dei ‘diritti universali’, sopra ogni possibile statuto o legge”. Ah, America, venusiana terra aperta agli utopisti, ai liberi e forti, Israele promessa ai pacifici, ai veri credenti e ai perseguitati dal potere, fuggi, fuggi via dall’Europa prona dinanzi al sanguinario Marte/Ares, padre di Deimo e Fobos, Paura e Terrore! In Europa, il secolo era cominciato con il rogo di Giordano Bruno; nel 1628 il cardinale Richelieu, onnipotente ministro di Luigi XIII di Francia, assediava e distruggeva La Rochelle, bastione degli ugonotti riformatori; nel 1649 il dittatore fondamentalista Cromwell faceva decapitare re Carlo I. In quegli stessi anni, i Papi condannavano i quietisti cattolici che tendevano a una forma di culto rispettosa della libertà interiore. Nel 1651 uscì il “Leviatano” di Hobbes, testo chiave dell’assolutismo statalista. Solo nel 1690 Locke avrebbe definito i diritti essenziali della tolleranza religiosa e politica.



Il Bene e il Male in diretta

Stasera in tv c’erano due Italie. Una buona e una cattiva (oggi sono manicheo e me ne vanto). Nel senso—tanto per non lasciare dubbi—che una era rappresentava il bene e l’altra il male. Una, quella cattiva, era in scena a Otto e mezzo, l’altra, quella buona, ad Anno zero. La prima—che ho visto per intero—discuteva sulla “rivoluzione” di Ruini, con Emanuele Severino, Rosi Bindi, Sandro Magister e Luigi Bobba. Una discussione di alto profilo, civile …, però che sofferenza, ragazzi, quei discorsoni seriosi!

La seconda discuteva di diritti dei gay, e poi non so di che altro, visto che dopo cinque o sei miniti ho lasciato perdere (poi spiego perché). Chi c’era? Mah, io ho fatto caso soltanto a due personaggi: uno era Clemente Mastella, l’altro non lo conosco se non per averlo intravisto qualche altra volta da Santoro, e al momento non mi ricordo come si chiama (ma forse alla fine mi verrà in mente). Dunque, Mastella esprime il suo parere (che è quello che è) sulla materia del contendere. A un certo punto, se non ricordo male su sollecitazione di Santoro, fa riferimento alla sua fede per argomentare la sua posizione sull’argomento oggetto del dibattito, e lo fa in maniera molto corretta, senza presunzione, con equilibrio, mettendo avanti la consapevolezza che la fede, pur se intensamente vissuta, è anche dubbio, umana fragilità e cose di questo genere. Insomma, ci siamo capiti, che rottura ‘sti cattolici!

L’altro personaggio, nel frattempo, tace, ma una telecamera assassina lo inquadra per qualche secondo: si copre la bocca con una mano, trattiene a stento le risate mentre gli occhi quasi fuoriescono dalle orbite per lo sforzo. Come se chi stava parlando in quel momento stesse raccontando una barzelletta oscena, o come se Veltroni stesse rievocando (naturalmente davanti alle telecamere e alle penne fameliche dei cronisti) una delle innumerevoli scene struggenti del suo ultimo viaggio in Africa e ne stesse ricavando, trattenendo a stento le lacrime, un prezioso insegnamento da trasfondere senza se e senza ma nella sua quotidiana ed instancabile azione politica. Un momento di grande televisione-verità.

Ah, che magnifica trasmissione, con quell’ intelligenza vagamente selvaggia, se mi si passa l’espressione e il quasi ossimoro, e quel gusto un po’ estremo per la provocazione (intellettuale, of course) che sprizzava da tutti i pori e perfino, appunto, fuori dagli occhi del personaggio semi-sconosciuto!

Insomma, ribadisco che ho visto in scena il Bene e il Male. Naturalmente, era più interessante il Male (come la Divina Commedia: volete mettere l’Inferno rispetto al Paradiso?). Comunque, se, come dicevo, dopo qualche minuto di quel concentrato di Bene ho spento il televisore, è stato solo ed esclusivamente perché all’improvviso ho avvertito dei problemi all’apparato digerente—sintomi inequivocabili che non nomino per educazione ... Succede, dopo cena, quando si è un po’ delicati.

