May 25, 2007

Dove vuole andare a parare?

Dove vuole andare a parare? Se lo chiedono tutti, e sarebbe bello che qualcuno avesse la risposta. Ma forse non lo sa nemmeno lui, LCdM, e comunque, se così fosse, la cosa gli farebbe onore, o almeno lo metterebbe al riparo da certe reazioni. Dovrebbe, però, preoccuparsi di farlo sapere in giro, il che gli eviterebbe di beccarsi mazzate come quelle che Oscar Giannino gli ha assestato oggi su Libero: un massacro degno di un film di Quentin Tarantino, o almeno così a me pare. Davvero troppo, anche se le argomentazioni non mancano. Il punto, però, è che le argomentazioni non mancano neanche a LCdM. E semmai il problema, o l’«equivoco», come si esprime un editoriale del Foglio, è “dove va a parare?” Perché, vabbè, la destra italiana non è sarkozista (“politicamente iperprofessionale”), cioè (forse) “capace di realizzare un progetto organico di riforma,” ma nel bipolarismo è da quelle parti che gli imprenditori sanamente tecnocratici e compagnia bella si vanno a collocare. Il resto son chiacchiere.

Oppure LCdM è soltanto un “ambizioso,” come taglia corto Giannino. Dai tempi dell’assassinio di Cesare—almeno stando a William Shakespeare—quella dell’ambizione è sicuramente un’accusa da non prendere sotto gamba, però non bisognerebbe dimenticare che a Bruto quella celeberrima argomentazione è costata cara … Ricordiamo tutti quel perfido individuo di Marc’Antonio che ripete il mantra: “Ma Bruto dice che Cesare era ambizioso, e Bruto è un uomo d’onore …” Ok, chiedo venia per gli accostamenti, ma, di grazia, da quando in qua, caro Giannino, è una cosa così orribile essere ambiziosi? E poi, parlando fuori dai denti, chissenefrega se quello là è ambizioso?

Con questo non voglio certo spingermi fino a sponsorizzare i toni—ma i contenuti sì, perbacco!— dell’editoriale odierno del Corriere, a firma di Dario Di Vico:

Quegli imprenditori che sono stati capaci in regime di moneta unica (senza le generose svalutazioni di una volta) di riconquistare palmo a palmo decisive quote di export, ora si chiedono perché debbano essere finanziate comunità montane a pochi metri di altezza sul livello del mare, perché i consiglieri della regione Veneto abbiano diritto ai funerali gratis e perché si dilapidi denaro pubblico per tenere in piedi istituzioni quasi inutili come le province. Chiedono se la politica abbia scelto come missione quella di perpetuare se stessa e il suo ricco indotto o piuttosto non debba dedicarsi a costruire l'Italia del 2015.

Una cosa è certa, ed è quella che ha sintetizzato Antonio Polito: Montezemolo ha parlato da leader dei Volenterosi. Un’altra certezza è che Pierferdinando Casini ha condiviso il discorso del presidentissimo, in linea, del resto, con ciò che qualche settimana fa auspicava Bruno Tabacci: un allargamento dell'area Udc a personalità esterne. Se poi alla «nuova borghesia consapevole» di cui parla LCdM siffatta prospettiva possa interessare è ovviamente un altro discorso. Del resto, come ha scritto Giannino,
il presidente dai mille incarichi ha una massima ben chiara: tipico dei veri ambiziosi è farsi portare dalle onde, senza curarsi della schiuma. Non l'ha mica detta un fesso qualunque, ma uno che al potere ha pensato mezza vita e per l’altra l'ha gestito personalmente: Charles de Gaulle.

Ora, c’è un’ultima certezza da spendere a beneficio dei lettori di questo blog: De Gaulle, appunto, non era un fesso. Il resto è sommamente incerto e opinabile. A meno che non ci si fidi di uno che ha una certa esperienza nel settore, e che ha tagliato corto come Giannino (ma con molta più grazia ...): «Il discorso del presidente di Confindustria di ieri? L'ho trovato con un tono troppo didattico. Soprattutto dirò a Montezemolo di non pontificare e di lasciare queste cose ai vescovi». Stiamo parlando—ma occorre dirlo?—di Gilio Andreotti. Eh, eterna Democrazia Cristiana!

Cazzola dà da pensare

Sul Foglio di oggi:

Al direttore - Dopo il trionfo della Nazionale al Mondiale tedesco, il Milan conquista la Champions e la Juve torna al suo posto in serie A. Viva il calcio italiano che ha ragione, sul campo, dei suoi nemici. Alla faccia di Francesco Saverio Borrelli e dei magistrati napoletani che intercettano le telefonate mentre la città affonda nei rifiuti.
Giuliano Cazzola

Cazzola dà da pensare, indubbiamente.

May 24, 2007

Vincere la guerra e perdere la pace

Il Corriere ripropone in traduzione italiana un articolo di Christopher Hitchens per il New York Times. La riflessione è ispirata dal libro di Ali Allawi, The Occupation of Iraq: Winning the War, Losing the Peace (L'occu­pazione dell'Iraq: vincere la guerra, perdere la pace), che è “scritto con la mente e con il cuore” e “merita tutta l'atten­zione e i numerosi riconoscimenti che gli sono stati tributati.” Il succo del discorso è che

intervento o non intervento, l'Iraq era co­munque predestinato a essere travolto dal caos. Questa tesi è corroborata da un'al­tra constatazione, e cioè che lo sgretola­mento politico avanzava già con prepo­tenza nel decennio precedente il 2003. Di nuovo, la sobria analisi di Allawi, basata su prove accurate, contribuisce ad aggra­vare uno scenario in sé già assai fosco.

La politica americana non poteva resta­re indifferente davanti a tutta questa soffe­renza, miseria e demagogia, se non altro perché l'intero contesto iracheno era stato plasmato da due decisioni americane. La prima, di lasciare Saddam al potere dopo il '91 e restare a guardare mentre massa­crava sciiti e curdi, un'azione che Allawi definisce giustamente «imperdonabile». La seconda, di imporre sanzioni, le quali, per la loro eccessiva durata, hanno recato danni peggiori a una società già duramen­te travagliata che non al suo governo spietato e corrotto.

Nessuno meglio di me è al corrente di tutti i fallimenti della nostra politica dopo-invasione, e potrei aggiungere anche al­tre osservazioni in base alla mia esperien­za. Ma ho sempre sentito profondamente che l'Iraq è nostra responsabilità in un mo­do o nell'altro, e che rinunciare all'inter­vento o rimandarlo avrebbe significato so­lo essere costretti ad agire successivamen­te, in condizioni forse più spaventose e pe­ricolose di quelle che ci sono diventate fa­miliari. Non so se Allawi sarebbe d'accor­do con la mia valutazione, ma il suo libro, lucido e coinvolgente, presenta argomenti che sarebbe molto difficile contestare.

Oh mia bela Madunina ...



del resto, onestamente parlando, uno può essere diventato nerazzurro perché quand'era ragazzino con quella maglia si vinceva di tutto, e alla grande, e dunque, a esser nati solo qualche anno dopo … e poi, è vero o non è vero che Milàn l’è (semper) un gran Milàn???

