October 23, 2007

Walter sugli scudi, per un giorno

A volte non solo la storia è magistra, anche la cronaca può esserlo, anzi, a volte si impara più da questa che da quella, perché è più fresca e “sanguigna,” ovviamente, e dunque meno libresca e quel che ne consegue. Un insegnamento fondamentale, credo, è che l’equanime—inteso come categoria dello spirito—sia meglio del fazioso, e che un prudente distacco sia sempre preferibile a qualsiasi altro approccio alle questioni, anche quando ci porta a dar ragione ai nostri avversari, o quanto meno a render loro l’onore delle armi quando se lo meritano.

E’ appunto questo che la cronaca ci ha insegnato (ricordato) proprio oggi. Due approcci, due stili diversissimi, uno stesso oggetto di indagine: nell’ordine, Carlo Panella, un “anonimo” editorialista del Foglio e la lettera di Walter Veltroni al Corriere della Sera (di sabato scorso). Tra parentesi, qualche minuto fa, a Otto e mezzo, Giuliano Ferrara ha apostrofato Belpietro, Mentana e Guzzanti, chiamati a discutere sul destino del governo Prodi—quando non si sa di cosa parlare si casca sempre su argomenti rigorosamente pallosi—con un inopinato «vogliamo per una volta far finta di essere pensosi del bene comune?», che, diciamo, può aver fatto trasalire il cinque percento dell’uditorio, e comunque ci stava proprio, perché ar popolo, in fondo, il concetto non dispiace. Vabbè, e con questo? Niente, era solo per suggerire una chiave di lettura del post, ma senza alcuna pretesa.

Allora, per andare al dunque, leggete cosa hanno scritto, più o meno in contemporanea, Panella e l’anomnimo (vedi qua sotto), quindi, volendo, ripensate all’estemporaneo motto ferraresco, infine fate le vostre valutazioni. La mia è questa: l’anonimo ha ragione, perché ciò che serve al Paese è un centrosinistra veltroniano—vincente o perdente importa relativamente—, e che il sindaco di Roma vi stia antipatico, che non vi fidiate di lui, che fino a ieri foste scettici e disgustati, e che non siate capaci di dimenticare che lui è quello che diceva di non essere mai stato comunista (ogni volta che ci ripenso, per dire, mi viene il sangue agli occhi), non può far velo al fatto che, per una volta, Uòlter ha espresso concetti giusti. Poi si vedrà quando, più avanti, tornerà sull'argomento, e più ancora quando dovrà mettere in pratica, ma intanto quel che è detto è detto. Quanto a Panella, lui, mi è sempre sembrato un ultra, e dopotutto, sia detto senza malanimo, anche allo stadio non credo di avere niente da spartire con la categoria.

Dal Foglio di oggi:

Che godimento leggere Walter Veltroni quando inchioda sulle pagine del Corriere della Sera i problemi della politica estera prossima ventura. Che bello vedere un leader progressista in evasione ragionata dalle piccole beghe nazionali e che nella lettera si prende addirittura la briga di citare il Pakistan – paesucolo da 160 milioni di persone con armamento nucleare annesso che peserà sul nostro futuro persino più di Ceppaloni. E fosse soltanto il Pakistan. E’ un discorso generale. Bombardieri strategici russi. Delhi. Taiwan. Polonia. Trattato di non proliferazione. Medio oriente. Mediterraneo pacificato. Gruppi terroristi. Scudo antimissile. Il tutto senza la fronte corrucciata di chi a sinistra risponde a domande difficili e noiose soltanto perché è rimasto prigioniero del suo incarico o del rango istituzionale, ma con la penna veloce di chi sente l’urgenza non rimandabile delle cose da dire. Si tratta di un evento irripetibile? No, le stesse cose Veltroni le ha già scritte dieci giorni fa sulla Stampa. Che l’idea di un Iran nucleare è inaccettabile, che è una minaccia pericolosissima per Israele, che le immagini viste su Internet dei balordi che fanno il saluto nazista ad Auschwitz sono il segno che il mondo “non è mai al riparo dai suoi stessi orrori”, che su tutta la questione si gioca la credibilità della comunità internazionale e delle sue istituzioni. A questo va aggiunto che il senatore Goffredo Bettini, suo braccio destro, ha osato pronunciare quello che tutti pensano e nessuno dice, ovvero che siamo bravi a far la voce grossa con le nazioni che non contano nulla, ma che se la Cina è il supporto fondamentale della dittatura birmana, per tacere delle violazioni dei diritti umani su scala industriale di cui si macchia in patria, allora bisognerebbe riconsiderare sul serio l’idea cortese e ipocrita di partecipare alle Olimpiadi di Pechino del 2008. Il tutto, sia Veltroni sia Bettini, in altri luoghi sarebbe considerato semplicemente lo svolgimento onesto e senza sbavature del compitino da parte della leadership avventizia indicata da una metà politica del paese. Davanti al governo espresso da quella stessa metà politica, l’effetto è invece esplosivo. Nulla arriva sull’Iran e sul suo programma atomico che sia diverso dal: “Ci vuole dialogo, serve comprensione” di Massimo D’Alema e del premier Prodi. Qualsiasi cosa accada, “ci vuole dialogo, serve comprensione”. Leggessero Veltroni, almeno.

October 20, 2007

What an enlightened Left we have

I must confess that, in the present days, almost the only way I can write about the vicissitudes of the Italian Left is to do so in English (and this is likely why my posts on that subject aren’t as many as they should ...). I guess this is a tedium-related problem, due to a sort of saturation effect—too many disappointments, frustrations, rages. It’s a hard life being a reformist in Italy, or even having been so for years, as I can testify from personal experience.

