March 9, 2007

Penn e la sacralità del governo

William Penn fu il fondatore e colui che dette il nome allo Stato di Pennsylvania. Fu un quacchero che in un saggio del 1681, “The holy Experiment,” in cui diede norme e regole al popolo del nuovo stato, descrisse il governo come “parte della religione stessa, qualcosa che è sacro nella sua fondazione e nei suoi fini” e che ha come scopo supremo “mantenere il potere nel rispetto del popolo e assicurare il popolo dall’abuso del potere.”

Sul Foglio di oggi, un intellettuale radicale, Angiolo Bandinelli, gli rende omaggio. Ecco il testo integrale dell’articolo (lettura consigliatissima):



William Penn. Chi era costui? Quanti se lo chiederanno, come don Abbondio per Carneade? Non molti, crediamo. Si sa, l’Italia è un po’ un’isola, chiusa a quanto venga da fuori. Figurarsi poi se si tratta di un quacchero! E invece il quacchero William Penn fu un’eccezionale figura di leader religioso e di scrittore politico. E’ celebre per aver fondato e dato il nome allo Stato di Pennsylvania. Di lui so qualcosa perché ogni volta che sono a Londra alloggio in una pensione gestita dai suoi confratelli, “The Penn Club”, con una buona biblioteca sul loro movimento. Si trova tra Bloomsbury Square, il British Museum e le Courtauld Galleries. A due passi c’è il Russell Hotel, dove soggiornai nel 1962 quando partecipai, dietro a Marco Pannella, alla costituzione della prima Internazionale contro la guerra. All’incontro c’erano A. J. Muste, il leader nero (e omosessuale) che precedette Luther King, Grigori Lambrakis, il deputato greco ucciso dai colonnelli e che ispirò poi “Z”, il film di Costa-Gavras, e il reverendo Collins, Dean della cattedrale di St. Paul, la cui moglie si mostrò molto languida verso Marco. La pensione è frequentata da attempate vergini, da reverendi e pastori coi sandali francescani su calzini di lana grossa, da utopisti stravaganti e globetrotters solitari, tutti probabilmente sospettosi verso il sesso. Niente alcolici, ma la colazione di uova fritte, pancetta, pomodori e fagioli rossi, è ottima. Nell’atrio è in bella vista una splendida citazione di Penn, tratta dal saggio “The holy Experiment” (1681), che dà norme e regole al popolo del nuovo stato d’oltreatlantico: “Il governo è parte della religione stessa, qualcosa che è sacro (‘sacred’) nella sua fondazione e nei suoi fini”… “noi abbiamo concepito e composto al nostro meglio la cornice e le leggi di questo governo in vista di quello che è lo scopo supremo di ogni governo: mantenere il potere nel rispetto del popolo e assicurare il popolo dall’abuso del potere”. Da giovane, William Penn aveva più volte scontato il carcere per la sua infiammata predicazione di stampo “radicale” in difesa dei diritti civili e religiosi. Nel 1681 si trasferì in terra d’America, per fondarvi una società retta sui principi della benevolenza reciproca, che fosse “seme di una nazione”, di un popolo “libero, sobrio ed industrioso” governato dalle sue proprie leggi. Fu la Pennsylvania, con la capitale Philadelphia il cui nome grecizzante è un programma di radicalismo etico che direi prekantiano. Penn strinse con gli indiani del Delaware un memorabile trattato, nel quale i due contraenti erano alla pari. Suo è anche un altro famoso documento politico, le “Concessions and Agreements”, sorta di carta costituzionale per un gruppo di quaccheri che andava a stabilirsi nel New Jersey. Il documento prevedeva il diritto per ciascuno a essere giudicato da una giuria e a non essere imprigionato arbitrariamente per debiti, oltre a un editto contro la pena di morte. In quell’epoca oscura per le libertà, stabiliva che “nessun uomo ha potere o autorità sugli uomini per quanto concerne le materie di religione e le coscienze”. Il documento è stato definito “la prima chiara affermazione apparsa in America sulla supremazia della legge fondamentale, cioè dei ‘diritti universali’, sopra ogni possibile statuto o legge”. Ah, America, venusiana terra aperta agli utopisti, ai liberi e forti, Israele promessa ai pacifici, ai veri credenti e ai perseguitati dal potere, fuggi, fuggi via dall’Europa prona dinanzi al sanguinario Marte/Ares, padre di Deimo e Fobos, Paura e Terrore! In Europa, il secolo era cominciato con il rogo di Giordano Bruno; nel 1628 il cardinale Richelieu, onnipotente ministro di Luigi XIII di Francia, assediava e distruggeva La Rochelle, bastione degli ugonotti riformatori; nel 1649 il dittatore fondamentalista Cromwell faceva decapitare re Carlo I. In quegli stessi anni, i Papi condannavano i quietisti cattolici che tendevano a una forma di culto rispettosa della libertà interiore. Nel 1651 uscì il “Leviatano” di Hobbes, testo chiave dell’assolutismo statalista. Solo nel 1690 Locke avrebbe definito i diritti essenziali della tolleranza religiosa e politica.



