May 24, 2007
Oh mia bela Madunina ...
May 23, 2007
Giovanni Falcone
Non mi intendo di cose di mafia e di conseguenza non mi arrogo mai il diritto di sparare sentenze sull’argomento. Però ho dei ricordi abbastanza nitidi, ricordi di conti semplici semplici che non mi tornavano. E’ vero che sono sempre stato tentato di attribuire la responsabilità di quei due più due fanno tre alla mancanza di sistematicità (e di pazienza certosina) che caratterizza il mio approccio alla complicata materia. E tuttavia, quando leggo ciò che scrivono persone che, invece, sanno quel che occorre sapere, perché si sono documentate, oppure sono state testimoni personalmente di eventi significativi, e quando qualcuno di costoro racconta e spiega fatti e situazioni come io sospetto da sempre che vadano raccontati e spiegati, beh, allora mi sento autorizzato a uscire allo scoperto.Oggi ricorre il quindicesimo anniversario del barbaro assassinio di Giovanni Falcone, di sua moglie e della sua scorta. Vorrei ricordarlo anch’io, con tutti quei miei due più due che fanno sempre tre. E mi affido alla buona memoria di un vero esperto e di un bravo cronista: Umberto Santino e Filippo Facci. Del primo ripropongo uno scritto di cinque anni fa, del secondo un articolo che si legge su Il Giornale di oggi. In entrambi i casi—non occorre neppure dirlo—si parla di una persona avversata da viva e santificata da morta. E non certo per colpa sua.
Green Green Grass of Home
(Joan Baez performing "Green Green Grass of Home" on the Smothers Brothers show)
I was little more than a child when I first heard it sung by Tom Jones, and I liked it quite a bit. In fact, it was the Welsh singer who made "Green Green Grass of Home" popular, in 1966, though it had been recorded earlier that year by Jerry Lee Lewis. But it was when I heard it sung by Joan Baez that I realized how much I loved that yearning country song. Since then, I was searching for other versions. So I came across that of Johnny Cash, on his famous1968 Johnny Cash at Folsom Prison album, that of Elvis Presley, my favourite one, on his 1975 Today album, the one by Kenny Rogers (1977), and many others. By the way, in an Elvis fan site—where The King’s version of the song can be heard—I have learned that "Green Green Grass of Home" had first caught Elvis's attention when he heard Tom Jones's version on George Klein's WHBQ radio show while driving home from California for Christmas in 1966. Elvis had flipped over the record then and stopped repeatedly to have Joe Esposito call from Arkansas to get George to play it again and again. At the time Red West was surprised to hear Elvis raving about the song, having played Jerry Lee Lewis's version for Elvis months before that to no reaction. Elvis's voice was more suited to this second number than the first, and he had it down from the start.
May 21, 2007
Riflettendo sul dopo-Family Day
Tra giovedì e venerd' scorsi, cioè tra un articolo di Gianni Baget Bozzo sul Giornale ed uno di Antonio Socci su Libero, il dibattito sul dopo Family Day si è arricchito e, nel contempo, complicato. Sì, perché le due analisi mi sono sembrate tanto stimolanti quanto contrapposte. Dunque, i due ragionamenti sono l’ideale per lasciarsi confondere un po’ le idee—strategia sempre efficacissima per arrivare a un risultato apprezzabile …—e consentirsi un discreto ampliamento di orizzonti.
La questione, sicuramente, è cruciale, il momento è topico, e il Family Day, ovviamente, c’entra poco (e meno ancora i “Dico”), perché il punto—che poi è in realtà un groviglio di punti—è un altro: le fede e il suo rapporto con «il secolo», cioè la «verità» e la sua convivenza con la non-verità del secolo, il tutto nelle più svariate declinazioni e rappresentazioni.
A dire il vero, Baget Bozzo ha parlato soprattutto del momentaccio che stanno attraversando i rapporti tra i ds e la Chiesa (perché “la linea filocattolica che risale al Pci viene meno man mano che sul piano europeo la linea anticattolica diviene un patrimonio della sinistra”), ciò non toglie, però, che il ragionamento sia molto interessante anche da quell’altro punto di vista. Infatti, don Gianni pone—giustamente, a mio avviso—all’origine dello “strappo” un cambiamento profondo avvenuto in seno alla Chiesa in questi ultimi anni: lo spostamento dell’attenzione dai temi sociali a quelli morali, con un ritorno in grande stile dello “spirito di tradizione,” cioè della fedeltà alle radici. Ma è proprio a questo punto, aggiungerei, che troviamo il groviglio di cui parlavo prima: se dal sociale si passa alla morale, ecco che radici, tradizioni e identità conducono il confronto su un terreno difficilmente praticabile da parte di chi, appartenendo a una tradizione filosofica e culturale laica, scientista, materialista, ecc., non può che avvertire un certo disagio (per non dire fastidio) nel confrontarsi con una tradizione al centro della quale vi è una «verità» che si colloca oltre lo Stato, la scienza e la materia, e che, tuttavia, «fonda» e dà senso ai precetti morali (sui quali si dovrebbe cercare di trovare una qualche intesa).
A questo punto la riflessione di Socci giunge assai utile. Al di là di alcune considerazioni un po’ estremistiche, che appartengono allo stile polemico e al bagaglio culturale del ciellino Socci, mi sembra interessante il ribaltamento della questione che viene proposto. Socci, cioè, non pensa affatto che la “guerra dei Dico” sia uno scontro “fra guelfi e ghibellini, fra laici e cattolici,” secondo lui, infatti, si tratta innanzitutto di una guerra fra cattolici, di “una drammatica spaccatura ecclesiale che cova sotto la cenere da tre decenni.” Infatti,
[a] firmare i Dico - per il governo del dossettiano Romano Prodi - è quella Rosy Bindi che viene dalla presidenza dell'Azione Cattolica Italiana, una che è entrata in politica nella Dc proprio come "rappresentante" del mondo cattolico e fiduciaria dei vescovi. E l'estensore materiale della legge è Stefano Ceccanti, oggi capo dell'Ufficio legislativo del ministero per i Diritti e per le Pari opportunità, ma ieri presidente della Fuci, la "fucina" dell'establishment "cattolico democratico". Non solo. Proprio Ceccanti ha svelato che l'articolato dei Dico si ispira al cardinal Martini. Testuale: «II cardinale Carlo Maria Martini, in un bellissimo discorso pronunciato alla vigilia di Sant'Ambrogio del 2000 diceva che sulle coppie di fatto "l'autorità pubblica può adottare un approccio pragmatico e deve testimoniare una sensibilità solidarista". E concludeva: "Al vertice delle nostre preoccupazioni non deve esserci il proposito di penalizzare le unioni di fatto, ma sostenere le famiglie in senso proprio". Questi sono i canoni di Martini che di fatto andiamo a proporre» (La Stampa, 11.12.2006).