Vabbè, l’ho detto. Dovevo dirlo, e ora sono soddisfatto. Che altro? Ah sì, or ora, rievocando lo spiacevole dopo-trasmissione, m’è venuto in mente il nome del personaggio (mi sarebbe dispiaciuto tacerlo): era un certo Travaglio, Travaglio Marco, e ora che ci penso devo essermi già occupato di lui in qualche altro post, nella categoria "uomini d'onore," alla quale appartiene di diritto anche questo modesto esercizio di stile.

March 7, 2007

Rifondaroli, elefanti e gazzelle

Un poscritto al post sulla “questione socialista.” Il Foglio pubblica una letterina piuttosto piccata di Peppino Caldarola, che se la prende con Antonio Polito per le dure critiche che l’ex drettore del Riformista aveva rivolto ieri, sempre sul Foglio, ai “rifondaroli socialisti.” Ecco la lettera e la risposta di Giuliano Ferrara:

Al direttore - Antonio Polito scrive sul suo giornale che non crede alla così detta Rifondazione socialista. Va bene. La descrive come un raduno di elefanti. Va bene. Se si guardasse attorno, dalle parti del futuro Pd, non troverebbe una gazzella. Se si guardasse allo specchio vedrebbe una bella proboscide. Alcuni di noi scrivono la propria biografia adattandola ai tempi. Io da vecchio elefante ho memoria. E ricordo che Polito è stato accesamente ingraiano, ferocemente bassoliniano, calorosamente napolitaniano, mediamente scalfariano, entusiasticamente blairiano, professionalmente velardiandalemiano, attualmente rutelliano. E non è finita qui. Incombe Capezzone. Auguri.
Peppino Caldarola, deputato Ds

[Risposta] Polito ce l’aveva con la cosa, e ha fatto notazioni personali per spiegarsi, lei ce l’ha con Polito, punto e basta. Fallo di reazione in seguito a provocazione. Polemismo. Passato il malumore personale, se ci spiegate Bertinoro, grazie. Da solo non si spiega.


Scaramucce personali a parte, e andando alla sostanza, come volevasi dimostrare.

Celtic Woman

Celtic Woman are four Irish female vocalists—Chloe, Lisa, Méav and Orla—and a terrific fiddle player—Mairead—who have created a wonderful musical experience. Since their March 2005 debut in the U.S. they have become one of the most popular Celtic music groups performing today. In their repertoire are contemporary hits (“Beyond the Sea,” “The Prayer,” “Scarborough Fair,” “Over the Rainbow”), classical favourites (“Lascia Ch’io Pianga,” “Vivaldi’s Rain”), and Irish standards (“Dúlaman,” “At the Ceili,” “Caledonia,” “Mo Ghile Mear”).

I must confess I was astonished when I first came across, a few months ago, this ensemble of beautiful, young women and angelic voices. It was indeed a very emotional discovery, and not only because Celtic music is one of my favourite musical genres (I am a long time lover of Enya’s music, for example). So I’ve got to thank Beth, at Blue Star Chronicles, for letting me know about this video, in which Celtic Woman is performing The Sky and the Dawn and the Sun in a live concert filmed at Slane Castle, the home of Lord Henry Mount Charles, in County Meath, Ireland (December 2, 2006). Enjoy the listening … and watching experience!



March 6, 2007

E venne Ruini, il Sovversivo

E’ da un sacco di tempo che ce n’eravamo accorti, noi minoranza cristiano-cattolica, che a poco a poco s’era diventati moral majority di questo Paese. C’è stato un tempo in cui il rischio di scomparire è stato tangibile. Cacciati o emarginati dal Dibattito Culturale, ancorché le chiese non si fossero ancora svuotate, la sopravvivenza fu assicurata dalla forza dell’abitudine: si continuava a battezzare i bambini e a celebrare i matrimoni in chiesa, ma guai ad alzare la cresta in quegli altri luoghi di culto, laici e spiritualmente libertini—dove “i maîtres-à-penser del pensiero debole disquisivano con tormentata severità del nulla”—che avevano soppiantato le cattedrali. Poi accadde qualcosa. L’editoriale del Foglio di oggi dice che venne Ruini, il quale lavorava bensì “alla luce di due papi formidabili,” e le cose cambiarono. E’ senz’altro così, anche se lo schema andrebbe arricchito di qualche altro protagonista, a mio avviso, in primis quel prete milanese col nasone e due o tre idee chiare—ma non sta a me che non l’ho conosciuto e non ne sono mai stato un discepolo narrarne il gesto profetico e poetico. Fatto sta che effettivamente qualcosa cambiò …

