December 29, 2007

La dieta speciale di Giuliano Ferrara

Giuliano Ferrara si sta dando parecchio da fare a sostegno della sua proposta di “moratoria sull’aborto.” Su Camillo, come molti già sapranno (qui, tra un cambiamento "strutturale" del blog e un altro, ci s’era dimenticati di darne notizia), il direttore del Foglio tiene un diario della “dieta speciale” che sta seguendo per richiamare l’attenzione sulla questione:

Una dieta speciale per la moratoria sull’aborto. Perché siano garantiti fondi al movimento per la vita e ai centri di assistenza che lavorano contro l’aborto, come ha chiesto ieri il giornale dei vescovi e come dovrebbero chiedere i giornali borghesi e laici. Una dieta semplice, che consiste nell’assumere soltanto liquidi dalla vigilia di Natale (dalla mattina della vigilia di Natale) al primo dell’anno (alla mattina del primo giorno del 2008). Non lo chiamo digiuno perché sono grasso, sebbene io pensi in generale di essere felicemente grasso e di recente mi senta un grasso molto in forma, orgoglioso di avere lo stesso peso corporeo (quello mentale è un altro paio di maniche) attribuito a Tommaso d’Aquino.

La dieta, dunque, scade il primo gennaio, e così il diario, si presume, quindi c’è ancora tempo per leggere e per riflettere. Retrospettivamente segnalo la risposta a un’intervista di Carlo Maria Martini a Europa, in cui il cardinale che ha scelto di vivere a Gerusalemme se la prende con gli «atei devoti». Nell’occasione Ferrara insiste sull’idea di “festeggiare il quarantennale della Humanae vitae, e comunque la vita e la famiglia, con cinque milioni di pellegrini a Roma, nella prossima estate,” il che, a suo avviso, “sarebbe un eccellente segno di contraddizione e di modernità della chiesa cattolica.”

December 28, 2007

You may not be interested in war ...

Michael Barone on Benazir Bhutto's Tragic Death:

Her death is a reminder that we really do live in a dangerous world. Pakistan is a nuclear power with a military and a secret service that seem laced with supporters of Islamist terrorism. Many Americans would like to go back on holiday from history. But as Leon Trotsky is supposed to have said, “You may not be interested in war, but war is interested in you.” I suspect that this tragic event will have an effect on the campaign going on so hot and heavy right now in Iowa and New Hampshire.

Emergenze nazionali

Che uno non possa occuparsi di tutto, ad esempio tenersi informato, riflettere, confrontare e formarsi opinioni su qualsiasi emergenza, è un fatto di cui occorre farsi una ragione, anche se a volte dispiace molto. Una delle questioni che sicuramente meriterebbero di essere studiate e approfondite accuratamente è l’emergenza rifiuti di quella bellissima regione italiana che è la Campania. Che poi uno, dopo qualche inutile tentativo di capirci qualcosa, si arrenda e aggiunga questa alla lunga lista delle cose di cui ha smesso di occuparsi, è appunto motivo di frustrazione e di rammarico. Poi, d’accordo, c’è una remora che potremmo definire imbarazzo, ma questo è un fatto privato. Comunque ho letto una cosa che mi è sembrata utile: non dico a capire, perché solleva quasi soltanto domande, ma insomma è meglio che niente.

December 27, 2007

Benazir Bhutto assassinata

Benazir Bhutto, ex primo ministro pakistano e presidente del Pakistan People Party (PPP), è stata assassinata da un kamikaze a Rawalpindi. L'attentato è stato rivendicato da Al Qaeda. Disordini in tutto il Paese.

December 23, 2007

Merry Christmas!


And now, folks, it’s time to remind ourselves what the spirit of Christmas is all about. The following lovely ballad from Johnny Cash—not heard very often—is just an idea …


Ed ora, gente, è arrivato il momento di ricordarci che cos'è veramente lo spirito del Natale. La ballata che segue—pochissimo conosciuta—del grande Johnny Cash è soltanto un'idea ...


MERRY CHRISTMAS TO YOU ALL!

BUON NATALE A TUTTI!



Christmas As I Knew It

One day near Christmas when I was just a child
Mama called us together and mama tried to smile
She said you know the cottoncrop hasn't been too good this year
There's just no spending money and well at least we're all here
I hope you won't expect a lot of Christmas presents
Just be thankful that there is plenty to eat
That's quite a blessing that'll make things a little more pleasant
And us kids got to thinking how really blessed we were
At least we were all healthy and best of all we had her
Roy cut down a pigapple tree and we drug it home Jack and me
Daddy killed a squirrel and Louise made the bread
Reba decorated the tree with popcorn strings before we went to bed
Mama and daddy sacrificed cause this Christmas was lean
But after all there was the babies Tom and Joanne babies need a few things
I whittled a whistle for my brother Jack and though we fought now and then
When I gave Jack that whistle he knew I thought the world of him
Mama made the girl's dresses out of flower sacks
And when she ironed them down you couldn't tell that they hadn't come from town
A sharecropped family across the road didn't have it as good as us
They didn't even have a light and it was way past dusk
And mama said well I bet they don't even have coaloil or beans to boil
A log apples cranges and such
Me and Jack took a jar of coaloil nd some hickernuts we'd found
We walked to the sharecropper's porch and set 'em down
A poor old ragged lady eased open the door
She picked up the coaloil and hickernuts and said
I sure do thank ye and quickly closed the door
We started back home me and Jack and about halfway we stopped looked back
And in the sharecropper's window at last was a light
So for one of the neighbors and for us it was a good Christmas night
Christmas came and Christmas went Christmas that year was heaven sent
Then daddy put on his gumboots waited for the thaw back home in Dyess Arkansas.