May 23, 2007

Giovanni Falcone

Non mi intendo di cose di mafia e di conseguenza non mi arrogo mai il diritto di sparare sentenze sull’argomento. Però ho dei ricordi abbastanza nitidi, ricordi di conti semplici semplici che non mi tornavano. E’ vero che sono sempre stato tentato di attribuire la responsabilità di quei due più due fanno tre alla mancanza di sistematicità (e di pazienza certosina) che caratterizza il mio approccio alla complicata materia. E tuttavia, quando leggo ciò che scrivono persone che, invece, sanno quel che occorre sapere, perché si sono documentate, oppure sono state testimoni personalmente di eventi significativi, e quando qualcuno di costoro racconta e spiega fatti e situazioni come io sospetto da sempre che vadano raccontati e spiegati, beh, allora mi sento autorizzato a uscire allo scoperto.

Oggi ricorre il quindicesimo anniversario del barbaro assassinio di Giovanni Falcone, di sua moglie e della sua scorta. Vorrei ricordarlo anch’io, con tutti quei miei due più due che fanno sempre tre. E mi affido alla buona memoria di un vero esperto e di un bravo cronista: Umberto Santino e Filippo Facci. Del primo ripropongo uno scritto di cinque anni fa, del secondo un articolo che si legge su Il Giornale di oggi. In entrambi i casi—non occorre neppure dirlo—si parla di una persona avversata da viva e santificata da morta. E non certo per colpa sua.

Green Green Grass of Home


(Joan Baez performing "Green Green Grass of Home" on the Smothers Brothers show)

I was little more than a child when I first heard it sung by Tom Jones, and I liked it quite a bit. In fact, it was the Welsh singer who made "Green Green Grass of Home" popular, in 1966, though it had been recorded earlier that year by Jerry Lee Lewis. But it was when I heard it sung by Joan Baez that I realized how much I loved that yearning country song. Since then, I was searching for other versions. So I came across that of Johnny Cash, on his famous1968 Johnny Cash at Folsom Prison album, that of Elvis Presley, my favourite one, on his 1975 Today album, the one by Kenny Rogers (1977), and many others. By the way, in an Elvis fan site—where The King’s version of the song can be heard—I have learned that "Green Green Grass of Home"
had first caught Elvis's attention when he heard Tom Jones's version on George Klein's WHBQ radio show while driving home from California for Christmas in 1966. Elvis had flipped over the record then and stopped repeatedly to have Joe Esposito call from Arkansas to get George to play it again and again. At the time Red West was surprised to hear Elvis raving about the song, having played Jerry Lee Lewis's version for Elvis months before that to no reaction. Elvis's voice was more suited to this second number than the first, and he had it down from the start.
***
LYRICS The old home town looks the same, As I step down from the train, And there to meet me is my mama and my papa. Down the road I look, and there comes Mary, Hair of gold and lips like cherries. It's good to touch the green, green grass of home. The old house is still standing, Though the paint is cracked and dry, And there's the old oak tree that I used to play on. Down the lane I walk with my sweet Mary, Hair of gold and lips like cherries. It's good to touch the green, green grass of home. Yes, they'll all come to see me, Arms reaching, smiling sweetly. It's good to touch the green, green grass of home. Then I awake and look around me, At the four gray walls that surround me, And I realize that I was only dreaming. For there's a guard, and there's a sad old padre, Arm in arm, we'll walk at daybreak. Again, I'll touch the green, green grass of home. Yes, they'll all come to see me In the shade of the old oak tree, As they lay me 'neath the green, green grass of home.

May 21, 2007

Riflettendo sul dopo-Family Day

[Attenzione, questo è un post piuttosto lungo. Me ne dispiace, ma proprio non mi è stato possibile sintetizzare. Anzi, a me sembra fin troppo sintetico, dato il tema. Di questo, forse, dovrei dispiacermi ancora di più.]

Tra giovedì e venerd' scorsi, cioè tra un articolo di Gianni Baget Bozzo sul Giornale ed uno di Antonio Socci su Libero, il dibattito sul dopo Family Day si è arricchito e, nel contempo, complicato. Sì, perché le due analisi mi sono sembrate tanto stimolanti quanto contrapposte. Dunque, i due ragionamenti sono l’ideale per lasciarsi confondere un po’ le idee—strategia sempre efficacissima per arrivare a un risultato apprezzabile …—e consentirsi un discreto ampliamento di orizzonti.

La questione, sicuramente, è cruciale, il momento è topico, e il Family Day, ovviamente, c’entra poco (e meno ancora i “Dico”), perché il punto—che poi è in realtà un groviglio di punti—è un altro: le fede e il suo rapporto con «il secolo», cioè la «verità» e la sua convivenza con la non-verità del secolo, il tutto nelle più svariate declinazioni e rappresentazioni.

A dire il vero, Baget Bozzo ha parlato soprattutto del momentaccio che stanno attraversando i rapporti tra i ds e la Chiesa (perché “la linea filocattolica che risale al Pci viene meno man mano che sul piano europeo la linea anticattolica diviene un patrimonio della sinistra”), ciò non toglie, però, che il ragionamento sia molto interessante anche da quell’altro punto di vista. Infatti, don Gianni pone—giustamente, a mio avviso—all’origine dello “strappo” un cambiamento profondo avvenuto in seno alla Chiesa in questi ultimi anni: lo spostamento dell’attenzione dai temi sociali a quelli morali, con un ritorno in grande stile dello “spirito di tradizione,” cioè della fedeltà alle radici. Ma è proprio a questo punto, aggiungerei, che troviamo il groviglio di cui parlavo prima: se dal sociale si passa alla morale, ecco che radici, tradizioni e identità conducono il confronto su un terreno difficilmente praticabile da parte di chi, appartenendo a una tradizione filosofica e culturale laica, scientista, materialista, ecc., non può che avvertire un certo disagio (per non dire fastidio) nel confrontarsi con una tradizione al centro della quale vi è una «verità» che si colloca oltre lo Stato, la scienza e la materia, e che, tuttavia, «fonda» e dà senso ai precetti morali (sui quali si dovrebbe cercare di trovare una qualche intesa).

