September 13, 2007
11 settembre, a mente fredda
September 12, 2007
Antipolitica? Ma va
Il fatto è, però, che una cosa è parlare della Forleo, che è una signora talmente ligia al dovere da ritrovarsi scarsamente dotata di sense of humour, e un’altra occuparsi del signor Grillo, che fa sbellicare dalle risate i nevrotici compulsivi di mezza Italia (confluiti nelle piazze cittadine a ciò allestite) ma lascia un po’ perplessa l’altra metà dell’uditorio (quella che in piazza ci va solo a passeggiare). Va bene, ma l’antipolitica, signori perplessi? Il rischio di una deriva qualunquistico-anarcoide con ricadute populistiche e potenzialmente autoritarie? Già, questo potrebbe essere il punto.
Ma più ci penso, più mi convinco che, se Grillo non mi piace, nel suo popolo convivono non solo spiriti sarcastici e istinti primordiali, non soltanto anime belle, ma anche potenziali spiriti schietti e leali servitori della res publica, risorse positive—e un qualche merito, bisogna riconoscerlo, deve avercelo anche l’insigne blogger che si è preso cura di loro, che se li è tirati su giorno dopo giorno, con pazienza e premura materna.
Parlando la lingua di chi si esprime per slogan, direi che una parte non indifferente del popolo grillesco si rende interprete di energie che finora sono rimaste fuori dai riflettori: un esercito di disincantati ex-di sinistra, ancora a metà del guado quanto a ricollocazione e dunque disponibili a qualunque avventura, purché solo virtuale, beninteso. Odiano i partiti, vogliono distruggerli, ma attenzione, questa è “pura rappresentazione,” e colla rappresentanza, ovviamente, non c’entra nulla. Chissenefrega di cosa mettere al posto, tanto mica si fa sul serio, that’s entertainment, old sport.
Ma, un attimo, tutto questo non significa che non ci sia costrutto. Il bandolo c’è, eccome. E’ che quelle richieste tanto campate in aria non sono, A gente che è già stata disincantata dalla militanza politica, e soprattutto che non ha l’età sessantottarda dei girotondisti (diciamo “oltre” vent’anni di meno) le favolette ideologiche non le racconti più: richiedono precisamente ed esclusivamente di non essere presi in giro e vogliono vedere che carte ha in mano il Potere, il tutto a suon di Vaffa … e per il tramite di infiniti sberleffi, capriole e mangiatori di fuoco. Ma, appunto, per delle buone cause (a volte mischiate con altre cattive, ma questa è un’altra storia), nell’interesse degli oppressi che poi saremmo tutti noi, esclusi Berlusconi, D’Alema, Fassino e tutto il resto della “casta.”
Ok, questo sul popolo di Grillo. E il condottiero?—Capisco che non posso sottrarmi all’incombenza … Beh, Grillo potrebbe pure essere un agente della Cia infiltrato in una cellula di Al Qaeda e per copertura comico e blogger, ma questo cambierebbe qualcosa? Aggiungerebbe o toglierebbe qualcosa alla sostanziale giustezza, sotto il profilo empirico, della protesta pubblica?
September 7, 2007
Qualcosa 'di destra'
Quelli che preferiscono restare all’antica piuttosto che uniformarsi e sparire nel buco nero della balla sistematica e planetaria, un po’ scientifica e un po’ totalitaria, del politically correct. Un redattore di Repubblica o del Corriere, ad esempio, dovendo trattare la suddetta materia, non metterebbe tanto in risalto “il vero carattere di una persona, la sua fibra genuina, la sua capacità di lottare e sperare,” quanto l’obbligatoria (e meritoria) solidarietà e comprensione per «i deboli», e finirebbe per gettare, anche involontariamente l’ombra del sospetto su chi dimostra di saper osare. Altro che Calvinismo! Cattolicesimo di parrocchia doc, cioè un po’ una libera interpretazione pauperistica e quartomondistica di interi passi evangelici che pure contengono e/o sono preceduti oppure seguiti da espressioni forti e non di rado aspre, e a volte persino da accenni d’ira proprio nei confronti—mi si perdoni la semplificazione—della gente senza carattere, e si badi che son cattolico anch’io e che non sto meditando alcuna secessione personale, ché altrimenti cascherebbe il palco.