December 21, 2007

Silent Night



Imagine a snowy Christmas Eve, a small church in a little mountain village, deep inside a pine forest. Inside the church a kids choir is singing an unknown but amazing song:

Stille Nacht! Heil'ge Nacht!
Alles schläft; einsam wacht
Nur das traute hoch heilige Paar …


This is, more or less, the kind of experience the villagers of Oberndorf, Austria, must have had some two centuries ago. On that Christmas Eve, a song was born that would have been translated into hundreds of languages, and is now sung by countless millions every December all over the world.

As Christmas historian Bill Egan puts it, the German words for the original six stanzas of the carol we know as “Silent Night” were written by assistant pastor Fr. Joseph Mohr in 1816. On December 24, 1818 he journeyed to the home of musician-schoolteacher Franz Gruber. Joseph showed Franz the poem and asked him to add a melody and guitar accompaniment so that it could be sung at Midnight Mass. The rest is history.

Tomorrow is the fourth Sunday of Advent. To live it properly, I thought the listening of the carol might be helpful. But, to point out the universality of “Silent Night,” how about Enya’s Irish version going along with the images of a Christmas Tree at Lagoa Rodrigo de Freitas, Rio de Janeiro?


A proposito di moratoria

Trasferita dal piano morale a quello legislativo, la denuncia angosciata e scandalizzata della “morte legale” procurata dall’aborto non può approdare a una irrealizzabile, metafora a parte, “moratoria dell’aborto”, bensì solo alla conservazione o al ripristino della “morte illegale”, cioè della clandestinità dell’aborto e della persecuzione penale delle donne in carne e ossa. Che non è, finora, l’orizzonte dichiarato del redattore dell’appello, e mi auguro che non lo diventi mai.

Questa la conclusione della “Piccola posta” di Adriano Sofri sul Foglio di ieri (e ripubblicata oggi in seconda pagina). La risposta di Giuliano Ferrara è uno degli editoriali di oggi. Sono due piccoli capolavori, e soprattutto sono la dimostrazione di come può e, forse, dovrebbe essere il dialogo su una materia come l’aborto tra persone che la pensano in maniera diversa. Cito solo la conclusione del direttore del Foglio, con la quale concordo e nella quale mi riconosco in maniera sostanziale.

Quanto al ripristino della morte illegale e della persecuzione legale verso le donne incinte, sai bene e lo scrivi che non ci penso nemmeno. Ma una drastica rottura nell’accondiscendenza vile, sottolineata dall’ipocrita e soddisfatta campagna sui diritti umani universali in tema di pena di morte, obliosa dell’essenziale, ci vuole. Io la chiamo moratoria. Tu chiamala come vuoi, nell’amicizia di sempre.

December 20, 2007

E che la Forza sia con voi

Per la prima volta, da molto tempo a questa parte, il dibattito politico è tornato ad essere interessante—oltre che, come al solito, estenuante, ma a questo, purtroppo, non c’è rimedio—, e tuttavia, della “pregnanza” del momento non tutti si sono accorti, a giudicare dai commenti che si ascoltano e leggono in giro (anche nella blogosfera). Qualcuno, come lo stolto del proverbio orientale, a chi gli indica la Luna muove obiezioni sul dito. Veltroni e Berlusconi, ciascuno alla sua maniera, hanno il merito di aver restituito alla politica il ruolo centrale che le spetta, ma c’è chi continua a far finta di niente, probabilmente perché non si è ancora reso conto che un’era è irrimediabilmente finita.

Di Berlusconi e della svolta che, piaccia o no, ha impresso al centrodestra, si è già parlato su questo blog, e non credo, per quel che mi riguarda, di aver molto da aggiungere. E’ di Veltroni, invece, che qui non s’è detto ancora (quasi) nulla, e dunque è ora di colmare la lacuna. Da cosa cominciare? Beh, dall’intervista al Foglio di martedì scorso (che ieri, in un ritaglio di tempo, ho riprodotto qui in vista di questo post), cui è stato appioppato un titolo ambizioso: “Il manifesto politico di W.” Scelta azzeccata, direi. Quello che più di tutto colpisce, nell’intervista, è la capacità di «visione», e questa, lo confesso, è una sorpresa (per me), per quanto piacevole. E’ visione—corroborata da una buona dose di coraggio—il ragionamento sull’«identità» (“figlia della storia, delle culture, delle radici, delle ragioni,” cioè “un valore”), sul rapporto tra stato laico e punto di vista religioso (“riconoscimento della rilevanza nella sfera pubblica e non solo privata delle religioni e delle varie forme di spiritualità”) e sulla bioetica (“non tutto ciò che è tecnicamente possibile è moralmente lecito”). E’ visione l’approccio ad un tema particolarmente spinoso della politica estera quale l’«esportazione della democrazia»:


«Credo […] che non si possa avere un atteggiamento ideologico di contrapposizione all’idea che la democrazia possa nascere da un sostegno esterno, quando non nasce spontaneamente. Se mi si chiede cosa hanno fatto i soldati americani i cui corpi sono sepolti ad Anzio e a Nettuno, io risponderei così: “Hanno cercato di portare la libertà e la democrazia in un continente dove la libertà e la democrazia ce l’eravamo giocate.”»
[…]
«Rispetto a Saddam Hussein sicuramente le cose stanno migliorando. Quando si vive sotto una dittatura è chiaro che quando la dittatura finisce le cose migliorano.»