Se le cose stanno così, prosegue Socci,
[r]esta da capire se per la Chiesa ha senso, mentre si indebolisce la fede vissuta e la dottrina ortodossa, proiettare in battaglie culturali e politiche esterne (contro i "laicisti") quel raddrizzamento della fede cattolica che non si osa operare per via diretta […].
Attenzione, l’obiezione è forte, ma, provenendo da un ciellino, non è sorprendente: è la riproposizione della vecchia polemica nei confronti dell’Azione Cattolica e della Fuci, cioè dell'establishment cattolico democratico, quello fino a ieri più protetto e sponsorizzato dai vescovi italiani. E tuttavia, se non sbaglio, riproporre oggi la polemica ha paradossalmente un significato distensivo nei confronti dei laici … Da questo punto di vista la provocazione può essere utile, perché dalla contrapposizione frontale laici-cattolici possono nascere solo problemi. Per cui non sarebbe male se Socci avesse ragione. Ma, a parte gli auspici, è molto probabile che egli sia effettivamente nel giusto, o meglio, che abbiano ragione sia Socci sia Baget Bozzo: le due chiavi di lettura, infatti, non si escludono a vicenda. Perché mai dovrebbero? Lo scontro all’interno della Chiesa inevitabilmente si riverbera nel dibattito laici-cattolici.
Ma c’è un altro strale contro il partito—se ce n’è uno—dello scontro frontale: a rincorrere “un’influenza culturale e politica sui costumi” la Chiesa corre un rischio enorme, quello di considerare il cristianesimo come “il sistema supremo dei valori umani,” a dispetto del fatto che, come osservò Romano Amerio, “la Chiesa è per sé santificatrice e non incivilitrice e la sua azione ha per oggetto immediato la persona e non la società.” Sono concetti che, alle orecchie di tutti coloro i quali auspicano una religione meno «pubblica» e più «privata», devono suonare più dolci del miele.
E’ evidente che Socci, quando vuole, sa essere spiazzante. Ma, onde evitare che nella mente di qualcuno possa insinuarsi il sospetto di una “apostasia” socciana rispetto alla linea della Chiesa italiana, il Nostro, preso atto che, a causa del conflitto che lacera dall’ interno la Chiesa, il successo del Family Day non deve indurre al trionfalismo, invita a prendere sul serio ciò che il cardinale Ratzinger ebbe a dire una volta: «Non è di una Chiesa più umana che abbiamo bisogno, bensì di una Chiesa più divina; solo allora essa sarà anche veramente umana». Il che, lascia intendere Socci, dovrebbe significare più o meno questo: non innalziamo barricate contro i laici, facciamo piuttosto (prima) i conti con quel «pensiero di tipo non-cattolico» che—per citare la preoccupazione che Paolo VI manifestò a Jean Guitton nel lontano 1977—«sembra talvolta predominare all'interno del cattolicesimo». Del resto, ricorda Socci, la frase più drammatica di Gesù nel Vangelo è questa: «Quando il Figlio dell'Uomo ritornerà, troverà ancora la fede sulla terra?»
E tuttavia …, tuttavia qualche differenza c’è tra l’impostazione ratzingeriana (e ruiniana) e quella ciellina. Mettere ordine all’interno della Chiesa non basta a Benedetto XVI, il Papa-filosofo, e questo non tanto per ragioni politiche quanto perché è la questione della «verità» che sta a cuore soprattutto al Pontefice. Una verità che non riguarda solo le coscienze dei credenti, ma l’umanità tutta intera, perché per un filosofo non c’è umanità senza verità, e non c’è verità senza «ragione». Qui, ovviamente, il discorso si complica e per un post diventa davvero troppo complesso. Ma un accenno credo di poterlo fare, senza troppe pretese, chiamando in soccorso la prefazione che Giuliano Ferrara ha scritto per il Manifesto dei conservatori, del filosofo inglese Roger Scruton, da domani in libreria (la prefazione è stata pubblicata in anticipo sul Foglio del 17 maggio):
Allargare lo spazio della ragione, sottraendola allo strumentalismo tecnico dello scientismo e all’estetismo superomista nicciano, è il compito di buonsenso, di senso comune, di realismo che un conservatore deve assolvere. Se il manifesto che offre la possibilità di adempiere a questo compito va dal discorso di Ratisbona di Benedetto XVI al pamphlet e all’insieme del lavoro di Roger Scruton, bisogna dire che siamo sulla buona strada: è in atto, che lo si sappia o no, un’alleanza destinata a rivelarsi efficace tra un pensiero europeo-tedesco, che nasce nel cuore della filosofia e della teologia continentale, e che è erede dell’ellenizzazione e del diritto romano, e un pensiero anglo-sassone scaturito dalla common law, dal diritto consuetudinario, dall’idea che lo stato non debba essere un Moloch laico che impone una sua ideologia secolarista, ma uno strumento legale per risolvere conflitti sociali secondo il metro e la misura del buonsenso storico e filosofico, illuminato da un giusto rapporto, il Criterio, tra morale e legge.
Forse, dico forse, quello che sfugge a Socci (o che lo preoccupa) è appunto quell’alleanza tra un pensiero europeo-tedesco e un pensiero anglo-sassone scaturito dalla common law …
May 14, 2007
Vittoria amara
Vorrei dire che adesso le cose sembrano un po’ più chiare, che a piazza San Giovanni s’è fatto un passo avanti, ma sarebbe una verità parziale, perché avanti si va solo se c’è l’idea condivisa che ci si debba andare, all’incirca, tutti insieme, non due terzi sì e uno no. E poi, diciamolo, dei laici c’è bisogno, perché senza di loro, cioè senza i “lumi” e le rivoluzioni borghesi, non saremmo ciò che siamo. Così come loro, senza di noi, non sarebbero neanche potuti esistere. Per questo, a rigore, c’è poco da esultare, e la vittoria—schiacciante, perfino imbarazzante—è amara per noi papisti quasi quanto lo è la disfatta per la controparte. Sappiamo, in ogni caso, che se “qualcosa di serio e profondo non funziona nel nostro modo di vivere,” non sarà senza—e tanto meno contro—di loro che riusciremo a cambiare ciò che va cambiato, conservando però ciò che va conservato. Se solo si riuscisse a rispettarsi reciprocamente si sarebbe già in vista della meta. Infine, non vorrei sembrare scortese, ma a me pare che un appello come questo dovrebbe far meditare:Io rispetto il pensiero degli altri, aspettando che maturi il rispetto per il pensiero o magistero di un Papa che mi piace, che sa dire quel che si deve dire a favore della ragione e contro il razionalismo astratto. E non sono papista perché voglio "strumentalizzare la religione" (com'è sempre banale, piatto, il pensierodell'onorevole Prodi, con tutti quei fratelli che sanno e che ragionano potrebbe informarsi almeno in famiglia!). Sono papista perché sento con sempre maggiore chiarezza che qualcosa di serio e profondo non funziona nel nostro modo di vivere, e che la libertà di vivere come a ciascuno pare e piace, sacra in linea di principio, si sta rovesciando nell'obbligo di vivere come impone l'ideologia secolarista, sempre conformi a una linea di fatto.