Insomma, al cuore della questione, c’è questo e anche quello. Ma stavolta monsignor Ravasi ha incrociato lo sguardo con quest’altra faccia della divinità bifronte. A me, comunque, il Ravasi “calvinista” è ancora più simpatico.
Prima di buttarsi in un pericolo, bisogna saperlo prevedere e temere. Ma una volta che ci si è dentro, non rimane altro che disprezzarlo.
Mi hanno regalato un'antica e splendida edizione delle Avventure di Telemaco del vescovo e scrittore francese François Fénelon. Si tratta di un vasto romanzo pedagogico sull'arte di governare se stessi e gli altri, prendendo come spunto un immaginario viaggio di Telemaco alla ricerca di suo padre Ulisse, avendo per guida Mentore, un saggio maestro di vita.
Gli spunti che il libro offre, anche a livello di rispetto delle idee altrui e di tolleranza, sono molteplici e significativi. Sfogliando quelle pagine, m'imbatto nell'ammonimento che oggi ho citato per i nostri lettori. Due sono i suggerimenti che il vescovo francese ci propone. Innanzitutto è necessario superare l'incoscienza. C'è, infatti, chi procede per le strade dell'esistenza senza precauzioni, senza attenzione, senza riflessione.
Il principio formulato da Gesù sull'equilibrio tra le qualità di semplicità e spontaneità della colomba e quelle di astuzia e di abilità del serpente rimane sempre valido per tutti. Troppo spesso ai nostri giorni ci si butta a capofitto in situazioni pericolose, con una superficialità sconcertante, scambiata per coraggio e indipendenza.
Ma c'è un'altra nota da aggiungere: una volta che si è incappati in una situazione complessa e difficile, non ci si deve avvilire, deprimere o demoralizzare. È allora che si vede il vero carattere di una persona, la sua fibra genuina, la sua capacità di lottare e sperare. Diceva un altro scrittore più vicino a noi, Hermann Hesse: «Per vie senza pericoli si mandano soltanto i deboli».
["Il Mattutino" di Gianfranco Ravasi, su Avvenire di oggi]
September 6, 2007
A ringing, pristine sound
the Italian singer whose ringing, pristine sound set a standard for operatic tenors of the postwar era [...].
Like Enrico Caruso and Jenny Lind before him, Mr. Pavarotti extended his presence far beyond the limits of Italian opera. He became a titan of pop culture. Millions saw him on television and found in his expansive personality, childlike charm and generous figure a link to an art form with which many had only a glancing familiarity.
About spiritual gifts
Now about spiritual gifts, brothers, I do not want you to be ignorant. You know that when you were pagans, somehow or other you were influenced and led astray to mute idols. Therefore I tell you that no one who is speaking by the Spirit of God says, "Jesus be cursed," and no one can say, "Jesus is Lord," except by the Holy Spirit.
1 Corinthians 12, 1-3
It is a consolation to think that for us Christians there is an intrinsic impossibility of becoming what we don’t want to become. Because “no one can say ‘Jesus is Lord,’ except by the Holy Spirit.” And that is just what we, as Christians, are committed to proclaiming wherever we go and whatever we do. Better still, because “no one who is speaking by the Spirit of God …" can say and even think anything less than a Psalm (and no prayer is sweeter, wiser, and more glorifying to God than a Psalm).
September 5, 2007
Blogosfera in evoluzione
A proposito di buone letture nella blogosfera, questa bella citazione (ex auditu) l’ho trovata nel più impensabile del blogs—o almeno così credevo: potenza dell’amore e trionfo dei sani principi …
(io l’ho sempre detto che non bisogna mai disperare!)