A questo punto la riflessione di Socci giunge assai utile. Al di là di alcune considerazioni un po’ estremistiche, che appartengono allo stile polemico e al bagaglio culturale del ciellino Socci, mi sembra interessante il ribaltamento della questione che viene proposto. Socci, cioè, non pensa affatto che la “guerra dei Dico” sia uno scontro “fra guelfi e ghibelli­ni, fra laici e cattolici,” secondo lui, infatti, si tratta innanzitutto di una guerra fra cattolici, di “una dram­matica spaccatura ecclesiale che cova sotto la cenere da tre decenni.” Infatti,

[a] firmare i Dico - per il governo del dossettiano Romano Prodi - è quella Rosy Bindi che viene dalla presidenza dell'Azione Cattolica Italiana, una che è entrata in politica nella Dc proprio come "rappresentante" del mondo cattolico e fiduciaria dei vesco­vi. E l'estensore materiale della legge è Stefano Ceccanti, oggi capo dell'Ufficio legislativo del ministero per i Diritti e per le Pari opportunità, ma ieri pre­sidente della Fuci, la "fucina" dell'establishment "cattolico democratico". Non solo. Pro­prio Ceccanti ha svelato che l'articolato dei Dico si ispira al cardinal Martini. Testuale: «II cardinale Carlo Maria Martini, in un bellissimo discorso pronunciato alla vigilia di Sant'Ambrogio del 2000 diceva che sulle coppie di fatto "l'au­torità pubblica può adottare un approccio pragmatico e de­ve testimoniare una sensibilità solidarista". E concludeva: "Al vertice delle nostre preoccu­pazioni non deve esserci il proposito di penalizzare le unioni di fatto, ma sostenere le famiglie in senso proprio". Questi sono i canoni di Marti­ni che di fatto andiamo a pro­porre» (La Stampa, 11.12.2006).

Se le cose stanno così, prosegue Socci,

[r]esta da capire se per la Chiesa ha senso, mentre si indebolisce la fede vissuta e la dottrina ortodossa, proiettare in battaglie culturali e politiche esterne (contro i "laicisti") quel raddrizzamento della fede cattolica che non si osa operare per via diretta […].


Attenzione, l’obiezione è forte, ma, provenendo da un ciellino, non è sorprendente: è la riproposizione della vecchia polemica nei confronti dell’Azione Cattolica e della Fuci, cioè del­l'establishment cattolico de­mocratico, quello fino a ieri più protet­to e sponsorizzato dai vescovi italiani. E tuttavia, se non sbaglio, riproporre oggi la polemica ha paradossalmente un significato distensivo nei confronti dei laici … Da questo punto di vista la provocazione può essere utile, perché dalla contrapposizione frontale laici-cattolici possono nascere solo problemi. Per cui non sarebbe male se Socci avesse ragione. Ma, a parte gli auspici, è molto probabile che egli sia effettivamente nel giusto, o meglio, che abbiano ragione sia Socci sia Baget Bozzo: le due chiavi di lettura, infatti, non si escludono a vicenda. Perché mai dovrebbero? Lo scontro all’interno della Chiesa inevitabilmente si riverbera nel dibattito laici-cattolici.

Ma c’è un altro strale contro il partito—se ce n’è uno—dello scontro frontale: a rincorrere “un’influenza culturale e politica sui costumi” la Chiesa corre un rischio enorme, quello di considerare il cristianesimo come “il sistema supremo dei valori umani,” a dispetto del fatto che, come osservò Romano Amerio, “la Chiesa è per sé santificatrice e non incivilitrice e la sua azione ha per oggetto immediato la persona e non la società.” Sono concetti che, alle orecchie di tutti coloro i quali auspicano una religione meno «pubblica» e più «privata», devono suonare più dolci del miele.

E’ evidente che Socci, quando vuole, sa essere spiazzante. Ma, onde evitare che nella mente di qualcuno possa insinuarsi il sospetto di una “apostasia” socciana rispetto alla linea della Chiesa italiana, il Nostro, preso atto che, a causa del conflitto che lacera dall’ interno la Chiesa, il successo del Family Day non deve indurre al trionfalismo, invita a prendere sul serio ciò che il cardinale Ratzinger ebbe a dire una volta: «Non è di una Chiesa più umana che abbia­mo bisogno, bensì di una Chiesa più divina; solo allora essa sarà anche veramente umana». Il che, lascia intendere Socci, dovrebbe significare più o meno questo: non innalziamo barricate contro i laici, facciamo piuttosto (prima) i conti con quel «pensiero di tipo non-cattolico» che—per citare la preoccupazione che Paolo VI manifestò a Jean Guitton nel lontano 1977—«sem­bra talvolta predominare all'in­terno del cattolicesimo». Del resto, ricorda Socci, la frase più drammatica di Gesù nel Vangelo è questa: «Quando il Figlio dell'Uomo ritornerà, troverà ancora la fede sulla terra?»

E tuttavia …, tuttavia qualche differenza c’è tra l’impostazione ratzingeriana (e ruiniana) e quella ciellina. Mettere ordine all’interno della Chiesa non basta a Benedetto XVI, il Papa-filosofo, e questo non tanto per ragioni politiche quanto perché è la questione della «verità» che sta a cuore soprattutto al Pontefice. Una verità che non riguarda solo le coscienze dei credenti, ma l’umanità tutta intera, perché per un filosofo non c’è umanità senza verità, e non c’è verità senza «ragione». Qui, ovviamente, il discorso si complica e per un post diventa davvero troppo complesso. Ma un accenno credo di poterlo fare, senza troppe pretese, chiamando in soccorso la prefazione che Giuliano Ferrara ha scritto per il Manifesto dei conservatori, del filosofo inglese Roger Scruton, da domani in libreria (la prefazione è stata pubblicata in anticipo sul Foglio del 17 maggio):

Allargare lo spazio della ragione, sottraendola allo strumentalismo tecnico dello scientismo e all’estetismo superomista nicciano, è il compito di buonsenso, di senso comune, di realismo che un conservatore deve assolvere. Se il manifesto che offre la possibilità di adempiere a questo compito va dal discorso di Ratisbona di Benedetto XVI al pamphlet e all’insieme del lavoro di Roger Scruton, bisogna dire che siamo sulla buona strada: è in atto, che lo si sappia o no, un’alleanza destinata a rivelarsi efficace tra un pensiero europeo-tedesco, che nasce nel cuore della filosofia e della teologia continentale, e che è erede dell’ellenizzazione e del diritto romano, e un pensiero anglo-sassone scaturito dalla common law, dal diritto consuetudinario, dall’idea che lo stato non debba essere un Moloch laico che impone una sua ideologia secolarista, ma uno strumento legale per risolvere conflitti sociali secondo il metro e la misura del buonsenso storico e filosofico, illuminato da un giusto rapporto, il Criterio, tra morale e legge.



