September 5, 2007

Qui Base 1

Rieccomi, tornato alla base. Già da qualche giorno, ma sono state giornate piene. Arretrati, cose da fare, informazioni frammentarie e insufficienti (soprattutto tv). Persino scoperta di blogs interessanti e, sulla carta stampata, alcune letture piacevoli. Un atterraggio morbido dopo la trasvolata sulla Francia, che non sarà più la Douce France—come annotano, delusi e allarmati dai dati e dalle proiezioni, gli Osservatori del turismo d’oltralpe—ma è pur sempre qualche spanna più avanti a noi quanto a organizzazione dell’intero comparto turistico e cura del patrimonio culturale e ambientale. Col che si vuol dire che, forse, c’è ancora speranza per tutti noi. Parola di scout.

August 8, 2007

In buona compagnia

Ci risentiamo verso la fine del mese, ma vi lascio, spero, in buona compagnia con i due post precedenti. Del resto, ci sono tanti modi di esprimersi, e la musica a volte può essere più efficace dei discorsi …

Ma per gli irriducibili amanti del logos ho un’altra proposta: i diari di Ronald Reagan, pubblicati da poco negli States. Qualche tempo fa ho letto la recensione del Washington Post, ma quello che mi ha convinto a procurarmi al più presto il libro è questo post di un amico blogger canadese. Cari saluti a tutti.

Seven Spanish Angels


Willie Nelson reached his greatest fame when the so-called ''Outlaw country'' movement—a reaction to the Nashville sound, which was supposed to be softening the raw honky tonk sound—were whooping it up all over the U.S. during the late 1960s and the 1970s. Among the ''outlaws,'' apart from Willie himself, were musicians such as Waylon Jennings, David Allan Coe, Billy Joe Shaver, and—the most influential of them all—Johnny Cash, with his stripped-down music and straightforward lyrics.

In the video Willie and The Genius are singing together an awesome song: ''Seven Spanish Angels'' … an inspiring experience.

August 1, 2007

Hello Darlin'

Frank Sinatra once called him “the second best white male singer.” Of course, there is no doubt about the fact that he meant second best to Frank Sinatra, himself ... In turn, Johnny Cash, once was asked who his favorite singer was—his answer was, “You mean besides George Jones?” As a matter of fact George Jones is often cited as the finest vocalist in the history of country music.

In his Country Music, USA, Bill C. Malone wrote: “For the two or three minutes consumed by a song, Jones immerses himself so completely in its lyrics, and in the mood it conveys, that the listener can scarcely avoid becoming similarly involved.”

In January this year the Grammy Hall of Fame honored George Jones by inducting his 1980 hit, "He Stopped Loving Her Today" into the Grammy Hall of Fame.

In the video, George is performing a moving rendition of Conway Twitty’s hit song “Hello Darlin’,” shortly after his death. Conway was one of the United States' most successful country music artists of ever. Dolly Parton, Johnny Cash & June Carter-Cash are among the audience.

Lasciatela stare

Una decina di giorni off-line per me, e di cose, sotto il cielo, ne sono successe. Si fa per dire, ben inteso, perché di fatto non è che sia accaduto chissà cosa: solo le solite, arcinote, beghe politichesi e giudiziarie. Ma, insomma, di questo viviamo e di questo dobbiamo accontentarci, e per giunta senza fare troppo gli snob, perché le parole, anche se abusate, gonfiate e rigirate, quando sono prese sul serio da chi detiene anche un briciolo di potere, possono diventare una prigione dalla quale gli stessi potenti, e purtroppo anche i senza-potere, non riescono più ad evadere.

Così è successo che una celebre gip, Clementina Forleo, si è presa—a giudizio di qualcuno—qualche libertà lessicale di troppo e che di conseguenza mezzo Parlamento e—udite udite—parecchi magistrati (nel silenzio dell'Anm), gliene hanno dette di tutti i colori. Ma questo è il meno (nel senso che, date le circostanze e le parti in causa, era praticamente scontato), dal momento che lo stesso Capo dello Stato, nella sua qualità di presidente del Consiglio Superiore della Magistratura, ha bacchettato la meschina e il ministro della Giustizia ha incaricato i suoi uffici di acquisire l’ordinanza, a causa di una sua presunta «singolarità». Al che il presidente emerito Francesco Cossiga ha bacchettato a sua volta il Guardasigilli, ravvisando una «pesante interferenza».

Infine, colpo di scena: Silvio Berlusconi ha deciso di andare a soccorrere le presunte vittime della perfida Clementina. La quale, giova ricordarlo, finora non si è distinta soltanto per la controversa distinzione tra terrorismo e guerriglia, dal momento che una volta ha fatto spellare le mani a qualche centinaio di avvocati riuniti a convegno, ai quali, a sorpresa, dichiarò di essere favorevole alla separazione delle carriere nella magistratura. Il che, come minimo, non contraddice affatto le definizioni di se stessa che la succitata propone in privato agli amici: «Non sono al servizio di nessuno» e «Sono soggetta solo alla legge». E non contraddice per niente la sua definizione del magistrato in quanto tale:
«Un magistrato, a differenza di un politico, non deve conoscere la mediazione e il compromesso. A meno che non voglia fare altro, a meno che non voglia venire meno ai suoi doveri costituzionali».