Yet, when I write in English it seems to me as if I were speaking of something else, or of someone else's country. But this time it’s even more easy to write my post, because what I would have liked to say about Italy’s new Democratic Party—that is the result of the merger of the ex-communist Left Democrats with Democracy and Freedom (Margherita), made up mainly of former Christian Democrats—and its first leader, the 52-year-old mayor of Rome Walter Veltroni, has been written already, by The Economist this week:

For the formidable task of pulling together Italy's heterogeneous centre-left, Walter Veltroni is an excellent choice. But what his country really needs in its next prime minister is somebody bold enough to open its fusty economy to greater competition. Little in Mr Veltroni's record suggests that he is the man for that job.
[Read the rest]

Ah, I was forgetting to say that, thanks to a draft-law proposed by the centre-left government on October 12 (if approved by the Parliament), this blog, alike 99% of Italy’s blogosphere, is likely to be closed down soon. In fact, the draft-law, aimed “to put a stopper in the mouth of the Internet,” as famous blogger and comedian Beppe Grillo puts it, obliges anyone who has a website or a blog
> to record it with a register of the Communications Authority,
> to get a publishing company
> and to have a journalist who is on the register of professionals as the responsible director (see Beppe Grillo’s blog for further information).

What a great team we have. What an enlightened Left.

October 18, 2007

Oh, America!

Niente di più ovvio: il mensile americano Atlantic Monthly chiede a romanzieri, politici e artisti di raccontare l'“idea americana?” Bene, Il Foglio ripropone in traduzione italiana la risposta di Tom Wolfe. E ha fatto benissimo, perché l’esercitazione storico-letteraria è magnificamente riuscita sotto molti punti di vista: è divertente, icastica e colorita come ci si può aspettare dallo scrittore che ha inventato l’espressione “radical chic,” e dunque non è per niente “accademica” pur sfornando informazioni preziose e non esattamente alla portata di tutti.

Wolfe racconta una storia americana che ha la sua parte di bizzarria, quella del “metodo Pell-Mell,” che sta a indicare una confusione e un disordine pazzeschi, ma da cui si sprigiona un’energia e una creatività che hanno fatto l’America.

Sarà pure un affresco che parla di gente alla carica “come galline con il collo tagliato,” ma questo è il metodo che in Oklahoma, nel 1889, ha dato per la prima volta nella storia l’opportunità a dei poveracci di diventare proprietari terrieri, così, «gratis et amore», come il Manzoni fa dire a quell’altro disperato—ma pieno di buona volontà, forza d’animo e giuste ambizioni—di Renzo Tramaglino,

metodo gloriosamente Pell-Mell! Chi primo arriva meglio alloggia!160 acri per ogni appezzamento, ed erano tuoi, gratis! Al tempo della prima corsa alla terra dell'Oklahoma, nel 1889, ci fu davvero un Pell-Mell, nel senso più letterale del termine, una corsa confusa, disordinata e a precipizio. La gente si allineava sul confine del territorio e, al colpo di una pistola, si metteva a correre verso una parte di terreno libero. Gli europei la consideravano un'altra follia di… questi americani… che sperperavano un immenso patrimonio nazionale in questo modo infantile per una massa casuale di signor nessuno. Non riuscivano a immaginare la possibilità che, al contrario, si sarebbe potuto dimostrare un modo notevolmente stabile di sistemare il West, di trasformare i coloni in proprietari che avevano molto da guadagnare rendendo produttiva la terra… o che avrebbe potuto portare, come sostiene lo storico inglese Paul Johnson, “all'immenso beneficio di un libero mercato della terra, cosa che non era mai successa prima, nel mondo intero”.

E chi ha inventato questa cosa? Uno di quei “selvaggi” che facevano inorridire l’intero corpo diplomatico europeo di stanza a Washington? Macché, è stato il proprietario di una quantità di terre praticamente indecente, e per di più coltissimo—latino, francese e greco come niente—e sofisticato, urbano e cosmopolita—già ambasciatore in Francia, alla corte di Luigi XVI!—tanto che nessuno, proprio nessuno poteva liquidarlo come uno di… “quei selvaggi.” Capito di chi stiamo parlando? Ma sì, è lui, il forgiatore dell’America, delle libertà americane, della democrazia americana (“garantita a prova di stupido”): il vecchio Thomas Jefferson in persona.

A fare per primo le spese della geniale invenzione furono nientemeno che l’ambasciatore di Sua Maestà Britannica e la sua signora, praticamente lasciati … con il sedere per terra nel corso di ricevimenti ufficiali dove vigeva la regola aurea del “chi primo arriva meglio alloggia.” Perché in America non c’era (non c’è) aristocrazia che tiene—oggi diremmo che non c’è spazio per alcuna “casta”—e che ognuno si conquisti il posto con il "metodo gloriosamente Pell-Mell."

C’è altro? Ma sì, c’è molto altro, perciò leggiamo, leggiamo e apprendiamo. Poi, se vi viene da sospirare, sospirate, ma non intristitevi: questa è anche la nostra America, la patria ideale che nessuno potrà mai toglierci.

Ma Il Foglio è sempre Il Foglio

Aveva ragione Alan che stamattina segnalava sul suo blog il paginone centrale (qui e qui) del Foglio di oggi. Infatti, a parte un Cicero pro domo sua comprensibilissimo (un pezzo che si fa leggere volentieri sui successi del “surge” iracheno del generale Petraeus, riprodotto anche su Sciopenàuer), c’è una cosa interessante di Christian Rocca sul patriottismo di Hollywood, che sarà pure de sinistra ma business is business, e su questo non ci piove, quindi diamoci dentro (anche qui il blog riproduce). Ma non è tutto: c’è una storia curiosa raccontata da Tom Wolfe sull’Atlantic Monthly, una storia americana. Impedibile. Ma magari ne faccio un post ad hoc. Sempre che le circostanze me lo consentano—giovani, pensateci bene prima di metter su famiglia, non aggiungo altro! Ehi, sto scherzando, perciò, cari lettori papisti, non me ne vogliate …

October 17, 2007

I Questuanti? Un alibi che zoppica

Tempo di recuperi. Recuperi di files sparsi sul desktop e abbandonati per sopraggiunti impegni. Giuro che ieri volevo assolutamente scrivere qualcosa sul Partito democratico. Avevo accatastato tre o quattro cose, in parte lette di gran carriera, in parte ancora da esaminare (ma certe firme sono di per sé una garanzia), quando la mia visita quotidiana al sito del Foglio mi ha inesorabilmente distolto dal pagare il mio tributo alle primarie di domenica. Poi ha dovuto cedere al “destino della necessità”—ah, come farei senza le mie citazioni (questa, assolutamente superba, è di Severino) in certi casi disperati!—anche la scoperta che ha annichilito il Pd. Ma oggi, a notte avanzata, posso finalmente riafferrare l’attimo fuggito.