Forse, dico forse, quello che sfugge a Socci (o che lo preoccupa) è appunto quell’alleanza tra un pensiero europeo-tedesco e un pensiero anglo-sassone scaturito dalla common law

May 14, 2007

Vittoria amara

Vorrei dire che adesso le cose sembrano un po’ più chiare, che a piazza San Giovanni s’è fatto un passo avanti, ma sarebbe una verità parziale, perché avanti si va solo se c’è l’idea condivisa che ci si debba andare, all’incirca, tutti insieme, non due terzi sì e uno no. E poi, diciamolo, dei laici c’è bisogno, perché senza di loro, cioè senza i “lumi” e le rivoluzioni borghesi, non saremmo ciò che siamo. Così come loro, senza di noi, non sarebbero neanche potuti esistere. Per questo, a rigore, c’è poco da esultare, e la vittoria—schiacciante, perfino imbarazzante—è amara per noi papisti quasi quanto lo è la disfatta per la controparte. Sappiamo, in ogni caso, che se “qualcosa di serio e profondo non fun­ziona nel nostro modo di vivere,” non sarà senza—e tanto meno contro—di loro che riusciremo a cambiare ciò che va cambiato, conservando però ciò che va conservato. Se solo si riuscisse a rispettarsi reciprocamente si sarebbe già in vista della meta. Infine, non vorrei sembrare scortese, ma a me pare che un appello come questo dovrebbe far meditare:

Io rispetto il pensiero degli altri, aspet­tando che maturi il rispetto per il pensie­ro o magistero di un Papa che mi piace, che sa dire quel che si deve dire a favore della ragione e contro il razionalismo astratto. E non sono papista perché voglio "strumentalizzare la religione" (com'è sempre banale, piatto, il pensierodell'onorevole Prodi, con tutti quei fratelli che sanno e che ragionano potrebbe informar­si almeno in famiglia!). Sono papista per­ché sento con sempre maggiore chiarezza che qualcosa di serio e profondo non fun­ziona nel nostro modo di vivere, e che la li­bertà di vivere come a ciascuno pare e pia­ce, sacra in linea di principio, si sta rovesciando nell'obbligo di vivere come impo­ne l'ideologia secolarista, sempre confor­mi a una linea di fatto.

Se ne può parlare liberamente, della verginità prima del matrimonio che suona ruralismo ideologico e proibizionismo urticante contro l'uso precoce dei sensi, suo­na proprio così al cospetto dell'amor civi­le celebrato con il divorzio in Piazza Navona, ma se ne può parlare soltanto se venga rispettato, compreso, accolto con simpatia e non con irrisione l'insieme del discorso pubblico nuovo della chiesa cat­tolica e di tante altre denominazioni, cri­stiane e non (penso alla sortita del rabbino Di Segni sull'omosessualità).

O i laici si aprono al confronto, e si rein­ventano, oppure asfaltano una brutta stra­da che sarà percorsa dal carrozzone dell'incomprensione, della rigidità ideologica, chiunque vinca alla fine, e sappiamo tutti che la vittoria vola per adesso sulle ali di­spiegate dell'informazione di massa, della pubblicità di massa, della cultura di mas­sa supersecolarizzata. Ma per laici veri, vincere nel disonore di un mancato con­fronto, vincere non con l'ironia di una cul­tura che si contamina con quella più anti­ca e più densa dei cristiani, vincere con la forza d'inerzia, non è un premio. È una condanna.
[Dall’editoriale del Foglio di oggi]

May 12, 2007

Family Day

Andare a Roma non è esattamente una passeggiata, quindi oggi non ci sono, a Piazza San Giovanni. Se avessi potuto esserci, però, e se, per ipotesi, mi fosse passato per la mente di buttar giù un post dedicato agli assenti, avrei scritto più o meno quello che si può leggere qui. Grazie ad Angelo.

May 11, 2007

But he didn't pass by

[UPDATED]

After Tony Blair’s resignation speech—delivered on May 10 to party activists in his Sedgefield constituency—I must confess that, among the dozens of comments I have come across on the subject, I have especially loved the sobriety with which my favourite British blogger has expressed his point of view. He simply quoted this passage from the speech “against a whole heap of the commentary” on Blair’s depart (though pointing out that, unlike me, he doesn’t get the ‘belief’ stuff …):

In Sierra Leone and to stop ethnic cleansing in Kosovo, I took the decision to make our country one that intervened, that did not pass by, or keep out of the thick of it.

Then came the utterly unanticipated and dramatic. September 11th 2001 and the death of 3,000 or more on the streets of New York.

I decided we should stand shoulder to shoulder with our oldest ally. I did so out of belief.

So Afghanistan and then Iraq, the latter, bitterly controversial.

Removing Saddam and his sons from power, as with removing the Taliban, was over with relative ease. But the blowback since, from global terrorism and those elements that support it, has been fierce and unrelenting and costly. For many, it simply isn't and can't be worth it.

For me, I think we must see it through. They, the terrorists, who threaten us here and round the world, will never give up if we give up.


UPDATE - Sat, May 13, 2007 - 10:30 pm
There is a full version video in two parts of the speech at You Tube: part one, part two.

May 10, 2007

Tibet tradito

Leggo sul sito dell'associazione Italia-Tibet:

Cedendo alle ripetute pressioni cinesi, il governo belga ha chiesto al Dalai Lama di cancellare la sua visita a Bruxelles dove, i giorni 11 e 12 maggio, il leader tibetano avrebbe partecipato alla sessione inaugurale della quinta conferenza mondiale dei Gruppi di Sostegno al Tibet e incontrato alcuni parlamentari europei. Il governo belga, nel motivare la sua richiesta, ha messo in relazione la visita del Dalai Lama a Bruxelles con la prossima visita (16 – 26 giugno 2007) di una delegazione commerciale, guidata dal Principe Filippo del Belgio, a Pechino ed ha ammesso di aver ricevuto ripetute sollecitazioni dal governo cinese affinché il capo dei tibetani non effettuasse il suo viaggio.
(Phayul/TibetNet)

Non credo ci sia bisogno di commentare questa notizia. Del resto, al momento, non riuscirei neppure a trovare espressioni che fossero sufficientemente severe (per deplorarare il comportamento del governo belga) e, nel contempo, accettabilmente civili e bene educate. Quindi preferisco astenermi.

Chiantishire

Resoconto sintetico in due puntate—di cui questa è la prima—di un lungo week-end nella patria del Chianti e del Brunello. Non tanto per disintossicarmi dagli argomenti di cui si occupa questo blog—anche se ogni tanto ce n’è bisogno—quanto per puro e semplice altruismo. Nel senso che anche soltanto la condivisione virtuale di una bella esperienza è di per sé un gesto nobile. Ma certamente, qualora l’effetto del post dovesse essere quello di indurre chi ancora non c’è stato ad andarci al più presto, avrei fatto davvero un grande favore ai lettori di questo blog. Le foto che vedete sono mie, e ovviamente non sono un granché (il fotografo è scarsetto, ahimè).

Greve in Chianti, Piazza e monumento a Verrazzano


La prima tappa è stata Greve in Chianti, considerata la capitale del Chiantishire. Il paese, reso un po’ snob dalla fama che gli inglesi le hanno procurato, ha un aspetto gradevolissimo, particolarmente la piazza, dove campeggia il monumento al grande esploratore Giovanni da Verrazzano, nato verso la fine del XV secolo in un castello nei dintorni. Ma è il paesaggio—nel quale includo le pietre di cui son fatte tutte le case da quelle parti—la cosa più notevole: dolci colline, vigneti, ulivi e boschi. Un cocktail eccezionale, che soprattutto in primavera si arricchisce dei profumi emanati da una natura che è stata certamente molto generosa. Il tutto è compendiato ovviamente nel Chianti.

MontefioralleDevo anche dire che ho avuto la fortuna di essere in loco l’ultimo week-end di aprile, cioè le due magiche giornate in cui a Montefioralle, cioè un paio di chilometri più su, si degustano i “Vini del Castello.” Una rassegna favolosa, cui presentarsi possibilmente non a stomaco vuoto … Tra i vicoli e le scalinate dell’antico borgo, in mezzo a quelle pietre che parlano, si possono assaggiare i vini di tredici aziende locali, nella molteplicità in cui si esprime l’unità sostanziale del grandissimo vino che qui è l’onnipresente e incontrastato signore.