Tornando al punto, diciamo che, se tutto l’affaire è alquanto complicato, un paio di concetti dovrebbero risultare chiari a chiunque si sforzi di guardare a queste vicende con un minimo di obiettività:

a) in primo luogo, Clementina Forleo non c’entra nulla né con l’ideologia, né con i complotti e le manovre (politiche, mediatiche, ecc.) che pure, volendo, si possono intravedere qua e là, nella tempistica degli eventi, nelle dichiarazioni e nei proclami pubblici di questo o quel capo e capetto, e nella gestione delle notizie;

b) in secondo luogo la gip di Milano non ha fatto o scritto nulla che fosse men che ineccepibile dal punto di vista delle prerogative e dei limiti che la legge—pur con tutte le sue imperfezioni e i suoi pasticci—prevede per chi esercita la funzione di giudice per le indagini preliminari. In particolare non possono esserci dubbi che al gip sia comunque prescritto l’obbligo di segnalare possibili indagati non ancora iscritti come tali e possibili reati Ma questa non è solo l’opinione di Clementina Forleo: la pensa esattamente allo stesso modo il principe dei “proceduralisti” italiani, Franco Cordero (la Repubblica del 25 luglio scorso).

Dopodiché può benissimo aver ragione (di nuovo) Francesco Cossiga, sia quando rinfaccia a Mastella di essere in «netta contraddizione» con le linee guida seguite dalla «controriforma giudiziaria» appena approvata dalle Camere, sintetizzabili nel concetto che «i magistrati hanno sempre ragione», sia quando sostiene che l’ascesa di Walter Veltroni «è il frutto della pubblicazione di quelle telefonate» di D’Alema e Fassino.

E può aver ragione anche Lino Iannuzzi, che in una lettera pubblicata ieri sul Foglio sottolinea che «il paradosso della situazione» è che l’unica possibilità che il partito di Fassino non si dissolva e sparisca con esso la seconda Repubblica è affidata a Silvio Berlusconi,


che è rimasto l’unico a dire no. Berlusconi, il trionfatore dell’antipolitica, è rimasto l’unico a difendere la politica. La difende contro l’urto della magistratura anche contro i suoi alleati, e persino contro le sue televisioni e i suoi giornali e una buona parte dei suoi parlamentari e dei suoi stessi elettori. Perché questo ha di singolare, e l’ha avuto dal primo momento, l’antipolitica di Berlusconi, questo nocciolo duro del garantismo che la contrappone inesorabilmente al giustizialismo, che è la vera madre di tutte le antipolitiche, ma non della sua.

Quel che non mi è chiaro, semmai, è cosa diavolo c’entri—ammesso che qualcuno pensi davvero che un link ci sia—Clementina Forleo con tutto questo.

July 20, 2007

Tremonti e i valori

Ne avevo già accennato in questo post, riprendendo un editoriale del Foglio che a sua volta ne parlava. Parlo della “lezione sulla politica” tenuta il 14 luglio a Padova da Giulio Tremonti, nella sede della Scuola giovanile estiva di FI. Ieri l’altro, sullo stesso quotidiano, è stata pubblicata la trascrizione integrale della lezione ed oggi riesco a fare anch’io la mia parte di amanuense, ripubblicando il tutto nella dépendance di WRH.

Come dicevo l’altra volta, l’approccio mi sembra interessante. Anche se è soltanto un abbozzo di ragionamento sui massimi sistemi. Non è un’esperienza del tutto insignificante sentir pronunciare da Tremonti frasi come questa:

Non i valori dei banchieri centrali, ma i valori dei nostri padri spirituali.

Oppure come queste:

Non è la fine del mercato. Ma è la fine dell’idea che il mercato possa essere la matrice totalizzante esistenziale, la base di un nuovo materialismo storico. Il mercato è una parte, non è il tutto.

La nuova partita è iniziata in Europa con il dibattito sulle radici giudaico-cristiane: se inserirle – o no – nella nuova bozza costituzionale europea. La prima, e in qualche modo superficiale o parziale, interpretazione ha trattato questa partita come una partita tra Parigi e Roma. Tra Parigi, luogo tutelare dei “lumi”, e Roma, centro storico e spirituale. L’interpretazione più vasta e più profonda pare invece essere un’altra: non una partita tra Parigi e Roma, ma tra Londra e Roma. Al fondo, la lotta tra due visioni della società. Londra come base di irradiazione di una visione della società che, banalizzandosi nei consumi e di riflesso nei costumi, si identifica ed appiattisce sull’economia (l’idea dell’Europa-mercato).

[Leggi il resto]


Penso che Tremonti—che sembra essersi impegnato per prodursi in questa performance—meriti tutta l’attenzione di chi cerca di capire dove stiamo andando, o meglio dove sarebbe meglio andare a parare, e perché, in che modo e con chi. Il resto è cronaca. A risentirci tra qualche giorno.

