
February 18, 2007
February 16, 2007
Rudy in 7 minuti
Suggestiva la conclusione del quadretto. George Will, del Washington Post, è convinto che presso l’elettorato Rudy avrà il vantaggio della "domanda dei 7 minuti:"
“Al momento della scelta la gente si porrà la domanda dei 7 minuti. Scenario da incubo, siete il consigliere per la sicurezza nazionale. Venite svegliati nel pieno della notte. Avete 3 minuti per ricevere i dettagli di un imminente attacco agli Stati Uniti. Il presidente, da voi avvisato, ha 4 minuti per rispondere. E ora: chi è il candidato che si adatta meglio alla domanda dei 7 minuti?”
Imparare, laicamente, dalla Chiesa
Premetto che sono allergico ai toni apocalittici ed ai catastrofismi, e che il piangersi addosso elevando alti lai o, peggio ancora, evocando anatemi e invocando improbabili catarsi collettive (con annessi roghi ed altre sottospecie di riti purificatori e palingenetici) lo considero una pratica intollerabilmente ipocrita, oltre che sterile. Però …, però non si può neppure far finta di nulla o minimizzare disinvoltamente quello che sta succedendo. L’elenco è lungo: si va dal massacro di Erba ai fatti di Catania, dal ritorno (songiurato, sembra) delle BR alle tensioni e alle paure per la manifestazione di Vicenza, passando per le intemperanze verbali del solito Diliberto che, per un pugno di voti, dichiara erga omnes che il capo dell’opposizione “gli fa schifo” (ma questa faccenda non meriterebbe neppure l’onore della citazione). Senza dimenticare il bullismo nelle scuole e i filmati “killer” dei micidiali telefonini in uso tra i nostri ragazzi.
Se a ciò si aggiungono le più recenti e accesissime dispute in materia di bioetica e lo scontro sui Pacs (o “DICO” che dir si voglia), il cerchio si chiude. Risultato: una specie di scontro di (in)civiltà, un bellum omnium contra omnes senza esclusione di colpi, con un tasso di intolleranza e di odio verbale, ideologico e “pratico” che penso abbia pochi precedenti nella nostra storia recente.
C’è di che essere francamente disgustati, sul piano culturale, psico-sociologico, umano, ecc, fin quasi a essere tentati di dimettersi da questa società… E da un punto di vista politico c’è di che disamorarsi della res publica. Direbbe il solito pessimista metodologico: se le cose stanno così, se la politica è, se non addirittura dannosa, quanto meno inutile, fatevela da soli, e così via, di qualunquismo in populismo e buona notte al secchio. E invece no. Neanche per sogno, neanche per scherzo: questo è esattamente il momento di essere fino in fondo civil society e di “far politica,” di non lasciarsi impressionare dalle grida e dalle risse e di tenere ferma, come si suol dire, la barra del timone. Già, ma come si fa? Attenzione: non cosa (non è così semplice, purtroppo) ma come. Bene, abbiamo un esempio: impariamo dalla Chiesa.
Quella Chiesa che, con una presa di posizione sui “DICO” (e prima ancora sul caso Welby) che più intransigente non poteva essere, ha dimostrato ancora una volta di essere una delle poche cose serie di questo Paese. Attenzione, a mio avviso non occorre “sposare” la linea della CEI per riconoscere alla Chiesa di aver agito in maniera appropriata: se, come nel caso Welby, sui diritti delle coppie di fatto si è scelta la via della contrapposizione e si è buttato a mare il dialogo, una logica c’è. E non è quella rinfacciata dagli oppositori, cioè di voler egemonizzare, dominare o imporre alcunché. Al contrario, come alcuni commentatori hanno osservato, è proprio perché i cattolici sono oggi in minoranza che era necessario ed opportuno assumere un atteggiamento tanto duro.
Semplicemente la Chiesa ha capito che in questa fase storica ci stiamo giocando tutto. Ha colto l’eccezionalità del momento, il rischio che le nostre società stanno correndo, ed ha messo sul tappeto tutto il suo prestigio, rinunciando ai tatticismi e ai compromessi. Se deve perdere, perderà su posizioni chiarissime, senza doversi far perdonare anche qualche furberia di troppo.
Gli oppositori, a questo punto, osservano che c’è il rischio che la Chiesa abbia partita vinta su tutto il fronte, e naturalmente si disperano per questo. E’ vero, la maggioranza di governo potrebbe soccombere di fronte a questo attacco frontale. Ma, a ben vedere, la colpa non sarebbe della Chiesa, bensì di coloro i quali si ostinano a far politica in quanto cattolici pur stando in una coalizione che è saldamente in mano alle componenti a-cattoliche e/o laiciste presenti nel Parlamento della Repubblica, e l’aut aut della gerarchia ecclesiastica serve appunto a dimostrare che è ora di finirla con le commedie: se stai da quella parte non rappresenti ciò che dici di rappresentare, a meno che tu non faccia come Mastella (che se ne infischia di come votano i suoi alleati e va per la sua strada). Insomma, Rosi Bindi è servita.
Ma qualche imbarazzo può esserci anche nello schieramento opposto. Giorgio La Malfa, che pure sta dalla parte “giusta,” osservava un paio di giorni fa che uno stato laico semplicemente non può non dare adeguato riconoscimento giuridico alle coppie di fatto: beh, penso che abbia ragione, ma lui non è un politico che si qualifica pubblicamente come un cattolico in politica (e proabilmente, per quanto ne so, non è neppure un credente), dunque può permettersi questo e altro. Anche un credente che milita in un partito che non reca l’aggettivo “cristiano” nella sua ragione sociale, quando è nell’esercizio delle sue funzioni parlamentari, può orientarsi laicamente e manifestare il proprio dissenso politico (non etico, naturalmente) dalle posizioni del Papa e della Chiesa. Credo che così mi regolerei anch’io, se fosse inevitabile.
Insomma, la Chiesa ha sparigliato. E lo ha fatto perché ha deciso che è arrivato il momento di leggere i “segni dei tempi.” Ha saputo assumersi le proprie responsabilità davanti a Dio e alla storia. Ha deciso di rischiare grosso. Ha scelto, forse, anche tenendo d’occhio la “comprensibilità” delle proprie posizioni, a costo di rinunciare a quella duttilità e sottigliezza di discernimento che in tempi normali consente di evitare spaccature inutili, ma che in tempi straordinari rischia di annacquare la forza del messaggio. In guerra, ad esempio, funziona così. I cattolici sono avvertiti. I politici facciano come credono, ma non mettano in mezzo la Chiesa se non se la sentono di seguirne le “direttive” senza se e senza ma.
Sospettare che dietro questo atteggiamento ci sia un cupo pessimismo, una sorta di radicale sfiducia nel nostro tempo, sarebbe lecito, se non addirittura ovvio. Ma chi conosce solo un po’ la storia della Chiesa, o la storia tout court, non ci casca. La verità è invece che la nave di Pietro ha superato molte tempeste, e di conseguenza chi la governa ha ben appreso l’arte di scrutare l’orizzonte per prevenire l’irreparabile o almeno per ridurre al minimo i danni.
Così dovrebbero imparare a fare anche i non chierici che si prendono cura della res publica. Senza piagnucolare, ma anche senza atteggiamenti da Titanic. Dovrebbero, anzi dovremmo, imparare a sparigliare, come ha saputo tante volte fare la Chiesa. Il guaio è che noi siamo in generale poco disposti a farci guidare dallo Spirito Santo …
February 9, 2007
What are we afraid to do?
Always do what you are afraid to do.