Ruini non è un letterato, non è un filosofo né un semiologo, è un vescovo, anzi è stato per sedici anni il capo dei vescovi italiani. Ma ha rivitalizzato, e per dir questo non c’è bisogno di sposare né il suo stile personale di pensiero né il quadro pastorale o teologico in cui ha sviluppato la sua azione, la cultura italiana, le ha restituito una sua parte di ricchezza perduta. La mobilitazione del pensiero cattolico, visibile nel giornale della Cei, nell’editoria, nella predicazione, nella sensibilità diffusa del paese e nella scoperta e proposta di vecchie e nuove idee in vecchie e nuove forme è indiscutibilmente, anche per chi la contrasta con laicismi e anticlericalismi di vario conio, il fatto preminente degli ultimi tempi. Eravamo abituati a porci soltanto domande esili, per ottenere risposte plurali e tutte relative, ma con Ruini, che lavorava alla luce di due papi formidabili, abbiamo reimparato che esistono anche domande radicali e risposte univoche. Generazione, nascita, vita, educazione, famiglia, amore, eros e morte sembravano parole scomparse dietro il recinto di un incomprensibile dibattito fra eticisti e filosofi morali, e invece sono riemerse come problemi della società, oggetti del pubblico interesse. Ruini non è stato solo un riordinatore della chiesa italiana, un costruttore di politica nel senso meno ovvio e meno politicante del termine, è stato soprattutto un agitatore, ai limiti del sovversivismo intellettuale, di acquerugiole stagnanti, un provocatore e un facitore del nuovo pluralismo di cultura di cui avevamo bisogno per sfuggire alle costrizioni del pensiero unico e corretto, che non ci sorprendeva più e da tempo ci provocava una disperata noia.

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March 5, 2007

I riformisti e l'eterno ritorno

Era quello che ci mancava, nella varietà dell’offerta politica nazionale, l’apertura di una fase costituente del socialismo italiano. In effetti, quello che è emerso dal convegno di Bertinoro, promosso da Lanfranco Turci e da un’ottantina di associazioni con l’obiettivo, appunto, del varo di una nuova forza «laica, liberale, socialista, radicale e repubblicana, ancorata al Partito socialista europeo», non è una quisquilia, la solita tempesta in un bicchier d’acqua cui siamo assuefatti. Per dirla con Emanuele Macaluso, «si sono create le condizioni per cui la questione sociali­sta possa finalmente avere una rispo­sta». Già, perché, come sappiamo, la “questione sociali­sta” non è mai stata chiusa, e la storia non lascia mai impunite certe dimenticanze.

Ma facciamo prima di tutto il punto della situazione. Dunque, l’idea è ben espressa da Boselli: aprire un dialogo, assieme al nuovo Psi di De Michelis e al raggruppamento guidato da Bobo Craxi, «con tutti coloro che su un terreno riformista non si riconoscono nel Partito democratico». Dunque, non bisogna rivolger­si soltanto all’ «antica famiglia socialista», anche perché questo «non sarebbe suf­ficiente per il raggiungimento del nostro obiettivo: costruire una forza a vocazione maggioritaria».

Alla due giorni romagnola c’erano, oltre ai già citati, l'ex di­rettore dell'Unità Peppino Caldarola e Valdo Spini, ex Psi ed ora testimone dell’attenzione con la quale la sinistra diessina guarda al pro­getto. Ed effettivamente la costruzione di un soggetto politi­co che non sembri—al pari del partito democratico—«uno stadio chiuso o, nella migliore delle ipo­tesi, aperto solo agli abbo­nati» non può che solleticare la fantasia della minoranza diessina. Caldarola non poteva essere più esplicito al riguardo:

«Non dobbiamo costruire un ghetto socialista, né di­ventare il Rotary della sinistra. Diamo appuntamento a tutte le forze della si­nistra, soprattutto a quelle della sini­stra Ds. Venite, la festa è qui».