July 18, 2007

Volontariato estivo (per Walter Tobagi)

Toh, qualcuno ha pensato bene di spendere un paio di giorni di volontariato per buttar giù qualcosa di sensato alla voce «Walter Tobagi» di Wikipedia. A occhio e croce il risultato testimonia se non altro la buona volontà di chi si è cimentato, ma non vorremmo allargarci troppo … ;-)

July 17, 2007

Pour l'Histoire

Più volte, negli ultimi tempi, sui media, vecchi e nuovi, sono rimbalzate notizie che avevano più le stigmate della Storia che le caratteristiche della cronaca, e questo malgrado una certa tendenza ad inflazionare alquanto l’aggettivo «storico», il che non aiuta di certo a distinguere correttamente tra i due reami. Ma ciò fa parte del gioco, e sarebbe grave abdicare al dovere, che anche nella blogosfera è avvertito, di chiamare le cose col loro nome—o almeno di provarci, con un minimo di onestà intellettuale—perché qualcun altro sta abusando di qualche sostantivo e aggettivo.

Ad esempio, il ragionamento—riportato dal Foglio di oggi—che Giulio Tremonti ha volto nel corso di una lezione tenuta a Padova, alla scuola giovanile estiva di Forza Italia, si fa carico della necessità di far emergere, nel dibattito politico odierno, elementi, stimoli e preoccupazioni che di solito la politica trascura, e ciò proprio perché la Storia non è esattamente di casa in quel dibattito. Tremonti sottolinea che occorre “portare a sintesi la profondità di una visione aggiornata della storia contemporanea e futura; introdurre materiali coerenti con il nuovo schema individuato”. E questo schema dice in sostanza che la battaglia delle idee non consiste nella pura e semplice contrapposizione fra modelli economici differenti, ma si gioca su un terreno nel quale si confrontano “visioni alternative della società,” chiamando in causa “la storia, i valori, lo spirito.”

Mi sembra un ottimo approccio. Ma torniamo alle notizie che, come suggerivo, sembrano avere a che fare più con la Storia che con la cronaca.

E’ «storico», ad esempio, lo sforzo di Benedetto XVI di raddrizzare i sentieri della cristianità, che in materia di «eclissi dei significati» non è sembrata granché all’altezza delle sfide, molto probabilmente in forza di un vistoso sbilanciamento tra la necessità che la Chiesa sia nel mondo e il dovere dei cristiani di non essere, tuttavia, del mondo, a vantaggio, naturalmente, della prima. Ogni volta che se ne è discusso, anche su questo blog e tra i blogs, del resto, mi è sembrata proprio questa l’impresa più ardua: distinguere tra ciò che è negoziabile e ciò che non lo è, in una prospettiva religiosa e nelle conseguenze che ne derivano per chi vi si riconosce.

In un’ottica analoga, ed è all’incirca un argumentum a contrario, si può dire che alla Storia debba essere ascritto anche il caso Buttiglione: episodio altamente rivelatore, emblematico, di una guerra che è stata dichiarata a quei credenti che “pretendono” di esercitare laicamente, ma senza rinunciare alla propria fede religiosa e a ciò che essa comporta, il diritto-dovere di fare politica. La distinzione tra «reato» e «peccato» è stata giudicata troppo capziosa per essere considerata accettabile in un Commissario europeo ... Ricordo di aver letto, a suo tempo, su un blog britannico e blairiano di prima grandezza, quello del giornalista e scrittore Stephen Pollard, non credente, un giudizio molto severo nei confronti dei “censori.” Pollard era sorpreso e indignato per ciò che si stava materializzando in Europa, né più né meno di quanto lo fosse un qualsiasi “cattolico non adulto” che si rispetti.

Il siluramento di Buttiglione, comunque, è servito quanto meno a chiarire come stanno le cose, e da questo punto di vista bisognerebbe esser grati a chi ha compiuto lo «storico» misfatto.

Ma, più recentemente e in ambito più specificamente politico, è il neoeletto presidente francese che ha fornito materia su cui riflettere. Sarko, difatti, ha scelto di mettere in qualche modo al centro della sua vittoriosa campagna elettorale il proposito di «tourner la page de mai 68», che è come dire “rimettiamo in discussione tutto,” perché il ’68 è carne della nostra carne e sangue del nostro sangue, ci siamo dentro tutti, anche coloro che hanno esultato all’idea perché hanno capito che tutto è cominciato allora. «“L’immaginazione al potere”—ha proclamato Sarkozy—è stato un magnifico cavallo di Troia». Per far passare cosa lo sappiamo bene: un assalto a tutto ciò su cui una società dovrebbe reggersi, a cominciare dalla religione, dal principio di autorità e dalle identità nazionali.

«Da allora non si può più parlare di morale in politica, ci hanno imposto il relativismo morale e intellettuale. Gli eredi del ’68 ci hanno detto che non c’è alcuna differenza tra bene e male, tra bello e laido, tra vero e falso, che l’allievo e il maestro si equivalgono, che non bisogna dare voti, che si può vivere senza una gerarchia dei valori».


Ci voleva coraggio per scegliere un simile terreno per il confronto elettorale. Sarko lo ha avuto e ha vinto. Chi ha orecchi per intendere intenda.