—Ralph Waldo Emerson
Is it because Ralph Waldo Emerson—among my intellectual heroes—is my favorite that I absolutely love the above quoted sentence, or is it because of the sentence that the great American poet and essayist is my favorite intellectual hero? It’s a tough question, really. Well, perhaps a moot question, and anyway it might not be a major problem for most people ...The real problem, instead, is perhaps that we are afraid of a lot of things. At least until we get involved with them. As a matter of fact, when this happens, when circumstances put someone in a condition to do something, things might seem to become less dramatic. And you might also realize that if you run away because you are afraid to do something, you pass opportunity by.
Better still, the problem could be described more accurately as laziness than as fear, so that most times we are afraid more of what we are too lazy to do than what we are too cowardly to face.
That is why, in my opinion, the best mental attitude is that which consists in forcing our natural laziness, that is what most of the times make cowards of us all, even and especially when things seem to be going against us.
February 6, 2007
Emporio cattolico
Intendiamoci, non ho intenzione di recensire il libro, che del resto ho appena acquistato ... Oltretutto, di recensioni, che io sappia, ce ne sono già due, ottime. Le ha scritte entrambe—e senza minimamente ripetersi—Francesco Agnoli: una per Il Foglio di sabato 3 febbraio, che accludo qui di seguito, l’altra per L'Adige del 12 gennaio, che si può leggere sul sito ufficiale di Vittorio Messori, curato dal bravissimo Sebastiano Mallia (che ha pure un blog). In ogni caso, mettere in condizione di leggerle chi non le ha ancora lette mi sembra già una buona cosa.
Insomma, per quel che mi riguarda, potrei dire: missione compiuta. Ma prima di congedarmi vorrei dire ancora una cosa. Sapete perché Messori è unico? Perché è un cattolico di formazione “laica.” Lo ricorda giustamente Agnoli: Messori è emiliano, ma si è formato intellettualmente a Torino,
la città del Risorgimento, del liberalismo di Cavour, delle leggi anticlericali di Siccardi, della massoneria, e poi la città degli Agnelli, delle prime avventure di Gramsci e Togliatti, de La Stampa, dell'Einaudi, di Furio Colombo, delegato Fiat in America e poi, come nota lo stesso Messori, direttore, un po' paradossalmente, dell'Unità….
Si può dire che Messori abbia vissuto e respirato, quindi, in un luogo emblematico per il nostro paese: quello in cui è nata l'Italia moderna, laica, liberale, agnellina, marxista, ed in cui però rimangono tracce evidenti del "vecchio mondo", nelle opere caritatevoli di Giovanni Bosco, del Cottolengo, del beato Fa di Bruno…Pensiero liberale, pensiero marxista, e dottrina sociale della Chiesa, a confronto in un'unica città! Questa storia, queste suggestioni, insieme alle frequentazioni personali, ad esempio con alcuni maestri della laicità come Norberto Bobbio, hanno fatto di Messori uno dei più acuti interpreti della modernità, alla luce, spesso, dello studio accurato del passato. "
Forse a molti questo dato della biografia intellettuale di Vittorio Messori non dirà granché, ma per me è qualcosa di fondamentale. Forse perché il mio percorso personale è stato l’inverso: di formazione cattolica, ho scoperto e imparato via via ad apprezzare profondamente il pensiero e la cultura di ispirazione protestante, laica, illuministica, e via discorrendo, fino alle propaggini più recenti della cultura a-cattolica (e talvolta persino anti). Che poi questo passaggio purificatore—perché questo è stato per me—attraverso il fuoco della contraddizione, cioè della critica più radicale, non abbia minimamente intaccato le mie convinzioni religiose di fondo, anzi, semmai le ha rafforzate, tutto questo, dicevo non sminuisce affatto il debito di gratitudine che sento di avere verso le culture altre (rispetto alla mia, naturalmente), ivi comprese quelle che risalgono alle religioni e alle filosofie orientali, e dell’India in modo particolare.
In generale, insomma, penso che questo incontro, questo incrociarsi di visioni del mondo, modi di vivere e sentire, “antropologie” e semplici atteggiamenti mentali della vita quotidiana, rappresenti una delle più straordinarie e affascinanti avventure dello spirito umano. Ma ad una condizione: che l’intrecciarsi dei sentieri non induca alla teorizzazione e all’improbabile pratica di un «sincretismo» in cui si cerchi di conciliare ciò che non è conciliabile, in quanto consegue da premesse e persegue «realizzazioni» che acquistano un senso compiuto soltanto se non sono indotte—in maniera quasi sempre surrettizia—alla rinuncia di sé, cioè ad accettare compromessi sui principi fondanti in nome della necessità del dialogo, del non "arroccamento" e così via.
Ben inteso, questa non abdicazione, che contraddistingue tanta parte del lavoro intellettuale di Vittorio Messori, ha ben poco da spartire con le manie identitarie oggi di gran voga—non ne è forse contaminata, paradossalmente, anche una parte della cultura laica? La differenza va ricercata alle sorgenti: nell’un caso la «conoscenza», nell’altro l’«ignoranza». Da una parte una fiduciosa coscienza di sé che si è arricchita della conoscenza dell’altro, dall’altra la paura di ciò che non si conosce e soprattutto di ciò che non si vuole conoscere. Quello che mi piace di più in Messori, in altre parole, è che è uno dei pochi spiriti laici che ci sono rimasti.
Prima di incollare la recensione del Foglio, cito la succinta presentazione che del libro ha fatto Vittorio Messori in persona (in un’intervista concessa a Zenit qualche tempo fa):
Il volume è il quarto della collana “Vivaio” che prese il nome da una rubrica che per anni tenni su Avvenire. Raccolsi quei pezzi prima nel libro intitolato “Pensare la storia”, poi in uno chiamato “La sfida della fede”, infine in un altro, “Le cose della vita”. Questo “Emporio”, del tutto nuovo, raccoglie quanto ho scritto da allora sui mensili Jesus e Il Timone, nonché sul Corriere della Sera. Mentre prima questa collana “Vivaio” era pubblicata dalla San Paolo, ora è proposta dalle edizioni Sugarco di Milano. Lo scopo è quello stesso della collana e che i lettori ben conoscono: riflettere sulla storia e sull’attualità per ritrovare un pensiero “cattolico”. Ciò che manca a molti credenti, oggi, è soprattutto una prospettiva che nasca dalla fede. Non a caso, molti finiscono con l’adottare il pensiero egemone, quel “politicamente corretto” che manipola la realtà, magari con le migliori intenzioni, crea miti illusori e, soprattutto pecca di ipocrisia. Cioè, la colpa che più provocava le reazioni di Gesù.
Francesco Agnoli, Il Foglio, sabato 3 febbraio 2007:
Vittorio Messori EMPORIO CATTOLICO Sugarco, 478 pp., euro 18
Vittorio Messori è in Italia il padre della nuova apologetica cattolica, soprattutto grazie ad una serie di articoli che comparvero molti anni fa sul quotidiano cattolico Avvenire, nella rubrica intitolata “Vivaio”. Furono pezzi di grande successo, nei quali finalmente si sosteneva, con grande perizia e acribia, che non tutto quello che la chiesa e i cristiani hanno fatto nella storia è frutto di oscurantismo, soprusi, superstizioni e malvagità… Anzi, anche su certi tabù culturali, apparentemente inossidabili, quali l’Inquisizione, le crociate, la scoperta dell’America, Messori non rinunciò a dire la sua, a mettere in dubbio la vulgata tradizionale, con abbondante uso di documenti e con grande successo, senza che nessuno lo potesse smentire, o contraddire clamorosamente.
Poi quella fortunata rubrica ha continuato a vivere sulle pagine del mensile di apologetica “Il Timone”, diretto da Gianpaolo Barra, ed è confluita, insieme ad altri articoli e riflessioni, in un nuovo libro, “Emporio cattolico”, edito non più dalle Paoline, poco attente alla produzione di certi cattolici politicamente scorretti, ma dalla casa editrice laica Sugarco.