La festa è qui, dice Caldarola. A me sembra qualcos’altro, ma non importa: basta intendersi sul significato della parola. Paolo Franchi, direttore del Riformista, mi sembra meno festaiolo nell’editoriale di oggi. Presenta realisticamente “i termini della divisione” all’interno della componente riformista della sinistra ed è consapevole che si apre “una partita difficile e complicata, destinata a concludersi con una separazione politica.” Una separazione che, per un giornale come il suo, data la ragione sociale, non sarà indolore. Lui non ha mai fatto mistero di ritenere che

il socialismo non è un cane morto; assumerlo apertamente come punto di riferimento non è un ritorno al passato, ma semmai un ritorno al futuro.

Ma nonostante questo, aggiunge Franchi,

[f]aremo la nostra parte perché si tratti di una separazione il più possibile serena e consensuale, non illividita da quello spirito di scissione che la sinistra si porta appresso da una vita. Perché i riformisti restino amici e compagni - una comunità di amici e di compagni - anche se le strade si divideranno.

Altro che festa, insomma. L’eterno ritorno di separazioni, riunificazioni, rotture, ricuciture, e poi di nuovo spaccature, riunificazioni … La storia della sinistra. Ma questa nuova avventura sarà chiarificatrice, si potrebbe pensare. Magari, magari lo fosse, ma non credo che sarà così. E’ vero che la “questione socialista” andava affrontata, che il farlo adesso è già qualcosa, ma il guaio è che, nel frattempo, la storia non si è fermata ad aspettare che i post comunisti si decidessero a fare i conti con se stessi—con il proprio passato, innanzitutto, perché la questione socialista ha a che fare essenzialmente con quello. E se per caso, dico, quella storia che ha preservato dal disastro quel piccolo resto della sinistra che si chiama riformismo—dopo aver spazzato via chi riformista non ha mai inteso essere o diventare—lo stesse ora mettendo radicalmente in discussione? Perché mai, infatti, in un mondo in cui tutto cambia così in fretta, si dovrebbero fare sconti al riformismo, malgrado i meriti indiscutibili che pure ha accumulato nel tempo?

Non occorrerebbe, oggi come oggi, mettersi nell’ordine di idee che se non si è capaci di andar oltre lo stesso riformismo si finisce per non andare da nessuna parte? E invece ci si vorrebbe attardare a discutere sul socialismo, anzi, si vorrebbe in qualche modo ripartire da lì, quando sappiamo bene che il riformismo riformò per l’appunto, in primo luogo, il socialismo medesimo. Tutto questo ha uno strano sapore: quegli irriducibili oppositori del futuro partito democratico accusano i propugnatori del medesimo di fuga in avanti, ma qualcuno prima o poi dovrà pur spiegare loro che una fuga in avanti non è una soluzione peggiore di una fuga all’indietro! Così, tra due impasses terrificanti, si trascina il dramma della sinistra italiana.

Nel frattempo, scendendo dall’Iperuranio, sembra prender corpo l’ipotesi di una riforma elettorale alla tedesca. E siccome, al di là di tutto, credo che l’intelligenza di molti dei succitati pezzi di storia del socialismo italiano meriti un profondo rispetto, mi permetterei di collegare questa ipotesi con il progetto di cui sopra. Il che potrebbe aiutare a capire qualche passaggio un po’ problematico di tutto il ragionamento. Ma non vorrei peccare di cinismo.

Ascoltare (anche in rtardo) Rudy Giuliani

Ho ascoltato soltanto ieri sera tardi (complice il week-end), grazie ad Abr, il discorso tenuto qualche giorno fa da Rudolph Giuliani al CPAC 2007 - Conservative Political Action Conference, a Washington. Meglio tardi che mai, però, perché ne valeva la pena.

A prescindere dal colore politico—che al momento mi interessa molto poco, sia per quanto concerne l’Italia sia per quel riguarda il resto del mondo—e da qualsiasi considerazione legata alle appartenenze, «italianità» compresa (che però non guasta …), credo che il candidato migliore alla presidenza del Paese leader della democrazia nel mondo sia lui, e di gran lunga.

Il discorso, tra l’altro, mette in evidenza uno stile diretto, semplice, “non impostato” e persino un po’ impolitico, nel senso migliore del termine, cioè privo di fronzoli, alieno dalla retorica e dalla captatio benevolentiae (à la Veltroni, tanto per capirsi). Credo che farà breccia nell’elettorato americano, anche al di là di ciò che dicono i pur incoraggianti sondaggi, al pari della storia personale del candidato.