Qui Base 1
August 8, 2007
In buona compagnia
Ma per gli irriducibili amanti del logos ho un’altra proposta: i diari di Ronald Reagan, pubblicati da poco negli States. Qualche tempo fa ho letto la recensione del Washington Post, ma quello che mi ha convinto a procurarmi al più presto il libro è questo post di un amico blogger canadese. Cari saluti a tutti.
Seven Spanish Angels
Willie Nelson reached his greatest fame when the so-called ''Outlaw country'' movement—a reaction to the Nashville sound, which was supposed to be softening the raw honky tonk sound—were whooping it up all over the U.S. during the late 1960s and the 1970s. Among the ''outlaws,'' apart from Willie himself, were musicians such as Waylon Jennings, David Allan Coe, Billy Joe Shaver, and—the most influential of them all—Johnny Cash, with his stripped-down music and straightforward lyrics.
In the video Willie and The Genius are singing together an awesome song: ''Seven Spanish Angels'' … an inspiring experience.
August 1, 2007
Hello Darlin'
In his Country Music, USA, Bill C. Malone wrote: “For the two or three minutes consumed by a song, Jones immerses himself so completely in its lyrics, and in the mood it conveys, that the listener can scarcely avoid becoming similarly involved.”
In January this year the Grammy Hall of Fame honored George Jones by inducting his 1980 hit, "He Stopped Loving Her Today" into the Grammy Hall of Fame.
In the video, George is performing a moving rendition of Conway Twitty’s hit song “Hello Darlin’,” shortly after his death. Conway was one of the United States' most successful country music artists of ever. Dolly Parton, Johnny Cash & June Carter-Cash are among the audience.
Lasciatela stare
Così è successo che una celebre gip, Clementina Forleo, si è presa—a giudizio di qualcuno—qualche libertà lessicale di troppo e che di conseguenza mezzo Parlamento e—udite udite—parecchi magistrati (nel silenzio dell'Anm), gliene hanno dette di tutti i colori. Ma questo è il meno (nel senso che, date le circostanze e le parti in causa, era praticamente scontato), dal momento che lo stesso Capo dello Stato, nella sua qualità di presidente del Consiglio Superiore della Magistratura, ha bacchettato la meschina e il ministro della Giustizia ha incaricato i suoi uffici di acquisire l’ordinanza, a causa di una sua presunta «singolarità». Al che il presidente emerito Francesco Cossiga ha bacchettato a sua volta il Guardasigilli, ravvisando una «pesante interferenza».
Infine, colpo di scena: Silvio Berlusconi ha deciso di andare a soccorrere le presunte vittime della perfida Clementina. La quale, giova ricordarlo, finora non si è distinta soltanto per la controversa distinzione tra terrorismo e guerriglia, dal momento che una volta ha fatto spellare le mani a qualche centinaio di avvocati riuniti a convegno, ai quali, a sorpresa, dichiarò di essere favorevole alla separazione delle carriere nella magistratura. Il che, come minimo, non contraddice affatto le definizioni di se stessa che la succitata propone in privato agli amici: «Non sono al servizio di nessuno» e «Sono soggetta solo alla legge». E non contraddice per niente la sua definizione del magistrato in quanto tale:
«Un magistrato, a differenza di un politico, non deve conoscere la mediazione e il compromesso. A meno che non voglia fare altro, a meno che non voglia venire meno ai suoi doveri costituzionali».