In “Emporio cattolico”, Messori spazia, come d’abitudine, tra la storia e la cronaca, offrendo sempre, anche in poche dense pagine, occasione per una riflessione non superficiale. Parla di capitalismo e di comunismo, di celibato ecclesiastico e di pedofilia, di Opus Dei e di Kierkegaard… L’ottica è prevalentemente quella dello storico, che scruta i fatti, le personalità, alla luce della fede, cioè di un giudizio non relativista: la scena di questo modo passa, ed è spesso occupata da vicende malvagie, dalla cattiveria degli uomini, ma il bene e il male fatto restano, si ripercuotono nella storia, sul nostro prossimo e sui lontani, e meritano un giudizio estremo, affidato alla misericordia di Dio. A noi uomini resta l’insegnamento che possiamo trarre dagli avvenimenti, se li accostiamo con sincerità, senza menzogna.
Messori ama proprio ripulire le vicende, i fatti, dalla incrostazione ideologica che li trasforma e li traveste, per poi poter riflettere su di essi con lucidità e spirito religioso. Per fare un esempio, ricorda che la celeberrima frase di Francisco Goya sulla ragione posta in calce ad una sua acquaforte non è un atto di fede illuminista (“Il sonno della ragione produce mostri”), come sempre si afferma, ma al contrario un attacco alla pretesa razionalista di esaurire il reale (“Il sogno della ragione produce mostri”)? Scrive a proposito Messori, dopo aver ricordato che il portatore della “libertà” e della “ragione”, in quegli anni, era Napoleone, odiatissimo dagli spagnoli come un terribile tiranno: “Il messaggio di Goya non è dunque contro gli ‘oscurantisti’, ma al contrario contro gli ‘illuminati’, contro quegli intellettuali di cui è simbolo il dormiente accanto a carte, dove ha di certo steso uno di quei piani per il ‘paradiso in terra’ che, messi in pratica, sturano il vaso di Pandora”.
Sempre, che parli di Rivoluzione francese o di Risorgimento, traspare dalla lettura di “Emporio cattolico” la storia del suo autore: una storia fatta di frequentazioni e studi laici, approdata poi alla conversione. Una storia che ha permesso a Messori di essere un ottimo conoscitore sia del mondo da cui proviene, sia di quello cattolico in cui è giunto, e che spesso non gli perdona una certa vena “anticlericale”, o meglio la capacità di dire sempre sinceramente quello che pensa, anche a costo di urtare, qualche volta, il mondo talora ipocrita di certo clero.
February 3, 2007
Fuga dalla sinistra: Glucksmann
Ma questo non è ancora tutto. Perché—incalza Renzo Foa—chi conosce il nostro philosophe sa che di tutta questa storia l’aspetto più rilevante non è il sostegno elettorale dato a un progetto politico che, a un certo punto, risulta essere quello più vicino alle proprie convinzioni, ma piuttosto
che c'è una cultura, un pezzo importante della cultura europea, che non può più riconoscersi nella sinistra e si sente politicamente rappresentata da un'innovazione che sta nell'area neo-liberale.
Ed ecco il punto: con "Pourquoi je choisis Nicolas Sarkozy,” un altro pezzo della sinistra pensante d’Europa se n’è andata per la sua strada. Stesso percorso, più o meno, di Christopher Hitchens, britannico anche se ormai americano d’adozione, che il suo endorsement l’ha fatto per George W. Bush.
Insomma, Glucksmann o Hitchens, il grido di dolore è lo stesso:
Dov'è finita la battaglia per le idee che tanto a lungo fu il suo privilegio? Dove si è smarrito lo stendardo della solidarietà internazionale, un tempo orgoglio del socialismo francese?
Per i più curiosi rilancio un prezioso suggerimento di Andrea Mancia: sul sito della Fondazione Liberal vengono riproposti gli articoli più recenti che Glucksmann ha scritto per la rivista bimestrale della fondazione medesima.
February 1, 2007
L'incredibile assist di Veronica
Per chi ha fatto esperienza diretta—quel tanto che basta—della politica attiva, che è tutta un’altra cosa, sotto molti punti di vista, rispetto alla politica di cui si occupano seriosi editorialisti e politologi, o di cui si chiacchiera più o meno amabilmente nei salotti, nei talk shows televisivi, ecc., la clamorosa “guerra dei Roses” che ha visto protagonisti Veronica e Silvio Berlusconi è un esempio da manuale di cosa e come bisogna fare per ottenere il consenso dell’elettore medio. Sì, a mio parere il Cavaliere ha sicuramente tratto profitto dalla vicenda, e chi voleva nuocergli gli ha dato invece una grossa mano.
Non mi spingo fino a ritenere che la Signora Berlusconi abbia deliberatamente voluto favorire il marito, ma certamente la mossa di scrivere a un giornale, anzi, a quel giornale, per lamentarsi e chiedere “pubbliche scuse” non avrebbe potuto essere più diabolicamente azzeccata. L’avesse spedita al Foglio, quella lettera, sarebbe stato quasi patetico: la «bomba» non ci sarebbe stata e pochi ci avrebbero filato dietro. Inviandola a un quotidiano ad alta diffusione che non fosse la Repubblica, invece, la notizia ci sarebbe stata, ma forse non la prima pagina, certamente non gli onori di notizia principale, con tanto di titolone, foto, e … mezza prima pagina. Perché con Repubblica, che ha le sue regole, in un caso del genere le cose stanno più o meno in questi termini: o pubblichi la missiva o non la pubblichi (scelta folle e impensabile), ma se la pubblichi non puoi non darle il risalto che le è stato dato effettivamente. Dunque: scelta perfetta dal punto di vista di chi vuol provocare lo “scandalo,” decisione obbligata del quotidiano, effetto clamoroso assicurato.
Già, ma perché mai il botta e risposta, clamore incluso, dovrebbe aver favorito il Cavaliere? Perché, come avevo iniziato a dire, all’elettore medio queste cose vanno a genio. Alle donne è piaciuta moltissimo, giustamente, l’indignazione della signora, agli uomini certamente non è dispiaciuto vedere che quel marito importante si comporta, quando la moglie non è nei paraggi, né più né meno come si comportano o vorrebbero comportarsi loro, se solo ne avessero la faccia tosta. A uomini e donne è piaciuta sicuramente la magistrale risposta di Berlusconi. Chi si è indignato? Chi ha storto la bocca? Semplicemente quelli come Massimo Cacciari, gli intellettuali, o come qualche bacchettone moralista di quelli che imperversano sui media (e nei salotti). In tutto, secondo un mio personalissimo calcolo, non più di qualche migliaio di individui, a fronte di svariati milioni di persone qualunque che adorano i reality shows e/o le soap operas tipo Beautiful.
Ancora una volta, insomma, la sinistra, o meglio gli intellettuali e gli ipocriti di professione che la popolano abbondantemente, hanno preso un granchio, almeno a giudicare dalle reazioni pubbliche. Hanno dimenticato la tradizione italica della commedia dell’arte (che a sua volta affonda le radici nella commedia dell’antica Roma) e la più recente e cinematografica commedia all’italiana—storica la definizione che ne diede il grande Luigi Comencini una volta: plebea anche quando è raffinata, e raffinata anche quando è plebea. Agli italiani certe sceneggiate, à la “Amici miei,” al confine con la volgarità tout court, piacciono da morire. L’italiano non accetta la rozzezza, ma è a dir poco tollerante verso quei comportamenti che sfiorano la volgarità senza cascarci dentro. Ricordate le corna di Berlusconi nella foto di gruppo di quel vertice internazionale? Spiacevole, si dirà. Certo, ma dal punto di vista di chi? Tutta un’altra cosa rispetto al gesto assolutamente incredibile, di una cafoneria incommensurabile, di cui si è reso tristemente protagonista l’ex primo ministro spagnolo Aznar (che a quanto pare ne ha combinate parecchie dello stesso tenore) quando infilò una penna tra le tette di una giornalista.