Dunque, è iniziata ieri la pubblicazione di una specie di dossier in tre puntate, a firma di Stefano Di Michele, su una “casta” di cui Stella e Rizzo non si sono minimamente preoccupati di render conto nel loro libro: i Questuanti, cioè quegli elettori che vanno a rompere le scatole ai loro onorevoli per chiedere … praticamente di tutto. Valeva o non valeva la pena di scansare il tema del momento per occuparsi ancora una volta di una casta, e per giunta inedita? Secondo me sì. Di Michele, comunque, rende conto soltanto delle richieste più strampalate, che poi sono semplicemente volgari tentativi di ottenere raccomandazioni, ma di un tipo particolarmente bizzarro e “ai confini della realtà.”

Una lettura sicuramente esilarante che raccomanderei vivamente a tutti, ma soprattutto a coloro i quali, non avendo mai fatto politica attiva, non hanno idea di quel che succede intorno agli esponenti politici di qualche rilievo, né sono al corrente di certe cattive abitudini di troppi elettori (di quelle degli eletti, naturalmente, tutti sanno già quel che c’è da sapere). Per facilitare le cose a chi fosse interessato, ho riprodotto integralmente la prima puntata dell’inchiesta qui (per le prossime, magari, vedete di arrangiarvi un po’ da soli).

Buona lettura, insomma. Ma prima di congedarmi vorrei dire due o tre cose. Dunque, molto divertente, il tutto, non c’è dubbio. E soprattutto molto vero, purtroppo, ed anche un tantino umiliante (come italiano, dico). Però, sinceramente, questo tipo di “operazione culturale”—lo è, ne sono sicuro—lo trovo abbastanza patetico e, forse, anche un po’ cinico.

Se si pensa di neutralizzare il “grillismo” in questo modo si commette un grave errore. Siamo d’accordo che certe cose succedono frequentemente, che la cosiddetta “classe politica” non è peggiore di buona parte (almeno) di coloro che se la sono scelta votandola, ma additando le malefatte degli elettori non si rende un servizio alla politica, ma solo ai politici, che certamente non se lo meritano (e non ne hanno neppure bisogno, tanto nessuno è in grado di metterli complessivamente in seria difficoltà). Perché, se non credo abbia senso aspettarsi (o sognare) che i rappresentanti siano migliori dei rappresentati—un ragionamento à la Eugenio Scalari, che sottende, a mio modestissimo avviso, una certa insofferenza per il metodo democratico tout court—non penso neppure che sia un’operazione legittima riabilitare gli uni mettendo alla berlina gli altri. Alla fin fine, i rappresentanti sono pagati dai rappresentati, non viceversa (ehm, almeno non ufficialmente), e certamente la retribuzione non è finalizzata a garantire, malgoverno, incapacità, malversazioni e altre nefandezze. Non c’è soltanto un problema di rappresentanza, per così dire, “antropologica,” con cui fare i conti, c’è anche una rappresentanza politica, e mi pare che quest’ultima sia quella che dovrebbe interessarci di più.

Facciamo un esempio estremo. Immaginiamo una società composta esclusivamente da gente corrotta e incapace: chi può pensare che gli elettori sarebbero così sciocchi da voler essere rappresentati e dunque governati da manigoldi che li derubassero e li mandassero in rovina? Ma questi ultimi, si potrebbe obiettare, rispecchierebbero quella certa società! Certo, ma questo li preserverebbe forse dalla giusta ira degli elettori, i quali li hanno votati e li pagano non certo per farsi imbrogliare e condurre alla bancarotta?

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AGGIORNAMENTO 1. La seconda puntata dell'inchiesta è sul Foglio di oggi, 18 ottobre 2007.
AGGIORNAMENTO 2. La terza puntata è sul Foglio del 20 ottobre.

October 15, 2007

Sciopenàuer trasloca

Sciopenàuer, il blog di Alan Patarga, ha lasciato Splinder per approdare a Blogspot. Alan è un giornalista. Attualmente scrive sul Foglio (a proposito: congratulazioni!), ma quando ho fatto la sua conoscenza, qualche anno fa, era al Corriere Canadese. Credo di essere stato tra i primi a linkarlo, segno che ogni tanto ne indovino una. E se oggi sono tra i primi a segnalare anche il cambio di casa, oserei dire che nel frattempo non ho perso colpi. In bocca al lupo, Sciopenàuer!

Date a Wittgenstein quel che è di Wittgenstein

Caso Stenico. Non ho visto il programma televisivo (“Exit,” su La7) da cui tutto è partito, ne so soltanto quanto è stato riferito dai giornali, e, su quella base, la questione mi è sembrata abbastanza chiara: l’alto prelato è risultato, per esprimersi in termini politically correct (o almeno ci provo), “non in linea” con quanto il Catechismo della Chiesa Cattolica prevede, e a fortori, oserei dire, con la condotta che si presume debba venire seguita da persone che ricoprono funzioni importanti all’interno della Chiesa, dalle quali, appunto, si può legittimamente pretendere che agiscano in conformità con i principi e le regole di comportamento che valgono per i “semplici” fedeli.

Ora, si badi bene, un non-cattolico può essere o meno d’accordo con quei principi e quelle regole, sono affari suoi e della visione del mondo che ha (oppure non ha) o della setta, congrega o consorteria cui appartiene. Ma se uno è «cattolico»—che non è esattamente lo stesso che dire, genericamente, «cristiano»—non può, o se si preferisce non dovrebbe, gestirsi come se non lo fosse. Quindi il prelato è in torto marcio, mentre chi eventualmente glielo facesse notare—e gli chiedesse conto del suo agire—sarebbe nel giusto.

La novità di oggi, in materia, è che su la Repubblica si legge un’intervista in cui il cardinale Herranz, giurista e presidente della Commissione disciplinare del Vaticano, esprime con parole che mi sono sembrate misurate e prudenti il suo punto di vista (che poi è quello ufficiale del Vaticano) sulla vicenda. In particolare il cardinale fa presente “che è la Santa Sede la prima ad essere interessata a fare pulizia al suo interno. Sempre se le colpe saranno provate in un adeguato processo.”