E’ visione il giudizio su Berlusconi:


«Io considero quello di non aver capito Berlusconi un sottosistema di un problema più grande, cioè il fatto di non aver letto le trasformazioni della società. Berlusconi è stato in grado, per esempio, nel rapporto con l’imprenditoria di dare voce a un’Italia che voleva rompere un po’ di lacci sulla quale ha messo una cosa che a me non piace culturalmente, e cioè una visione del mondo egoista, se vogliamo, individualista della crescita sociale. Combattere la politica di Berlusconi è stato ed è giusto, ma l’errore della sinistra è stato naturalmente quello di demonizzarlo.»

Ed sono visione i riferimenti all’«impazzimento giustizialista» dell’epoca di Tangentopoli (ma in questo è stato preceduto da Fassino e D’Alema), alla “Cosa bianca,” al partito senza correnti, a Nicolas Sarkozy e a Bernard Kouchner, e soprattutto il discorso sulle riforme, sulla necessità che il Pd corra da solo e l’auspicio che altrettanto facciano gli altri. Si può essere d’accordo o meno, in tutto o in parte, ma non si può negare che Veltroni sta dimostrando di essere un leader e di voler diventare uno statista, perché sono appunto il coraggio—di sfidare l’impopolarità e di farsi dei nemici, dentro e fuori il suo partito—e la visione ciò che fa veramente la differenza, e statista è colui che riesce a perseverare e a mantenere la rotta a qualunque costo quando è convinto di essere nel giusto, ma di questo, ovviamente, Veltroni deve ancora dare dimostrazione, anche se sembra sulla buona strada.

Del resto, come si legge oggi sul Corriere, pare che Walter Veltroni sia costretto a ripetere sempre più spesso, negli ultimi tempi, una frase significativa: «Guardate che io non mi faccio bruciare a fuoco lento». Significativa e sintomatica. Nel pezzo di Maria Teresa Meli si legge che Massimo D'Alema, in un'intervista a Vanity Fair, mette in guardia Veltroni dal fare una legge elettorale su misura di Pd e Forza Italia. E’ uno stop vero e proprio, scrive la Meli, e penso che abbia ragione. E non c'è solo D'Alema, chiarisce la Meli, a mettere i bastoni fra le ruote, c'è anche Piero Fassino (“i fassiniani si sono incontrati in gran segreto l'altro giorno …”).

C’è da sorprendersi? Macché, semmai ci sarebbe da sorprendersi del contrario: è una lotta per la sopravvivenza politica, cioè un diritto esercitato da tutti coloro che fanno politica (questo va detto per stoppare preventivamente gli ipocriti, che sono una brutta razza). Dunque non c’è da stracciarsi le vesti. Bisogna piuttosto sperare che Walter tenga duro, e che tenga duro anche Silvio. E che entrambi escano vincitori da una “guerra” che sarà senza esclusione di colpi. Ma questa è sempre stata la politica.

Il futuro, come è normale che sia, è nelle mani dei leaders dei due maggiori partiti: sta a loro dare all’Italia la grande riforma attesa da decenni. Sistema tedesco o francese, importa relativamente poco, quel che conta è innanzitutto un sistema elettorale che ci consenta di andare oltre il bipolarismo che abbiamo conosciuto e che ha fallito miseramente, e poi realizzare le riforme istituzionali che meglio si coniughino con la legge elettorale che si sceglierà. Senza pasticci e, possibilmente, volgendo la prua verso un tendenziale bipartitismo—nulla da spartire col bipolarismo, of course—che, ovviamente, non potrà suscitare gli entusiasmi dei “nanetti” di sartoriana memoria. E che la Forza sia con voi.

December 18, 2007

Ayman al-Zawahiri: che gli ha preso?

Ayman al-Zawahiri, l’ideologo di al-Qaeda e il vice di Osama bin Laden, è infuriato con il mondo intero (o quasi). Infatti, in una lunga intervista messa su Internet lunedì da al-Sahah, il dipartimento informazioni di al-Qaeda, ha innanzitutto attaccato il re saudita Abdullah e Benedetto XVI, il primo per es­sere andato in udienza dal secondo, il quale è pur sempre «il Papa che ha offeso l’islam», e dunque dovrebbe essere considerato infrequentabile da tutti i buoni musulmani.

Ma un momento prima, nel medesimo video, al-Zawahiri ave­va malmenato gli ule­ma che oggi vietano ai musulmani di com­piere contro gli americani quel jihad che avevano considerato un do­vere, in altri tempi, quando avevano a che fare coi russi.