[qui Blogger.com ha combinato il pasticcio e mi ha cancellato un pezzo, e nel frattempo ho eliminato il doc. originale. Sorry!]
Non è che fa scena, sia chiaro: il Berlusca è così. E la gente—che per certe cose ha le antenne—lo capisce subito. Può perdere un’elezione, perché il credito non è mai illimitato, ma la volta successiva spopola. E gli avversari a ingoiare amaro e sputare veleno, a sparlare del destino cinico e baro e del popolo bue e di tutte le altre balle con le quali cercano di consolarsi per avere perso il contatto con quel popolo che vorrebbero rappresentare.
January 31, 2007
Domande vitali
January 30, 2007
Volenterosi: sfida ai poli
Un approccio decisamente favorevole, se non entusiastico, quello del Corriere, pur con una (doverosa) premessa: Ok, la cosa “rappresenta nel mare della politica italiana soltanto una goccia,” ma “va detto con altrettanta franchezza che la politica e l’economia italiana hanno bisogno dei Volenterosi.” Seguono argomentazioni a sostegno che sintetizzerei così: a) ci sono stati “illustri precedenti di forze minori” che, hanno saputo rivitalizzare la politica “contaminando” le formazioni più rappresentative e contribuendo a determinare importanti processi politici; b) grazie ai Volenterosi il confronto dentro e tra i Poli “torna a giocarsi al centro come tutti i manuali di scienza politica insegnano che succede nel mondo;” c) viene riaffermata “l’importanza dello spazio politico lib-dem," luogo dove si intrecciano gli interessi delle classi medie e “temi come la riforma del welfare, un fisco meno esoso e la rivisitazione di modelli stato-centrici.”
Mi sembrano considerazioni equilibrate e condivisibili. Poi, ovviamente, ci sono aspetti concreti e immediati che non si possono trascurare. Ad esempio, come si rileva nel resoconto del Foglio, quello che è mancato è la “base.” Ma è Daniele Capezzone a chiarire, proprio al Foglio che «non ci si deve chiedere quante divisioni (intese come unità di fanteria) hanno i Volenterosi, bisogna guardare alle idee». Ineccepibile, direi. Però è ancora Capezzone, nell’intervento più politico, che riprende l’argomento “bellico” per rilanciare e strappare all’uditorio l’applauso più convinto:
«Serve un evento fisico e di fortissima carica simbolica, una nuova marcia dei 40mila. Tocca a noi Volenterosi farcene carico. E presto».
Per il momento, comunque, un dato fondamentale è che, come ha detto il ministro Linda Lanzillotta, il convegno «ha riunito alcuni dei migliori cervelli della cultura riformista». Quello che succederà nel prossimo futuro, probabilmente, sarà affidato alla capacità di «comunicare» dei Volenterosi. Lo ha suggerito il professor Alesina parlando in videoconferenza da Harvard. E lo ha ribadito—come riferisce Il Riformista—il professor Giavazzi:
«Bisogna spiegare bene che le liberalizzazioni vanno a vantaggio dei più deboli, dei poveri e dei più giovani. Che quando si fa la riforma del commercio e diminuiscono i prezzi nei supermercati, si aiutano le famiglie più povere. E che rendere più efficiente l'università aiuta i giovani ed è una cosa di sinistra […] bisogna spiegare che le liberalizzazioni sono di sinistra».
A questo punto, direi, si sta profilando anche un preciso compito dei bloggers …
Rinvio all’articolo del Giornale per qualche utile (e forse sorprendente) informazione sulla composizione dell’uditorio (circa 450 persone, quasi tutte in piedi) e alla testimonianza di un blogger che a Milano c’è andato ed è già ritornato, in tempo per postare le sue impressioni “a caldo.” Altri resoconti ed editoriali sul meeting: Avvenire (editoriale di Sergio Soave), Il Mattino, Il Tempo, Il Sole-24 Ore (editoriale di Stefano Folli).
January 29, 2007
Ieri, oggi e domani (riformisti e no)
Domani sentiremo e leggeremo cosa si è detto al convegno dei Volenterosi. Rossi ha anticipato che non si vuol fare «né un partito né un movimento, ma essere espressione di un problema». E questo mi sembra molto onesto intellettualmente. C’è un problema, infatti, eccome se c’è. Ce l’ha il centrodestra, ma ce l’ha soprattutto—diciamolo per la milionesima volta—il centrosinistra.
In attesa dei resoconti stampa, ci si può accontentare di ciò che, a caldo, racconta l’Unità.it:
È la sagra del «volemose bene». Destra e sinistra insieme per «una politica che non sia fatta di risse e di chiusure» […] sembra il tavolo degli outsider. Capezzone imbavagliato dai Radicali, Tabacci troppo spesso in disaccordo con il leader Casini, La Malfa, Pomicino e De Michelis, orfani del tempo che fu, Savino Pezzotta dimessosi dalla Cisl per diventare presidente del Consiglio Italiano per i Rifugiati, Polito che vuol ricordare la sua anima riformista. E così via.
Quasi quasi, si direbbe, a leggere lo storico foglio della sinistra il problema non è quello di cui vogliono essere espressione i Volenterosi: il problema sono i Volenterosi, ovvero una “collocazione” almeno dignitosa per personaggi che sono orfani di qualcosa o di qualcuno.
A questo punto potrei anche concludere. Anzi, diciamo che qui finisce il post e che ciò che segue è un’appendice piuttosto “bizzarra”—per usare un’espressione cara a Massimo D’Alema—e al limite poco pertinente. Praticamente, l’ho aggiunta solo perché, mettendo ordine tra vecchi libri e scartoffie varie, per puro caso m’è capitata tra le mani, aperta alla pagina “giusta,” una vecchia rivista (Ragionamenti, n. 54, nov./dic. 1996). A pagina 12, appunto, per documentare un capitolo importante della storia delle diatribe interne alla sinistra italiana, si riportava cosa c’era scritto, alla voce Riformismo, nell’Almanacco del Pci del 1971 (pag. 104). Una passata di scanner, mi son detto, non costa nulla, e poi, via, è sempre bello ricordare come eravamo.
RIFORMISMO
L’involuzione della socialdemocrazia europea negli anni che precedettero e seguirono la l guerra mondiale, portò a profonde spaccature nel movimento operaio; la revisione della teoria marxista sullo stato e sulla natura di classe condusse i capi della socialdemocrazia europea a una politica di collaborazione con i partiti politici della borghesia e con le forze capitalistiche.
Riformismo fu chiamata quindi la politica che perseguiva la introduzione di riforme democratiche nell’apparato e nel modo di funzionamento dello Stato borghese, la quale si tramutò sempre nella smobilitazione della forza del movimento operaio, nel cedimento e nella compromissione pressoché totale di fronte ai piani imperialisti della borghesia. Il termine riformismo nacque e si diffuse quindi nella polemica condotta da quei nuclei rivoluzionari che, pur militando nella socialdemocrazia, si preparavano a fonda re i futuri partiti comunisti: Lenin contro Martynov e Kautsky, Rosa Luxemburg contro Bernstein, Gramsci e Togliatti contro Turati e Treves.
Il riformismo fonda la propria azione sulla concezione evoluzionistica della società capitalistica e nega il carattere di classe dello Stato, di cui invece afferma la neutralità rispetto alla lotta di classe. Concependo gli obiettivi della lotta di massa come semplici obiettivi economici (economicismo) persegue a livello politico una linea di collaborazione con i partiti e le forze economiche del capitalismo, le quali a loro volta utilizzano il riformismo per dividere il movimento operaio.