Onestamente, a me sembra che il cardinale abbia perfettamente ragione, e questo al di là dell’espressione “fare pulizia,” che è piuttosto forte, ma che è tollerata e anzi quasi d’obbligo quando si discute, ad esempio, di abusi politici e amministrativi, in quanto rende bene l’idea che certi comportamenti non sono accettabili e vanno censurati con fermezza. Per cui proprio non riesco a capire perché, su un blog che ha tanti meriti, e che meritatamente è letto da tanti utenti della blogosfera, si leggano sentenze come questa (e con un titolo piuttosto altisonante e categorico):

Se Dio esistesse, non sarebbe il vostro
A me l'intervista (su Repubblica) al cardinale Herranz sui preti gay, a base di espressioni come "fare pulizia", fa un po' schifo.

Ora, a me sorgono spontanee tre obiezioni:
a) l’intervista non è “a base di espressioni” come “fare pulizia,” in quanto contiene un ragionamento un po’ più articolato (come si evince leggendo il testo, che è riprodotto qui);
b) nel titolo c’è un’evidente incongruità: uno potrebbe risparmiarsi di emettere sentenze su come e cosa dovrebbe essere, a suo modesto avviso, Colui all’esistenza del quale non crede: molto meglio quando Luca Sofri dice la sua su come e cosa dovrebbe essere il segretario del Pd (solo un pochino meno persuasivo sarebbe quando, a lui che è di sinistra, venisse in mente di provare a fare la stessa cosa sul versante CdL);
c) se a qualcuno “fa un po' schifo” l’intervista del cardinale, a qualcun altro potrebbe fare lo stesso effetto un post di 2-righe-2 in cui vengono “sistemati” un cardinale e, sia pure alla lontana e un po' alla buona, nientemeno che Domineddio.

October 14, 2007

Al Gore, bushiano ante litteram

Del premio Nobel per la Pace Al Gore si potrà dire tutto il bene o il male possibile, a seconda di come si giudica il suo impegno ambientalista e il “metodo di lavoro” seguito per portarlo avanti. Perché tutto è opinabile, in materia di ambiente come in qualsiasi altro ambito di indagine e dibattito. Tutto tranne i fatti, naturalmente.

In politica estera, e specificatamente sulla questione Iraq e Saddam Hussein, aver preso con chiarezza una posizione e averla sostenuta per anni e con determinazione son fatti, fatti che possono piacere o meno, ma che non sono opinabili in quanto tali. La posizione di Al Gore, appunto, fu sempre chiara e coerente. E fu una delle più severe e inflessibili verso il regime di Saddam, di cui si auspicava la caduta, fino alla teorizzazione di soluzioni “forti” e senza troppi compromessi.

Lo ha documentato—in maniera a mio avviso esauriente e persuasiva—Christian Rocca sul Foglio di ieri: un colpo basso degno del miglior giornalismo di parte. Che poi quella sia la parte alla quale qui ci si sente più vicini è un particolare trascurabile. Il Nobel per la Pace, per vie traverse, è andato a un bushiano ante litteram.

October 10, 2007

Left & criticism

During the last general election campaign in Italy, I tried to explain to foreign readers how often the mainstream media in their own Countries—and some “international” blogs, too!—grossly misunderstand even the most basic political issues which we are facing today. One of them is “The Freedom of the Press.”

Well, even though I have never been a supporter of former Prime Minister Silvio Berlusconi, one thing I strongly disagreed with was, at the time, the conviction that Il Cavaliere represented a threat to press freedom (and to freedom tout court). If this is so, I argued, his opponents are not exactly lighting up the sky with their brilliance as fighters for the cause and guardians of the independence of the Country’s media. In other words, “if Athens cries Sparta does not laugh,” and if you want to tell the truth, you should report the entire truth, namely also the intolerance to criticism and the freedom of press of the Left itself.

Read this to get a better idea of what I’m talking about:

In an interview with Riccardo Barenghi, the left-leaning Italian journalist Michele Santoro, who comperes a controversial programme on a public TV channel, says that he thinks "Prodi and Berlusconi are the same when it comes to the media. The only difference between them is that in his time Berlusconi had my show stopped. ... I am now back on air and this time it is Prodi who cannot tolerate freedom of information. ... He attacked my show, describing it as 'non-professionnal', while admitting that he had not seen it. I think that such an attitude is very serious coming from the prime minister. ... We are up to our necks in what I call the sickness of the democratic system. Politicians on the right and on the left cannot come to terms with the idea of a free media that acts as a counterweight to political power."
[Read the full interview in Italian on La Stampa newspaper]


As for the intolerance to criticism by the Prime Minister and his government, see how Mr Prodi himself and the Minister of Social Solidarity Paolo Ferrero, reacted to the remarks by EU Economic and Monetary Affairs commissioner Joaquin Almunia about the lack of progress by certain euro zone countries, particularly Italy and France, in consolidating their public finances during the current upturn. Mr Prodi, very annoyed, said "They should let us govern," while Mr Ferrero, more prone to anger, argued that Mr Almunia

"talks too much and off the point, and should he stop speaking like a columnist or as if he were concerned in the matter of domestic affairs of other Countries [sic!], he would cause no harm."


Unfortunately for them, today Mario Draghi, governor of the Bank of Italy, addressing parliament's joint budget committee, has added his voice to that of European Union, saying that “progress on reducing net debt in the two year period of 2007 and 2008 seems slow” and that much, much more should be made.