Castellina in Chianti


La seconda tappa è stata Castellina in Chianti, già in provincia di Siena. Anch’essa di bell’aspetto, ma meno glamour di Greve, pur con le sue belle case di pietra, per lo più restaurate in maniera impeccabile, e con il bel paesaggio circostante. E naturalmente ottimo vino (ma qui, purtroppo, niente assaggi gratuiti, solo a pagamento).

Infine Monteriggioni (vedi foto panoramica nel sito del comune), un magnifico borgo medievale circondato da mura (citate da Dante nel XXXI canto dell’Inferno), con quattordici torri fortificate. Ottimamente restaurato, il borgo, oltre che per le mura, si segnala per la Pieve di Santa Maria Assunta (sec. XIII). Anche qui si può apprezzare l’ottima produzione locale di Chianti, purché non vi si arrivi di prima mattina e non ci sia da rimettersi in strada subito dopo (mi raccomando ...).

In un prossimo post il paradiso dei cultori del Brunello, ma anche delle abbazie medievali.

May 7, 2007

E' nata la Right Europe

E’ un redde rationem, la vittoria di Sarko, che è solo ai suoi primi passi. Lo è perché il nuovo presidente è un uomo colto che ha saputo spiegare bene ai francesi che cosa sarebbe successo se lui avesse vinto. E per farlo si è affidato non solo a programmi, dati e cifre, ma anche a simboli. Uno di questi—il più importante, credo—è il Sessantotto: naturalmente «da liquidare», come lui stesso non si è peritato di esprimersi.

Come un rude guerriero della politica, ha scelto quel mito, che è stato, e in parte è ancora, uno spartiacque tra un «prima» e un «dopo» che, se si incontrassero per strada un po’ soprappensiero, farebbero fatica a riconoscersi carne della stessa carne e sangue dello stesso sangue. Insomma, mica una faccenda da poco prendere di petto il Sessantotto. Uno glissa, per lo più, perché dentro ci siamo tutti, anche quelli di destra-destra, quanto a modi di pensare e di vivere, di vestirsi e di parlare, di divertirsi e di pregare (o di bestemmiare). E dunque, la sfida, a voler essere—per dirla à la Giuliano Ferrara—radicali e conservatori, era, è, proprio lì. Sarko, uomo di studio oltre che d’azione, l’ha capito, ci ha scommesso, e ha vinto. Per questo la Francia, e probabilmente l’Europa intera, non sarà più la stessa, dopo questo 6 di aprile. Il redde rationem è appena cominciato, la Right Europe, versione giustamente e doverosamente riveduta e corretta della Right Nation americana, ha emesso il suo primo vagito. Dopo molti segni premonitori, per altro, tra i quali quelli che hanno solcato i cieli d’Italia in questi anni.

E’ in un'analisi di Barbara Spinelli—che è tutta da leggere, magari per condividerla solo in parte, come spesso capita a me, per esempio, con le cose che scrive la succitata—che ho trovato la definizione più acuta e intrigante del personaggio Sarkozy. Homo novus, scrive la Spinelli, ma questo dice ancora troppo poco. In realtà c’è una caratteristica che lo rende unico, e vincente in una maniera a sua volta molto, molto singolare:

È come se la meta per lui fosse una necessità, se non un'avversità. Si può predisporre un destino politico con lo stesso spirito con cui si vive monaci nel deserto o si traversa un dolore. Non a caso c'è una parola, singolare per la cultura politica francese, che Sarkozy usa spesso quando racconta la propria pluriennale conquista: ascesi, che letteralmente vuol dire esercizio spirituale e fisico fatto di isolamento, preghiera, meditazione, perfezionamento e volontà ferrei. La parola araba è gihàd.

Ecco, appunto, qualcosa come un’ascesi è appena cominciata. Poi, chiamiamola pure come ci pare.

May 4, 2007

At the core of the Microsoft-Google saga

A few months ago Microsoft made an offer to acquire Yahoo!, but the search engine operator spurned the advances of the Redmond, Wash.-based software giant. Yet, that was not the last word. As a matter of fact, according to the New York Post, stung by the loss of Internet advertising firm DoubleClick to Google last month (a $3.1 billion purchase), Microsoft is resuming its pursuit and asking Yahoo to enter formal negotiations for an acquisition that could be worth $50 billion.

Maybe what this story suggests is that, as in the Highlander saga, only one will survive. But how, if ever, will this benefit all of us end users?

Meglio Sarko

[UPDATED] Quel che succede oltralpe è molto, molto interessante, e qui si cerca di seguire gli eventi con la massima attenzione. Magari il tutto non sarà di facilissimo approccio per chi non è francese, ma questo è scontato, e in ogni caso credo che il discorso valga per tutti quelli che mettono il naso nelle vicende politiche altrui. Voglio dire che quando mi è capitato di seguire le reazioni e i commenti che venivano prodotti nell’«anglosfera» sulle elezioni italiane ne ho riportato un’impressione talmente miserevole che mi imbarazza anche il solo pensiero di poter cadere nella stessa trappola infernale, parlando delle elezioni di un Paese che non sia il mio. Le imprecisioni, i luoghi comuni, il semplicismo, le banalità e le autentiche stupidaggini che ho letto sull’Italia mi hanno per così dire vaccinato. E allora? E allora, sinceramente, la tentazione di astenermi dall’esprimere a voce alta opinioni al riguardo—non certo dall’avercele—è forte. Ma correrò il rischio, anche perché non mi risulta di avere lettori francesi …

Dunque, con una buona dose di faccia tosta, mi avventuro fino a dire che Madame Royal mi annoia da morire—soprattutto quando diventa aggressiva e fa scena ostentando arrabbiature poco credibili, come ieri l'altro sera. Dicono che rappresenta il nuovo, a sinistra, e sarà pure vero, ma se il futuro della sinistra francese consiste nelle idee e nell’approccio alle questioni di Ségolène Royal mi pare che non ci sia di che congratularsi, e semmai mi sembrerebbe più appropriato ritenere che la novità più significativa sia la “svolta estetica” che la signora ha impresso alla politica: da questo punto di vista, in effetti, non credo ci siano dubbi.

Per uscire dal generico, direi che condivido molto questa sferzata di André Glucksmann (sul Corriere di ieri):


Si dice che Sarkozy divide, mentre Royal unisce. Il bruto e la madonna? Eccoci davanti a due metodi. Qual è più democratico? Quello di Sarkozy, che non indie­treggia davanti alle divisioni e osa presentare le alterna­tive agli elettori chiamati a prendere la loro decisione con cognizione di causa? Oppure il metodo Royal, che promette l'unione a ogni costo e promuove l'immobili­smo?