Il fallimento storico del riformismo e della politica socialdemocratica è chiaro oggi non solo per la perdita quasi totale di una qualsiasi forma di controllo, da parte dei riformisti, sul proletariato e sulle masse popolari, ma anche per l’abbandono esplicito della stessa illusione di una trasformazione del capitalismo, scosso in profondità da gravi contraddizioni, in un capitalismo equilibrato, senza contrasti di classi, fondato sul paternalismo padronale.
Sulla base di questa acquisizione storica, nel nostro Paese, i comunisti hanno sconfitto in questo dopoguerra ogni tentativo di affermare una egemonia riformista sul movimento operaio, chiamando le masse popolari alla lotta, sui grandi obiettivi di riforma e di potere, strettamente legati alla lotta antimperialista e alla costruzione di un nuovo internazionalismo.
[I grassetti sono miei]
January 26, 2007
Antisionismo
Il modo più concreto per ricordare nella condanna i crimini incarnati in feroci sistemi politici e le tragedie del passato è denunciare le nuove forme presenti del male. Per questa ragione, le parole scelte per il Giorno della Memoria dal presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, affondano la presa sul cuore della belva, che ruggisce da Teheran e dai mille rivoli del maremoto jihadista, ma s’accuccia anche nei retropensieri degli odiatori di sé occidentali.
Dice Napolitano che bisogna combattere “ogni rigurgito di antisemitismo. Anche quando esso si travesta da antisionismo”. L’affermazione ha il giusto sapore del disvelamento di un’ipocrisia. Perché, come ha ricordato il presidente, “antisionismo significa negazione della fonte ispiratrice dello stato ebraico” e delle “ragioni della nascita, ieri, e della sicurezza, oggi” dello stato d’Israele. Il primo passo di ogni sterminio è la negazione della casa e Israele è nato come, ed è, la casa degli ebrei.
“E che cos’è l’antisionismo? E’ negare al popolo ebraico un diritto fondamentale che rivendichiamo giustamente per la gente dell’Africa e accordiamo senza riserve alle altre nazioni del globo. E’ una discriminazione nei confronti degli ebrei per il fatto che sono ebrei, amico mio. In poche parole, è antisemitismo… Lascia che le mie parole echeggino nel profondo della tua anima: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei, puoi starne certo”. Lo diceva Martin Luther King, ha fatto bene a ricordarlo Napolitano.
Se solo i teocon imparassero a sorridere ...
Checché se ne dica tra laicisti assatanati e atei devoti, il futuro del nostro paese non si giocherà sui temi etico-religiosi, e gli elettori - che si mostrano già stanchi dei proclami dall'una e dall'altra parte - lo hanno compreso.
Concordo abbastanza. Anche se, oltre ai laicisti assatanati e agli atei devoti, mi sembrerebbe giusto ricordare i non pochi devoti-devoti, cioè i credenti che sono del medesimo avviso. Questa precisazione, vorrei aggiungere, non è pura pignoleria. Qui c’è un dato sostanziale, perché se uno volesse applicare un po’ spregiudicatamente—e in qualche modo a rovescio—al caso specifico il cinismo staliniano del “quante divisioni ha il Papa?” potrebbe a buon dirittodomandare retoricamente: “Quanti sono gli atei devoti e i laicisti (assatanati e non)? E quanti sono i credenti?”
Dunque, può essere condivisibile, piuttosto, la convinzione che il futuro del nostro paese non si giocherà principalmente sui temi etico-religiosi, anche mettendo in conto che coloro che si professano e sono effettivamente buoni cristiani non costituiscono di certo un monolite e che tra loro ci possono essere differenze anche significative (ma meno di quanto le polemiche “di schieramento” potrebbero far pensare, a mio modestissimo avviso) nell’approccio alle questioni più scottanti in materia di etica, bioetica, costume, ecc. Questi temi, in altre parole, avranno un peso non indifferente, ma non monopolizzeranno il dibattito. Enormi questioni economiche, sociali, geo-politiche o strettamente politiche, pur intrecciate ai temi religiosi, etici, culturali e identitari, saranno con ogni probabilità al centro delle nostre preoccupazioni.
Anche per quel che riguarda il tramonto dei teocon credo si possa concordare fino a un certo punto. Tempo fa ho espresso forti dubbi sulla esportabilità in Europa e in Italia di “filosofie” e atteggiamenti mentali che negli Stati Uniti hanno radici molto solide. Quello della Cattedrale e il Cubo è uno schema affascinante, ma solo con qualche acrobazia mentale può essere riferito allo stato effettivo delle società che pure hanno prodotto i due archetipi, quelli, appunto, che George Weigel ha elevato—per tanti aspetti genialmente—a paradigma di una sfida epocale da cui l’Europa uscirà rigenerata o in piena decadenza.
Nello stesso tempo, però, credo ci sia bisogno di chi ha voglia di approfondire e di intensificare una ricerca seria e rigorosa—condotta, cioè, senza arrière pensées e, aggiungerei, con animo benevolo—sull’«identità» e sulle «radici» dell’Europa e dell’Italia. Ha detto molto bene Pierluigi Menniti: non servono a niente l’ossessione identitaria e “l'idealizzazione di un passato idealizzato.” Perché
[l]a modernità non è il male, e un conservatorismo illuminato sarebbe quello che prova a coniugare il progressismo con quel tanto di tradizione necessaria, per non perdere le radici, per non smarrire il senso di un percorso.
[…]
Il mondo va avanti e il problema è quello di gestire i problemi e le sfide puntando sulla gradualità dei processi, ma con ottimismo, senza dipingere il futuro a tinte fosche per giocare sulle paure della gente. La politica della paura non conduce da nessuna parte.
Sono concetti, questi, che condivido senza riserve, espressi per giunta con una chiarezza che a me sembra direttamente proporzionale alla «semplicità» dell’assunto. I nostri antenati, del resto (a proposito di radici!), non dicevano forse Simplex sigillum veri?
January 24, 2007
Ecco a voi il ‘perdente radicale’
Enzensberger, per chi vuole documentarsi, ci ha scritto un libro, anzi, un articolo—apparso su Der Spiegel il 7 novembre 2005—che poi è diventato un libro. A dire il vero, al tempo dell’uscita della traduzione in inglese di quell’articolo avevo già scritto qualcosa su WRH. Dunque, l’occasione (o la scusa) per tornare sull’argomento mi è fornita dalla pubblicazione in lingua italiana (segnalata da un generoso editoriale del Foglio di ieri), per i tipi di Einaudi, di un libricino di 100 pagine che molto opportunamente, a mio avviso, ricicla quell’articolo. L’idea di farne un libro, però, è giustamente venuta prima ai compatrioti del noto studioso, ed ecco Schreckens Männer. Versuch über den radikalen Verlierer, Suhrkamp, 2006 (Uomini del terrore. Saggio sul perdente radicale). Proprio l’uscita di Schreckens Männer, tra l’altro, aveva suggerito all’Indipendente di ripubblicare in traduzione italiana un’intervista concessa dall’autore a Die Zeit nell’ottobre 2006. Lettura interessante.
Per tornare al contenuto del libro, va detto che Enzensberger non si è occupato soltanto del perdente radicale come singola persona, al contrario egli è partito da questa figura per approdare all’individuazione di un’intera cultura che si rifà al modello, quella di coloro i quali hanno fatto propria l’“ideologia dell’islamismo,” che è tanto potente quanto pervasiva, e “rappresenta un mezzo ideale per la mobilitazione dei perdenti radicali nella misura in cui riesce ad amalgamare istanze religiose, politiche e sociali.” Non a caso il terrorista islamico, tra tutti i suoi omologhi sparsi per il mondo, è l'unico che agisce su scala globale.