Tornando al punto, diciamo che, se tutto l’affaire è alquanto complicato, un paio di concetti dovrebbero risultare chiari a chiunque si sforzi di guardare a queste vicende con un minimo di obiettività:
a) in primo luogo, Clementina Forleo non c’entra nulla né con l’ideologia, né con i complotti e le manovre (politiche, mediatiche, ecc.) che pure, volendo, si possono intravedere qua e là, nella tempistica degli eventi, nelle dichiarazioni e nei proclami pubblici di questo o quel capo e capetto, e nella gestione delle notizie;
b) in secondo luogo la gip di Milano non ha fatto o scritto nulla che fosse men che ineccepibile dal punto di vista delle prerogative e dei limiti che la legge—pur con tutte le sue imperfezioni e i suoi pasticci—prevede per chi esercita la funzione di giudice per le indagini preliminari. In particolare non possono esserci dubbi che al gip sia comunque prescritto l’obbligo di segnalare possibili indagati non ancora iscritti come tali e possibili reati Ma questa non è solo l’opinione di Clementina Forleo: la pensa esattamente allo stesso modo il principe dei “proceduralisti” italiani, Franco Cordero (la Repubblica del 25 luglio scorso).
Dopodiché può benissimo aver ragione (di nuovo) Francesco Cossiga, sia quando rinfaccia a Mastella di essere in «netta contraddizione» con le linee guida seguite dalla «controriforma giudiziaria» appena approvata dalle Camere, sintetizzabili nel concetto che «i magistrati hanno sempre ragione», sia quando sostiene che l’ascesa di Walter Veltroni «è il frutto della pubblicazione di quelle telefonate» di D’Alema e Fassino.
E può aver ragione anche Lino Iannuzzi, che in una lettera pubblicata ieri sul Foglio sottolinea che «il paradosso della situazione» è che l’unica possibilità che il partito di Fassino non si dissolva e sparisca con esso la seconda Repubblica è affidata a Silvio Berlusconi,
che è rimasto l’unico a dire no. Berlusconi, il trionfatore dell’antipolitica, è rimasto l’unico a difendere la politica. La difende contro l’urto della magistratura anche contro i suoi alleati, e persino contro le sue televisioni e i suoi giornali e una buona parte dei suoi parlamentari e dei suoi stessi elettori. Perché questo ha di singolare, e l’ha avuto dal primo momento, l’antipolitica di Berlusconi, questo nocciolo duro del garantismo che la contrappone inesorabilmente al giustizialismo, che è la vera madre di tutte le antipolitiche, ma non della sua.
July 20, 2007
Tremonti e i valori
Come dicevo l’altra volta, l’approccio mi sembra interessante. Anche se è soltanto un abbozzo di ragionamento sui massimi sistemi. Non è un’esperienza del tutto insignificante sentir pronunciare da Tremonti frasi come questa:
Non i valori dei banchieri centrali, ma i valori dei nostri padri spirituali.
Oppure come queste:
Non è la fine del mercato. Ma è la fine dell’idea che il mercato possa essere la matrice totalizzante esistenziale, la base di un nuovo materialismo storico. Il mercato è una parte, non è il tutto.
La nuova partita è iniziata in Europa con il dibattito sulle radici giudaico-cristiane: se inserirle – o no – nella nuova bozza costituzionale europea. La prima, e in qualche modo superficiale o parziale, interpretazione ha trattato questa partita come una partita tra Parigi e Roma. Tra Parigi, luogo tutelare dei “lumi”, e Roma, centro storico e spirituale. L’interpretazione più vasta e più profonda pare invece essere un’altra: non una partita tra Parigi e Roma, ma tra Londra e Roma. Al fondo, la lotta tra due visioni della società. Londra come base di irradiazione di una visione della società che, banalizzandosi nei consumi e di riflesso nei costumi, si identifica ed appiattisce sull’economia (l’idea dell’Europa-mercato).
Penso che Tremonti—che sembra essersi impegnato per prodursi in questa performance—meriti tutta l’attenzione di chi cerca di capire dove stiamo andando, o meglio dove sarebbe meglio andare a parare, e perché, in che modo e con chi. Il resto è cronaca. A risentirci tra qualche giorno.