Se ne può parlare liberamente, della verginità prima del matrimonio che suona ruralismo ideologico e proibizionismo urticante contro l'uso precoce dei sensi, suona proprio così al cospetto dell'amor civile celebrato con il divorzio in Piazza Navona, ma se ne può parlare soltanto se venga rispettato, compreso, accolto con simpatia e non con irrisione l'insieme del discorso pubblico nuovo della chiesa cattolica e di tante altre denominazioni, cristiane e non (penso alla sortita del rabbino Di Segni sull'omosessualità).
O i laici si aprono al confronto, e si reinventano, oppure asfaltano una brutta strada che sarà percorsa dal carrozzone dell'incomprensione, della rigidità ideologica, chiunque vinca alla fine, e sappiamo tutti che la vittoria vola per adesso sulle ali dispiegate dell'informazione di massa, della pubblicità di massa, della cultura di massa supersecolarizzata. Ma per laici veri, vincere nel disonore di un mancato confronto, vincere non con l'ironia di una cultura che si contamina con quella più antica e più densa dei cristiani, vincere con la forza d'inerzia, non è un premio. È una condanna.
[Dall’editoriale del Foglio di oggi]
May 12, 2007
Family Day
May 11, 2007
But he didn't pass by
After Tony Blair’s resignation speech—delivered on May 10 to party activists in his Sedgefield constituency—I must confess that, among the dozens of comments I have come across on the subject, I have especially loved the sobriety with which my favourite British blogger has expressed his point of view. He simply quoted this passage from the speech “against a whole heap of the commentary” on Blair’s depart (though pointing out that, unlike me, he doesn’t get the ‘belief’ stuff …):In Sierra Leone and to stop ethnic cleansing in Kosovo, I took the decision to make our country one that intervened, that did not pass by, or keep out of the thick of it.
Then came the utterly unanticipated and dramatic. September 11th 2001 and the death of 3,000 or more on the streets of New York.
I decided we should stand shoulder to shoulder with our oldest ally. I did so out of belief.
So Afghanistan and then Iraq, the latter, bitterly controversial.
Removing Saddam and his sons from power, as with removing the Taliban, was over with relative ease. But the blowback since, from global terrorism and those elements that support it, has been fierce and unrelenting and costly. For many, it simply isn't and can't be worth it.
For me, I think we must see it through. They, the terrorists, who threaten us here and round the world, will never give up if we give up.
UPDATE - Sat, May 13, 2007 - 10:30 pm
There is a full version video in two parts of the speech at You Tube: part one, part two.
May 10, 2007
Tibet tradito
Cedendo alle ripetute pressioni cinesi, il governo belga ha chiesto al Dalai Lama di cancellare la sua visita a Bruxelles dove, i giorni 11 e 12 maggio, il leader tibetano avrebbe partecipato alla sessione inaugurale della quinta conferenza mondiale dei Gruppi di Sostegno al Tibet e incontrato alcuni parlamentari europei. Il governo belga, nel motivare la sua richiesta, ha messo in relazione la visita del Dalai Lama a Bruxelles con la prossima visita (16 – 26 giugno 2007) di una delegazione commerciale, guidata dal Principe Filippo del Belgio, a Pechino ed ha ammesso di aver ricevuto ripetute sollecitazioni dal governo cinese affinché il capo dei tibetani non effettuasse il suo viaggio.
(Phayul/TibetNet)
Non credo ci sia bisogno di commentare questa notizia. Del resto, al momento, non riuscirei neppure a trovare espressioni che fossero sufficientemente severe (per deplorarare il comportamento del governo belga) e, nel contempo, accettabilmente civili e bene educate. Quindi preferisco astenermi.
Chiantishire

La prima tappa è stata Greve in Chianti, considerata la capitale del Chiantishire. Il paese, reso un po’ snob dalla fama che gli inglesi le hanno procurato, ha un aspetto gradevolissimo, particolarmente la piazza, dove campeggia il monumento al grande esploratore Giovanni da Verrazzano, nato verso la fine del XV secolo in un castello nei dintorni. Ma è il paesaggio—nel quale includo le pietre di cui son fatte tutte le case da quelle parti—la cosa più notevole: dolci colline, vigneti, ulivi e boschi. Un cocktail eccezionale, che soprattutto in primavera si arricchisce dei profumi emanati da una natura che è stata certamente molto generosa. Il tutto è compendiato ovviamente nel Chianti.
Devo anche dire che ho avuto la fortuna di essere in loco l’ultimo week-end di aprile, cioè le due magiche giornate in cui a Montefioralle, cioè un paio di chilometri più su, si degustano i “Vini del Castello.” Una rassegna favolosa, cui presentarsi possibilmente non a stomaco vuoto … Tra i vicoli e le scalinate dell’antico borgo, in mezzo a quelle pietre che parlano, si possono assaggiare i vini di tredici aziende locali, nella molteplicità in cui si esprime l’unità sostanziale del grandissimo vino che qui è l’onnipresente e incontrastato signore.
La seconda tappa è stata Castellina in Chianti, già in provincia di Siena. Anch’essa di bell’aspetto, ma meno glamour di Greve, pur con le sue belle case di pietra, per lo più restaurate in maniera impeccabile, e con il bel paesaggio circostante. E naturalmente ottimo vino (ma qui, purtroppo, niente assaggi gratuiti, solo a pagamento).