Ad ogni buo conto, il progetto del perdente radicale, come ben si vede in Iraq e in Afghanistan, è piuttosto ambizioso: organizzare il suicidio di un’intera civiltà e promuovere una diffusione illimitata, tra le masse islamiche, di quel “culto della morte” che purtroppo abbiamo tutti imparato a conoscere. Anche se, va detto, secondo Enzemberger le probabilità di riuscire in questo intento sono “trascurabili:” gli attacchi dei terroristi islamici stanno diventando una quotidianità, come gli incidenti stradali, vale a dire qualcosa cui si finisce per fare l’abitudine e con cui bisogna imparare comunque a convivere, anziché eventi in grado di operare, appunto su vastissima scala, una profonda trasformazione delle coscienze.
Il Nostro, ad ogni modo, mette in guardia l’Occidente, soprattutto quella parte di esso (leggi la sinistra massimalista e pacifista) che è più restia a cogliere, in tutta la sua drammaticità, la minaccia rappresentata dal perdente radicale. E lo fa, come giustamente rileva l’editorialista del Foglio, “con un evidente disinteresse per i distinguo politicamente corretti.” Ai primi di dicembre dello scorso anno, Enzensberger si era espresso in questi termini su la Repubblica:
È scomodo pensare che esistano nel mondo conflitti così gravi: c'è la banalità dei benpensanti che non vogliono vedere i conflitti reali e sono convinti che con il dialogo e un po' di tolleranza si può risolvere tutto. Si gioca troppo con la tolleranza. Chi tollera tutto, sbaglia.
January 23, 2007
Martini, Sofri e gli accordi sull'aldiquà
Quando una persona, in fase avanzata o terminale di una patologia grave e incurabile, decide di limitare o di sospendere qualsiasi trattamento, il medico ne rispetta la volontà dopo averla informata delle conseguenze della sua scelta... Il medico tutela la dignità del moribondo e assicura la qualità della sua fine di vita somministrando le cure … [stabilite in altri articoli]
Ottima la chiusa di Adriano Sofri: prima esprime vivo apprezzamento per l’approccio del cardinale a questa delicatissima materia (“edificante lettura […] bello poter usare per una volta sul serio l'aggettivo edificante”), poi dice di non sapere
che cosa pensi il cardinale, che qui non ne parla, dell'argomento per cui la vita non è nostra, ma di Dio. Spero che pensi che Dio, anche questo Dio proprietario, preferisca rendere le sue creature responsabili della propria vita, piuttosto che affidarle allo Stato, o alla Chiesa, o a qualche altra concessionaria.
Poi conclude così:
Il resoconto del bell’articolo di Martini sarebbe mutilo se non citassi il periodo che lo chiude, e che nel suo caso non è un orpello retorico. "E soltanto guardando più in alto e più oltre che e possibile valutare l'insieme della nostra esistenza e di giudicarla alla luce non di criteri puramente terreni, bensì sotto il mistero della misericordia di Dio e della promessa della vita eterna”. Si può dunque essere d'accordo sull'aldiquà anche se non si guardi allo stesso modo più oltre.
Sì, credo anch’io che si possa concordare sull'aldiquà … a prescindere da tutto il resto. Qualche giorno fa mi capitava per l’appunto di fare la stessa considerazione su tutta un’altra storia, ma sempre con lo stesso “interlocutore.”
January 22, 2007
Le Goff: medioevo al femminile
Colpisce, in particolare, che per Le Goff “non vi sia stata peggiore condizione femminile di quella della donna in Europa nel XIX secolo.” E quanto al tempo presente, onde non lasciarsi fuorviare dalle “illusioni,” il grande storico francese si limita a constatare come, in Occidente, oggi non vi siano certamente più donne Primo ministro di quante, nel Medioevo, fossero regine o reggenti. Insomma, tenetevi forte e allacciate le cinture: Le Goff vi stupirà (soprattutto se ancora non avete letto niente di suo).
January 18, 2007
Compagni, l'11 settembre non ci fu alcun complotto ...
Che cosa ci si può ragionevolmente aspettare quando si verifica la circostanza di trovare, appunto su Le Monde Diplomatique, ultimo numero, una riflessione di Cockburn sull’11 settembre, e per giunta circoscritta alla celeberrima “teoria del complotto?”
Qualche lettore di questo blog, magari, sta già per “cambiare canale,” se non l’ha già fatto, ma sarebbe un errore imperdonabile, dal momento che l’articolo smonta pezzo per pezzo l’ipotesi di cui sopra—a partire dalla "Bibbia" dei cultori del genere letterario in questione, vale a dire 11 settembre, la nuova Pearl Harbor, di David Ray Griffin—definendo il tutto “stupidaggini” portate al “parossismo,” “assurdità” e persino (la logica conseguenza di) “un assunto razzista” (“gli arabi non avrebbero mai potuto portare a termine un attentato simile”), collegato ad una mal riposta “fiducia assoluta nell'efficienza americana.” Di fatto, cioè, i fautori delle tesi complottistiche dimostrano di credere che i dispositivi militari americani siano veramente in grado di operare “come dicono gli addetti stampa del Pentagono e i rappresentanti di commercio delle industrie d'armamenti.”
Ma questi—si domanda Cockburn—avranno mai letto un libro di storia militare? Figuriamoci, infatti,
[s]e lo avessero fatto, avrebbero appreso che anche le operazioni pianificate con la più grande cura - a maggior ragione quando si tratta di anticipare una risposta a una minaccia senza precedenti storici - falliscono per ragioni legate alla stupidità, o alla vigliaccheria, o alla corruzione, o a qualche altro difetto della natura umana. Per non parlare dell'imprevedibilità del clima.
E dopo una lunga e miuziosa disamina della vexata quaestio, con opportuni richiami a quegli avvenimenti della storia americana recente che sono stati presi di mira dai complottisti, l’affondo decisivo:
Osama bin Laden ha rivendicato gli attentati? È pagato dalla Cia, ci dicono. E così di seguito... In fondo, qual è lo scopo di tutto ciò? Provare che Bush e Cheney son capaci di tutto? Ma essi non hanno mai portato la prova del livello di competenza richiesto per riuscire in un'operazione così sofisticata. All'indomani della vittoria delle truppe americane in Iraq, non sono neanche stati capaci di far trasportare sul posto qualche cassa con la scritta «Adm» che sta per «armi di distruzione di massa». Eppure, gli sarebbe bastato mostrarla a una stampa incantata perché la fotografia facesse il giro del mondo - e che la «prova» della giustezza della guerra fosse stabilita.
E la conclusione:
La teoria del complotto nasce […] dalla disperazione e dall'infantilismo politico.
Che altro dire, se non che merita di esser letto, meditato e affisso su tutti i muri (reali e virtuali)?
January 17, 2007
Obama's choice
Barack Hussein Obama is the fifth African American Senator in U.S. history and the only African American presently serving in the U.S. Senate. The son of Barack Hussein Obama, Sr. of Alego, a village in Nyanza Province, Kenya, and Ann Dunham of Wichita, Kansas, he grew up in his mother's white American middle class family. Obama and his wife, Michelle, live on Chicago ’s South Side, where they—and their two daughters, Malia, 8 and Sasha—attend Trinity United Church of Christ.
According to recent opinion polls he is the second most popular choice among Democratic voters for their party's nomination in the 2008 U.S. presidential election, behind Hillary Clinton, and just yesterday he took his first step toward launching a Presidential campaign by announcing an “exploratory committee.”
Gene, at Harry’s Place, has asked a good question (he also linked to this well-krafted video, which could be of some help to those who might want to try and answer this question):
can a man of mixed race […] with only two years in the Senate […] whose middle name is Hussein and whose last name rhymes with Osama, be elected President of
the United States?