Nel video, inoltre, ce n’è anche per l’Iran, che sarebbe in combutta con gli Stati Uniti per spartirsi l’Iraq. Per al-Zawahiri, praticamente, le minacce rivolte da Ahmadinejad ad Israele sarebbero «pura propa­ganda». La ciliegina sulla torta, infine, è un attacco ad al-Jazeera, sia pure senza nominare esplicitamente la famosa emittente araba.

Che cosa gli ha preso? Per capire, la cosa migliore è leggere attentamente un paio di articoli pubblicati su Avvenire e sul Messaggero di oggi. Il primo riporta l’opinione di padre Federico Lombardi, direttore della sala stampa della San­ta Sede e di monsignor Gian­franco Ravasi, presidente del Pontifi­cio Consiglio per la Cultura. Il secondo l’ha scritto di suo pugno il generale Carlo Jean.

Ecco cosa dice padre Lombardi:
«I contatti di dialogo portati avanti da autorevoli esponenti musulmani co­me il re d’Arabia e i 138 teologi e in­tellettuali islamici sono un fatto significativo per tutto il mondo musulmano. Si trat­ta di voci che vogliono esplicitamen­te impegnarsi per la pace. […] Queste vo­ci hanno una importan­za crescente e questo evidentemente preoccupa chi questo dialogo non vuole».

Ed ecco l’opinione di monsignor Ravasi:
«Che ci siano quelli che vogliono sicu­ramente il duello e lo scontro, noi lo sappiamo ed è una costante: questo at­teggiamento è la via più semplice che vuole evitare qualsiasi incontro, qual­siasi comprensione, qualsiasi forma di umanità. […] D’altra parte bisogna dire che queste persone non rappresentano as­solutamente l’orizzonte intero di mol­ti credenti, anche dell’islam».

Sul Messaggero, invece, Carlo Jean spiega molto bene come si sono messe le cose per “la vera perdente,” vale a dire al-Qaeda, che “non è riuscita a trasformare l’Iraq in un Vietnam, per indurre gli americani al ritiro, lasciando mani libere ai radicali ed aprendo la strada alla loro presa di potere anche in Arabia Saudita.” Non solo, il bilancio in Iraq, dove evidentemente il surge e il nuovo approccio politico del generale Petraeus e dall’ambasciatore Crocker stanno dando ottimi risultati, è semplicemente disastroso (per al-Qaeda, of course):
forte diminuzione del numero delle vittime; deflusso dei jihadisti stranieri; ritorno di rifugiati e sfollati; accordi fra i capi tribù sunniti e gli Usa per la costituzione di reparti per un totale di 65.000 soldati, a cui vanno aggiunti altri 12.000 dei battaglioni tribali di protezione; nuova legge sulla de-baathizzazione, che consentirà il recupero di funzionari preparati; frammentazione del fronte sciita a danno degli elementi filo-iraniani; tentativo di accordo con i sunniti del pittoresco Moqtada al-Sadr, ed altri ancora.

Ma segnali altrettanto negativi per al-Qaeda provengono anche dall’esterno dell’Iraq:
la conferenza di Annapolis, a cui ha partecipato anche la Siria, isolando Iran, Hezbollah e Hamas; migliori rapporti fra gli Usa e l’Iran, consolidati dalla pubblicazione del rapporto Nie, che sdrammatizza la minaccia del nucleare iraniano, aprendo la strada ad accordi fra i due Paesi; invito ad Ahmedinajad da parte del re saudita Abdullah di partecipare alla Hajj, il pellegrinaggio annuale che, dal 18 al 20 dicembre, riunirà oltre due milioni di pellegrini nei Luoghi Santi dell’Islam.


Insomma, non c’è da meravigliarsi che lorsignori siano imbestialiti. E che siano disperatamente alla ricerca di qualche via d’uscita.

''They lose. We win''

This is what I'd like my Country's future leader to look like, but at the moment I'm pleased with the fact that Rudy is the most prominent candidate for president of the United States of America:



Giuliani's remarks in Tampa, Florida.

Click here to read the full transcript of the speech.
[Hat tip: rudy08.blogspot.com]

December 16, 2007

What the New York Times doesn't say (updated)


“All the world loves Italy because it is old but still glamorous,” as Ian Fisher wrote in his report on the Bel Paese, published in the New York Times last Thursday. But these days, he added,

for all the outside adoration and all of its innate strengths, Italy seems not to love itself. The word here is “malessere,” or “malaise”; it implies a collective funk — economic, political and social — summed up in a recent poll: Italians, despite their claim to have mastered the art of living, say they are the least happy people in Western Europe.

This is quite true, as well as the rest of Fisher’s wide-ranging report. The malaise is generalized, though, for instance, unemployment is low, at 6 percent, and the Country “does have Ferrari, Ducati, Vespa, Armani, Gucci, Piano, Illy, Barolo—all symbols of style and prestige.” I would say that, in addition, Italy also has hundreds of thousands of highly competitive small enterprises, scattered throughout the national territory, which are the real strength of this Country, but perhaps it’s easier for an American journalist to refer to the above mentioned and well known “symbols of style and prestige,” rather than to spend extra time trying to give account of what is going on throughout the Country. Well, to tell the truth, the Author gives credit to Peter Kiefer, who contributed reporting from Trieste, but the state of the art of the chair-making sector isn’t perhaps as representative as it could seem at the first sight.