Infine Monteriggioni (vedi foto panoramica nel sito del comune), un magnifico borgo medievale circondato da mura (citate da Dante nel XXXI canto dell’Inferno), con quattordici torri fortificate. Ottimamente restaurato, il borgo, oltre che per le mura, si segnala per la Pieve di Santa Maria Assunta (sec. XIII). Anche qui si può apprezzare l’ottima produzione locale di Chianti, purché non vi si arrivi di prima mattina e non ci sia da rimettersi in strada subito dopo (mi raccomando ...).
In un prossimo post il paradiso dei cultori del Brunello, ma anche delle abbazie medievali.
May 7, 2007
E' nata la Right Europe
Come un rude guerriero della politica, ha scelto quel mito, che è stato, e in parte è ancora, uno spartiacque tra un «prima» e un «dopo» che, se si incontrassero per strada un po’ soprappensiero, farebbero fatica a riconoscersi carne della stessa carne e sangue dello stesso sangue. Insomma, mica una faccenda da poco prendere di petto il Sessantotto. Uno glissa, per lo più, perché dentro ci siamo tutti, anche quelli di destra-destra, quanto a modi di pensare e di vivere, di vestirsi e di parlare, di divertirsi e di pregare (o di bestemmiare). E dunque, la sfida, a voler essere—per dirla à la Giuliano Ferrara—radicali e conservatori, era, è, proprio lì. Sarko, uomo di studio oltre che d’azione, l’ha capito, ci ha scommesso, e ha vinto. Per questo la Francia, e probabilmente l’Europa intera, non sarà più la stessa, dopo questo 6 di aprile. Il redde rationem è appena cominciato, la Right Europe, versione giustamente e doverosamente riveduta e corretta della Right Nation americana, ha emesso il suo primo vagito. Dopo molti segni premonitori, per altro, tra i quali quelli che hanno solcato i cieli d’Italia in questi anni.
E’ in un'analisi di Barbara Spinelli—che è tutta da leggere, magari per condividerla solo in parte, come spesso capita a me, per esempio, con le cose che scrive la succitata—che ho trovato la definizione più acuta e intrigante del personaggio Sarkozy. Homo novus, scrive la Spinelli, ma questo dice ancora troppo poco. In realtà c’è una caratteristica che lo rende unico, e vincente in una maniera a sua volta molto, molto singolare:
È come se la meta per lui fosse una necessità, se non un'avversità. Si può predisporre un destino politico con lo stesso spirito con cui si vive monaci nel deserto o si traversa un dolore. Non a caso c'è una parola, singolare per la cultura politica francese, che Sarkozy usa spesso quando racconta la propria pluriennale conquista: ascesi, che letteralmente vuol dire esercizio spirituale e fisico fatto di isolamento, preghiera, meditazione, perfezionamento e volontà ferrei. La parola araba è gihàd.
Ecco, appunto, qualcosa come un’ascesi è appena cominciata. Poi, chiamiamola pure come ci pare.
May 4, 2007
At the core of the Microsoft-Google saga
Maybe what this story suggests is that, as in the Highlander saga, only one will survive. But how, if ever, will this benefit all of us end users?
Meglio Sarko
Dunque, con una buona dose di faccia tosta, mi avventuro fino a dire che Madame Royal mi annoia da morire—soprattutto quando diventa aggressiva e fa scena ostentando arrabbiature poco credibili, come ieri l'altro sera. Dicono che rappresenta il nuovo, a sinistra, e sarà pure vero, ma se il futuro della sinistra francese consiste nelle idee e nell’approccio alle questioni di Ségolène Royal mi pare che non ci sia di che congratularsi, e semmai mi sembrerebbe più appropriato ritenere che la novità più significativa sia la “svolta estetica” che la signora ha impresso alla politica: da questo punto di vista, in effetti, non credo ci siano dubbi.
Per uscire dal generico, direi che condivido molto questa sferzata di André Glucksmann (sul Corriere di ieri):
Si dice che Sarkozy divide, mentre Royal unisce. Il bruto e la madonna? Eccoci davanti a due metodi. Qual è più democratico? Quello di Sarkozy, che non indietreggia davanti alle divisioni e osa presentare le alternative agli elettori chiamati a prendere la loro decisione con cognizione di causa? Oppure il metodo Royal, che promette l'unione a ogni costo e promuove l'immobilismo?
Naturalmente resta «l'obiezione suprema» contro Sarko, il «razzista», colui che propone il «ministero infernale». Glucksmann risponde così:
Secondo me, i veri «lepenizzati» sono le anime belle di sinistra e del centro che, senza esitare, presuppongono che fra identità nazionale e immigrazione non possa esserci che una relazione d'esclusione. Perché voler credere per forza che un ministero dell'Immigrazione e dell'Identità nazionale sarà un ministero dell'Identità contro l'immigrazione? Con quale diritto è formulata una interpretazione così malevola? Per quanto Sarkozy ripeta che l'identità francese non è etnica, che la nazione si è arricchita di successive ondate d'immigrazione (di cui fa parte la sua famiglia), che di fronte al regime di Vichy, la Resistenza al nazismo deve tanto ai Repubblicani spagnoli, agli armeni, agli ebrei... Non c'è nulla da fare. Un immondo mascalzone ha appena «oltrepassato la linea gialla».
Infine, siccome delle somiglianze tra Italia e Francia, malgrado tutto, ci sono, e dal momento che un «grande lupo cattivo» non ce l’hanno solo loro (e a furia di agitare quello spauracchio si finisce per diventare intellettualmente pigri e talvolta pure un po’ cialtroni), si potrebbe pensare che la conclusione del ragionamento faccia tesoro di qualche nostra disavventura:
Brandire «l'apriti sesamo» del Tutto tranne Sarkozy per aprire a Ségolène le porte dell'Eliseo, qualunque cosa dica oggi e faccia o non faccia domani, sa d'imbroglio.
Ancora una volta, insomma, non posso che dichiararmi d’accordo. Meglio Sarko. Apprezzamento e simpatia, oltretutto, che mi accomunano a uno per il quale questo blog si è speso più volte in passato ... Avrebbe detto, costui, in un'intervista a Paris Match, che «bisogna mettere da parte le vecchie ideologie di sinistra e di destra». Ecco, appunto, questo è ciò che stavo cercando di dire in maniera forse troppo prolissa.