July 18, 2007
Volontariato estivo (per Walter Tobagi)
July 17, 2007
Pour l'Histoire
Ad esempio, il ragionamento—riportato dal Foglio di oggi—che Giulio Tremonti ha volto nel corso di una lezione tenuta a Padova, alla scuola giovanile estiva di Forza Italia, si fa carico della necessità di far emergere, nel dibattito politico odierno, elementi, stimoli e preoccupazioni che di solito la politica trascura, e ciò proprio perché la Storia non è esattamente di casa in quel dibattito. Tremonti sottolinea che occorre “portare a sintesi la profondità di una visione aggiornata della storia contemporanea e futura; introdurre materiali coerenti con il nuovo schema individuato”. E questo schema dice in sostanza che la battaglia delle idee non consiste nella pura e semplice contrapposizione fra modelli economici differenti, ma si gioca su un terreno nel quale si confrontano “visioni alternative della società,” chiamando in causa “la storia, i valori, lo spirito.”
Mi sembra un ottimo approccio. Ma torniamo alle notizie che, come suggerivo, sembrano avere a che fare più con la Storia che con la cronaca.
E’ «storico», ad esempio, lo sforzo di Benedetto XVI di raddrizzare i sentieri della cristianità, che in materia di «eclissi dei significati» non è sembrata granché all’altezza delle sfide, molto probabilmente in forza di un vistoso sbilanciamento tra la necessità che la Chiesa sia nel mondo e il dovere dei cristiani di non essere, tuttavia, del mondo, a vantaggio, naturalmente, della prima. Ogni volta che se ne è discusso, anche su questo blog e tra i blogs, del resto, mi è sembrata proprio questa l’impresa più ardua: distinguere tra ciò che è negoziabile e ciò che non lo è, in una prospettiva religiosa e nelle conseguenze che ne derivano per chi vi si riconosce.
In un’ottica analoga, ed è all’incirca un argumentum a contrario, si può dire che alla Storia debba essere ascritto anche il caso Buttiglione: episodio altamente rivelatore, emblematico, di una guerra che è stata dichiarata a quei credenti che “pretendono” di esercitare laicamente, ma senza rinunciare alla propria fede religiosa e a ciò che essa comporta, il diritto-dovere di fare politica. La distinzione tra «reato» e «peccato» è stata giudicata troppo capziosa per essere considerata accettabile in un Commissario europeo ... Ricordo di aver letto, a suo tempo, su un blog britannico e blairiano di prima grandezza, quello del giornalista e scrittore Stephen Pollard, non credente, un giudizio molto severo nei confronti dei “censori.” Pollard era sorpreso e indignato per ciò che si stava materializzando in Europa, né più né meno di quanto lo fosse un qualsiasi “cattolico non adulto” che si rispetti.
Il siluramento di Buttiglione, comunque, è servito quanto meno a chiarire come stanno le cose, e da questo punto di vista bisognerebbe esser grati a chi ha compiuto lo «storico» misfatto.
Ma, più recentemente e in ambito più specificamente politico, è il neoeletto presidente francese che ha fornito materia su cui riflettere. Sarko, difatti, ha scelto di mettere in qualche modo al centro della sua vittoriosa campagna elettorale il proposito di «tourner la page de mai 68», che è come dire “rimettiamo in discussione tutto,” perché il ’68 è carne della nostra carne e sangue del nostro sangue, ci siamo dentro tutti, anche coloro che hanno esultato all’idea perché hanno capito che tutto è cominciato allora. «“L’immaginazione al potere”—ha proclamato Sarkozy—è stato un magnifico cavallo di Troia». Per far passare cosa lo sappiamo bene: un assalto a tutto ciò su cui una società dovrebbe reggersi, a cominciare dalla religione, dal principio di autorità e dalle identità nazionali.