Il Bene e il Male in diretta

Stasera in tv c’erano due Italie. Una buona e una cattiva (oggi sono manicheo e me ne vanto). Nel senso—tanto per non lasciare dubbi—che una era rappresentava il bene e l’altra il male. Una, quella cattiva, era in scena a Otto e mezzo, l’altra, quella buona, ad Anno zero. La prima—che ho visto per intero—discuteva sulla “rivoluzione” di Ruini, con Emanuele Severino, Rosi Bindi, Sandro Magister e Luigi Bobba. Una discussione di alto profilo, civile …, però che sofferenza, ragazzi, quei discorsoni seriosi!

La seconda discuteva di diritti dei gay, e poi non so di che altro, visto che dopo cinque o sei miniti ho lasciato perdere (poi spiego perché). Chi c’era? Mah, io ho fatto caso soltanto a due personaggi: uno era Clemente Mastella, l’altro non lo conosco se non per averlo intravisto qualche altra volta da Santoro, e al momento non mi ricordo come si chiama (ma forse alla fine mi verrà in mente). Dunque, Mastella esprime il suo parere (che è quello che è) sulla materia del contendere. A un certo punto, se non ricordo male su sollecitazione di Santoro, fa riferimento alla sua fede per argomentare la sua posizione sull’argomento oggetto del dibattito, e lo fa in maniera molto corretta, senza presunzione, con equilibrio, mettendo avanti la consapevolezza che la fede, pur se intensamente vissuta, è anche dubbio, umana fragilità e cose di questo genere. Insomma, ci siamo capiti, che rottura ‘sti cattolici!

L’altro personaggio, nel frattempo, tace, ma una telecamera assassina lo inquadra per qualche secondo: si copre la bocca con una mano, trattiene a stento le risate mentre gli occhi quasi fuoriescono dalle orbite per lo sforzo. Come se chi stava parlando in quel momento stesse raccontando una barzelletta oscena, o come se Veltroni stesse rievocando (naturalmente davanti alle telecamere e alle penne fameliche dei cronisti) una delle innumerevoli scene struggenti del suo ultimo viaggio in Africa e ne stesse ricavando, trattenendo a stento le lacrime, un prezioso insegnamento da trasfondere senza se e senza ma nella sua quotidiana ed instancabile azione politica. Un momento di grande televisione-verità.

Ah, che magnifica trasmissione, con quell’ intelligenza vagamente selvaggia, se mi si passa l’espressione e il quasi ossimoro, e quel gusto un po’ estremo per la provocazione (intellettuale, of course) che sprizzava da tutti i pori e perfino, appunto, fuori dagli occhi del personaggio semi-sconosciuto!

Insomma, ribadisco che ho visto in scena il Bene e il Male. Naturalmente, era più interessante il Male (come la Divina Commedia: volete mettere l’Inferno rispetto al Paradiso?). Comunque, se, come dicevo, dopo qualche minuto di quel concentrato di Bene ho spento il televisore, è stato solo ed esclusivamente perché all’improvviso ho avvertito dei problemi all’apparato digerente—sintomi inequivocabili che non nomino per educazione ... Succede, dopo cena, quando si è un po’ delicati.

Vabbè, l’ho detto. Dovevo dirlo, e ora sono soddisfatto. Che altro? Ah sì, or ora, rievocando lo spiacevole dopo-trasmissione, m’è venuto in mente il nome del personaggio (mi sarebbe dispiaciuto tacerlo): era un certo Travaglio, Travaglio Marco, e ora che ci penso devo essermi già occupato di lui in qualche altro post, nella categoria "uomini d'onore," alla quale appartiene di diritto anche questo modesto esercizio di stile.