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UPDATE (ore 15:00 del 4 maggio 2007)
Da non perdere—anche perché sulla stessa lunghezza d'onda del post qua sopra ...—l'editoriale del Foglio di oggi (questo il link temporaneo). In particolare questo passaggio:
Il problema è che Mme Royal ha anche alla fine rivelato se stessa. Se stessa no, perché siamo documentalmente convinti che di lei in realtà c’è poco. Ma il se stessa di sinistra, nel senso prototipico della gauche eterna, quello lo si è visto. Uno spettacolo pazzesco di demagogia e di arroganza del cuore, una roba che anche in un giornale come questo, che da sempre è di destra e di sinistra, radicale e conservatore, ha avuto il suo impatto: ricordati che non è di quella malattia della gauche che devi morire, perché non è dignitosa. Ha tirato fuori una storia di stupro come arma contundente ideologica d’occasione contro un avversario maschio, e ha accompagnato il colpo basso e freddo con una cosa così risibile che ancora si è sorpresi che sia restata in gara dopo tanta leggerezza: lo stato deve garantire a una poliziotta (dicesi: una poliziotta) la sua sicurezza quando rientra a casa la sera. I poliziotti che proteggono i poliziotti, come nella già leggendaria teoria di Massimo D’Alema, che i soldati americani non devono fare la guerra perché hanno il compito di proteggere gli italiani in divisa di Herat. Ha inventato una tirata di bassissimo conio, del tutto ingiustificata, sui disabili a scuola, e sembrava una piccola reincarnazione sanguinaria di Saint-Just contro la resistenza non vittimistica di Sarkozy, che non sembrava ma era (ché in tv appunto si è più che sembrare) una specie di redivivo Benjamin Constant.
April 28, 2007
April 27, 2007
Quell'«atmosfera malvagia» che tutto pervade
subdolamente propagandato dai mezzi di comunicazione sociale, manipolando ad arte il linguaggio tradizionale, con espressioni che nascondono la tragica realtà dei fatti. Ad esempio, l’aborto viene chiamato interruzione volontaria della gravidanza e non uccisione di un essere umano indifeso […].
Una lettura più completa, secondo la presentazione dell’Elefantino, è a questo punto d’obbligo, dopodiché ognuno è libero di giudicare, ma almeno a ragion veduta. In effetti, il ragionamento di monsignor Amato ha un respiro molto più ampio di quel che si potrebbe pensare fermandosi ai resoconti di cui sopra. Si tratta, infatti, di una riflessione sulle radici e sull’essenza del male che “è dentro di noi e intorno a noi,” tanto che ogni giorno, seguendo quanto riportano i giornali e i telegiornali, o basandoci sulle informazioni che ricaviamo da Internet, “noi assistiamo a un film perverso sul male,” sull’“onda maligna che ci assale quotidianamente.”
Su questa “fenomenologia del male” il segretario della congregazione per la Dottrina della fede, dopo aver richiamato le interpretazioni proposte dai filosofi e dalle religioni non cristiane, ha esposto il punto di vista della Chiesa, utilizzando parole e concetti dello stesso Pontefice. Obiettivamente, il linguaggio è duro, così come la denuncia è senza fronzoli e la via d’uscita proposta senza compromessi, affilate entrambe come una spada:
Il Papa parla di un’atmosfera malvagia, che assomiglia molto a quanto abbiamo detto all’inizio a proposito della fenomenologia del male. Il male oggi non è solo azione di singoli o di gruppi ben individuabili, ma proviene da centrali oscure, da laboratori di opinioni false, da potenze anonime che martellano le nostre menti con messaggi falsi, giudicando ridicolo e retrogrado un comportamento conforme al Vangelo.
“E chi non vedrebbe che ci sono avvelenamenti mondiali del clima spirituale che minacciano l’umanità nella sua dignità, addirittura nella sua esistenza? La singola persona, anzi, le stesse comunità umane sembrano irrimediabilmente abbandonate all’azione di queste potenze. Il cristiano sa che, da solo, neppure lui può riuscire a dominare questa minaccia. Ma nella fede, nella comunione con l’unico vero Signore del mondo, gli è donata l’“armatura di Dio”, con cui – nella comunione dell’intero Corpo di Cristo – può opporsi a queste potenze, sapendo che il Signore ci restituisce nella fede l’aria depurata da respirare – il soffio del Creatore, il soffio dello Spirito Santo, nel quale soltanto il mondo può essere risanato”.
Onde preservare il tutto dall’oblio ho messo al sicuro il paginone del Foglio, inclusa la premessa dell’Elefantino, che trae spunto anche dalla storiaccia della scuola materna di Rignano Flaminio e da un’inchiesta sull’inquietante argomento pubblicata ieri su la Repubblica, a firma di Carlo Bovini, e che può considerarsi—a giudizio del direttore del Foglio—“esemplare del meglio” della professione giornalistica. L’approccio, sia ben chiaro, non è colpevolista, e tuttavia non è tenero verso l’«atmosfera malvagia» che pervade il nostro tempo. Perché il punto, alla fin fine, non è trovare dei colpevoli da dare in pasto all’opinione pubblica inferocita, ma piuttosto di convincersi che non si può vivere come se il male non ci fosse. L’”Apocalisse di ogni giorno” si alimenta anche del silenzio che si vorrebbe far calare sulla tragica realtà del male.
April 26, 2007
La promessa mantenuta di Corvo Bianco
Fu soprannominato Corvo Bianco ed ebbe meriti e demeriti commisurati all’impresa nella quale si imbarcò, cioè grandi, anzi enormi. Dimostrò durezza e coerenza. Michail Gorbaciov, il suo storico rivale, ebbe modo di sperimentare di persona entrambe: quando, nel giugno 1990, l’allora presidente del Presidium del soviet supremo della Repubblica socialista federativa russa, dette il via ad un conflitto di potere devastante con il Cremino (retto appunto da Gorbaciov), e quando, prigioniero nella sua dacia in Crimea nei giorni del tentato colpo di stato del 19-21 agosto 1991, il fiero avversario Boris Nikolaevich ne ottenne la liberazione schierandosi apertamente contro i golpisti. Fu proprio in quelle drammatiche circostanze che la figura di Eltsin divenne di colpo famosa in tutto il mondo: chi non ricorda quando salì su un carro armato dei ribelli per arringare la folla davanti al Parlamento russo, riuscendo in tal modo ad evitare un bagno di sangue?Oggi Avvenire, con un editoriale firmato da Luigi Geninazzi, ricorda e rende omaggio a un aspetto di Corvo Bianco meno noto, ma non per questo meno importante: con lui si è realizzata quel che Berdjaev chiamò «l’idea russa», vale a dire un rapporto specialissimo tra il popolo e la religione. Non è certo per caso che Boris Eltsin è stato il primo capo di Stato russo ad avere un funerale religioso dai tempi degli zar. In particolare, l’uomo seppe tener fede a una promessa:
Ci teneva alla libertà, prima di tutto quella religiosa. L’aveva promesso a Giovanni Paolo II nella prima storica visita che compì in Vaticano il 20 dicembre del 1991, all’indomani della fine dell’Unione Sovietica. In quell’occasione il presidente della Federazione Russa che di lì a cinque giorni avrebbe preso il posto di Gorbaciov al Cremlino affermò solennemente che avrebbe garantito la piena libertà «a tutte le confessioni religiose senza alcuna distinzione». L’avrebbe dimostrato coi fatti qualche anno più tardi, respingendo una legge sul culto, già approvata dal Parlamento, che penalizzava le minoranze religiose a cominciare dalla piccola comunità cattolica. E, vale la pena ricordarlo, si rifiutò di firmare una legge iniqua nonostante le pressioni della Chiesa ortodossa e gli umori nazionalistici della Russia profonda.