October 8, 2007

Se le tasse siano da considerarsi una cosa bellissima

La storia di Tommaso Padoa-Schioppa che dice le-tass-sono-una-cosa-bellissima ecc., ecc., ha suscitato un vespaio paragonabile a quello sui «bamboccioni», ed oggi molti giornali l’hanno giustamente ripresa riportando le immancabili dichiarazioni dei politici dell’uno e dell’altro schieramento. Penso, però, che sia più interessante per tutti il commento di una persona normale che, è vero, guarda alle cose italiane un po’ più da lontano rispetto ai suoi concittadini, ma forse proprio per questo coglie il nocciolo della questione …

October 7, 2007

Nuovi blogs (2)

A proposito di nuovi blogs, anzi, in questo caso di blogs nuovi (per me), grazie a un link piazzato in un simpatico blog che ho appena scoperto e che mi linka (grazie, ho appena provveduto a contraccambiare), ho potuto fare la conoscenza di quello del vaticanista Luigi Accattoli (Corriere della Sera). Gradevolissimo il taglio aneddotico e informale, nel senso di volutamente non specialistico. Lo linko ipso facto e non mancherò di visitarlo con regolarità. E se qualcuno in vena di fare le pulci ai blogs altrui—magari con un certo talento, come in questo caso—trova che un po’ mi contraddico rispetto al post precedente, mi limito a recitargli il seguente pensierino di una grande anima del passato:


Una stupida coerenza è l'ossessione di piccole menti, adorata da piccoli uomini politici e filosofi e teologi. Con la coerenza una grande anima non ha, semplicemente, nulla a che fare. Tanto varrebbe che si occupasse della sua ombra sul muro. Dite quello che pensate ora con parole dure, e dite domani quello che il domani penserà con parole altrettanto dure, per quanto ciò possa essere in contraddizione con qualunque cosa abbiate detto oggi.
[Ralph Waldo Emerson, Fiducia in se stessi]

October 6, 2007

Nuovi blogs

Premessa numero uno: non amo i blogs dei giornalisti, tranne rare eccezioni—e trattasi per lo più di gente che scrive per testate di provincia, sgobboni della blogosfera che ci credono abbastanza e non presumono troppo di sé.

Premessa numero due: non amando il genere, i blogs dei giornalisti li leggo sì e no, e spesso non so neanche quali sono e dove sono (sì, sì, lo so che le due proposizioni sembrano in contraddizione tra di loro, ma non lo sono, fidatevi).

Camillo è una storia diversa. Intanto è un pioniere della blogosfera, anche se, fino a ieri, era un blog per modo di dire (niente commenti, niente permalinks e così via, una roba straziante, tecnicamente parlando), in secondo luogo è una buona fonte per sapere cosa si scrive, si pensa e si fa in America—e senza prendersi la briga di trascorrere mezze giornate al pc per arrangiarsi da soli. Inoltre, benché effettivamente poco provvisto di modestia, l’autore riesce talvolta a ironizzare su se stesso, il che, oltre a rendere quasi superflua l’ironia altrui, depone a favore del suo equilibrio mentale. E hai detto niente, di questi tempi, spazzati da ondate di follia collettiva e percorsi dai predicatori dell’anti-politica e persino dell’anti-informazione, in nome della guerra santa alle «caste», ovunque si celino e comunque si camuffino!

Oltre a tutto il resto, Camillo ci tiene regolarmente informati, appunto, sui blogs dei giornalisti, ché quando ne nasce uno, lui non manca di segnalarcelo tempestivamente. Ad esempio, ora perfino il sottoscritto è al corrente che Travaglio Marco ha un altro blog (“manettaro”), anzi due. Vado a vedere e scopro che ce n’erano già altri tre, tutti sul Cannocchiale, chissà perché. Ma non basta, sempre grazie all’instancabile filantropo scopro che pure Furio Colombo ne ha fatto uno, e così Gad Lerner. Uno dice, embé? Io rispondo che è sempre meglio essere à la page: sapere è potere, dopotutto, poi nel caso non ci vado più, ma intanto … li ho visti!

Da qualche ora Camillo è un blog tutto nuovo, che sarebbe il motivo di questo post. Neanche il paragone con la versione precedente: dare un’occhiata per crederci, quei pochi, nella moltitudine dei visitatori quotidiani, che ancora non avessero provveduto. Poi padronissimi di non metterci più piede. La qualcosa, se degli States non ve ne può importare di meno, non sarebbe una tragedia, ma neppure, dico io, una liberazione—e da cosa, dopotutto?

October 3, 2007

Birmania: sanzioni, ma non solo

Ma le sanzioni servono a qualcosa? E’ un interrogativo ricorrente. Se ne discute ogni qualvolta nel mondo accade quello che non dovrebbe mai accadere e in tutti quei casi in cui il dialogo, anche ai massimi livelli internazionali, si è rivelato sterile, quando il lavorio diplomatico, le proteste ufficiali o addirittura le minacce hanno fallito miseramente. Ovvio che il tema sia di strettissima attualità nel caso Birmania. Ma di sanzioni da parte dell’Onu, nella fattispecie, non se ne parla nemmeno, visto il veto di Pechino, l’altolà di Mosca nei confronti di chi pretenderebbe “interferire negli affari interni” di quel Paese, e le orecchie da mercante di New Delhi, che per il gas birmano, neanche in questo momento, rinuncia a fare affari con i massacratori di monaci. Una pagina vergognosa, se posso dirlo, pur con tutto l’affetto per un Paese e un popolo fantastici, o quanto meno assai poco gandhiana, come si legge su DNA - Daily News & Analysis, un quotidiano che si stampa da quelle parti:

On a day when the United Nations along with India is celebrating Mahatma’s Gandhi’s life and his ideologies of truth and non-violence, the government’s refusal to condemn the use of force against demonstrations by peaceful Buddhist monks in neighbouring Burma is ironic.
If Gandhi were alive would he not have spoken out? But the Congress-led coalition in New Delhi, has so far continued to walk a tight rope on the suppression of democracy in its neighbourhood. New Delhi is fighting shy of using its clout with the generals to broker a deal between the generals and the national league for democracy led by Aung San Suu Kyi.
[Leggi il resto]

Restano, è vero, gli Stati Uniti e l’Unione europea, che del resto qualche misura l’hanno già presa in passato: da dieci anni—come ricorda Andrea Lavazza nell’editoriale che si legge su Avvenire di oggi—la Ue ha vietato il commercio di ar­mi, sospesi gli aiuti e revocato lo status di partner com­merciale privilegiato (Lavazza dice anche che sono stati congelati i beni di quei galantuomini dei generali, ma su questo ho qualche dubbio), mentre Washington, dal canto suo, ha bloccato nuovi investimenti e, in parte, le im­portazioni dalla Birmania. A cosa è servito? Evidentemente a nulla.