March 7, 2007

Rifondaroli, elefanti e gazzelle

Un poscritto al post sulla “questione socialista.” Il Foglio pubblica una letterina piuttosto piccata di Peppino Caldarola, che se la prende con Antonio Polito per le dure critiche che l’ex drettore del Riformista aveva rivolto ieri, sempre sul Foglio, ai “rifondaroli socialisti.” Ecco la lettera e la risposta di Giuliano Ferrara:

Al direttore - Antonio Polito scrive sul suo giornale che non crede alla così detta Rifondazione socialista. Va bene. La descrive come un raduno di elefanti. Va bene. Se si guardasse attorno, dalle parti del futuro Pd, non troverebbe una gazzella. Se si guardasse allo specchio vedrebbe una bella proboscide. Alcuni di noi scrivono la propria biografia adattandola ai tempi. Io da vecchio elefante ho memoria. E ricordo che Polito è stato accesamente ingraiano, ferocemente bassoliniano, calorosamente napolitaniano, mediamente scalfariano, entusiasticamente blairiano, professionalmente velardiandalemiano, attualmente rutelliano. E non è finita qui. Incombe Capezzone. Auguri.
Peppino Caldarola, deputato Ds

[Risposta] Polito ce l’aveva con la cosa, e ha fatto notazioni personali per spiegarsi, lei ce l’ha con Polito, punto e basta. Fallo di reazione in seguito a provocazione. Polemismo. Passato il malumore personale, se ci spiegate Bertinoro, grazie. Da solo non si spiega.


Scaramucce personali a parte, e andando alla sostanza, come volevasi dimostrare.

Celtic Woman

Celtic Woman are four Irish female vocalists—Chloe, Lisa, Méav and Orla—and a terrific fiddle player—Mairead—who have created a wonderful musical experience. Since their March 2005 debut in the U.S. they have become one of the most popular Celtic music groups performing today. In their repertoire are contemporary hits (“Beyond the Sea,” “The Prayer,” “Scarborough Fair,” “Over the Rainbow”), classical favourites (“Lascia Ch’io Pianga,” “Vivaldi’s Rain”), and Irish standards (“Dúlaman,” “At the Ceili,” “Caledonia,” “Mo Ghile Mear”).

I must confess I was astonished when I first came across, a few months ago, this ensemble of beautiful, young women and angelic voices. It was indeed a very emotional discovery, and not only because Celtic music is one of my favourite musical genres (I am a long time lover of Enya’s music, for example). So I’ve got to thank Beth, at Blue Star Chronicles, for letting me know about this video, in which Celtic Woman is performing The Sky and the Dawn and the Sun in a live concert filmed at Slane Castle, the home of Lord Henry Mount Charles, in County Meath, Ireland (December 2, 2006). Enjoy the listening … and watching experience!



March 6, 2007

E venne Ruini, il Sovversivo

E’ da un sacco di tempo che ce n’eravamo accorti, noi minoranza cristiano-cattolica, che a poco a poco s’era diventati moral majority di questo Paese. C’è stato un tempo in cui il rischio di scomparire è stato tangibile. Cacciati o emarginati dal Dibattito Culturale, ancorché le chiese non si fossero ancora svuotate, la sopravvivenza fu assicurata dalla forza dell’abitudine: si continuava a battezzare i bambini e a celebrare i matrimoni in chiesa, ma guai ad alzare la cresta in quegli altri luoghi di culto, laici e spiritualmente libertini—dove “i maîtres-à-penser del pensiero debole disquisivano con tormentata severità del nulla”—che avevano soppiantato le cattedrali. Poi accadde qualcosa. L’editoriale del Foglio di oggi dice che venne Ruini, il quale lavorava bensì “alla luce di due papi formidabili,” e le cose cambiarono. E’ senz’altro così, anche se lo schema andrebbe arricchito di qualche altro protagonista, a mio avviso, in primis quel prete milanese col nasone e due o tre idee chiare—ma non sta a me che non l’ho conosciuto e non ne sono mai stato un discepolo narrarne il gesto profetico e poetico. Fatto sta che effettivamente qualcosa cambiò …