Giustamente l’editoriale non nasconde che vi furono errori, anche molto gravi, ma fa presente che non si può non onorare la memoria di un uomo che si distinse “per la sua strenua difesa del principio di libertà in un Paese che era diventato sinonimo di dittatura.” Mi pare che la definizione sia perfetta. E se posso—non solo perché "zar Boris" mi era simpatico—la faccio mia.
April 24, 2007
Evviva il Partito della Sera!
In effetti i due editoriali erano molto efficaci e, credo, anche ampiamente condivisibili da parte di chi si preoccupa più di far sì che il sistema politico italiano nel suo complesso possa tirarsi fuori dal pantano in cui sguazza da tempo immemorabile, che di tirare acqua al mulino di qualcuno. Comunque i ruoli erano ben distinti: Panebianco ha rappresentato la pars destruens e non ha lesinato critiche, per quanto costruttive, Mieli ha svolto la pars construens, indicando il possibile radioso futuro del partito nascente. Il professore, cioè, ha attaccato duramente la pessima propensione a definire le identità politiche “in rapporto al passato anziché al futuro,” per cui “ci si aggrega contro qualcun altro usando il passato (diviso) come fonte di identità.” Il che comporta che ci si senta esentati “dal dover essere troppo dettagliati sul futuro, su ciò che si intende fare.” Errore capitale nel quale solo “un outsider totale” come Silvio Berlusconi—e qui il colpo ai ds e ai dl è stato crudele—non è caduto. Poche storie, insomma, qui non vale più la regola del
dimmi il tuo patronimico, dimmi di chi sei figlio, e saprò chi sei. Vale la regola: dimmi (con precisione, senza menare il can per l’aia) cosa farai e saprò chi sei.
Qui, cioè appunto nel definire la propria identità politica in rapporto al futuro anziché al passato, con il «contratto con gli italiani» e il proposito di tagliare le tasse ribadito in tutte le salse, Berlusconi ha fatto scuola, infischiandosene dello “scandalo” che il suo stile diretto suscitava nell’opinione pubblica schierata a sinistra. Conclusione, ammonimento e auspicio di Panebianco:
Dopo che Berlusconi ha spezzato il cerchio, continuare a declinare al passato le identità rischia di essere suicida. Il Partito democratico non sarà una impresa vitale se non saprà districarsi dai lacci del passato, se non saprà costruire la propria identità in rapporto al futuro.
Mica male, il professore. Ma vediamo cosa aveva scritto il direttore del Corriere. La faccio breve: mettiamo da parte—ha esortato—“il modo critico, talvolta ipercritico (giustamente ipercritico) con il quale un po’ da tutti è stata seguita la gestazione del Partito democratico,” e prendiamo coscienza che ciò a cui siamo di fronte è “un evento di dimensioni storiche.” Perché? Beh, il nome, per esempio …
Non ci sembra poi di scarso rilievo la circostanza che i fondatori della nuova formazione politica, anziché ispirarsi a una delle denominazioni del centrosinistra europeo, abbiano optato per quella del più antico partito statunitense, il partito di Franklin Delano Roosevelt ma anche dell’anticomunista Harry Truman, di John Kennedy ma anche del «guerrafondaio» Lyndon Johnson e poi di Jimmy Carter e di Bill Clinton.
E poi? Poi basta, sembra di capire, ma i nomi non sono acqua fresca. Comunque il futuro potrà essere radioso veramente, ma ad un patto:
Molto, molto interessante la conclusione di Mieli. Anzi, molto, molto profetica (sempre nel senso biblico). Infatti il “capo certo e carismatico” è spuntato come per incanto dai congressi dei due partiti fondatori. Chi? Domanda retorica, evidentemente: “l’unto del Signore” è Walter. Basta aver letto ciò che ha scritto Curzio Maltese su la Repubblica (ieri) per far evaporare istantaneamente eventuali dubbi residui e riserve:Solo se guidato fin dai primi passi da un capo certo e carismatico il partito democratico potrà avere successo. Un successo i cui effetti, riverberandosi anche nel campo opposto, possono produrre una stabilizzazione dell’intero sistema. Del che c’è evidente bisogno.
La lotta per la guida del Partito Democratico sarà anche aperta, anzi apertissima, come si sforzano di dire tutti, ma intanto l'egemonia culturale di Walter Veltroni sul nuovo partito è più solida di quella di Antonio Gramsci nel nascente Pci […].
Interessante anche la spiegazione dell’arcano, che, ça va sans dire, è stata anticipata dal Corriere, ma stavolta per la penna di Angelo Panebianco. Scrive Maltese:
Non è un oratore né un ideologo, non vanta un grande carisma e non è neppure telegenico. Si può dire che ha sfruttato al meglio una qualità personale unica nel gruppo dirigente del suo partito e non soltanto. È il solo politico della sua generazione a non subire l'ossessione del passato. Come D'Alema e Fassino, Mussi e Angius. Bersani e Finocchiaro, Bassolino e Cofferati. Forse perché davvero «non è mai stato comunista», a differenza degli altri. È la tragedia, il limite dei suoi rivali interni, quel correre verso una modernizzazione che significa sempre fare i conti col passato e mai con il presente e il futuro.
E adesso attenzione a quest’altro passaggio che sembra scritto da Panebianco in persona:
In un simile vecchiume, Walter Veltroni e Silvio Berlusconi sono le sole figure pubbliche a sostenere la prevalenza del presente, l'unico tempo che davvero conti in politica. Ed è questa la principale chiave del successo di entrambi nei rispettivi schieramenti.