Tutto questo, e altro ancora, ci richiama alle nostre responsabilità civiche. Voglio dire che abbiamo il dovere di distinguere. Parliamo pure delle beghe partitiche, riferiamo, commentiamo, ironizziamo nello stile blogger, ma quando incrociamo la Storia drizziamo le orecchie, sintonizziamo le antenne, approfondiamo, e soprattutto scriviamo, senza imbarazzi. E prendiamo posizione. Anche a costo di condannarsi alla marginalità blogosferica. Perché l’auspicio, va da sé, è riferito a quanti non si identificano nel mainstream, mediatico o blogosferico che sia, non riconoscendosi nel «pensiero unico» che abbiamo imparato a conoscere bene. Chi “sta dall’altra parte,” invece, ha tutto l’interesse a minimizzare e relativizzare (of course …): è principalmente nella noia del gossip cultural-politico che la Storia viene solitamente camuffata da cronaca spicciola, ad esempio facendo passare gli appelli alla coerenza di un Pontefice per sordida propaganda politica, oppure, nella migliore delle ipotesi, per un protervo attacco alla laicità dello Stato.

Nella blogosfera, e in qualunque altro spazio pubblico di dibattito e di confronto, è soprattutto con la Storia che occorre misurarsi. Non possiamo lasciarci passare sotto il naso le occasioni che la cronaca ci offre.

July 14, 2007

Heidegger a colloquio

Heidegger non smentisce se stesso, neanche quando fa il verso a Platone, cioè in forma di dialogo o colloquio. E dunque spiegare qualcosa o cercare risposte gli interessa poco o punto, a vantaggio di un pensare che si mantiene nel libero interrogare. Ed ecco i Colloqui su un sentiero di campagna, scritti tra il ’44 e il ’45, ora tradotti da Adriano Fabris e Antonia Pellegrino e pubblicati da Il Melangolo (pagg. 234, euro 30). Li recensisce con una certa "eleganza" Alessandra Iadicicco sul Giornale di oggi, insinuando il dubbio (fondato) che il filosofo non abbia mai letto Shakespeare, in particolare quella battuta dell’Enrico IV (parte I, atto 2, scena 3) che,


con tono soavemente beffardo, col piglio leggero del bardo che andava cogliendo fior da fiore tra gramigne urticanti, avvertiva: «Ma io vi dico, signor mio idiota, che di tra quel cespo d’ortica, che è il pericolo, noi cogliamo quel fiore che è la salvezza».


Infatti il Nostro preferì citare a più non posso gli Inni di Hölderlin (quegli «orrendi inni superflui», come ebbe a definirli un impietoso Gottfried Benn), in particolare il motto secondo il quale «Là dov’è il pericolo/ cresce ciò che salva», che del resto, detto tra noi, non è niente male. Anche se Shakespeare, ovviamente, è un’altra cosa.

July 12, 2007

Etica, politica e diritto

E monsignor Gianfranco Ravasi, nel suo “Mattutino” odierno, su Avvenire, trovò un modo molto discreto per dar ragione a certe “fissazioni” di Benedetto XVI. Come al solito si comincia da una citazione:


L'etica, la politica e il diritto si possono bensì distinguere ma non disgiungere. Non esiste un’etica pratica, se non mediante le buone leggi e le buone amministrazioni.

Sono parole di un “filosofo e giurista di stampo illuministico,” Gian Domenico Romagnosi (1761-1835), tratte da un saggio intitolato L’associazione dell’etica, della politica e del diritto. Il commento va subito al cuore della questione:

Si tratta del rapporto tra etica e politica, un nesso che il pensatore definiscecon due verbi significativi «distinguere ma non disgiungere». Per certi versi ritorna il celebre motto evangelico del «dare a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio».Da un lato, infatti, la moneta - come ricorda Gesù - reca l’immagine di Cesare: esiste, dunque, un’autonomia nella politica, in alcune sue scelte e percorsi, così da impedire ogni forma di teocrazia per cui trono e altare si fondono e confondono. D’altro, lato, però, l’uomo che è il termine capitale di riferimento della politica è «immagine di Dio»: ci sono, quindi, valori che superano la mera gestione sociale e che sono indisponibili perché trascendenti. È qui che scatta l’etica con le sue norme che tutelano la dignità della persona, la giustizia, la vita, la libertà. Il cristiano entra, perciò, nella società e vive queste due dimensioni che sono da distinguere ma non da
disgiungere, creando tensioni o alternative.

A scanso di equivoci, il monsignore sottolinea che, “certo, si tratta di un incontro delicato, da vivere senza prevaricazioni ma anche senza cedimenti.” Ma sulle prevaricazioni non c’erano dubbi, e forse è persino superflua qualsiasi sottolineatura, mentre sui cedimenti, diciamolo pure, repetita juvant.

July 11, 2007

Decidere.net

Firmare non lo firmo, perché mi pare troppo o troppo poco, a seconda dell’angolo visuale da cui ci si pone. Un link lo metto più che volentieri, perché se non si premiano e non si scommette sulle buone intenzioni—quando sono correttamente manifestate e portate avanti—non si fa nessun passo avanti. Gli auguri glieli faccio di cuore, perché c’è bisogno di iniziative che vadano al di là di rigide contrapposizioni precostituite (di schieramento e non solo): Decidere.net.

Se Melloni attacca il Papa avra' le sue ragioni ...