«Da allora non si può più parlare di morale in politica, ci hanno imposto il relativismo morale e intellettuale. Gli eredi del ’68 ci hanno detto che non c’è alcuna differenza tra bene e male, tra bello e laido, tra vero e falso, che l’allievo e il maestro si equivalgono, che non bisogna dare voti, che si può vivere senza una gerarchia dei valori».
Ci voleva coraggio per scegliere un simile terreno per il confronto elettorale. Sarko lo ha avuto e ha vinto. Chi ha orecchi per intendere intenda.
Tutto questo, e altro ancora, ci richiama alle nostre responsabilità civiche. Voglio dire che abbiamo il dovere di distinguere. Parliamo pure delle beghe partitiche, riferiamo, commentiamo, ironizziamo nello stile blogger, ma quando incrociamo la Storia drizziamo le orecchie, sintonizziamo le antenne, approfondiamo, e soprattutto scriviamo, senza imbarazzi. E prendiamo posizione. Anche a costo di condannarsi alla marginalità blogosferica. Perché l’auspicio, va da sé, è riferito a quanti non si identificano nel mainstream, mediatico o blogosferico che sia, non riconoscendosi nel «pensiero unico» che abbiamo imparato a conoscere bene. Chi “sta dall’altra parte,” invece, ha tutto l’interesse a minimizzare e relativizzare (of course …): è principalmente nella noia del gossip cultural-politico che la Storia viene solitamente camuffata da cronaca spicciola, ad esempio facendo passare gli appelli alla coerenza di un Pontefice per sordida propaganda politica, oppure, nella migliore delle ipotesi, per un protervo attacco alla laicità dello Stato.
Nella blogosfera, e in qualunque altro spazio pubblico di dibattito e di confronto, è soprattutto con la Storia che occorre misurarsi. Non possiamo lasciarci passare sotto il naso le occasioni che la cronaca ci offre.
July 14, 2007
Heidegger a colloquio
Heidegger non smentisce se stesso, neanche quando fa il verso a Platone, cioè in forma di dialogo o colloquio. E dunque spiegare qualcosa o cercare risposte gli interessa poco o punto, a vantaggio di un pensare che si mantiene nel libero interrogare. Ed ecco i Colloqui su un sentiero di campagna, scritti tra il ’44 e il ’45, ora tradotti da Adriano Fabris e Antonia Pellegrino e pubblicati da Il Melangolo (pagg. 234, euro 30). Li recensisce con una certa "eleganza" Alessandra Iadicicco sul Giornale di oggi, insinuando il dubbio (fondato) che il filosofo non abbia mai letto Shakespeare, in particolare quella battuta dell’Enrico IV (parte I, atto 2, scena 3) che,con tono soavemente beffardo, col piglio leggero del bardo che andava cogliendo fior da fiore tra gramigne urticanti, avvertiva: «Ma io vi dico, signor mio idiota, che di tra quel cespo d’ortica, che è il pericolo, noi cogliamo quel fiore che è la salvezza».
Infatti il Nostro preferì citare a più non posso gli Inni di Hölderlin (quegli «orrendi inni superflui», come ebbe a definirli un impietoso Gottfried Benn), in particolare il motto secondo il quale «Là dov’è il pericolo/ cresce ciò che salva», che del resto, detto tra noi, non è niente male. Anche se Shakespeare, ovviamente, è un’altra cosa.
July 12, 2007
Etica, politica e diritto
L'etica, la politica e il diritto si possono bensì distinguere ma non disgiungere. Non esiste un’etica pratica, se non mediante le buone leggi e le buone amministrazioni.