March 4, 2007

Menato è chi menare si fa

Quando portavo a casa un brutto voto, poteva succedere che mio padre mi rifilasse un ceffone. Era un genitore all'antica: quelli moderni i ceffoni li danno al professore. I veri bulli sono loro. Tendono agguati ai presidi, prendono a testate gli insegnanti, minacciano di morte l'arbitro che ha annullato un gol alla squadretta di periferia in cui milita il pupo. Non si comportano da padri e madri, ma da fratelli maggiori. Mossi dall'unica preoccupazione di difendere l'onore della famiglia, oltraggiato dai giudizi di un estraneo al quale non si riconosce più alcuna autorità.

Massimo Gramellini, su La Stampa di oggi, dice probabilmente la verità. Ma, a mio modestissimo avviso, non tutta la verità. Parafrasando un saggio del nostro tempo, infatti, avrebbe potuto/dovuto aggiungere che menato è chi menare si fa.

Il che, sia ben chiaro, non significa rivendicare innanzitutto un diritto a farsi giustizia da sé, ma semplicemente che se siamo arrivati a questo punto la responsabilità non è soltanto dei bulli ma anche di tutti coloro i quali, a cominciare da “chi sta in alto,” hanno permesso a quei signori di farsi l’idea che certi comportamenti non siano destinati a provocare alcuna conseguenza spiacevole per gli autori.

Per dire, in certe situazioni un altro famoso maître à penser, un po’ più old fashioned del precedente, alle pretese bullesche di qualche scalmanato avrebbe replicato con quell’irridente e sferzante espressione che lo ha reso immortale: A chi? Detta, ovviamente, con quel particolare timbro di voce e accompagnata da quella certa mimica oltremodo efficace.

Naturalmente, ai suoi tempi, il Nostro avrebbe potuto mettere in conto un minimo di comprensione da parte delle autorità preposte all’ordine pubblico e alla sicurezza dei cittadini, nonché dell’amministrazione della giustizia e dello stesso legislatore. Questo è il punto. Oggi, invece, la questione può essere affrontata facendo affidamento più che altro sul senso di dignità personale (o sulla temerarietà) di un singolo cittadino, preside, arbitro, ecc. E questo, ovviamente, non va bene …, ma, IMHO, è pur sempre meglio di niente. In fondo, in un clima di generale «anomia», non è che ci siano molte alternative, tranne il solito piangersi addosso o il regolarsi come il don Ferrante dei Promessi Sposi, che, in piena epidemia,

non prese nessuna precauzione contro la peste; gli s'attaccò; andò a letto, a morire, come un eroe di Metastasio, prendendosela con le stelle.

March 2, 2007

Caro direttore

Non è che adesso seguo pure il festival di Sanremo—magari perché c’è la Hunziker, che già di suo, a dirla tutta, renderebbe la cosa più che plausibile, quasi come anni fa una certa Laetitia Casta—e che so, tiro tardi la notte e me ne sto appiccicato davanti alla tv come quando danno un cult movie di quelli che dico io. Niente di tutto questo. Ma chi non ha sentito che la Michelle ha cantato live una cosa, dedicandola all’ex marito con un certo pathos? Ebbene (e questo è il punto), lui le ha risposto—ed io non lo sapevo fino a che non l’ho letto qui—nella maniera che da Veronica in poi è diventata l’ultima frontiera della terapia di coppia: con una lettera a Repubblica ...

March 1, 2007

March



Up from the sea, the wild north wind is blowing
Under the sky's gray arch;
Smiling, I watch the shaken elm-boughs, knowing
It is the wind of March.

Between the passing and the coming season,
This stormy interlude
Gives to our winter-wearied hearts a reason
For trustful gratitude.

Welcome to waiting ears its harsh forewarning
Of light and warmth to come,
The longed-for joy of Nature's Easter morning,
The earth arisen in bloom.

In the loud tumult winter's strength is breaking;
I listen to the sound,
As to a voice of resurrection, waking
To life the dead, cold ground.

Between these gusts, to the soft lapse I hearken
Of rivulets on their way;
I see these tossed and naked tree-tops darken
With the fresh leaves of May.

This roar of storm, this sky so gray and lowering
Invite the airs of Spring,
A warmer sunshine over fields of flowering,
The bluebird's song and wing.

Closely behind, the Gulf's warm breezes follow
This northern hurricane,
And, borne thereon, the bobolink and swallow
Shall visit us again.