Ruini non è un letterato, non è un filosofo né un semiologo, è un vescovo, anzi è stato per sedici anni il capo dei vescovi italiani. Ma ha rivitalizzato, e per dir questo non c’è bisogno di sposare né il suo stile personale di pensiero né il quadro pastorale o teologico in cui ha sviluppato la sua azione, la cultura italiana, le ha restituito una sua parte di ricchezza perduta. La mobilitazione del pensiero cattolico, visibile nel giornale della Cei, nell’editoria, nella predicazione, nella sensibilità diffusa del paese e nella scoperta e proposta di vecchie e nuove idee in vecchie e nuove forme è indiscutibilmente, anche per chi la contrasta con laicismi e anticlericalismi di vario conio, il fatto preminente degli ultimi tempi. Eravamo abituati a porci soltanto domande esili, per ottenere risposte plurali e tutte relative, ma con Ruini, che lavorava alla luce di due papi formidabili, abbiamo reimparato che esistono anche domande radicali e risposte univoche. Generazione, nascita, vita, educazione, famiglia, amore, eros e morte sembravano parole scomparse dietro il recinto di un incomprensibile dibattito fra eticisti e filosofi morali, e invece sono riemerse come problemi della società, oggetti del pubblico interesse. Ruini non è stato solo un riordinatore della chiesa italiana, un costruttore di politica nel senso meno ovvio e meno politicante del termine, è stato soprattutto un agitatore, ai limiti del sovversivismo intellettuale, di acquerugiole stagnanti, un provocatore e un facitore del nuovo pluralismo di cultura di cui avevamo bisogno per sfuggire alle costrizioni del pensiero unico e corretto, che non ci sorprendeva più e da tempo ci provocava una disperata noia.

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March 5, 2007

I riformisti e l'eterno ritorno

Era quello che ci mancava, nella varietà dell’offerta politica nazionale, l’apertura di una fase costituente del socialismo italiano. In effetti, quello che è emerso dal convegno di Bertinoro, promosso da Lanfranco Turci e da un’ottantina di associazioni con l’obiettivo, appunto, del varo di una nuova forza «laica, liberale, socialista, radicale e repubblicana, ancorata al Partito socialista europeo», non è una quisquilia, la solita tempesta in un bicchier d’acqua cui siamo assuefatti. Per dirla con Emanuele Macaluso, «si sono create le condizioni per cui la questione sociali­sta possa finalmente avere una rispo­sta». Già, perché, come sappiamo, la “questione sociali­sta” non è mai stata chiusa, e la storia non lascia mai impunite certe dimenticanze.

Ma facciamo prima di tutto il punto della situazione. Dunque, l’idea è ben espressa da Boselli: aprire un dialogo, assieme al nuovo Psi di De Michelis e al raggruppamento guidato da Bobo Craxi, «con tutti coloro che su un terreno riformista non si riconoscono nel Partito democratico». Dunque, non bisogna rivolger­si soltanto all’ «antica famiglia socialista», anche perché questo «non sarebbe suf­ficiente per il raggiungimento del nostro obiettivo: costruire una forza a vocazione maggioritaria».

Alla due giorni romagnola c’erano, oltre ai già citati, l'ex di­rettore dell'Unità Peppino Caldarola e Valdo Spini, ex Psi ed ora testimone dell’attenzione con la quale la sinistra diessina guarda al pro­getto. Ed effettivamente la costruzione di un soggetto politi­co che non sembri—al pari del partito democratico—«uno stadio chiuso o, nella migliore delle ipo­tesi, aperto solo agli abbo­nati» non può che solleticare la fantasia della minoranza diessina. Caldarola non poteva essere più esplicito al riguardo:

«Non dobbiamo costruire un ghetto socialista, né di­ventare il Rotary della sinistra. Diamo appuntamento a tutte le forze della si­nistra, soprattutto a quelle della sini­stra Ds. Venite, la festa è qui».

La festa è qui, dice Caldarola. A me sembra qualcos’altro, ma non importa: basta intendersi sul significato della parola. Paolo Franchi, direttore del Riformista, mi sembra meno festaiolo nell’editoriale di oggi. Presenta realisticamente “i termini della divisione” all’interno della componente riformista della sinistra ed è consapevole che si apre “una partita difficile e complicata, destinata a concludersi con una separazione politica.” Una separazione che, per un giornale come il suo, data la ragione sociale, non sarà indolore. Lui non ha mai fatto mistero di ritenere che

il socialismo non è un cane morto; assumerlo apertamente come punto di riferimento non è un ritorno al passato, ma semmai un ritorno al futuro.