January 15, 2007
Dopo Erba. L'apocalisse (forse) puo' attendere
La strage di Erba è uno di quegli eventi che, anche se preferiresti non averne mai sentito parlare, ti costringono a interrogarti. Giustamente i media hanno affidato a commentatori autorevoli e perspicaci il compito di aiutare ciascuno di noi a maturare un’opinione non troppo superficiale ed estemporanea in proposito (un obiettivo modesto, I suppose …). Tra i commenti che mi è capitato di leggere in questi giorni ce ne sono tre che, per un motivo o per l’altro, mi hanno particolarmente colpito—oltretutto sono piuttosto rappresentativi, soprattutto i primi due, delle opinioni che circolano—e che mi sembrano una buona base di partenza per abbozzare qualche riflessione personale.
Il primo è quello di Vittorino Andreoli. Questi è unanimemente riconosciuto come un luminare, un fior di psichiatra. Per cui, se il professore ha detto quello che ha detto sulla strage di Erba, non c’è che prenderne atto e meditare. A fortori, direi, se il suo approccio alla vicenda suona un tantino apocalittico: vuol dire che c’è poco da minimizzare.
L’uomo del nostro tempo, dice Andreoli, è un problema serio. Si tratta di capire perché delle persone che vivono secondo schemi accettabili possano accumulare una serie di frustrazioni tali da indurle a compiere gesti che sono fuori da qualsiasi comprensione, fuori anche dalla follia. E la risposta è che l’uomo del nostro tempo è senza principi, senza sensi di colpa, senza quei freni inibitori che danno un senso alla nostra vita. La vera follia, per il professore, è questa.
Un ragionamento chiarissimo, per nulla “accademico,” addirittura disarmante nella sua semplicità. Il che, direi, fa onore ad un professore che avrebbe potuto benissimo esprimersi in maniera, per dire, più sofisticata. Sospetto fortemente che molti buoni cattolici siano d’accordo con Andreoli. Eppure, a mio modestissimo parere, c’è molta sociologia ma poca teologia nel ragionamento del grande psichiatra. Il che, è ovvio, se non è certamente un limite sotto il profilo “scientifico,” altrettanto certamente non è un titolo di merito dal punto di vista di chi si aspetta risposte che soddisfino la domanda di senso che contraddistingue l’atteggiamento del credente in faccia ad eventi particolarmente tragici e, a maggior ragione, di fronte a siffatte, “diaboliche” e perverse, fenomenologie del male.
Un approccio alquanto diverso, ma piuttosto diffuso soprattutto tra persone che si sentono “di sinistra,” è quello che il veneziano Gianfranco Bettin (consigliere regionale per i Verdi, nonché studioso a lungo impegnato nel campo della ricerca e degli studi politico-sociali) ha proposto sul manifesto del 12 gennaio. La chiave di lettura che egli suggerisce è l’«intolleranza». E’ quasi poetica la sua prosa:
Uno strano frutto cresce spesso quassù, a nord, in province che sono tra le più ricche del mondo ma anche fra le più spaesate e a volte spaventate dai cambiamenti che pure contribuiscono potentemente a provocare. Non pende dai pioppi, come lo Strange Fruit di Billie Holiday, ma ugualmente semina «sangue su foglie e radici». Il sangue di Youssef, che ha vissuto soltanto due anni tre mesi e due giorni, quello di sua madre Raffaella e di sua nonna Paola, quello dei vicini accorsi in loro aiuto. Questo sangue viene da un frutto che, in questo caso, ha un nome solo e appropriato. Guardando alla scena del crimine, si potrebbe anche chiamarlo odio. Ma sarebbe un po' sviante. Non perché non ci sia odio in quello che Olindo Romano e Angela Rosa Bazzi hanno confessato di aver fatto. Ma è venuto dopo. L'odio è il frutto maturo. La linfa che l'ha gonfiato fino a farlo esplodere ha invece il nome di intolleranza.
Anche qui, mi sembra, si va abbastanza sul sicuro e sul semplice. Difficile contestare che i coniugi assassini fossero persone estremamente intolleranti. Il punto è che, forse, ricondurre il tutto all’intolleranza è un tantino “ideologico,” o se si preferisce un po’ “minimalista.”
Il terzo approccio è quello proposto da Adriano Sofri su la Repubblica, sempre del 12 gennaio. Difficile sintetizzare il ragionamento. Del resto chi ha una certa dimestichezza con lo stile dell’ex capo di Lotta continua sa che il suo argomentare segue percorsi piuttosto complessi, a volte persino troppo—almeno a mio avviso—per le pagine di un quotidiano, ma sa anche quanto quella complessità rifletta la non facile decifrabilità di ciò di cui si sta discutendo. Per questo Sofri non mi delude mai, neanche quando sono costretto a interrompere la lettura e a tornare indietro per cercare di capire di cosa diavolo stia parlando, e neanche quando, alla fine, non mi trovo d’accordo con lui.
Cito qua e là dal suo articolo (ma raccomando la lettura integrale!):
La lezione è semplice, benché siamo riluttanti a riconoscerla: non c'è grandezza nel male. Ho trascorso anni accanto a un assassino di vicini di casa—si tratta infatti di una piccola ma robusta categoria. Aveva sempre gli occhi rossi, piagnucolava, compiangeva «la sua disgrazia» — cosi la chiamava.
Non c'è grandezza nemmeno quando il campo di battaglia si allarga dal pianerottolo a un continente. Bisogna riconoscere l'ovvietà, senza perdere il raccapriccio.
[…]
Gli occupanti nazisti permettono alle autorità locali non ebraiche di dar la caccia ai concittadini ebrei. Gli abitanti sono circa 2500, fra loro gli ebrei sono 1600. Alla fine della giornata sono stati sterminati, ad eccezione di sette scampati. Sono stati trucidati a colpi di randelli, asce, attrezzi da lavoro, bastoni: come nel condominio di Erba. Come nel condominio di Erba, c'è stato un gran rogo finale: centinaia di ebrei sono stati ammucchiati in un granaio e bruciati vivi, nel tripudio della brava gente.
[…]
Poiché non vuole rassegnarsi alla propria ignobiltà, l'animale umano si attarda a figurarsi una magnanimità, una grandiosità magari torva, degli assassini privati, e almeno di quelli pubblici, sulla larga scala. Banalità del male va bene, ma la coppia di Erba è troppo: maniaci dell'ordine e dell'orario, addirittura netturbino lui, donna delle pulizie lei, troppa grazia. Qualcosa che avesse a che fare con gli extracomunitari, o almeno con il carcere, o almeno con l'indulto, si poteva starci, a malincuore, o perfino con un certo compiacimento. Ma così! Troppo ordinario, troppo volgare. Eppure, per questioni di ballatoio, il mondo si scanna.
[…]
Le cittadine toscane sono così belle di case torri perché una famiglia doveva arroccarsi e difendersene dalla vicina. Nel centro di Siena vi mostreranno due palazzetti attigui, ma separati da una fessura di un dito, come due bellimbusti che si fronteggino sfidandosi a morte: «Prova a toccarmi».
[…]
C'è nel male, e forse anche nell'infelicità, una forza che abbassa e degrada e rende turpemente somigliante. La famiglia guarisce e uccide. Negli anni '60 una idea libertaria denunciava «la famiglia che uccide»: che uccide i suoi membri, cioè. Oggi, nonostante il rumore di fondo ininterrotto sui valori della famiglia, abbiamo una nozione assai lucida e certificata della famiglia che uccide, che fa la guardia ai panni sporchi delle violenze sui bambini e sulle donne, della stessa finora indicibile ribellione angosciata delle madri. E tuttavia possiamo guardarci dalla doppia ideologia, della sacra famiglia e dell'antifamiglia, e misurarci con l'esperienza, le sofferenze, le felicità. I due sciagurati di Erba sono una famiglia, hanno pagato la solidità del loro naufragio comune diventando una famiglia che uccide fuori di sé, contro il resto del mondo.