Yet, the “malessere” is generalized. It’s mainly a psychological malaise, due to essentially political causes, namely the result of a massive political failure, as shown by La Casta (“The Caste”)—a book, as Fisher fairly noted, which sold a million copies “by exposing the sins of Italy’s political class and how it became privileged and unaccountable.”

But Fisher doesn’t fail to mention and to give scope to the hero of the moment, Beppe Grillo, a comic actor, comedian & blogger who, even though with a reputation for eccentricity, has always been politically engaged, especially in defiance of political uses/abuses, corruption, ineptitude, inefficiency, etc. One of the battles Grillo is being fighting in these days is directed not so much against the politicians as against the system of parties in itself.

What is not so intelligible is that the report fails to mention that both La Casta and Beppe Grillo are somehow being successful in forcing the system to reform itself. Which would be a good reason to be cautiously optimistic about the future of this Country. Whatever Beppe Severgnini, as well as other famous Maîtres à penser providentially interviewed by the NYT, might think about the whole matter.
..........
UPDATE December 27, 2007
On December 21, Giuliano Amato, the Minister of the Interior of Italy, wrote to The New York Times in response to the article by the NYT’s Rome correspondent Ian Fisher. Amato argued that Italy is doing fine, the article’s view was “only a parody:”

Take a look at the data. According to the most recent research by Mediobanca, Italy hosts a “fourth generation capitalism” with an export growth rate in the last decade of 6 percent (11 percent in 2007) and a growth in revenue of 5 percent. The industries concerned have become multinationals, with investments in China, and by now represent 33 percent of our productive system.
In trade, Italy has lost position in terms of volume, but not in terms of value. We have started to export higher value products, with higher quality, more research and innovation. This applies not only to fashion, wine and furniture, but also to helicopters, cruise ships, motorcycles, car components, and high-tech machinery.

Mr. Fisher, in turn, answered him, and, in general, discussed the reaction to his article in Italy with The Lede. He quoted for himself, among others, no less than Rev. Raniero Cantalamessa, the preacher for the pope and the papal household Just today, and Umberto Eco, Italy’s most prominent writer and essayist. But he knows that, “for as long as I am here, […] I will be known as ‘the guy who wrote that story’—and people will either like me or hate me for it.”

December 14, 2007

Aiutaci, Italia!

Angela Merkel, di fronte alle proteste cinesi, lo aveva detto senza giri di parole: «Nella mia veste di cancelliere federale, decido io chi ricevere e dove». Prodi, evidentemente, è fatto di un’altra pasta. Ma, come diceva don Abbondio, uno il coraggio, se non ce l’ha, non se lo può dare, e quindi, anche se Della Vedova ha ragione («Prodi si vergogni: non era all'estero, lo ha evitato»), non è il caso di farne un dramma. Mettiamoci una pietra sopra, dunque, e smettiamo di torturarci.

Del resto non vogliamo ascoltare il consiglio buddista che il Dalai Lama ha impartito ai parlamentari che l’hanno ascoltato oggi a Roma? «Amore e buon umore, calma e compassione—ha detto—riducono lo stress, perché l'odio e la diffidenza fanno male al corpo e all'anima». Vabbè, l’odio, in ogni caso, lo lasciamo agli irriducibili anti-Cavaliere, ché qui non ne saremmo capaci neanche se volessimo. Diciamo, piuttosto, niente malumori, arrabbiature selvagge e mancanza di carità cristiana, e così riduciamo lo stress e stiamo in salute.

Più o meno allo stesso modo, cioè da vero buddista, sembra essersi regolato Massimo D’Alema, che pure avrebbe avuto un buon motivo per essere risentito nei confronti di Tenzin Gyatso, e invece ha reagito con grande equilibrio e saggezza. Giudicate voi: innanzitutto ha chiarito, doverosamente, che «il governo non è disposto a cedere a nessuna pressione nel suo sostegno per l'affermazione dei diritti umani in Cina», ma subito dopo ha aggiunto che neppure intende «cedere», il governo medesimo, «a chi pretende di definire l'agenda di incontri del Dalai Lama, che non sono stati chiesti». Insomma, era quasi offeso, il Ministro degli Esteri, che Sua Santità non avesse chiesto alcun incontro, ma con ineffabile magnanimità ha saputo infine aggiungere un magnifico «siamo lieti che sia qui» (e si è percepito appena un filo di malsimulato rammarico per essere stato ingiustamente snobbato).

Una cosa è certa: a noi, di tutto questo gran dibattere di colloqui richiesti o no (ma di fatto, ad ogni buon conto, preventivamente negati) resterà ben poco nella mente e nel cuore, quel che non potremo facilmente scordare sono queste parole rivolte al popolo italiano:


«Abbiamo bisogno del vostro sostegno morale, pratico e concreto. E' importante per noi che dall'estero venga espressa preoccupazione […]. Fino a quando i cinesi non si renderanno conto che non si può andare avanti in questa maniera, non si potrà trovare una soluzione.»