E allora? Beh, innanzitutto, come sostiene Bernard Henry-Lévy sul Corriere di oggi, sullo strumento “sanzioni” bisogna fare qualche doverosa distinzione e magari smetterla con il ritornello delle «sanzioni-che-non-servono- a-niente-e-che-in-realtà-danneggiano-soltanto- coloro-che-vogliamo-aiutare». Diciamolo: ha qualche ragione Henry-Lévy quando fa notare che è troppo facile, e pure un po’ da “paraculi,” cavarsela in questo modo (“si intuisce troppo bene la scaltrezza di chi, comunque, non vuole fare niente, soprattutto non vuole tentare niente e ancor meno vuole complicarsi la vita”). Ma, a parte questo, l’argomento che a rimetterci, dalle sanzioni, non sono i capi, bensì il popolo, almeno nel caso birmano, è “particolarmente fuori luogo,” e questo per alcuni dati di fatto difficilmente contestabili:

il 75 per cento della popolazione birmana vive di sola agricoltura in un regime quasi autarchico; buona parte di questo 75 per cento vive nascosta nelle foreste per sfuggire a una repressione di cui abbiamo appena intravisto la costante e assoluta brutalità; i monaci stessi, letteralmente bhikku, mendicanti, vivono in una condizione di frugalità che è l'essenza del loro essere; il resto dell'economia, quella di un certo peso, è stata accaparrata da una cricca di ufficiali assassini che la controllano direttamente; insomma, siamo di fronte a un caso esemplare in cui, al contrario, se le sanzioni fossero applicate, andrebbero dritte al bersaglio, senza rischio di sbagliarlo, e indebolirebbero immancabilmente la gang del generale Than Shwe.

A me sembra che il ragionamento non faccia una grinza. Anche perché è bilanciato da considerazioni altrettanto realistiche e persuasive, ma di segno opposto: non ci si può nascondere un’altra elementare verità, e cioè che le sanzioni sono inefficaci quando una parte del mondo le applica e l'altra ne approfitta sfacciatamente, e questo è precisamente ciò che sta succedendo in Birmania, mentre il successo è assicurato quando, come nel caso del Sud Africa, si crea un fronte unito contro l’infamia. E dunque? Condannati nonostante tutto al pessimismo? No, dall’impasse si può uscire, ma a patto di assumersi, contestualmente alle sanzioni, qualche rischio supplementare, tipo intraprendere “un braccio di ferro diplomatico con gli amici indiani,” o fare inequivocabilmente capire ai cinesi

quanto sia difficile concepire che le Olimpiadi abbiano luogo nella capitale di un Paese che incoraggia un regime il cui sport nazionale sembra sia diventato quello di prendere al lazo, picchiare, deportare, torturare e, alla fine, assassinare uomini che hanno, come unica arma, una ciotola di lacca nera rovesciata.

Fin qui si spinge Henry-Lévy, che non arriva, tuttavia, a teorizzare l’opportunità di un boicottaggio delle Olimpiadi del 2008. Probabilmente, al pari dell’editorialista di Avvenire, pensa a qualcosa di “intermedio,” come

minacciare un black out informativo totale sull’evento da parte dei mass media occidentali, un oscu­ramento (finanziato dai governi, visti i diritti già pagati) che vanifichi il ritorno di imma­gine sperato da Pechino e funga anche da contrappasso alle censure cui è oggi sotto­posta la crisi birmana.

Ma non poniamo limiti alla fantasia di antiche e consolidate diplomazie. L’importante è crederci, fermamente, il resto verrà da sé (e comunque non mi sembra niente male l’ideuzza del quotidiano della Cei …).

October 1, 2007

Sarko affonda la politica estera italiana

Il Panebianco che graffia e fa male è tornato. Se non sbaglio era un po’ di tempo che non lo si vedeva in azione. Stavolta il bersaglio è la politica estera del governo italiano, e l’obiettivo mi pare sia stato centrato e affondato con un colpo solo. Con la vittoria di Sarkozy è venuta meno la sponda francese, essenziale per D’Alema e Prodi, che vi puntavano le loro carte per non incorrere nei veti delle componenti massimalistiche del loro governo, ed ora l’Italia rischia l’isolamento internazionale. L’era delle ambiguità, comunque, è finita. Il caso Iran sarà la cartina di tornasole di questa nuova realtà, con un Bernard Kouchner che ha preso definitivamente atto che il Consiglio di Sicurezza dell'Onu, bloccato dai veti russi e cinesi, non serve più a niente, e dunque propone che sia l'Europa a imporre proprie sanzioni agli iraniani. Insomma,

che farà l'Italia se sulle sanzioni la Francia otterrà l'assenso della Germania e di altri Paesi europei? Sceglierà di dissociarsi? Difficile crederlo. Anche dal punto di vista simbolico, continuare a nascondersi dietro l'ombra dell'Onu (impotente a causa delle posizioni russe e cinesi) rifiutando di partecipare a una azione concertata europea sarebbe assai difficile. Il dilemma può essere così riassunto: aderire a una iniziativa tutta «occidentale » (americana e europea) contro l'Iran al di fuori dell'Onu sarebbe impossibile per il governo Prodi a causa dei suoi equilibri interni di coalizione. Ma non aderire sarebbe altrettanto impossibile a causa dell'insostenibile isolamento italiano che ciò provocherebbe. Comunque vada, il tempo degli equilibrismi e delle ambiguità della politica estera italiana sembra ormai scaduto.

September 30, 2007

Orinoco Flow: a comparison

Irish singer and songwriter Enya (born Eithne Ní Bhraonáin), whose soothing, angelic voice is one of the most celebrated in the world, achieved a breakthrough in her career in 1988 with the album Watermark, which featured Enya's first hit, “Orinoco Flow.” The song, sometimes known as “Sail Away” (it is actually just about the dream of travelling the world freely), was first released as a single after getting airplay on The Steve Wright Show on BBC Radio One, and topped the charts in the United Kingdom. The album, in turn, sold eight million copies. The song also received increased popularity … after featuring in a US commercial for car maker Volkswagen.

The title of the song refers to the London studio in which it was recorded, rather than the Venezuelan river Orinoco (one of the longest rivers in South America), although it is likely a deliberate dual reference. As reported in the little book included with the box set of Only Time: The Collection, there was a sense of discovery in the creating of Watermark, “a sense of beginning, a sense of something new and exciting. "Orinoco Flow" reflects the feeling of that time for us - adventure!”