Naturalmente resta «l'obiezione suprema» contro Sarko, il «razzista», colui che propone il «ministero infernale». Glucksmann risponde così:


Se­condo me, i veri «lepenizzati» sono le anime belle di sinistra e del centro che, senza esitare, presuppongono che fra identità nazionale e immigrazione non possa es­serci che una relazione d'esclusione. Perché voler crede­re per forza che un ministero dell'Immigrazione e del­l'Identità nazionale sarà un ministero dell'Identità con­tro l'immigrazione? Con quale diritto è formulata una interpretazione così malevola? Per quanto Sarkozy ripe­ta che l'identità francese non è etnica, che la nazione si è arricchita di successive ondate d'immigrazione (di cui fa parte la sua famiglia), che di fronte al regime di Vichy, la Resistenza al nazismo deve tanto ai Repubblica­ni spagnoli, agli armeni, agli ebrei... Non c'è nulla da fare. Un immondo mascalzone ha appena «oltrepassa­to la linea gialla».

Infine, siccome delle somiglianze tra Italia e Francia, malgrado tutto, ci sono, e dal momento che un «grande lupo cattivo» non ce l’hanno solo loro (e a furia di agitare quello spauracchio si finisce per diventare intellettualmente pigri e talvolta pure un po’ cialtroni), si potrebbe pensare che la conclusione del ragionamento faccia tesoro di qualche nostra disavventura:


Brandire «l'apriti sesamo» del Tutto tranne Sarkozy per aprire a Ségolène le porte dell'Eliseo, qualunque cosa dica oggi e faccia o non faccia domani, sa d'imbroglio.

Ancora una volta, insomma, non posso che dichiararmi d’accordo. Meglio Sarko. Apprezzamento e simpatia, oltretutto, che mi accomunano a uno per il quale questo blog si è speso più volte in passato ... Avrebbe detto, costui, in un'intervista a Paris Match, che «bisogna mettere da parte le vecchie ideologie di sinistra e di destra». Ecco, appunto, questo è ciò che stavo cercando di dire in maniera forse troppo prolissa.

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UPDATE (ore 15:00 del 4 maggio 2007)
Da non perdere—anche perché sulla stessa lunghezza d'onda del post qua sopra ...—l'editoriale del Foglio di oggi (questo il link temporaneo). In particolare questo passaggio:


Il problema è che Mme Royal ha anche alla fine rivelato se stessa. Se stessa no, perché siamo documentalmente convinti che di lei in realtà c’è poco. Ma il se stessa di sinistra, nel senso prototipico della gauche eterna, quello lo si è visto. Uno spettacolo pazzesco di demagogia e di arroganza del cuore, una roba che anche in un giornale come questo, che da sempre è di destra e di sinistra, radicale e conservatore, ha avuto il suo impatto: ricordati che non è di quella malattia della gauche che devi morire, perché non è dignitosa. Ha tirato fuori una storia di stupro come arma contundente ideologica d’occasione contro un avversario maschio, e ha accompagnato il colpo basso e freddo con una cosa così risibile che ancora si è sorpresi che sia restata in gara dopo tanta leggerezza: lo stato deve garantire a una poliziotta (dicesi: una poliziotta) la sua sicurezza quando rientra a casa la sera. I poliziotti che proteggono i poliziotti, come nella già leggendaria teoria di Massimo D’Alema, che i soldati americani non devono fare la guerra perché hanno il compito di proteggere gli italiani in divisa di Herat. Ha inventato una tirata di bassissimo conio, del tutto ingiustificata, sui disabili a scuola, e sembrava una piccola reincarnazione sanguinaria di Saint-Just contro la resistenza non vittimistica di Sarkozy, che non sembrava ma era (ché in tv appunto si è più che sembrare) una specie di redivivo Benjamin Constant.

April 27, 2007

Quell'«atmosfera malvagia» che tutto pervade

Un inserto da non perdere sul Foglio di oggi: si possono leggere ampi stralci del testo del discorso di monsignor Angelo Amato, segretario della congregazione per la Dottrina della fede, che tanto scandalo ha suscitato presso l’opinione pubblica laicista, nutritasi dei resoconti parziali e “mirati” dei media di quell’area politico-culturale, che hanno riportato soltanto brani come quello sul “terrorismo dal volto umano:”
subdolamente propagandato dai mezzi di comunicazione sociale, manipolando ad arte il linguaggio tradizionale, con espressioni che nascondono la tragica realtà dei fatti. Ad esempio, l’aborto viene chiamato interruzione volontaria della gravidanza e non uccisione di un essere umano indifeso […].

Una lettura più completa, secondo la presentazione dell’Elefantino, è a questo punto d’obbligo, dopodiché ognuno è libero di giudicare, ma almeno a ragion veduta. In effetti, il ragionamento di monsignor Amato ha un respiro molto più ampio di quel che si potrebbe pensare fermandosi ai resoconti di cui sopra. Si tratta, infatti, di una riflessione sulle radici e sull’essenza del male che “è dentro di noi e intorno a noi,” tanto che ogni giorno, seguendo quanto riportano i giornali e i telegiornali, o basandoci sulle informazioni che ricaviamo da Internet, “noi assistiamo a un film perverso sul male,” sull’“onda maligna che ci assale quotidianamente.”

Su questa “fenomenologia del male” il segretario della congregazione per la Dottrina della fede, dopo aver richiamato le interpretazioni proposte dai filosofi e dalle religioni non cristiane, ha esposto il punto di vista della Chiesa, utilizzando parole e concetti dello stesso Pontefice. Obiettivamente, il linguaggio è duro, così come la denuncia è senza fronzoli e la via d’uscita proposta senza compromessi, affilate entrambe come una spada:

Il Papa parla di un’atmosfera malvagia, che assomiglia molto a quanto abbiamo detto all’inizio a proposito della fenomenologia del male. Il male oggi non è solo azione di singoli o di gruppi ben individuabili, ma proviene da centrali oscure, da laboratori di opinioni false, da potenze anonime che martellano le nostre menti con messaggi falsi, giudicando ridicolo e retrogrado un comportamento conforme al Vangelo.
“E chi non vedrebbe che ci sono avvelenamenti mondiali del clima spirituale che minacciano l’umanità nella sua dignità, addirittura nella sua esistenza? La singola persona, anzi, le stesse comunità umane sembrano irrimediabilmente abbandonate all’azione di queste potenze. Il cristiano sa che, da solo, neppure lui può riuscire a dominare questa minaccia. Ma nella fede, nella comunione con l’unico vero Signore del mondo, gli è donata l’“armatura di Dio”, con cui – nella comunione dell’intero Corpo di Cristo – può opporsi a queste potenze, sapendo che il Signore ci restituisce nella fede l’aria depurata da respirare – il soffio del Creatore, il soffio dello Spirito Santo, nel quale soltanto il mondo può essere risanato”.