Lo storico cattolico Alberto Melloni attacca duramente, attraverso Il Riformista, il Motu Proprio di Benedetto XVI che stabilisce la libertà dei fedeli di chiedere ai propri parroci (e non più ai vescovi) la celebrazione della messa in latino, quella "spalle al popolo" che si avvale del Messale di san Pio V rivisto nel '62. Liberissimo di farlo, naturalmente, del resto la decisione del Papa è di quelle che lasciano il segno, e dunque non possono piacere a tutti. Quel che lascia perplessi, però, è la scelta delle argomentazioni. In particolare queste (di seguito, le mie considerazioni):


«Secondo me il papa ha agito come uno di quei professori del liceo che quando ha di fron­te dei casi "disperati", decide di dare loro un 6 politico per promuoverli nonostante non se lo meritino. Ecco, il papa col Motu Proprio dell'al­tro giorno ha voluto dare ai lefebvriani un 6 po­litico in liturgia: promossi nonostante tutto».

E chi lefebvriano non è mai stato, come il sottotoscritto, e ciononostante condivide la decisione del Pontefice? E’ totalmente irrilevante?

«Il concilio di Trento volle andare contro il soggettivismo e il relativismo propri del protestante­simo ma oggi, tornando al rito tridentino, è proprio il relativismo (il fatto che ognuno possa partecipare alla messa che vuole) che viene messo in campo. Quanto al Vatica­no II, poi, credo che Ratzinger contraddica in questo modo la lettura che egli diede nel fa­moso discorso del 22 dicembre 2005. Qui parlò della necessità di leggere il Vaticano II in continuità con la tradizione passata e non come una rottura, ma chi ha tradito la Chiesa e quindi ha creato una frattura sono stati pro­prio gli scismatici lefebvriani, mica altri».

Come sopra. Inoltre, appunto, a chi lefebvriano non è mai stato, ecc., ecc., non sembra che il tradimento di Lefebvre sia una ragione sufficiente per non consentire al credente di scegliere liberamente a quale messa assistere. Sul “relativismo” ogni commento mi sembra superfluo.

«Diciamolo chiaramente: è grazie al Vaticano II che la fede ha potuto con­tinuare a essere trasmessa. È grazie alle messe celebrate magari con tanto di "schitarrate" strampalate, con le chiese illuminate da neon "da Ipercoop" e in luoghi dall'architettura for­se non proprio ortodossa, che quella poca fede che è rimasta nel popolo è stata salvaguardata. Cosa hanno fatto, invece, gli scismatici lefebvriani per la fede della Chiesa? Poco o niente. E adesso che il papa concede loro questo Motu Proprio ecco che ri­spondono con un comunicato come se avessero ottenuto una vittoria do­po anni di resistenza e di lotta».

Come sopra. Inoltre, a chi di Lefebvre non può importare di meno e cinonostante ecc., ecc., potrebbe invece interessare, e molto, capire in forza di che cosa Melloni può affermare che “la fede ha potuto con­tinuare a essere trasmessa” grazie alle messe celebrate a suon di schitarrate, ecc. Comunque, diciamolo francamente, se Melloni ha maturato un convincimento così netto avrà sicuramente le sue ragioni, magari molto soggettive. Forse così soggettive da non poter essere facilmente condivise né adeguatamente spiegate.

July 9, 2007

Pd: modello bizantino

Un altro aggiornamento telegrafico: sul Corriere di oggi Angelo Panebianco torna sul Pd e conferma tutta la sua insoddisfazione e le sue critiche per il modo in cui il nuovo partito sta per nascere.

July 8, 2007

Le rose che non colse (neanche lui)

Solo un rapido aggiornamento su Pd e Veltroni per informare i lettori più affezionati di WRH che avessero perso questa ricostruzione puntuale—scritta da Luca Sofri per Il Foglio di giovedì scorso—dello stato dell’arte in materia, inclusi commenti e considerazioni personali dell’autore. Sofri Jr riprende, sviluppa e argomenta con una certa (encomiabile) pignoleria la tesi di Angelo Panebianco (Corsera del 3 luglio) sul “partito feudale.” Assolutamente da non perdere.

July 6, 2007

Summer Edition

Come da un paio d’anni a questa parte, più o meno in questo periodo, il blog entra in una fase vacanziera, un tempo nel quale ci possono essere pause più o meno prolungate. Del resto è qualche giorno che è già così, anche se mi è mancato il tempo—e forse pure l’estro—di annunciarlo con questa comunicazione di servizio.

E’ presumibile che anche i post risentano di questo clima, soprattutto per quanto riguarda gli argomenti. Ma molto dipende da quel che passerà (o non passerà) il convento politichese, che d’estate a volte riserva qualche “sorpresa” (le virgolette non sono affatto pleonastiche) e ti richiama alla malinconica realtà dei suoi eterni balletti e alle più svariate tipologie di performing arts che conosciamo a memoria, tanto che quasi possiamo prevedere con incredibile precisione, se non ciò che accadrà, come quel che ci capiterà avrà il cattivo gusto di manifestarsi …

Per quanto potrò, comunque, io farò finta di niente, e cercherò di occuparmi d’altro, cioè di quegli argomenti che di solito, per quanto obtorto collo, sono costretto a trascurare. Non per niente, questa altro non è che la Summer Edition di un blog, ahinoi, solitamente troppo serioso. A presto.

July 2, 2007

'Gospel Show'

Do you enjoy listening to both Gospel and Country music? Well you are in the right place at the right time! At their special "Gospel Show," Johnny Cash and June Carter are singing together "He turned the water into wine," written by Johnny himself for his 1973 movie about the life of Jesus, The Gospel Road, and some other songs. The show followed the couple’s lifelong dream journey through the Holy Land.