Ma nonostante questo, aggiunge Franchi,

[f]aremo la nostra parte perché si tratti di una separazione il più possibile serena e consensuale, non illividita da quello spirito di scissione che la sinistra si porta appresso da una vita. Perché i riformisti restino amici e compagni - una comunità di amici e di compagni - anche se le strade si divideranno.

Altro che festa, insomma. L’eterno ritorno di separazioni, riunificazioni, rotture, ricuciture, e poi di nuovo spaccature, riunificazioni … La storia della sinistra. Ma questa nuova avventura sarà chiarificatrice, si potrebbe pensare. Magari, magari lo fosse, ma non credo che sarà così. E’ vero che la “questione socialista” andava affrontata, che il farlo adesso è già qualcosa, ma il guaio è che, nel frattempo, la storia non si è fermata ad aspettare che i post comunisti si decidessero a fare i conti con se stessi—con il proprio passato, innanzitutto, perché la questione socialista ha a che fare essenzialmente con quello. E se per caso, dico, quella storia che ha preservato dal disastro quel piccolo resto della sinistra che si chiama riformismo—dopo aver spazzato via chi riformista non ha mai inteso essere o diventare—lo stesse ora mettendo radicalmente in discussione? Perché mai, infatti, in un mondo in cui tutto cambia così in fretta, si dovrebbero fare sconti al riformismo, malgrado i meriti indiscutibili che pure ha accumulato nel tempo?

Non occorrerebbe, oggi come oggi, mettersi nell’ordine di idee che se non si è capaci di andar oltre lo stesso riformismo si finisce per non andare da nessuna parte? E invece ci si vorrebbe attardare a discutere sul socialismo, anzi, si vorrebbe in qualche modo ripartire da lì, quando sappiamo bene che il riformismo riformò per l’appunto, in primo luogo, il socialismo medesimo. Tutto questo ha uno strano sapore: quegli irriducibili oppositori del futuro partito democratico accusano i propugnatori del medesimo di fuga in avanti, ma qualcuno prima o poi dovrà pur spiegare loro che una fuga in avanti non è una soluzione peggiore di una fuga all’indietro! Così, tra due impasses terrificanti, si trascina il dramma della sinistra italiana.

Nel frattempo, scendendo dall’Iperuranio, sembra prender corpo l’ipotesi di una riforma elettorale alla tedesca. E siccome, al di là di tutto, credo che l’intelligenza di molti dei succitati pezzi di storia del socialismo italiano meriti un profondo rispetto, mi permetterei di collegare questa ipotesi con il progetto di cui sopra. Il che potrebbe aiutare a capire qualche passaggio un po’ problematico di tutto il ragionamento. Ma non vorrei peccare di cinismo.

Ascoltare (anche in rtardo) Rudy Giuliani

Ho ascoltato soltanto ieri sera tardi (complice il week-end), grazie ad Abr, il discorso tenuto qualche giorno fa da Rudolph Giuliani al CPAC 2007 - Conservative Political Action Conference, a Washington. Meglio tardi che mai, però, perché ne valeva la pena.

A prescindere dal colore politico—che al momento mi interessa molto poco, sia per quanto concerne l’Italia sia per quel riguarda il resto del mondo—e da qualsiasi considerazione legata alle appartenenze, «italianità» compresa (che però non guasta …), credo che il candidato migliore alla presidenza del Paese leader della democrazia nel mondo sia lui, e di gran lunga.

Il discorso, tra l’altro, mette in evidenza uno stile diretto, semplice, “non impostato” e persino un po’ impolitico, nel senso migliore del termine, cioè privo di fronzoli, alieno dalla retorica e dalla captatio benevolentiae (à la Veltroni, tanto per capirsi). Credo che farà breccia nell’elettorato americano, anche al di là di ciò che dicono i pur incoraggianti sondaggi, al pari della storia personale del candidato.

March 4, 2007

Menato è chi menare si fa

Quando portavo a casa un brutto voto, poteva succedere che mio padre mi rifilasse un ceffone. Era un genitore all'antica: quelli moderni i ceffoni li danno al professore. I veri bulli sono loro. Tendono agguati ai presidi, prendono a testate gli insegnanti, minacciano di morte l'arbitro che ha annullato un gol alla squadretta di periferia in cui milita il pupo. Non si comportano da padri e madri, ma da fratelli maggiori. Mossi dall'unica preoccupazione di difendere l'onore della famiglia, oltraggiato dai giudizi di un estraneo al quale non si riconosce più alcuna autorità.