Onde preservare il tutto dall’oblio ho messo al sicuro il paginone del Foglio, inclusa la premessa dell’Elefantino, che trae spunto anche dalla storiaccia della scuola materna di Rignano Flaminio e da un’inchiesta sull’inquietante argomento pubblicata ieri su la Repubblica, a firma di Carlo Bovini, e che può considerarsi—a giudizio del direttore del Foglio—“esemplare del meglio” della professione giornalistica. L’approccio, sia ben chiaro, non è colpevolista, e tuttavia non è tenero verso l’«atmosfera malvagia» che pervade il nostro tempo. Perché il punto, alla fin fine, non è trovare dei colpevoli da dare in pasto all’opinione pubblica inferocita, ma piuttosto di convincersi che non si può vivere come se il male non ci fosse. L’”Apocalisse di ogni giorno” si alimenta anche del silenzio che si vorrebbe far calare sulla tragica realtà del male.

April 26, 2007

La promessa mantenuta di Corvo Bianco

Fu soprannominato Corvo Bianco ed ebbe meriti e demeriti commisurati all’impresa nella quale si imbarcò, cioè grandi, anzi enormi. Dimostrò durezza e coerenza. Michail Gorbaciov, il suo storico rivale, ebbe modo di sperimentare di persona entrambe: quando, nel giugno 1990, l’allora presidente del Presidium del soviet supremo della Repubblica socialista federativa russa, dette il via ad un conflitto di potere devastante con il Cremino (retto appunto da Gorbaciov), e quando, prigioniero nella sua dacia in Crimea nei giorni del tentato colpo di stato del 19-21 agosto 1991, il fiero avversario Boris Nikolaevich ne ottenne la liberazione schierandosi apertamente contro i golpisti. Fu proprio in quelle drammatiche circostanze che la figura di Eltsin divenne di colpo famosa in tutto il mondo: chi non ricorda quando salì su un carro armato dei ribelli per arringare la folla davanti al Parlamento russo, riuscendo in tal modo ad evitare un bagno di sangue?

Oggi Avvenire, con un editoriale firmato da Luigi Geninazzi, ricorda e rende omaggio a un aspetto di Corvo Bianco meno noto, ma non per questo meno importante: con lui si è realizzata quel che Berdjaev chiamò «l’idea russa», vale a dire un rapporto specialissimo tra il popolo e la religione. Non è certo per caso che Boris Eltsin è stato il primo capo di Stato russo ad avere un funerale religioso dai tempi degli zar. In particolare, l’uomo seppe tener fede a una promessa:


Ci teneva alla libertà, prima di tutto quella religiosa. L’aveva promesso a Giovanni Paolo II nella prima storica visita che compì in Vaticano il 20 dicembre del 1991, all’indomani della fine dell’Unione Sovietica. In quell’occasione il presidente della Federazione Russa che di lì a cinque giorni avrebbe preso il posto di Gorbaciov al Cremlino affermò solennemente che avrebbe garantito la piena libertà «a tutte le confessioni religiose senza alcuna distinzione». L’avrebbe dimostrato coi fatti qualche anno più tardi, respingendo una legge sul culto, già approvata dal Parlamento, che penalizzava le minoranze religiose a cominciare dalla piccola comunità cattolica. E, vale la pena ricordarlo, si rifiutò di firmare una legge iniqua nonostante le pressioni della Chiesa ortodossa e gli umori nazionalistici della Russia profonda.

Giustamente l’editoriale non nasconde che vi furono errori, anche molto gravi, ma fa presente che non si può non onorare la memoria di un uomo che si distinse “per la sua strenua difesa del principio di libertà in un Paese che era diventato sinonimo di dittatura.” Mi pare che la definizione sia perfetta. E se posso—non solo perché "zar Boris" mi era simpatico—la faccio mia.


April 24, 2007

Evviva il Partito della Sera!

E adesso è chiaro a tutti che è il Corriere a dare la linea al Partito democratico. L’avevo anche ipotizzato, in privato, ma i fatti sono andati al di là dell’immaginazione. Sono stati Angelo Panebianco e Paolo Mieli—con gli editoriali, rispettivamente, del 15 e del 19 aprile—i profeti che hanno spianato la strada agli eventi futuri. Profeti, ben inteso, nel senso biblico, cioè non tanto o soltanto coloro i quali pre-vedono ciò che deve accadere, che «mettono davanti cose nascoste», quanto gli inviati dall’alto che parlano «al posto di», «per», «a favore di», che parlano davanti al popolo a nome di Dio e per suo comando. Basta sostituire a Dio qualche altra “entità superiore”— le scommesse sono aperte circa l’identità del misterioso committente …—e il gioco è fatto.

In effetti i due editoriali erano molto efficaci e, credo, anche ampiamente condivisibili da parte di chi si preoccupa più di far sì che il sistema politico italiano nel suo complesso possa tirarsi fuori dal pantano in cui sguazza da tempo immemorabile, che di tirare acqua al mulino di qualcuno. Comunque i ruoli erano ben distinti: Panebianco ha rappresentato la pars destruens e non ha lesinato critiche, per quanto costruttive, Mieli ha svolto la pars construens, indicando il possibile radioso futuro del partito nascente. Il professore, cioè, ha attaccato duramente la pessima propensione a definire le identità politiche “in rapporto al passato anziché al futuro,” per cui “ci si aggrega contro qualcun altro usando il passato (diviso) come fonte di identità.” Il che comporta che ci si senta esentati “dal dover essere troppo dettagliati sul futuro, su ciò che si intende fare.” Errore capitale nel quale solo “un outsider totale” come Silvio Berlusconi—e qui il colpo ai ds e ai dl è stato crudele—non è caduto. Poche storie, insomma, qui non vale più la regola del



dimmi il tuo patronimico, dimmi di chi sei figlio, e saprò chi sei. Vale la regola: dimmi (con precisione, senza menare il can per l’aia) cosa farai e saprò chi sei.

Qui, cioè appunto nel definire la propria identità politica in rapporto al futuro anziché al passato, con il «contratto con gli italiani» e il proposito di tagliare le tasse ribadito in tutte le salse, Berlusconi ha fatto scuola, infischiandosene dello “scandalo” che il suo stile diretto suscitava nell’opinione pubblica schierata a sinistra. Conclusione, ammonimento e auspicio di Panebianco:



Dopo che Berlusconi ha spezzato il cerchio, continuare a declinare al passato le identità rischia di essere suicida. Il Partito democratico non sarà una impresa vitale se non saprà districarsi dai lacci del passato, se non saprà costruire la propria identità in rapporto al futuro.

Mica male, il professore. Ma vediamo cosa aveva scritto il direttore del Corriere. La faccio breve: mettiamo da parte—ha esortato—“il modo critico, talvolta ipercritico (giustamente ipercritico) con il quale un po’ da tutti è stata seguita la gestazione del Partito democratico,” e prendiamo coscienza che ciò a cui siamo di fronte è “un evento di dimensioni storiche.” Perché? Beh, il nome, per esempio …



Non ci sembra poi di scarso rilievo la circostanza che i fondatori della nuova formazione politica, anziché ispirarsi a una delle denominazioni del centrosinistra europeo, abbiano optato per quella del più antico partito statunitense, il partito di Franklin Delano Roosevelt ma anche dell’anticomunista Harry Truman, di John Kennedy ma anche del «guerrafondaio» Lyndon Johnson e poi di Jimmy Carter e di Bill Clinton.