June 27, 2007

La favola bella del Grande Comunicatore

Che Veltroni sia un grande comunicatore—qualunque sia il significato che attribuiamo a questa espressione un po’ abusata—è una di quelle bufale che solo in un Paese fatto per metà di buontemponi e per l’altra metà di pseudo-furbi poteva avere tanto successo. A me, il giorno dell’incoronazione veltroniana non ha “comunicato” nulla che anche vagamente potesse assomigliare alla malia di certi capi-popolo del passato. Non parlo di gente come Ronald Reagan e Bill Clinton, che pure nel genere anglo-americano rasentavano la perfezione, perché le barriere linguistiche e di cultura politica rendono poco praticabile ogni paragone diretto. No, parlo di leaders politici che hanno avuto qualche parte nella storia recente di questo Paese, e di cui, avendo all’incirca l’età del Nostro, io stesso ho potuto apprezzare in diretta l’arte oratoria. Al confronto di Veltroni, per dire, Amintore Fanfani era un Marco Antonio, Martelli una via di mezzo tra Gaio Gracco e Gerolamo Savonarola (vabbè …), Amato un perfetto Marco Tullio Cicerone, Andreotti un Demostene e Craxi un Mussolini un po’ più introverso e, ovviamente, molto, molto più Democrat nonché Liberal.

Lungi da me, comunque, qualsiasi intento denigratorio nei confronti del “Sindaco d’Italia,” anzi, se devo essere sincero, il Walter l’ho trovato quasi simpatico, e proprio per l’evidente emozione, per l’impaccio, addirittura, con il quale ha letto—grazie a un ”gobbo” elettronico dove le parole scorrevano un po’ più velocemente del dovuto—il suo “storico” discorso d’investitura.

E tuttavia, anche per quanto riguarda i contenuti, ben più importanti, l’impressione non è stata eccelsa. E’ stato chiaramente un discorso in gran parte piatto, molto attento a calibrare toni e concetti, a distillare con la massima prudenza una parolina più di destra e un’altra più di sinistra rispetto alle impostazioni tradizionali del suo partito, con l'evidente intento di dare l'impressione di proporre cose nuove ma rimanendo saldamente ancorato al vecchio (onde non incorrere nel tragico errore di buttare via l’acqua sporca con il bambino ...). Tanto che lo scadimento nell’ovvietà era quasi inevitabile. E infatti, ecco qualche battuta presa qua e là (accompagnata da qualche commento esplicativo):


«La ripresa economica non è né di destra né di sinistra» (Qui, nessun commento)


«Sarà il partito del nuovo millennio e della libertà, che sfiderà i conservatorismi di destra e di sinistra.» (Fantastico!)

«Vedo la tendenza all'illegalità diffusa, a difendere con i denti i grandi e piccoli privilegi. E vedo crescere uno stato d'animo di malessere, di stanchezza e pessimismo. Questi sono segni di un declino mentre l'Italia ha bisogno di crescita». (E vorrei vedere!)

«Bisogna combattere il vento dell'euroscetticismo.» (Vabbè, qui è una questione di opinioni.)

«Non si può però dire di no all'alta velocità se poi l'alternativa è il traffico che inquina e la qualità della vita che peggiora. Non si può dire no al ciclo di smaltimento dei rifiuti moderno ed ecologicamente compatibile e lasciare che l'alternativa siano le discariche a cielo aperto. Il nostro è l'ambientalismo dei sì». (Già, mi pare che su queste parole sacrosante proprio non ci piova. Ma in pratica, di grazia, che significano?)

«L'innalzamento dell'età anagrafica non è una disgrazia.» (E ci mancherebbe altro, sennò sai gli scongiuri in sala, data l’età media dei presenti?)

Contro l'«immobilismo sociale»: «Perché mai oggi un ragazzo non deve avere le stesse opportunità dei suoi coetanei inglesi?» (Già, sarà mica che la sinistra britannica è passata attraverso dieci anni di blairismo, mentre da queste parti …)

«Pagare meno, pagare tutti»: (nel senso che) «è realistica una riduzione delle tasse nei prossimi tre anni.» (Ora andiamo tutti a letto più tranquilli.)


«Nessuno definisca razzista un padre che si preoccupa di una figlia in un quartiere che non riconosce più […]. Ci vogliono più forze di sicurezza sul territorio in modo che i cittadini onesti possano avvertirne la presenza sul territorio». (Non dico che questo sia un ragionamento da Rifondazione comunista, però mi domando quanti padri rifondaroli di figlie femmine—e che non siano dei perfetti imbecilli—si risentirebbero per queste parole …)


«È ormai matura una profonda riforma della politica. […] La politica può essere diversa ma bisogna voltare pagina.» (Qui, però, Veltroni ha messo i puntini sulle “i” con un appello che non si può non condividere:)

«Facciamo in modo che non si formino più schieramenti contro qualcuno, ma schieramenti per affrontare le grandi sfide. Si può essere in disaccordo, senza essere nemici. Si può ammettere anche che l'altra parte possa avere avuto qualche volta una idea migliore». (Ed è piuttosto imbarazzante, per me, sottolineare che il pezzo del discorso che mi è piaciuto di più è in fondo il più «buonista»)


C’è, comunque, qualcosa di autenticamente nuovo e, per certi versi, rivoluzionario nel discorso veltroniano, vale a dire questa affermazione perentoria:


«Un partito moderno non può dirsi tale se non è composto per metà da donne.»
(Qualcuno, magari, mi spiegherà quali potrebbero essere le modalità «democratiche» di un arruolamento che in qualche caso potrebbe non essere del tutto spontaneo.)