Direi che c’è di che rimanere sgomenti. Roba da Antico Testamento questa confusione dei piani temporali: il prima (del congresso ds) e il poi che si fondono e si confondono, e tu che non riesci più a distinguere tra la profezia e la realizzazione della medesima.
Ma non è finita qui. Ci ha pensato Paolo Franchi, sul Riformista, a chiudere il cerchio. Che cos’altro è emerso dal congresso diessino? L’America, naturalmente, cioè il “partito americano.” Ebbene, sentite qua:
In sostanza: mentre molti, e noi tra questi, nemmeno se ne accorgevano, persi come si era a baloccarci attorno a questioni e questioncelle dall'insopportabile retrogusto novecentesco, stava arrivando l'America. Secondo le previsioni (o le prescrizioni) formulate in apertura delle assise della Quercia dal direttore del Corriere della sera. E come in fondo si conviene, se vuole uscire dalla sua eterna condizione di crisi, al paese per tanti aspetti più americanizzato dell'Europa continentale.
Più chiaro di così si muore: “le previsioni (o le prescrizioni)” di Paolo Mieli! E’ il sigillo definitivo sul carattere autenticamente profetico dell’ormai storico editoriale.
Comunque, a scanso di equivoci, mi corre l’obbligo di fare una precisazione: a me, personalmente, la svolta “americana” e anti-ideologica sta benissimo—per il bene del Paese, non perché intenda aderire: figuriamoci se potrei mai diventare veltroniano!—come pure la fuoriuscita preventiva dal Pd di taluni nostalgici del socialismo (sì, quello che hanno combattuto usque ad sanguinem, e fino a l’altro ieri, sia i neo-democtats sia i neo-socialisti). Ha ragione, a tal riguardo, l’araldo del veltronismo Curzio Maltese:
La stessa lagna sull'abbandono di Mussi e Angius, con tutto il rispetto per i sentimenti, la dice lunga. Se il Partito Democratico incarnasse davvero la novità che pretende di rappresentare, altri cento Mussi, Angius, […] sarebbero stati spinti sulla strada dell'addio.
Ovvero, ha ragione fino a un certo punto, dal momento che tra le parentesi quadre Maltese aveva inserito anche i nomi di Caldarola, Macaluso e Nicola Rossi. Francamente sulla presenza in elenco dei primi due non sarei molto d’accordo, mentre sul terzo mi domando se al Nostro non sia scivolata la penna mentre vergava la sua lista dei cattivi …
Quindi, massimo rispetto e un certo compiacimento per come si stanno mettendo le cose. Per il resto non andrei tanto a sottilizzare su certi aspetti un po’ comici di tutto l’apparato, come la colonna sonora del congresso di Firenze («Over The Rainbow» …) o certe locuzioni piuttosto singolari sotto il profilo semantico. Però, onestamente, non posso che dare atto ad Adriano Sofri di avermi regalato un momento di sano e innocente divertimento, con il seguente commento telegrafico, dopo tanta seriosa compunzione di fronte allo storico evento:
Tra gli slogan del congresso Ds (della Margherita non so, ne ho ascoltato una parte) ricorreva l’opposizione fra nuovo partito e partito nuovo. “Non vogliamo un nuovo partito, ma un partito nuovo”. Lo si è ripetuto tante volte, e mi sono chiesto come se la cavassero le interpreti che dovevano tradurre in inglese per le delegazioni straniere. Ne deriva un’impressione un po’ meschina della nostra retorica politica, ma anche una certa soddisfazione per i vantaggi che la lingua italiana offre con la libertà di combinazione di sostantivi e aggettivi. In italiano potremmo costruire anche un vecchio partito nuovo, un nuovo partito vecchio, e perfino un nuovo partito nuovo. Dobbiamo solo rinunciare a spiegarlo alle delegazioni straniere.
[«Piccola Posta», sul Foglio di oggi]
Infine, esorterei i lettori che hanno colto la portata epocale di quanto testè richiamato a non lasciarsi fuorviare e demoralizzare da un editoriale alquanto sarcastico del Foglio di oggi. Per una volta, limitiamoci a contemplare il bicchiere mezzo pieno. Prosit.
Comunicazione di servizio
In serata spero di poter postare qualcosa che è in gestazione da giorni, e che per ora è soltanto una montagna di links e alcune annotazioni. A più tardi.
April 22, 2007
Campioni!
«Finalmente è arrivato questo scudetto, siamo contenti. Ma il mio primo pensiero non può che andare a Giacinto Facchetti. Questo campionato ha l'impronta della sua generosità e onestà.»
L'ha detto Massimo Moratti, ma è anche la prima cosa che è venuta in mente a un interista qualsiasi come me. Ciao Cipe, sarai contento, di lassù.
April 19, 2007
E Ferrara ruppe l'incantesimo
Nuova strage, stesse facce attonite, stessi commenti. Inevitabile, ma frustrante e persino insopportabile, perché, come ricorda Giuliano Ferrara sul Foglio citando Kurt Vonnegut, “dopo una strage non c’è niente di intelligente da dire.”La citazione, invero, sarebbe un ottimo incipit per un editoriale o un post che si chiudessero un attimo dopo, con l’aggiunta soltanto di un «quindi» seguito da poche, imbarazzate parole di commiato. Ferrara, però, ha scelto diversamente, e così mi regolerò anch’io, anche se con motivazioni diverse. Quella del direttore del Foglio è che “qualcosa di intelligente forse era stato detto prima.” Da Cormack McCarthy, vincitore del Pulitzer per il suo romanzo sull’Apocalisse, The Road,
racconto minerale, d’alluminio e scarti di mondo, viaggio di redenzione di un padre e di un figlio verso l’oceano dell’ovest, contro il cielo grigio di cenere, tra i resti dell’umanità e della sua merce, quando tutto era ormai finito e il nulla si era rivelato perché nell’amore paterno si conoscesse, forse, il nome di Dio o l’immagine vera dell’uomo.