Sono parole di un “filosofo e giurista di stampo illuministico,” Gian Domenico Romagnosi (1761-1835), tratte da un saggio intitolato L’associazione dell’etica, della politica e del diritto. Il commento va subito al cuore della questione:
Si tratta del rapporto tra etica e politica, un nesso che il pensatore definiscecon due verbi significativi «distinguere ma non disgiungere». Per certi versi ritorna il celebre motto evangelico del «dare a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio».Da un lato, infatti, la moneta - come ricorda Gesù - reca l’immagine di Cesare: esiste, dunque, un’autonomia nella politica, in alcune sue scelte e percorsi, così da impedire ogni forma di teocrazia per cui trono e altare si fondono e confondono. D’altro, lato, però, l’uomo che è il termine capitale di riferimento della politica è «immagine di Dio»: ci sono, quindi, valori che superano la mera gestione sociale e che sono indisponibili perché trascendenti. È qui che scatta l’etica con le sue norme che tutelano la dignità della persona, la giustizia, la vita, la libertà. Il cristiano entra, perciò, nella società e vive queste due dimensioni che sono da distinguere ma non da
disgiungere, creando tensioni o alternative.
A scanso di equivoci, il monsignore sottolinea che, “certo, si tratta di un incontro delicato, da vivere senza prevaricazioni ma anche senza cedimenti.” Ma sulle prevaricazioni non c’erano dubbi, e forse è persino superflua qualsiasi sottolineatura, mentre sui cedimenti, diciamolo pure, repetita juvant.
July 11, 2007
Decidere.net
Se Melloni attacca il Papa avra' le sue ragioni ...
«Secondo me il papa ha agito come uno di quei professori del liceo che quando ha di fronte dei casi "disperati", decide di dare loro un 6 politico per promuoverli nonostante non se lo meritino. Ecco, il papa col Motu Proprio dell'altro giorno ha voluto dare ai lefebvriani un 6 politico in liturgia: promossi nonostante tutto».
E chi lefebvriano non è mai stato, come il sottotoscritto, e ciononostante condivide la decisione del Pontefice? E’ totalmente irrilevante?
«Il concilio di Trento volle andare contro il soggettivismo e il relativismo propri del protestantesimo ma oggi, tornando al rito tridentino, è proprio il relativismo (il fatto che ognuno possa partecipare alla messa che vuole) che viene messo in campo. Quanto al Vaticano II, poi, credo che Ratzinger contraddica in questo modo la lettura che egli diede nel famoso discorso del 22 dicembre 2005. Qui parlò della necessità di leggere il Vaticano II in continuità con la tradizione passata e non come una rottura, ma chi ha tradito la Chiesa e quindi ha creato una frattura sono stati proprio gli scismatici lefebvriani, mica altri».
Come sopra. Inoltre, appunto, a chi lefebvriano non è mai stato, ecc., ecc., non sembra che il tradimento di Lefebvre sia una ragione sufficiente per non consentire al credente di scegliere liberamente a quale messa assistere. Sul “relativismo” ogni commento mi sembra superfluo.
«Diciamolo chiaramente: è grazie al Vaticano II che la fede ha potuto continuare a essere trasmessa. È grazie alle messe celebrate magari con tanto di "schitarrate" strampalate, con le chiese illuminate da neon "da Ipercoop" e in luoghi dall'architettura forse non proprio ortodossa, che quella poca fede che è rimasta nel popolo è stata salvaguardata. Cosa hanno fatto, invece, gli scismatici lefebvriani per la fede della Chiesa? Poco o niente. E adesso che il papa concede loro questo Motu Proprio ecco che rispondono con un comunicato come se avessero ottenuto una vittoria dopo anni di resistenza e di lotta».
Come sopra. Inoltre, a chi di Lefebvre non può importare di meno e cinonostante ecc., ecc., potrebbe invece interessare, e molto, capire in forza di che cosa Melloni può affermare che “la fede ha potuto continuare a essere trasmessa” grazie alle messe celebrate a suon di schitarrate, ecc. Comunque, diciamolo francamente, se Melloni ha maturato un convincimento così netto avrà sicuramente le sue ragioni, magari molto soggettive. Forse così soggettive da non poter essere facilmente condivise né adeguatamente spiegate.