Massimo Gramellini, su La Stampa di oggi, dice probabilmente la verità. Ma, a mio modestissimo avviso, non tutta la verità. Parafrasando un saggio del nostro tempo, infatti, avrebbe potuto/dovuto aggiungere che menato è chi menare si fa.

Il che, sia ben chiaro, non significa rivendicare innanzitutto un diritto a farsi giustizia da sé, ma semplicemente che se siamo arrivati a questo punto la responsabilità non è soltanto dei bulli ma anche di tutti coloro i quali, a cominciare da “chi sta in alto,” hanno permesso a quei signori di farsi l’idea che certi comportamenti non siano destinati a provocare alcuna conseguenza spiacevole per gli autori.

Per dire, in certe situazioni un altro famoso maître à penser, un po’ più old fashioned del precedente, alle pretese bullesche di qualche scalmanato avrebbe replicato con quell’irridente e sferzante espressione che lo ha reso immortale: A chi? Detta, ovviamente, con quel particolare timbro di voce e accompagnata da quella certa mimica oltremodo efficace.

Naturalmente, ai suoi tempi, il Nostro avrebbe potuto mettere in conto un minimo di comprensione da parte delle autorità preposte all’ordine pubblico e alla sicurezza dei cittadini, nonché dell’amministrazione della giustizia e dello stesso legislatore. Questo è il punto. Oggi, invece, la questione può essere affrontata facendo affidamento più che altro sul senso di dignità personale (o sulla temerarietà) di un singolo cittadino, preside, arbitro, ecc. E questo, ovviamente, non va bene …, ma, IMHO, è pur sempre meglio di niente. In fondo, in un clima di generale «anomia», non è che ci siano molte alternative, tranne il solito piangersi addosso o il regolarsi come il don Ferrante dei Promessi Sposi, che, in piena epidemia,

non prese nessuna precauzione contro la peste; gli s'attaccò; andò a letto, a morire, come un eroe di Metastasio, prendendosela con le stelle.

March 2, 2007

Caro direttore

Non è che adesso seguo pure il festival di Sanremo—magari perché c’è la Hunziker, che già di suo, a dirla tutta, renderebbe la cosa più che plausibile, quasi come anni fa una certa Laetitia Casta—e che so, tiro tardi la notte e me ne sto appiccicato davanti alla tv come quando danno un cult movie di quelli che dico io. Niente di tutto questo. Ma chi non ha sentito che la Michelle ha cantato live una cosa, dedicandola all’ex marito con un certo pathos? Ebbene (e questo è il punto), lui le ha risposto—ed io non lo sapevo fino a che non l’ho letto qui—nella maniera che da Veronica in poi è diventata l’ultima frontiera della terapia di coppia: con una lettera a Repubblica ...

March 1, 2007

March



Up from the sea, the wild north wind is blowing
Under the sky's gray arch;
Smiling, I watch the shaken elm-boughs, knowing
It is the wind of March.

Between the passing and the coming season,
This stormy interlude
Gives to our winter-wearied hearts a reason
For trustful gratitude.

Welcome to waiting ears its harsh forewarning
Of light and warmth to come,
The longed-for joy of Nature's Easter morning,
The earth arisen in bloom.

In the loud tumult winter's strength is breaking;
I listen to the sound,
As to a voice of resurrection, waking
To life the dead, cold ground.

Between these gusts, to the soft lapse I hearken
Of rivulets on their way;
I see these tossed and naked tree-tops darken
With the fresh leaves of May.

This roar of storm, this sky so gray and lowering
Invite the airs of Spring,
A warmer sunshine over fields of flowering,
The bluebird's song and wing.

Closely behind, the Gulf's warm breezes follow
This northern hurricane,
And, borne thereon, the bobolink and swallow
Shall visit us again.

And, in green wood-paths, in the kine-fed pasture
And by the whispering rills,
Shall flowers repeat the lesson of the Master,
Taught on his Syrian hills.

Blow, then, wild wind! thy roar shall end in singing,
Thy chill in blossoming;
Come, like Bethesda's troubling angel, bringing
The healing of the Spring.