Recently the group Celtic Woman has resurrected this song with their own arrangement. Here in the You Tube video—a very recent and unique one!—is a comparison of the original “Orinoco Flow” (music video) by Enya and the version sung by Celtic Woman. Who sung it better? You decide!



September 28, 2007

Monaci guerrieri per la libertà

Perbacco, uno non fa in tempo a compiacersi perché a Otto e mezzo ha ascoltato una persona giovane, intelligente e preparata, nonché dall’eloquio brillante e al contempo pacato, ed ecco che sul Foglio il tizio in questione viene interpellato sulla rivoluzione dei monaci in Birmania e ti butta giù un articoletto che, se non lo avesse scritto, oggi saremmo un po’ più ignoranti e molto più confusi di fronte alla singolarità—con tutti i suoi risvolti drammatici—dell’evento di cui il mondo, o meglio ancora l’Occidente, è l’interdetto testimone.

Ci domandiamo, dall’alto della nostra gloriosa secolarizzazione,
come sia possibile che i seguaci del Pacifico Buddha scommettano sulla liberazione di un popolo anziché perdersi nella rarefazione del Nirvana, nella ricchezza di un vuoto assoluto così distante dall’umano.

E per lo più non ci aspettiamo che la vecchia storia del «male minore» valga anche per i monaci buddisti, o che “la morale primaria del «non uccidere una vita»” possa autorizzare, anzi, possa consigliare di battersi contro gli assassini “con tenacia guerriera” e, nel contempo, “impersonalità sacerdotale.” Ed ecco che Alessandro Giuli ci ricorda che il Buddha stesso discendeva da una casta guerriera, quella dei kshatrya. E che “fu proprio lui, in un’incarnazione precedente, a uccidere un uomo per impedirgli di massacrarne cinquecento.”

E poi ci sono storie antiche e bellissime, come quella dell’ aspirante discepolo che una notte
andò a bussare con gentilezza alla casa di un altro maestro e per una due tre volte venne respinto con la porta schiacciata sul viso; finché alla quarta, senza dire una parola, decise di centrare con un pugno il muso del maestro e fu così ricevuto. L’ardore marziale nell’agire senza agire.

Storie di un altro mondo, senza dubbio, ma un mondo che un tempo fu anche il nostro, perché—come avrebbe potuto ricordarci il nostro opinionista nonché lettore di Evola (e Guénon, suppongo), se solo avesse avuto più spazio—la Tradizione è una, sia pure con le sue molteplici incarnazioni e le sue infinite sfaccettature. Storie di un Oriente che ha prodotto, sul côté induistico, la Bhagavad-gita (Canto del Beato), il capitolo più famoso e amato del Mahābhārata e l'essenza stessa della conoscenza vedica. Dove ad Arjuna, l’eroe, è Krishna a rammentare i suoi doveri di kshatrya—e la sua via verso l’immortalità—nel momento che precede l'inizio di una guerra orribile. L’eroe si è lasciato prendere dallo sconforto, non se la sente di combattere. E Krishna gli spiega come superare la terribile impasse, cioè come liberarsi, pur agendo, “dai legami dell’azione,” vale a dire il “metodo dell'azione compiuta senza attaccamento al risultato” …

Combatti per dovere, senza considerare gioia o dolore, perdita o guadagno, vittoria o sconfitta — così facendo non incorrerai mai nel peccato. [2, 38]


Ecco, forse anche di questo ci avrebbe fatto omaggio Alessandro Giuli se il Direttore gli avesse concesso un’intera pagina. Sarà per un’altra volta? Per il momento accontentiamoci di questa conclusione, che svela definitivamente l’arcano e impartisce una lezione memorabile a tutti i Christopher Hitchens di questo mondo:
Il perfetto buddista è il risultato di un ardore marziale nella propria misura e attivo nella propria immobilità. Perciò può scegliere di marciare incolonnato ai fratelli in abito purpureo, sotto la pioggia calda di Rangoon e sotto i manganelli dei salariati in divisa militare. Il suo semplice esserci è un atto rivoluzionario, il suo resistere (anche proteggendo con il corpo gli altri manifestanti) è un agire-senza-agire che diserta il moto accessorio per concentrarsi sull’essenziale. La libertà è l’essenziale. Anche in Birmania.

September 25, 2007

Un mantra per la Birmania (updated)

UPDATE - Sep 26, 2007 - 10:30 am

1. YANGON (Reuters) - Circa 5.000 monaci e civili stanno marciando verso il centro della capitale dell'ex Birmania, Yangon, sfidando i soldati e la polizia dispiegati nella città in assetto anti-sommossa.
[Leggi il resto]

2. YANGON (Corriere della Sera) Scatta la repressione della giunta - Continua a crescere la tensione in Birmania e secondo le ultime notizie l'attesa repressione di soldati e polizia ha fatto la prima vittima: un monaco è stato ucciso dagli spari dei militari dell'esercito birmano, che ha tentato di disperdere la protesta pacifica nelle strade birmane. Lo hanno riferito la stampa e testimoni locali.
[Leggi il resto]

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Pregate per la Birmania, sintetizza oggi Enzo Reale sul suo blog “generalista,” mentre su quello specialistico, di quel lontano e sfortunato Paese si è occupato nei giorni scorsi con una serie formidabile di post che tutti coloro i quali vogliono capire qualcosa di quello che sta succedendo e del come e perché si sia arrivati a questo punto dovrebbero leggere. Non ci sarebbe altro da aggiungere (all’appello di Enzo e ai suoi post), sennonché, per dare ai giornali quel che è dei giornali, suggerisco di leggere un ricchissimo e toccante articolo di Bernardo Valli su la Repubblica e l’intervista di Giordano Stabile, su La Stampa, al primo mini­stro del governo democratico in esi­lio della Birmania, Sein Win.