And, in green wood-paths, in the kine-fed pasture
And by the whispering rills,
Shall flowers repeat the lesson of the Master,
Taught on his Syrian hills.

Blow, then, wild wind! thy roar shall end in singing,
Thy chill in blossoming;
Come, like Bethesda's troubling angel, bringing
The healing of the Spring.


John Greenleaf Whittier, American Quaker poet (1807-1892), At Sundown

L'evangelista radicale

“Da qualche tempo sono poco informato sulle faccende dei miei amici radicali.” Così Adriano Sofri, all’insegna dell’understatement, esordisce in un lunghissimo articolo, pubblicato oggi (cioè ieri, oramai) sul Foglio, che dei radicali e del particolarissimo momento che stanno vivendo, malgrado l’incipit, tenta di carpire il travaglio segreto e, nel contempo, pubblico. Qualcuno parla di “linciaggio” nei confronti di Daniele Capezzone, l’ex delfino di Marco Pannella che ha osato ribellarsi al vecchio patriarca: una storia lunga, culminata con l’annuncio “autonomo” di non essere disposto a votare la fiducia al governo Prodi. Sofri, in realtà, dimostra di aver capito un mucchio di cose.

E’ sempre difficile riassumere l’idea che Sofri si è fatto su qualcosa e che decide di esternare per contribuire a spianare la strada alla comprensione di un fenomeno. Questo perché, come anche recentemente mi è capitato di notare, a lui non interessa quasi mai, first and foremost, farsi capire al volo, quanto suggerire dei percorsi, sì, diciamo, esplorare frammenti di complessità e contraddittorietà del reale, ripercorrendone sviluppi talvolta marginali, o apparentemente tali, storie dense di materia vivente e pulsante. Non so se rendo l’idea, fatto sta che, anche in questo caso, il quadro tracciato da Sofri è semplicemente straordinario, acutissimo. Altro che poco informato! Lo sarà, magari, ma sugli aspetti meno utili a ricostruire il senso di ciò che accade.

Va letto, indubbiamente, questo articolo. E dovrebbero leggerlo non solo gli appassionati della tribù radicale, ma, per esempio, anche tutti coloro che si domandano se le “categorie stantie” di destra e sinistra abbiano ancora un senso. Ce l’hanno, dice Sofri, anche se hanno ampiamente e giustamente stufato. Ce l’hanno, quanto meno, se si vuol capire quello che sta succedendo ai radicali. Destra e sinistra, nel caso radicali-Capezzone, sono la chiave di volta. I radicali, infatti, sono di sinistra: certo, “quella sinistra libertaria dei diritti e delle persone […] contro la sinistra dogmatica, statalista e autoritaria.” Capezzone mica tanto. In tal senso i radicali sono un ponte tra passato e futuro, tra un tempo in cui essere di sinistra era una faccenda maledettamente importante e uno in cui probabilmente sarà più che altro una questione di «radici», di storie personali e collettive che aiutano, sì, a capire ciò che siamo, ma non a decidere che fare e come farlo, con chi e a quale scopo.

Capezzone si è fatto “evangelista di quel profeta” che è stato Marco Pannella. Ma i profeti devono morire per avere i proprii evangelisti. Sofri, con Pannella, ha parlato tante volte della morte. Ci siamo andati entrambi molto vicini, dice. Dunque parliamone, “e Marco deve, per così dire, fare testamento. Forse non per lasciare il partito in eredità a qualcuno, ma almeno per impedire che vada a qualcun altro” (la destra?). E ancora: i radicali, “dentro, ma fuori del Palazzo,” sono tanto intensamente cristiani da essere nel mondo senza essere del mondo. E Capezzone è stato forse troppo di questo mondo per non urtare il Capo. Troppo mediaticamente dentro, al limite dell’eresia.

In ogni caso, spiega Sofri, tutto quello che sta succedendo a Largo di Torre Argentina è “decisamente normale.” Tanto normale, aggiungerei, che ci si può riconoscere anche senza essere (mai stati) radicali.

February 27, 2007

Gallinacei

Oggi, sul Foglio, Andrea's Version si riallaccia al mio post precedente per sottolineare il concetto ...