E poi? Poi basta, sembra di capire, ma i nomi non sono acqua fresca. Comunque il futuro potrà essere radioso veramente, ma ad un patto:



Solo se guidato fin dai primi passi da un capo certo e carismatico il partito democratico potrà avere successo. Un successo i cui effetti, riverberandosi anche nel campo opposto, possono produrre una stabilizzazione dell’intero sistema. Del che c’è evidente bisogno.

Molto, molto interessante la conclusione di Mieli. Anzi, molto, molto profetica (sempre nel senso biblico). Infatti il “capo certo e carismatico” è spuntato come per incanto dai congressi dei due partiti fondatori. Chi? Domanda retorica, evidentemente: “l’unto del Signore” è Walter. Basta aver letto ciò che ha scritto Curzio Maltese su la Repubblica (ieri) per far evaporare istantaneamente eventuali dubbi residui e riserve:


La lotta per la guida del Partito Demo­cratico sarà anche aperta, anzi apertissi­ma, come si sforzano di dire tutti, ma intanto l'egemonia culturale di Walter Veltroni sul nuovo partito è più solida di quella di Antonio Gramsci nel nascente Pci […].

Interessante anche la spiegazione dell’arcano, che, ça va sans dire, è stata anticipata dal Corriere, ma stavolta per la penna di Angelo Panebianco. Scrive Maltese:


Non è un oratore né un ideologo, non vanta un gran­de carisma e non è neppure telegenico. Si può dire che ha sfruttato al meglio una qualità per­sonale unica nel gruppo dirigente del suo par­tito e non soltanto. È il solo politico della sua generazione a non subire l'ossessione del passa­to. Come D'Alema e Fassino, Mussi e Angius. Bersani e Finocchiaro, Bassolino e Cofferati. Forse perché davvero «non è mai stato comu­nista», a differenza degli altri. È la tragedia, il li­mite dei suoi rivali interni, quel correre verso una modernizzazione che significa sempre fare i conti col passato e mai con il presente e il fu­turo.

E adesso attenzione a quest’altro passaggio che sembra scritto da Panebianco in persona:


In un simile vecchiume, Walter Veltroni e Sil­vio Berlusconi sono le sole figure pubbliche a sostenere la prevalenza del presente, l'unico tempo che davvero conti in politica. Ed è que­sta la principale chiave del successo di entram­bi nei rispettivi schieramenti.

Direi che c’è di che rimanere sgomenti. Roba da Antico Testamento questa confusione dei piani temporali: il prima (del congresso ds) e il poi che si fondono e si confondono, e tu che non riesci più a distinguere tra la profezia e la realizzazione della medesima.

Ma non è finita qui. Ci ha pensato Paolo Franchi, sul Riformista, a chiudere il cerchio. Che cos’altro è emerso dal congresso diessino? L’America, naturalmente, cioè il “partito americano.” Ebbene, sentite qua:


In sostanza: mentre molti, e noi tra questi, nemmeno se ne accorgevano, persi come si era a baloccarci attorno a questioni e questioncelle dall'insopportabile retrogusto novecentesco, stava arrivando l'America. Secondo le previsioni (o le prescrizioni) formulate in apertura delle assise della Quercia dal direttore del Corriere della sera. E come in fondo si conviene, se vuole uscire dalla sua eterna condizione di crisi, al paese per tanti aspetti più americanizzato dell'Europa continentale.

Più chiaro di così si muore: “le previsioni (o le prescrizioni)” di Paolo Mieli! E’ il sigillo definitivo sul carattere autenticamente profetico dell’ormai storico editoriale.

Comunque, a scanso di equivoci, mi corre l’obbligo di fare una precisazione: a me, personalmente, la svolta “americana” e anti-ideologica sta benissimo—per il bene del Paese, non perché intenda aderire: figuriamoci se potrei mai diventare veltroniano!—come pure la fuoriuscita preventiva dal Pd di taluni nostalgici del socialismo (sì, quello che hanno combattuto usque ad sanguinem, e fino a l’altro ieri, sia i neo-democtats sia i neo-socialisti). Ha ragione, a tal riguardo, l’araldo del veltronismo Curzio Maltese:


La stessa lagna sull'abbandono di Mussi e Angius, con tutto il rispetto per i sentimenti, la dice lunga. Se il Partito Democratico incarnasse davvero la novità che pretende di rappresentare, altri cen­to Mussi, Angius, […] sarebbero stati spinti sulla strada del­l'addio.

Ovvero, ha ragione fino a un certo punto, dal momento che tra le parentesi quadre Maltese aveva inserito anche i nomi di Caldarola, Macaluso e Nicola Rossi. Francamente sulla presenza in elenco dei primi due non sarei molto d’accordo, mentre sul terzo mi domando se al Nostro non sia scivolata la penna mentre vergava la sua lista dei cattivi …

Quindi, massimo rispetto e un certo compiacimento per come si stanno mettendo le cose. Per il resto non andrei tanto a sottilizzare su certi aspetti un po’ comici di tutto l’apparato, come la colonna sonora del congresso di Firenze («Over The Rainbow» …) o certe locuzioni piuttosto singolari sotto il profilo semantico. Però, onestamente, non posso che dare atto ad Adriano Sofri di avermi regalato un momento di sano e innocente divertimento, con il seguente commento telegrafico, dopo tanta seriosa compunzione di fronte allo storico evento:


Tra gli slogan del congresso Ds (della Margherita non so, ne ho ascoltato una parte) ricorreva l’opposizione fra nuovo partito e partito nuovo. “Non vogliamo un nuovo partito, ma un partito nuovo”. Lo si è ripetuto tante volte, e mi sono chiesto come se la cavassero le interpreti che dovevano tradurre in inglese per le delegazioni straniere. Ne deriva un’impressione un po’ meschina della nostra retorica politica, ma anche una certa soddisfazione per i vantaggi che la lingua italiana offre con la libertà di combinazione di sostantivi e aggettivi. In italiano potremmo costruire anche un vecchio partito nuovo, un nuovo partito vecchio, e perfino un nuovo partito nuovo. Dobbiamo solo rinunciare a spiegarlo alle delegazioni straniere.
[«Piccola Posta», sul Foglio di oggi]

Infine, esorterei i lettori che hanno colto la portata epocale di quanto testè richiamato a non lasciarsi fuorviare e demoralizzare da un editoriale alquanto sarcastico del Foglio di oggi. Per una volta, limitiamoci a contemplare il bicchiere mezzo pieno. Prosit.

Comunicazione di servizio

Mi scuso per la prolungata latitanza dal blog. Sono stato assorbito da vari altri impegni, tra i quali qualche nuovo (per me) programma per il pc che sto sperimentando in questi giorni. Ogni tanto è piacevole scoprire che, anche al di là della blogosfera, l’informatica è un territorio ricco di sorprese e di potenzialità insospettate.

In serata spero di poter postare qualcosa che è in gestazione da giorni, e che per ora è soltanto una montagna di links e alcune annotazioni. A più tardi.