Quest’ultimo, nominato dopo la straripante vittoria della lista gui­data dal premio Nobel per la pace (1991) Aung San Suu Kyi (nella foto sopra) nelle elezioni tenutesi nel lontano 1990—le uniche concesse dalla giunta militare che aveva preso il po­tere ventotto anni prima—sfuggì per miracolo alle epurazioni messe in atto dai generali, e riparò negli Stati Uniti, da dove oggi guida l'opposizione in esilio. E’ ottimista, Sein Win: «E’ la volta buona», dice, «ma la comunità internazio­nale deve portare al massimo livello le pressioni sulla giunta». Alla domanda sul perché la leadership del movimento sia stata assunta dai reli­giosi, risponde così:
«In Birmania il ruo­lo della religione buddhista è molto importante. I mo­naci vengono dal popolo e ascoltano il popolo, quotidia­namente. Hanno capito che il popolo chiedeva loro di fa­re qualcosa e l'han­no fatto. Questo di­mostra anche che i tentativi della giun­ta di manipolare la religione buddhi­sta per i suoi scopi non hanno avuto molta presa».

Su questo blog, da sempre sensibile alla causa del Tibet, le parole di Sein Win non suonano nuove. Sì, pregare per la Birmania assieme ai suoi monaci e a tutto il suo popolo è cosa buona e giusta. Ma pretendere che l’Occidente faccia la sua parte anche per altre vie non lo è meno. George W. Bush e Gordon Brown—ancora e sempre Stati Uniti e Gran Bretagna!—sembra che ne siano perfettamente consapevoli. Enzo, però, che qualche momento fa ha aggiornato il post già linkato sopra, alla luce delle ultimissime notizie, è molto, molto preoccupato (e ne ha ben donde). Speriamo bene.

September 24, 2007

Fini e la destra tradita

Non per dare un colpo alla botte e uno al cerchio, ma stasera Giuliano Ferrara l’ho veramente apprezzato. O meglio, mi è piaciuto molto il suo Otto e mezzo. Beh, veramente, ad essere proprio sinceri, il merito è essenzialmente di Alessandro Giuli, che è stato ospite della trasmissione per parlare del suo libro, Il passo delle oche (Einaudi, pagg. 176, € 14.50), un pamphlet piuttosto severo, o meglio impietoso, su Gianfranco Fini e su tutto il gruppo dirigente di An.

Non sto a riassumere perché non sono un esperto delle cose di quel partito, dal quale, oltretutto, mi sento effettivamente un po’ troppo lontano. Tra qualche ora, comunque, chi l’avesse persa potrà trovare qui il video della trasmissione, che il lunedì è pure abbastanza breve. In due parole, comunque, la tesi di Giuli è che a destra non è difficile rintracciare l’ubi consistam di Bossi, di Casini e di Berlusconi, mentre quello di Fini è un po’ più problematico, anzi, stando all’Autore, non c’è proprio. Il che, si parva licet, collima perfettamente con l’impressione che ne ho io, e questo ovviamente non mi dispiace.

Giuli, comunque, ha un'altra cosetta cosa in comune con me: ha letto Evola. Sicuramente meglio e più approfonditamente di me, è chiaro, anche perché, in materia di studi sulla cosiddetta “Tradizione,” al pensatore italiano ho sempre preferito il francese René Guénon, malgrado la difficoltà e, per certi aspetti, la dispersività—a mio modesto giudizio—del pensiero di quest’ultimo. Ebbene, dicevo, l’aver letto Julius Evola (solo due o tre delle sue opere maggiori) fa sì che, quando si parla di uno stile, di un «carattere» dell’uomo di destra, so a cosa ci si riferisce, ed anche se non condivido capisco che il ragionamento, al di là delle divergenze, ha una sua dignità culturale e, direi, anche una sua nobiltà, ammesso, beninteso, che sia possibile mettere tra parentesi, per seguire l’ipotesi di lavoro, le aberrazioni razzistiche ed antisemitiche di cui Evola si è macchiato. Per questo credo che Alessandro Giuli abbia ragioni da vendere, e che il suo disgusto (filosofico) per una destra che è mancata, innanzitutto, sul piano «spirituale» sia giustificato.

Dopodiché mi viene da pensare che, se Fini ha “tradito” la destra, o almeno la sua manifestazione italica, si può solo esserne felici. Da liberali, intendo. Insomma, meno male che l’ha capito, si potrebbe dire. Epperò, se le cose hanno preso questa direzione, non è che l’approdo sia quello che, appunto, sarebbe stato auspicabile da un punto di vista liberale (di destra). Vale a dire che c’è qualcosa di incompiuto, di non risolto, e questo più per calcolo opportunistico e debolezza culturale—le due cose si tengono, secondo Giuli—che per altro. L’esito, quindi, è di una mediocrità sconcertante. Paradigmatica, in definitiva, della crisi complessiva del sistema politico italiano.

Ferrara, credo, con questo Otto e mezzo si è quasi fatto perdonare. Ho detto quasi, attenzione …

September 20, 2007

Non sparate sul Vate, please

Vabbè, Grillo sarà pure matto, sboccato e quant’altro, ma pure pericoloso no, non direi proprio. Banalità per banalità, si può rispondere che perniciosa, semmai, è la situazione che ha generato il grillismo, ovvero una classe politica men che mediocre, un’informazione attentissima alle beghe e alle congiure di palazzo ma distratta—o asservita, tremebonda, inadeguata, ecc., ecc.—sulle questioni serie. Il direttore del Tg2, insomma, che tuttavia ha il diritto di dire anche lui quello che pensa, o che gli piace pensare, sul Vate della Blogosfera ha esagerato, e Fini, per dire, ha fatto bene a ridimensionare, anche se alla mano tesa Grillo—l'ingrato, il malefico—ha purtroppo risposto in malo modo.

Mi spiace che anche Giuliano Ferrara si sia arruolato nell’esercito di liberazione nazionale dalla volgarità politica. Non lo capisco, o forse sì, ma non è da escludere che la sua sia una difesa d’ufficio, o che si sia sentito toccato per qualche viziaccio dal quale, facendo parte—malgré soi?—della categoria giornalistica, non potrebbe essere immune neppure se lo volesse: tutte le “caste” hanno le proprie regole, più o meno ferree, e i propri tabù.

In ogni caso, quello che il Vate ha dichiarato a Euronews (disponibili anche quattro video dell’intervista) sul «Tronchetto dell'infelicità», nonché su «destra e sinistra», informazione, Valium ecc., tutto è meno che volgarità gratuita, roba campata in aria o discorsi deliranti.

Non sarà, magari, che, a questo punto, è alle "caste" che conviene buttarla sull’offesa, in mancanza di argomenti più seri?