“Vogliamo lasciarci sfiorare dal dubbio?”—domanda Giuliano Ferrara. Certo, ci mancherebbe, intanto però registriamo che il direttore si è sbilanciato non poco, essendosi fatto saldamente afferrare da quel “dubbio apocalittico” dal quale invita i lettori a lasciarsi appena sfiorare. Ci vuole coraggio e faccia tosta di questi tempi. Significa mettersi contro un po’ tutti, forse pure i preti, i monaci e le suore, o almeno buona parte di costoro, dal momento che ben di rado risuona nelle chiese e nei chiostri l’invito a “prepararsi” all’Evento. E pensare che i primi cristiani pensavano fosse molto, molto imminente. Poi, con lo scorrere dei secoli si è realizzato che avevamo ancora tempo …, e si è finito col considerare la cosa talmente remota da rendere perfino imbarazzante qualsiasi riferimento esplicito che non fosse, per così dire, puramente teorico. Per sublime ironia della sorte, a rompere l’incantesimo è un ateo dichiarato, ancorché «devoto».
Già martedì sera, a Otto e mezzo, in una puntata catastrofica quanto alla scelta degli ospiti—del tutto inadeguata alle intenzioni del conduttore—, Ferrara aveva posto la questione, ma nessuno ha raccolto il guanto. Anche perché, forse, la provocazione è stata un po’ improvvisata e (quindi) maldestra. Il fatto è che ‘sti atei, per quanto volenterosi, non hanno esperienza di certe cose, non hanno, diciamo, il tatto e la … prudenza che ci vorrebbe. Oh che ti pare che tu puoi parlare del diavolaccio come niente? E come la mettiamo con tutte le confraternite e le obbedienze che ci sono, filosofiche o materialone che siano, che come metti fuori il naso ti passano per le armi—metaforicamente parlando—e ti trascinano sulla pubblica piazza come un reprobo, un malato di mente o peggio?
Per sua fortuna il direttore ha pensato bene di affidarsi anche “alla competenza postuma e asettica del professore di sociologia e criminologia,” che nel caso specifico è James Alan Fox, autore di The Will to Kill, che sul Los Angeles Times ha usato argomentazioni ben più ortodosse:
Dice che sono dei frustrati, quelli che uccidono “senza senso”; aggiunge che sono dei piagnoni, che attribuiscono agli altri i loro fallimenti; che non hanno sostegno emozionale da famiglia e amici; che si imbattono in un avvenimento personale da loro giudicato catastrofico; infine, si dotano con facilità di armi letali. C’è meno compassione in America, è la sua diagnosi per un moltiplicarsi fatale delle stragi senza senso negli ultimi trent’anni, e troppa competizione tra gli umani. Troppi divorzi e poca frequentazione delle chiese, nell’eclissi della comunità tradizionale, insomma un feroce e atroce isolamento che è il prezzo da pagare alla società aperta. Ma il punto vero è in questa domanda del professor Fox, e nella sua risposta disperatamente e politicamente corretta: vero, dice il prof., negli ultimi ventisei anni il numero delle stragi prive di significato è aumentato come mai prima nella storia dei millenni, ma forse possiamo pensare che l’umanità è diventata più cattiva, che gli uomini sono assetati di sangue come mai prima d’ora? Of course not, è la risposta, naturalmente no.
Chiaramente, però, Ferrara non è d’accordo (io, invece, lo sono abbastanza):
Obiezione: perché no? Non guardate la cattiveria, che c’è sempre stata, guardate il suo essere meaningless, senza senso.
Ora, a me l’obiezione sembra deboluccia: una cattiveria senza senso? Ma è un ossimoro! O è cattiveria o è senza senso, se è l’una cosa non può essere l’altra. Se è meaningless è pazzia e basta, nel caso specifico la follia dei piagnoni di cui parla il professore, se invece un senso ce l’ha, allora è qualcos’altro, è il Male. Anche se indubbiamente tra le due fattispecie c’è una certa contiguità: chi uccide per avidità non è «un pazzo», ma è sicuramente «uno stolto», cioè un pazzo la cui cura non spetta alla Psichiatria, bensì alla Saggezza, cioè alle religioni, alle fedi, al misticismo. Le azioni possono, cioè, apparire sensate ma non esserlo veramente (=secondo Verità). Questione di punti di vista. Con la stessa logica, però, bisogna riconoscere che anche una cattiveria senza senso può avere un senso: ciò che può sembrare folle può essere in realtà semplicemente malvagio (cioè folle, ma in quell’altro senso), e dunque opera del Maligno. Nel caso di Cho Seung Hui di cosa si trattava? Vai a saperlo!
Ma Ferrara si riscatta alla grande con la chiusa dell’editoriale:
E domandatevi se questa eclissi dei significati non sia il tratto caratteristico della più moderna tra le società umane, quella società americana che produce con sempre maggiore regolarità sparatorie e racconti apocalittici, dolori e lutti collettivi, frustrazione e ricerca.
E’ la prima volta, se non sbaglio, che il direttore del Foglio fa una “bassa insinuazione” sull’America, sul suo «tratto caratteristico». Non potrei essere più d’accordo. Questa eclissi dei significati è esattamente la ragione per la quale, come mi è già capitato di scrivere, a giudicare dai risultati, non credo che la religione della Right Nation sia poi tanto migliore della nostra. Perché il «senso» non difetta soltanto nella testa di quelli come Cho Seung Hui: solo un’intera società (o civiltà) può produrre simili mostri. E l’America, la Bella, l’Amata, può avere mille ragioni e innumerevoli meriti, ma non è il Bene. Anch’essa ha bisogno di essere redenta, più o meno come la vecchia e disillusa Europa. Con la differenza che il fattore età rende le cose un po’ meno complicate a loro e un po' di più a noi. Ma di questi tempi non è il caso di coltivare insane rivalità. Con gli eventi che secondo alcuni si preparano, poi, sarebbe proprio il caso di unire le forze, di fare, se mi si passa l'espressione, un bagno di umiltà transcontinentale ...
April 16, 2007
Thinking Blogger Award
This is all new to me and I greatly appreciate the pleasant surprise. I really think that helping people think is one of the main benefits of blogging.

As part of the acceptance I’m supposed to tag five other blogs for the award. So, here are the five I'm tagging as Thinking Bloggers—or, as I would put it, bloggers that make me think—and passing on the award. In no particular order:
> Italian Bloggers For Giuliani 2008 (in Italian)
> Random Dreamer
> Free Thoughts
> 1972 (in Italian)
> The Right Nation
Nominee instructions:
To nominees: Should you choose to participate, please make sure you pass this list of rules to the blogs you are tagging. The participation rules are simple: 1) If, and only if, you get tagged, write a post with links to 5 blogs that make you think; 2) Link to this post so that people can easily find the origin of the meme; 3) Optional: Proudly display the 'Thinking Blogger Award' with a link to the post that you write.
Enjoy!