Insomma, via, non è stato un granché come discorso. Né per i contenuti, né, tanto meno, per le forme. Verrebbe da concludere, come accennavo all’inizio, che la favola bella del Grande Comunicatore non ha retto alla prova del Lingotto. Però, attenzione: se persino a me, che un suo fan non lo sono mai stato, l’impaccio del leader ha fatto (un pizzico di) simpatia, un piccolo dubbio bisogna che me lo faccia venire: e se il fascino del comunicatore consistesse proprio nella sua mediocrità? Beh, allora, mettiamoci l’anima in pace: il Nostro ci avrebbe messo tutti nel sacco!

P.S.: Mai sottovalutare il diabolico compiacimento che la gente prova nel pensarsi governata da uno che, in fondo, non è migliore di noi, anzi, quasi quasi …

June 26, 2007

Tutto, meno che la chiarezza

Riprendo il filo dei discorsi, dopo la pausa dei giorni scorsi, e dico subito che non è una cosa tanto automatica. Perché la politica nostrana—almeno, penso, per chi non è coinvolto in prima persona con qualche partito, partitino, gruppuscolo e via dicendo—è ormai una faccenda alla quale ci si può dedicare soltanto con uno spirito simile a quello di chi ha scelto di infliggersi un qualche castigo per i giorni spensierati che è riuscito a strappare alla vita, in epoche lontane e irraggiungibili. Ma se il fardello è pesante, c’è sempre la speranza di meritare il premio promesso, cioè «il centuplo quaggiù e la vita eterna» (cfr. Mc 10, 29-30).

E allora ecco due temi belli freschi—si fa per dire—come quelli della futura ledership veltroniana del futuro Pd e della «Costituente socialista» per una nuova (futura) forza politica che ricomponga i frammenti di un mosaico perduto nelle tempeste della storia. Del secondo argomento ha scritto Pierluigi Battista in uno struggente editoriale pubblicato sul Corriere di oggi. Lo scenario è così mirabilmente riassunto:

Oggi riparte l'affanno­sa ricerca di una nuova, improbabile sintesi che do­vrebbe comporre i frammenti del mosaico che si rifà al socialismo. Un disegno che dovrebbe rimettere ordine in una galassia socialista che, se si eccettua quella sua parte stabilmente confluita in Forza Italia assieme a una parte consistente dell'elettorato del Garofano sfio­rito dell'era craxiana, oggi assomiglia a una congerie di segmenti in perenne ricerca di una casa: i socialisti di De Michelis che vanno in minoranza nel nuovo Psi, insofferenti dell'abbraccio berlusconiano; gli spezzoni dei Ds di Mussi e Angius refrattari al Partilo democra­tico in nome dell'identità socialista e tuttavia tentati, in una Sinistra democratica ancora confusa, dall'alle­anza con l'area politica tuttora di denominazione comunista; ex diessini di vena libertaria come Turci e Caldarola; maggiorenti dell'ex Psi come Rino Formi­ca ed esponenti di spicco del migliorismo filo-sociali­sta dell'ex Pci come Emanuele Macaluso. Una Costi­tuente socialista così frastagliata che assomiglia piutto­sto a un adunata di riottosi condannati a un esito mino-ritario e residuale.


Molto bene, di diceva. Il problema, con Pierluigi Battista, è però la soluzione proposta, vale a dire il mantenimento dell’alleanza con i radicali. Battista dice che il patto consentirebbe di tener fermi “quattro punti identitari dolorosamente assenti nell'attuale cen­tro-sinistra,” vale a dire

la scelta di una linea di libertà economiche in contrasto con una maggioranza nello schiera­mento di governo vulnerabile alle tentazioni del dirigi­smo neo-statalista. Un'opzione esplicitamente filo-occidentale che avrebbe potuto far da contrappeso a una linea di politica internazionale diffidente se non con­flittuale con la politica degli Stati Uniti. La difesa di una trincea garantista mai messa definitivamente al sicuro dai richiami della foresta giustizialista ancora massicciamente presente nella sinistra. E infine una scelta a difesa della laicità dello Stato e dei diritti civili che facesse da contrappeso alle forze cattoliche della coalizione, senza smarrirsi in un anticlericalismo ag­gressivo e vociante che della laicità della politica è solo una verbosa degenerazione.

Il ragionamento, almeno da un certo punto di vista, sembra filare, però il vicedirettore del Corriere dà troppo poco peso al pessimo risultato elettorale di un anno fa. E qui, appunto, casca il palco. Il guaio è che è facile dare consigli a chi deve prendere i voti senza pagare il pedaggio dei voti che non si prendono. E’ un’eterna storia, ma Battista probabilmente non ha mai fatto politica attiva, o se l’ha fatta ha giustamente cambiato mestiere. Io insisto sulla mia vecchia idea che i riformisti dovrebbero andare a rafforzare il debole e contraddittorio riformismo del Pd, mentre i Mussi e gli Angius sarebbe meglio che seguissero il richiamo della foresta dei loro vecchi sodali dell'area politica “tuttora di denominazione comunista,” per usare l’elegante dizione battistiana. Ma tutto sembra valere, nelle vicende politiche di questo Paese, meno che la chiarezza concettuale e l’onestà intellettuale.