December 13, 2007

Eppur si muove ...

Qualcosa sembra muoversi davvero, al centro. Per informazioni chiedete a Bruno Tabacci, ma prima date un'occhiata qui.

Oltre ogni limite di stupidità

E’ una cosa che penso da molto, un sospetto atroce, troppo surreale per essere esternato, troppo poco credibile per essere argomentato. E pure quando la «notizia» irrompe nella vita di tutti i giorni si stenta a filarci dietro. Ma una notizia è una notizia, e fino alla smentita ufficiale resta in piedi, volenti o nolenti. Ma nessuno, finora, pare abbia smentito. E allora? Allora, se tanto mi dà tanto, io esterno, in omaggio a sua maestà la notizia, che poi, nella fattispecie, è quella che abbiamo appreso dal Giornale di ieri, tramite la lettera al Direttore spedita da un lettore il cui figlio frequenta la classe IV C della Scuola Elementare “Villani” di Firenze:


La maestra di disegno ha nei giorni scorsi invitato gli alunni a fare un disegno che rappresentasse il Natale e mio figlio si stava quindi accingendo a rappresentare la «Natività di Cristo» quando è intervenuta detta maestra «vietando» al bambino di disegnare «Gesù bambino».Mio figlio è rimasto molto amareggiato da questa vicenda, anche perché non è riuscito a comprendere la ragione di tale assurdo divieto ed ha riferito il proprio turbamento a noi genitori.Pensando l'incidente si fosse verificato per un equivoco, mia moglie si è quindi recata personalmente a parlare con la maestra di disegno ma questa, appresa la ragione del colloquio, si è «inalberata» affermando che sarebbe «una scemenza» (testuali parole) voler rappresentare la nascita di Gesù Cristo ed associarla al Natale […].


Che ci si creda o no, questa cosa pare sia accaduta veramente. Tanto che oggi, su Avvenire, si può leggere un editoriale che la commenta—e che condivido, nella sostanza—in maniera giustamente, comprensibilmente indignata. Ma il sospetto che ho, come dicevo sopra, è atroce, e quindi, da un certo punto di vista, il commento di Marina Corradi mi sembra piuttosto inadeguato, come le considerazioni—parimenti indignate, giustificate, comprensibili—di quel genitore nella lettera al Giornale. Il sospetto che ho è questo: che si stia consolidando, nella nostra società, una componente laicista che, nelle sue frange più estreme (ma non per questo inconsistenti sul piano “quantitativo”), abbia varcato drammaticamente il Rubicone dell’imbecillità, della più proterva e irriducibile chiusura mentale, e dunque di un oscurantismo e di un’intolleranza che non hanno più freni e limiti.

Mi vengono in mente gli anni lontani della “contestazione” studentesca e in particolare la rivendicazione del diritto alla creatività e alla libertà di espressione artistica: fiorirono allora, opera di giovani e brillanti talenti, i primi murales: a volte stupendi, quasi sempre gradevoli e, a loro modo, intelligentemente provocatori. Poi il “verbo” è arrivato ai meno dotati, ed ecco che i murales sono spariti per far posto ai “graffiti” assolutamente idioti, privi di qualsiasi qualità artistica, che deturpano le nostre strade, i monumenti, i palazzi. Temo che il laicismo “nobile” e sempre rispettabile di un tempo si sia fatto soppiantare dal laicismo volgare e incolto di gente come quella di cui si occupa l’ottimo editoriale di Avvenire.

White Christmas


So I keep on posting about Christmas stories, legends, songs, poems, etc. This time is White Christmas’ turn, a widely celebrated song, perhaps the most famous and popular of all the Christmas songs. After all, who on Earth isn’t dreaming of a White Christmas? Ok, I know, must there be someone, statistically speaking, but if you have ever met one you would have walked away from them, wouldn’t you?

The morning after Irving Berlin wrote the song (it was early 1940) the great American songwriter went to his office and—as related by Wikipedia—told his musical secretary, “Grab your pen and take down this song. I just wrote the best song I've ever written—hell, I just wrote the best song that anybody's ever written!”

First performed by Bing Crosby in the 1942 musical Holiday Inn—in a duet with Marjorie Reynolds, dubbed by Martha Mears (click here to see the YouTube video)—the song went on to receive the Academy Award for Best Original Song. Since then “White Christmas” has become a Guinness Book of World Records song: over 100 million copies sold worldwide (this encompassing all versions, including on albums).

It is also to be recalled that the lyrics of the song struck a chord with the soldiers fighting in the Second World War and their families who were waiting for them back home.

In the video below Bing Crosby’s velvety smooth voice goes along with old-fashioned picture postcard landscapes—a touching jump into the past ... Enjoy!



December 11, 2007

Il dilemma del centro

Sul Corriere di oggi, Angelo Panebianco (come tutti) si interroga sulla possibile nascita di un partito di centro, qualora naturalmente venga varata una nuova legge elettorale proporzionale. Cosa sarà? “Un partito piccolo,” dice il professore, ma anche, come chiunque può immaginare, un partito che potrebbe disporre di un grande «potere coalizionale». Ebbene, questo sarebbe un fatto positivo? E a quali condizioni?