John Greenleaf Whittier, American Quaker poet (1807-1892), At Sundown

L'evangelista radicale

“Da qualche tempo sono poco informato sulle faccende dei miei amici radicali.” Così Adriano Sofri, all’insegna dell’understatement, esordisce in un lunghissimo articolo, pubblicato oggi (cioè ieri, oramai) sul Foglio, che dei radicali e del particolarissimo momento che stanno vivendo, malgrado l’incipit, tenta di carpire il travaglio segreto e, nel contempo, pubblico. Qualcuno parla di “linciaggio” nei confronti di Daniele Capezzone, l’ex delfino di Marco Pannella che ha osato ribellarsi al vecchio patriarca: una storia lunga, culminata con l’annuncio “autonomo” di non essere disposto a votare la fiducia al governo Prodi. Sofri, in realtà, dimostra di aver capito un mucchio di cose.

E’ sempre difficile riassumere l’idea che Sofri si è fatto su qualcosa e che decide di esternare per contribuire a spianare la strada alla comprensione di un fenomeno. Questo perché, come anche recentemente mi è capitato di notare, a lui non interessa quasi mai, first and foremost, farsi capire al volo, quanto suggerire dei percorsi, sì, diciamo, esplorare frammenti di complessità e contraddittorietà del reale, ripercorrendone sviluppi talvolta marginali, o apparentemente tali, storie dense di materia vivente e pulsante. Non so se rendo l’idea, fatto sta che, anche in questo caso, il quadro tracciato da Sofri è semplicemente straordinario, acutissimo. Altro che poco informato! Lo sarà, magari, ma sugli aspetti meno utili a ricostruire il senso di ciò che accade.

Va letto, indubbiamente, questo articolo. E dovrebbero leggerlo non solo gli appassionati della tribù radicale, ma, per esempio, anche tutti coloro che si domandano se le “categorie stantie” di destra e sinistra abbiano ancora un senso. Ce l’hanno, dice Sofri, anche se hanno ampiamente e giustamente stufato. Ce l’hanno, quanto meno, se si vuol capire quello che sta succedendo ai radicali. Destra e sinistra, nel caso radicali-Capezzone, sono la chiave di volta. I radicali, infatti, sono di sinistra: certo, “quella sinistra libertaria dei diritti e delle persone […] contro la sinistra dogmatica, statalista e autoritaria.” Capezzone mica tanto. In tal senso i radicali sono un ponte tra passato e futuro, tra un tempo in cui essere di sinistra era una faccenda maledettamente importante e uno in cui probabilmente sarà più che altro una questione di «radici», di storie personali e collettive che aiutano, sì, a capire ciò che siamo, ma non a decidere che fare e come farlo, con chi e a quale scopo.

Capezzone si è fatto “evangelista di quel profeta” che è stato Marco Pannella. Ma i profeti devono morire per avere i proprii evangelisti. Sofri, con Pannella, ha parlato tante volte della morte. Ci siamo andati entrambi molto vicini, dice. Dunque parliamone, “e Marco deve, per così dire, fare testamento. Forse non per lasciare il partito in eredità a qualcuno, ma almeno per impedire che vada a qualcun altro” (la destra?). E ancora: i radicali, “dentro, ma fuori del Palazzo,” sono tanto intensamente cristiani da essere nel mondo senza essere del mondo. E Capezzone è stato forse troppo di questo mondo per non urtare il Capo. Troppo mediaticamente dentro, al limite dell’eresia.

In ogni caso, spiega Sofri, tutto quello che sta succedendo a Largo di Torre Argentina è “decisamente normale.” Tanto normale, aggiungerei, che ci si può riconoscere anche senza essere (mai stati) radicali.

February 27, 2007

Gallinacei

Oggi, sul Foglio, Andrea's Version si riallaccia al mio post precedente per sottolineare il concetto ...