Niente psicodrammi, qui, niente linciaggio morale, niente cazzottoni sul treno, niente insulti da curva di stadio, nessun sobbollimento di emozioni forti e sporche. Di più. Oggi come oggi, nemmeno fischi. Ancora di più. Nemmeno critiche severe, battute caustiche, ironie o perfidie che in qualsiasi altro momento sarebbero ovvie e del tutto legittime, ma rischierebbero al presente, e nella nostra Italia, di essere equivocate da chi gioca sempre a equivocare, come psicodramma, appunto, linciaggio morale, insulto da curva, o come il ribollire delle emozioni di cui sopra. Senza neanche dover parlare di rispetto personale, di cattiveria politica e di disconoscimento plateale del diritto della persona a dire e a fare quel che fa. Questo non era in discussione ieri, non lo è oggi e non lo sarà domani. Chi passa dall’altra parte, passa dall’altra parte, punto e basta. A maggior ragione in Parlamento. Questo non toglie che ci deve pur essere un accidente di motivo se per dire gallinaceo, che sta poi per pollo, agli inglesi basta pronunciare “fol” e si capiscono al volo.

Cari amici della destra

Cari amici della destra, tra le cose che mi è capitato di leggere sulla stampa nazionale da qualche lustro a questa parte, l’editoriale di Giuliano Ferrara sul Foglio di ieri, lunedì 26 febbraio 2007, è quella che maggiormente ha colpito la mia immaginazione. Una tale sintonia nel modo di concepire la dialettica politica è una di quelle esperienze che lasciano il segno.

Se quello straordinario manifesto, pur nella sua semplicità, di ciò che la politica, sempre e per chiunque, dovrebbe essere—e per qualcuno è effettivamente—diventasse il vostro manifesto, come l’elefantino propone, con un atto di fede io lo sottoscriverei e non esiterei a considerarmi dei vostri. Del resto, non credo ci sia alcuna speranza che questa sinistra—malgrado le solite, rarissime (e preziose, lodevoli, commoventi) eccezioni—possa farlo proprio.

Il vero discrimine, forse, consiste proprio nel fatto che un editoriale come quello del direttore del Foglio non poteva essere concepito che da quella parte. Ma questa, almeno per me, non è una rivelazione: è la sintesi di un insieme di dati effettuali e di riflessioni a volte tutt’altro che facili. Se oggi l’ironia, il fair play, la tolleranza, hanno abbandonato la rive gauche per trasferirsi sulla rive droite, il minimo che si possa fare è prenderne atto una volta per tutte. E trarne le necessarie conseguenze.

Ho trascritto e riportato qui sotto gran parte dell’editoriale. Il testo integrale può essere consultato qui (in versione pdf).

Avviso ai naviganti: se Follini vota la fiducia al governo Prodi e, di conseguenza, subisce una volgare aggressione, chi lo aggredisce è un bischero. Direi anzi che la differenza egemonica tra destra e sinistra si gioca tutta qui, sul tema del linciaggio morale inferto ai dissidenti, e proprio su questo punto si potrà dire, se gli incontinenti dell’opposizione sapranno trattenre i loro spiriti animali: destra è meglio. Suggerisco al Cav. di invitare a pranzo Follini, cosa che personalmente avrò il piacere di fare comunque io stesso già oggi, e di parlare con lui (habla con ello, sii hidalgo). Votare la fiducia a Prodi è una bestialità politica, e anche un po’ comica da parte di una persona seria come Follini, ma il rispetto personale non è in discussione, nella politica italiana deve tornare a viva forza il fair play.