Un’amara constatazione che, mi sembra, si adatta a perfezione anche al caso Veltroni-Pd. La scelta sul sindaco di Roma, infatti, è con ogni probabilità una non-scelta: il Pd non ha bisogno di ecumenismi—che sono la «cifra» del futuro capo partito—ma di scelte di campo, non può puntare sulla politica degli «et-et», come suggeriva Eugenio Scalfari nel solito, anodino, sermone domenicale su Repubblica, rinunciando a quella degli «aut-aut», e vendere una non-scelta come il passaggio «dall’ideologia al pragmatismo». Ma il Fondatore ci ha abituato a queste acrobazie logico-politiche. Nello stesso articolo, ad esempio, ha regalato ai lettori un’altra chicca:

Si dice anche: ogni popolo ha la classe dirigente che si merita, ma questo è sbagliato. Questo modo di dire va capovolto: ogni classe dirigente ha il popolo che si merita.


A rigore si potrebbe ribattere che il ragionamento sarebbe giusto … se non fossimo in democrazia: una classe dirigente auto-proclamatisi tale e, di conseguenza, auto-referenziale, ha certamente il popolo che si merita, ma con il libero suffragio universale è vero invece che il popolo ha esattamente la classe dirigente che si merita. Che poi certi meccanismi perversi possano stravolgere in qualche misura il nesso di causa-effetto non inficia la sostanza della questione. Io sospetto che a Scalfari, pur di estrazione azionista, la pluridecennale contiguità con i comunisti e i loro derivati abbia giocato un brutto scherzo, nel senso di avergli confuso le idee sul concetto di democrazia liberale. Il problema, semmai, è quello di creare meccanismi e circoli virtuosi che inducano classe dirigente e popolo a migliorarsi reciprocamente, non certo impegnarsi affinché la prima si faccia carico dell’elevazione del secondo se questo non lo pretende. Sia chiaro: non voglio sottilizzare inutilmente, voglio solo dire che se non si è capaci di ragionare correttamente non si possono neppure dare consigli a chi ci deve governare.

Comunque, per tirarsi fuori dalla palude scalfariana e veltroniana—due teste dello stesso monstrum politichese e parolaio—, è sufficiente leggere ciò che ha scritto ieri Angelo Panebianco sul Corriere, pur con spirito bipartisan e senza sbattere aprioristicamente la porta in faccia al neo-leader. In particolare, ecco la strada che Veltroni non dovrebbe seguire:

E' la strada dell'ecumenismo, dell'embrassons nous, del niente ne­mici a sinistra, dei segna­li a centoottanta gradi agli interessi — pubblici e privati — che contano, il tutto infiocchettato nel­le più o meno suggestive genericità verbali della «bella politica».

Ora, sinceramente nemmeno io vorrei sbattergli la porta in faccia. Ho dei brutti presentimenti, questo sì, che posso farci? Ma in fondo non costa nulla aspettare ancora un po', magari solo fino a domani, per sciogliere tutte le riserve del caso.

June 25, 2007

Taj Mahal

Per Rabindranath Tagore la sua forma era “una lacrima sul volto del tempo.” Purtroppo il Taj Mahal manca alla mia personale esperienza diretta, e se ha ragione Bill Clinton, secondo il quale “il mondo si divide tra quelli che hanno visto il Taj Mahal e quelli che non l’hanno visto,” io devo incartarmela e rassegnarmi a collocarmi tra coloro i quali, nella divisione tra gli umani, hanno decisamente e chiaramente qualcosa in meno.

Fortunatamente, su la Repubblica di ieri, Federico Rampini ha concesso ai suddetti un surrogato di visita che, potenza della parola, riesce comunque a dare l’idea di qualcosa di veramente sublime. Peccato che, a quanto mi consta, quelle due pagine di (grande) corrispondenza da Agra non siano on-line.

Rampini, ad ogni buon conto, ci informa sullo stato di salute del celeberrimo mausoleo, quasi a sottolineare che c’è sempre tempo:



Eppure resiste, in uno stato di salute stupefacente, per ricordare che in India i miracoli sono possibili. Il più importante è di quattro secoli fa, un girello dell’arte di tutti i tempi nato dall’amore fra un uomo e una donna, e dall’incantevole unione tra la civiltà indiana e l’Islam.

Per il momento, mi limito a trascrivere altre due citazioni riportate nell’articolo:



“E’ l’incarnazione di tutto ciò che è puro, santo e infelice. E’ il cancello d’avorio sotto il quale passano i sogni.”
—Rudyard Kipling

“Il Taj Mahal è, ben oltre il potere delle parole per descriverlo, una cosa adorabile, forse la più adorabile di tutte le cose.”
—Salman Rushdie

June 21, 2007

A risentirci

[Comunicazione di servizio]
Salve, solo un telegramma per dire a risentirci quanto prima (forse già in serata). Mi spiace per la pausa forzata.