Tra due forze maggiori, definite un po’ perfidamente come una “socialdemocrazia annacquata” e un “liberalismo economico annacquato,” potrebbe mai il nuovo partito smentire la regola che la competizione elettorale ideale sia quella tra due grandi partiti alternativi tra loro e che affidare le sorti del Paese a un partito di centro, “ago della bilancia,” ecc., ecc., procura solo guai? Panebianco sembra piuttosto pessimista. E non a torto, credo. A meno che, aggiungerei, non si verifichi un fatto veramente nuovo per la politica italiana, e cioè che l’iniziativa di occupare il centro del sistema politico sia assunta, come scriveva qualche giorno fa su La Stampa Luca Ricolfi (un articolo tempestivamente segnalato da Walter),

anziché dalle forze del mondo cattolico, da sempre parte integrante del «partito della spesa» - dalle minoranze riformiste e liberali presenti sia nei partiti sia al di fuori di essi. Penso a uomini politici come Daniele Capezzone, Bruno Tabacci, Giorgio La Malfa, Nicola Rossi. O a membri della classe dirigente come Luca Cordero di Montezemolo, Mario Monti, Mario Draghi. In questo caso quel che nascerebbe al centro del sistema politico non sarebbe una piccola Dc, ma un medio partito liberal-democratico. Non il partito dei dipendenti pubblici e delle clientele, ma il partito della modernizzazione e del merito.

Consegnarsi a un partito ago della bilancia, ovviamente, presenterebbe i suoi risvolti negativi, ma questi, faceva notare Ricolfi, “forse” sarebbero compensati dalla “vocazione riformatrice e liberale” di quella formazione.

Ecco, qui si comincerebbe a ragionare. Un partito che pratica la “politica dei due forni,” infatti, non è un male in sé e per sé: se in questo modo si costringono i due partiti maggiori a contendersi l’alleato facendo a gara a chi è in grado di recepire nella maniera più convincente e sostanziale impegni e programmi autenticamente liberali e riformisti, ci si può anche stare, perché il gioco vale la candela.

Ma, come si diceva, l’ipotesi è alquanto remota, quella più probabile è che venga fuori una piccola Dc. In tal caso, un bel «no, grazie» interpreterebbe in maniera elegante i sentimenti della stragrande maggioranza del corpo elettorale, che avrebbe tutte le ragioni del mondo.

December 10, 2007

Paola Binetti e la libertà di coscienza

Giuliano Ferrara, ancora lui. Stavolta in casa (sul Foglio) e in difesa di Paola Binetti. E contro l’uso strumentale della «libertà di coscienza» da parte “del­l' illuminismo del tipo dark,” cioè quando essa “e l'obiezio­ne che sgorga dal fondo del cuore” sono rivolte rigorosamente “contro il presbitero, il vescovo, il car­dinale o più semplicemente l'avversario.” Ché quando “la purezza inappellabile di una decisione presa nel foro interiore” sfavorisce coloro, ecco che gli Illuminati si stracciano le vesti.

Croce, del resto, diffidava del termine «coscienza», giudicato rettorico, e forse, in un certo senso, non aveva tutti i torti. Così sembrerebbe, ad esempio, stando al ragionamento del direttore del Foglio, che avanza un’interessante ipotesi: che cioè

Croce avesse intuito, avendo vissuto con tutte le sue ambiguità la fase moder­nista del cattolicesimo europeo, il ser­peggiare, per lo meno potenziale, di una nozione di coscienza come violazione sciatta della disciplina e della coesione razionale del pensiero, per non dire (e non era affar suo) dell'unità e del vigore dogmatico di una fede incarnata nella storia e proiettata fuori della storia.

Ma per noi non-crociani non è inevitabile diffidare del termine in se ipso, lo è piuttosto il ritenerlo troppo spesso abusato da retori e ipocriti.

Il relativo del satiro (e l'assoluto del satireggiato)

E’ stata, quella del Satiro, una buona trovata, avendo meritato l’ottima risposta del Satireggiato che si legge oggi su Repubblica. Non che tutto sia condivisibile, però, a cominciare dalla scelta degli Exempla, almeno due dei quali—Benigni e Forleo—era meglio che non venissero accostati all’epurato, ma all’ingrosso si può dire che i conti tornano, ad abundantiam. In particolare, ho apprezzato questo passaggio:

Il fondamento di una democrazia ormai sfasciata e sgangherata come la nostra è questo: Dio è relativo, è un culto privato, invece la libertà assoluta, è l'unico culto pubblico ammesso. E' noto che non sono d'accordo con questa impostazione e che penso sia vero il contrario. Ci sono criteri di valore e di vita non negoziabili, e pubblici per definizione anche al di là della fede religiosa o civile confessata, e invece la libertà, che prediligo e vorrei la più ampia possibile in ogni situazione della mia esistenza e di quella degli altri, è relativa. Culturalmente non sono spinoziano, sono cattolico romano. E' dunque naturale che io la pensi così. "Che c'entra?", direte. C'entra, c'entra.