Critiche severe, battute caustiche, ironie e perfidie, un fischio elegante e contegnoso, un buuuuuuhhhhh degno della Camera dei comuni, e poi stop. Gli psicodrammi sul Paese riconsegnato all’avversario, i cazzotti sul naso come succede in quel gruppetto facinoroso che si onora del nome comunista, tutto quel ciarpame da curva di stadio, quel pagliaccesco sobbollire di emozioni forti e sporche, la destra lo scansi. Il Cav. Prenda carta e penna, o sfoderi uno di quei suoi sorrisi arlati, e spieghi chiaramente ai tifosi gagliardi del suo partito e della sua coalizione che non devono valicare il confine oltre il quale c’è la psicologia ferina della teppa ideologica.
[…]
Lasciamo i linciaggi all’epica di mani pulite e dello spirito forcaiolo, al salotto buono e un po’ ubriaco dei Colombo e dei Tabucchi, alla cultura che ha preparato l’omicidio di Marco Biagi con la character assassination precedente lo sparo, alle dispute onto-ideologiche di chi coltiva in nome dell’idealissmo la filosofia del branco. Nessuno personalmente è un nemico in Parlamento e nel paese. Nessuno è un traditore.
[…]
Comunque sia, e comunque deciderà, anche se per il peggio, Follini è un politico della prima Repubblica e della Dc che stava nel centro sinistra da buon Doroteo, è un intellettuale della politica che ha tentato di dare una dimensione moderata alla destra e ora dice di voler fare la stessa operazione con un nuovo centro sinistra. Queste cose le ha motivare, ci ha scritto su libri. Ha agito in modo rispettabile, con un suo stile.
E il suo stile può essere oggetto di irrisione, di critica rigorosa, di controargomentazione, anche di sberleffo, ma non di cattiveria politica personale, di disconoscimento plateale del diritto della persona a dire e a fare quel che fa. Scegliete dunque il tono e la musica giusta per cantargliele, se Follini confermerà che varca la linea, perché se sbagliate spartito, cari amici della destra, allora non scriveremo che destra è meglio. Scriveremo che e diremo che destra è uguale. Anzi, peggio.

February 26, 2007

I due macigni sospesi sul governo Prodi

In punta di fioretto, Giovanni Sartori risponde sul Corriere all’editoriale di Angelo Panebianco che qui è stato commentato (molto favorevolmente) sabato scorso. Il “cambio di passo” evocato da Panebianco come unica possibilità di salvezza per il governo Prodi («l'epoca delle sberle quotidiane all'opposizione è finita») non convince Sartori:

[d]ubito che questo nuovo corso sia congeniale alla natura di Prodi. Prodi è uomo di bunker. La sua strategia del muro contro muro, del polo puro e duro, non è di questa legislatura; è una costante sin dal primo governo Prodi, che si autoaffondò nel 1998 pur di non macchiare la sua purezza «aprendosi» a Cossiga.

Ma se Prodi “è uomo di bunker,” sulla qual cosa credo si possa essere d’accordo, resta il fatto che i numeri per “fare bunker” non ci sono. E dunque? Dunque, secondo Sartori, poiché “senza il sostegno di numeri non si può trasformare un passino, o un colabrodo, in un muro,” non resta che aspettare e vedere se Prodi sarà capace di rinunciare ad essere se stesso.

Mi sembra un’impostazione molto realistica. In realtà non la trovo nemmeno in contraddizione con quella di Panebianco: semplicemente, per così dire, la prolunga. Il problema si aggrava se aggiungiamo una considerazione elementare: se anche Prodi riuscisse, quante probabilità ci sarebbero che il suo disordinato esercito si riallinei e sia finalmente disposto a marciare compatto? Non è il solo Prodi, infatti, a dover rinunciare a se stesso, c’è anche la sinistra massimalista. Dunque sono due le incognite che gravano sul governo, e l’una e l’altra “si tengono.” Anzi, più che di incognite bisognerebbe parlare di autentici macigni.

February 25, 2007

Se Prodi cade di nuovo

Sergio Romano, sul Corriere di oggi, spiega molto bene perché il presidente della Repubblica non poteva che prendere atto delle “assicurazioni” del presidente del Consiglio. Infatti, se avesse agito altrimenti, “avrebbe corso il rischio di aprire, insieme alla crisi politica, una più grave crisi istituzionale.” Ma, attenzione, Napolitano

ha rinviato il premier alla Camere con una dichiarazione da cui traspare una sorta di rassegnazione. Coloro che s’interrogano sui sentimenti e le intenzioni del capo dello Stato hanno probabilmente notato uno degli argomenti con cui ha giustificato il rinvio del governo alle Camere: «Le ipotesi legittime e motivate di sperimentazione di una diversa e più larga intesa di maggioranza, a sostegno di un governo impegnato ad affrontare le più urgenti scadenze politiche e in particolare la revisione della legge elettorale — ipotesi sostenute da alcuni componenti della Casa delle libertà — non sono risultate sufficientemente condivise per poter essere assunte come base della soluzione della crisi del governo Prodi».
Grazie a queste parole sappiamo quale potrebbe essere, se il governo cadesse una seconda volta, lo sbocco della prossima crisi.

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