A me sembra una riflessione ineccepibile, la meno “unilaterale” e, in ogni caso, la più profondamente “cristiana” tra quelle che ho letto. Ci ritrovo l’eco dolente e tragico di quel mysterium iniquitatis di cui la Chiesa ha sempre narrato. Un “laico” disincanto che, al pari del suo omologo “confessionale” non implica, di per sé, la rinuncia alla buona battaglia che il Giusto deve essere disposto a combattere—sempre, non soltanto quando il Princeps huius mundi lancerà l’assalto finale—contro l’iniquo, ma semmai una consapevolezza tanto più rispettabile quanto meno consente di cullarsi in comode illusioni.
Certo, il bagaglio culturale di Adriano Sofri non include lo scontro redentivo fra il mysterium iniquitatis e il mysterium pietatis, cioè la vittoria finale del Bene. Ma questo non toglie nulla all’efficacia della rappresentazione, anche dal punto di vista di coloro i quali, al contrario i Sofri, la fede ce l’hanno. Quanto a questi ultimi, indubbiamente, che vi sia un "mistero di iniquità" che è dentro al "mistero della pietà”—che affonda le radici nell’obbedienza di Cristo (cfr. Rom 5,12 ss)—è ciò che dovrebbe consigliare, tra l’altro, una certa diffidenza per i toni tragici e apocalittici di chi vede fin troppo nitidamente il male del nostro tempo, ma si sforza di ignorarne il bene, che forse sta silenziosamente crescendo. Perché, come si sa, la grazia sovrabbonda dove abbonda il peccato. Poi, è chiaro, se proprio Armagheddon deve essere, i profeti d sventura stiano pur tranquilli: ci attrezziamo, anzi, siamo praticamente già attrezzati—o di riffa o di raffa—da circa duemila anni …
January 10, 2007
The radical loser
The loser may accept his fate and resign himself; the victim may demand satisfaction; the defeated may begin preparing for the next round. But the radical loser isolates himself, becomes invisible, guards his delusion, saves his energy, and waits for his hour to come.
[…]
The project of the radical loser, as currently seen in Iraq and Afghanistan, consists of organizing the suicide of an entire civilisation. But the likelihood of their succeeding in an unlimited generalization of their death cult is negligible. Their attacks represent a permanent background risk, like ordinary everyday deaths by accident on the streets, to which we have become accustomed.
In a global society that constantly produces new losers, this is
something we will have to live with.
[Read the rest]
[This post was first published at windrosehotel.splinder.com on December 12, 2005]
Riformisti, ovvero 'the way we were'
Nonostante questo, ed anzi proprio per questo, onore al merito di Nicola Rossi, il quale, non essendo, per avventura, un osservatore qualsiasi, e nemmeno un commentatore—dilettante come un blogger o di professione come un columnist—, ma un professore che per giunta è anche un politico, non si è sottratto e ha detto e scritto, da par suo, ciò che era appunto doveroso dire e scrivere.
Per me, come dicevo, è un po’ diverso, ma conosco un trucco che forse mi permetterebbe di salvarmi in corner, e che mi è suggerito dalla celeberrima proposizione del Tractatus di Wittgenstein, corretta, però, se non ricordo male, da Umberto Eco nel Nome della Rosa: “Di ciò di cui non si può parlare occorre narrare.” Ecco, appunto: se proprio dovessi dire qualcosa, racconterei. Ma penso che sarebbe un esercizio tedioso, a sua volta, per i poveri lettori di questo blog … E allora? Beh, propongo un compromesso: che dire se mi limito solo all’incipit, o poco più, di quella narrazione? [Mi sto arrampicando sugli specchi, lo so, ma che vogliamo farci, ognuno ha i suoi limiti …]
Va bene, ieri Maurizio Sacconi—che ho conosciuto abbastanza bene ai tempi del Psi, essendo tra l’altro un concittadino—concludeva così una sua riflessione sul Giornale:
D'altronde Nicola Rossi sa che una sinistra riformista invero è esistita e - non a caso - è stata contrastata e con la violenza cancellata proprio dalla sinistra che oggi lo delude.
Già, una sinistra riformista c’era, appunto. Era la mia sinistra, contrastata accanitamente, odiata (è la verità) e infine "terminata" dall’altra sinistra, anche da quella parte di essa (odio escluso, forse) che oggi si proclama riformista, ma, appunto, come ha spiegato Nicola Rossi, non c’è più alcuna speranza che lo diventi per davvero. Sono ricordi che non si possono cancellare, lo dico senza rancore, lo giuro, come semplice constatazione. Ricordi vivissimi: conversazioni e scontri tra amici, conoscenti, colleghi di lavoro e, naturalmente, avversari politici. Ci voleva una certa testardaggine, allora, ad essere socialisti, cioè craxiani, cioè riformisti. Qualcuno, certo, lo era per calcolo, come sempre accade in politica, e per costoro non c’erano problemi, nel senso che non se ne facevano, ma per chi ci credeva era dura. Era dura all’università, ai tempi in cui «riformista» e «socialdemocratico», lo sanno anche i bambini, erano espressioni equiparabili ad insulti, era dura sul lavoro. Ma la convinzione di essere nel giusto—poi avallata dai mea culpa dei più onesti tra gli avversari di ieri, come Massimo D’Alema e Piero Fassino—era tale che si passava sopra a tutto. Si resisteva.
Ora Nicola Rossi è arrivato al dunque, e, dico la verità, pur senza esserne particolarmente sorpreso, mi dispiace un po’. Per un certo periodo sono stato tra coloro che hanno ritenuto possibile, oltre che, naturalmente, auspicabile (per la sinistra, per l'Italia, per tutto), un percorso che facesse transitare la vecchia sinistra ex comunista da posizioni genericamente massimalistiche, almeno in buona parte, o da uno stato confusionale che definire di ambiguità cronica non sarebbe esagerato, a un’attitudine mentale autenticamente riformista. Ho detto attitudine mentale non a caso, perché, per quel che ho capito io, di questo si tratta, non tanto o non solo di “programmi,” che del resto di quella attitude of mind sono soltanto una logica conseguenza, per quanto inevitabile e necessaria.
Mi dispiace perché, essendo io stesso arrivato (dolorosamente) alla medesima conclusione, speravo, per senso civico, che gente come il Professore ce la facesse a tenere duro. Ma, ovviamente, prendo atto e capisco. Dirò di più: comprendo e ammiro sinceramente. Perché se per me è stato abbastanza “naturale”—questione di memorie, come dicevo—tagliare i ponti, per uno come Rossi deve essere stato terribile e deve aver richiesto un coraggio leonino. Eppure, come appunto ricordava Sacconi, “Nicola Rossi sa che una sinistra riformista invero è esistita,” e quel che segue. Dunque, se ne può fare una ragione, come, per altre vie, se ne sono fatti una ragione tutti gli ex socialisti che sono andati con Forza Italia. Una scelta, quest’ultima, che, d’accordo, qualcuno può aver fatto per tornaconto—anche se lo stesso penso che valga per chi ha fatto la scelta opposta—, ma che, in generale, a meno che non si sia preda di una visione becera e manichea della lotta politica, non può che far riflettere.
Di una cosa sono ragionevolmente certo: a tutti noi “vecchi riformisti,” a noi blairiani prima di Tony Blair, penso produca una strana sensazione (che definire “orgoglio” sarebbe riduttivo) pensare a “come eravamo,” e una certa, struggente, nostalgia immaginare come avrebbe potuto essere. Ma il mondo va avanti. Oggi essere riformisti non implica una scelta di campo, semmai, se posso esprimermi così, è il campo che deve scegliere tra riformisti e no …