Perché ogni discussione sulle esperienze limite, e l'esercizio crudele della satira è una di queste esperienze, è una discussione sulla libertà e sui termini del suo esercizio. Il comunicato de La7 ha fissato un limite, e la società vive anche di limiti. E' culturalmente la stessa cosa di un divieto alla produzione sperimentale e assassina di embrioni, ha lo stesso valore linguistico pur trattandosi in questo caso di faccende per fortuna effimere.

Già, che un limite debba esservi è poco ma sicuro, ma che, in effetti, siano “faccende effimere” quelle che hanno offerto lo spunto per tali giuste considerazioni, non v’è parimenti alcun dubbio. E sarà bene tenerlo a mente, nella foga delle polemiche.

December 7, 2007

Where faith falters, art comes to rescue

An important part of Benedict XVI’s new encyclical Spe Salvi is dedicated to the Last Judgment, a chapter of the Christian faith, which has “faded” in favour of an individualistic vision of man's destiny. This is also why—according to the Pope—a self-criticism of modern Christianity is necessary.

But where faith falters, art comes to the rescue, as shown in the recently published The Sistine Chapel: A New Vision, a splendid book by Heinrich W. Pfeiffer, a German Jesuit and a professor of the history of Christian art at the Pontifical Gregorian University. A book which—according to Italian Vativanist Sandro Magister—should also be read (and viewed) to supplement the reading of Spe Salvi. In Magister-maintained website, the pages on the Last Judgment, hell, paradise, and purgatory in Benedict XVI's encyclical on hope are reproduced. This will be well worth a visit.

Ecco i campioni delle riforme

Scampato pericolo anche stavolta: governo salvo grazie a Francesco Cossiga, che ha reso un grande servizio al Paese. Perché ci sono delle priorità, evidentemente. Se, cioè, quello che—per ragioni misteriose—viene chiamato “decreto espulsioni” è stato salvato da uno come Cossiga, deve esserci una ragione molto seria, che va al di là sia del merito specifico del provvedimento (che è un autentico disastro) sia della sopravvivenza in sé e per sé del governo Prodi (che è, se possibile, ancora più disastroso). Non erano principalmente in gioco il decreto e il governo, infatti, ma le riforme: se cadeva il governo potevamo scordarcele. O almeno così la vedo io.

Ma la causa delle riforme ha anche un altro campione: Fausto Bertinotti. Lo ha capito e spiegato perfettamente Antonio Polito. Vedasi l’intervista pubblicata sul Giornale di ieri. Ma il giorno prima aveva capito tutto anche Stefano Cappellini, come si evince dalla lettura di questo articolo apparso sul Riformista.

Ecco cosa aveva scritto Cappellini:

Se Bertinotti è arrivato a tanto è perché ritiene che Prodi abbia passato il segno: passi per gli affronti che Rifondazione ha subito su pensioni, welfare e altre materie di governo, ma il ruolo di «garante dei piccoli» che il Prof si è ritagliato nella trattativa sulla nuova legge elettorale rischia di mandare all’aria tutti i piani strategici del Prc. Perché blocca ogni riforma aprendo la via al referendum e perché offre a Pdci e Verdi, che non chiedono altro, la sponda di cui necessitano per sfilarsi dal progetto della Cosa rossa. A palazzo Chigi il segnale è arrivato forte e chiaro.
[…]
L’uscita bertinottiana ha creato qualche problema anche a Veltroni, che certo non ne era bersaglio. Il leader del Pd non ha gradito lo sconfinamento prodiano nel dibattito interno all’Unione, ma il vertice democrat di domenica sera ha tracciato la via di un possibile compromesso parlamentare. E Veltroni, per inseguirne la realizzazione, ha “dovuto” puntellare l’esecutivo: «Penso - ha detto ai cronisti - che in questo momento creare difficoltà al governo significa anche indebolire la prospettiva delle riforme istituzionali ed elettorali».


Dunque, inseriamo anche Veltroni tra gli “indomiti riformatori,” visto che il puntello al governo era praticamente il tributo da pagare alle riforme.

Polito, per parte sua, si è speso in un elogio incondizionato al Presidente della Camera. Fausto Bertinotti, secondo lui, «è un coraggioso», e «ha fatto bene a dire chiaramente a Prodi di non mettere il governo e la maggioranza di traverso sulla strada delle riforme». Così come fanno bene

«tutti quei “coraggiosi” che non si lasciano frenare e intimidire nel percorrere la strada verso quella che io chiamo la Terza Repubblica, ossia verso un cambio radicale del sistema politico che lo renderà meno frammentario e più corrispondente alla realtà e alle necessità del Paese. E tra i coraggiosi annovero anche Walter Veltroni e Silvio Berlusconi, con il suo Pdl fondato dalla Mercedes».

Berlusconi, giustamente. Con lui si chiude il cerchio.

Queste mi sembrano le uniche cose degne di nota del momento politico. Tutto il resto è poco rilevante. Non so se anche altri commentatori, oltre a Polito e Cappellini, abbiano centrato la questione in modo altrettanto perspicace (tutto non si può leggere), ma ho qualche dubbio: come al solito mi sembra che i più siano troppo dediti ad occuparsi di aria fritta e di polemiche oziose per accorgersi che le cose che contano sono altre.