Niente psicodrammi, qui, niente linciaggio morale, niente cazzottoni sul treno, niente insulti da curva di stadio, nessun sobbollimento di emozioni forti e sporche. Di più. Oggi come oggi, nemmeno fischi. Ancora di più. Nemmeno critiche severe, battute caustiche, ironie o perfidie che in qualsiasi altro momento sarebbero ovvie e del tutto legittime, ma rischierebbero al presente, e nella nostra Italia, di essere equivocate da chi gioca sempre a equivocare, come psicodramma, appunto, linciaggio morale, insulto da curva, o come il ribollire delle emozioni di cui sopra. Senza neanche dover parlare di rispetto personale, di cattiveria politica e di disconoscimento plateale del diritto della persona a dire e a fare quel che fa. Questo non era in discussione ieri, non lo è oggi e non lo sarà domani. Chi passa dall’altra parte, passa dall’altra parte, punto e basta. A maggior ragione in Parlamento. Questo non toglie che ci deve pur essere un accidente di motivo se per dire gallinaceo, che sta poi per pollo, agli inglesi basta pronunciare “fol” e si capiscono al volo.

Cari amici della destra

Cari amici della destra, tra le cose che mi è capitato di leggere sulla stampa nazionale da qualche lustro a questa parte, l’editoriale di Giuliano Ferrara sul Foglio di ieri, lunedì 26 febbraio 2007, è quella che maggiormente ha colpito la mia immaginazione. Una tale sintonia nel modo di concepire la dialettica politica è una di quelle esperienze che lasciano il segno.

Se quello straordinario manifesto, pur nella sua semplicità, di ciò che la politica, sempre e per chiunque, dovrebbe essere—e per qualcuno è effettivamente—diventasse il vostro manifesto, come l’elefantino propone, con un atto di fede io lo sottoscriverei e non esiterei a considerarmi dei vostri. Del resto, non credo ci sia alcuna speranza che questa sinistra—malgrado le solite, rarissime (e preziose, lodevoli, commoventi) eccezioni—possa farlo proprio.

Il vero discrimine, forse, consiste proprio nel fatto che un editoriale come quello del direttore del Foglio non poteva essere concepito che da quella parte. Ma questa, almeno per me, non è una rivelazione: è la sintesi di un insieme di dati effettuali e di riflessioni a volte tutt’altro che facili. Se oggi l’ironia, il fair play, la tolleranza, hanno abbandonato la rive gauche per trasferirsi sulla rive droite, il minimo che si possa fare è prenderne atto una volta per tutte. E trarne le necessarie conseguenze.

Ho trascritto e riportato qui sotto gran parte dell’editoriale. Il testo integrale può essere consultato qui (in versione pdf).

Avviso ai naviganti: se Follini vota la fiducia al governo Prodi e, di conseguenza, subisce una volgare aggressione, chi lo aggredisce è un bischero. Direi anzi che la differenza egemonica tra destra e sinistra si gioca tutta qui, sul tema del linciaggio morale inferto ai dissidenti, e proprio su questo punto si potrà dire, se gli incontinenti dell’opposizione sapranno trattenre i loro spiriti animali: destra è meglio. Suggerisco al Cav. di invitare a pranzo Follini, cosa che personalmente avrò il piacere di fare comunque io stesso già oggi, e di parlare con lui (habla con ello, sii hidalgo). Votare la fiducia a Prodi è una bestialità politica, e anche un po’ comica da parte di una persona seria come Follini, ma il rispetto personale non è in discussione, nella politica italiana deve tornare a viva forza il fair play.


Critiche severe, battute caustiche, ironie e perfidie, un fischio elegante e contegnoso, un buuuuuuhhhhh degno della Camera dei comuni, e poi stop. Gli psicodrammi sul Paese riconsegnato all’avversario, i cazzotti sul naso come succede in quel gruppetto facinoroso che si onora del nome comunista, tutto quel ciarpame da curva di stadio, quel pagliaccesco sobbollire di emozioni forti e sporche, la destra lo scansi. Il Cav. Prenda carta e penna, o sfoderi uno di quei suoi sorrisi arlati, e spieghi chiaramente ai tifosi gagliardi del suo partito e della sua coalizione che non devono valicare il confine oltre il quale c’è la psicologia ferina della teppa ideologica.
[…]
Lasciamo i linciaggi all’epica di mani pulite e dello spirito forcaiolo, al salotto buono e un po’ ubriaco dei Colombo e dei Tabucchi, alla cultura che ha preparato l’omicidio di Marco Biagi con la character assassination precedente lo sparo, alle dispute onto-ideologiche di chi coltiva in nome dell’idealissmo la filosofia del branco. Nessuno personalmente è un nemico in Parlamento e nel paese. Nessuno è un traditore.
[…]
Comunque sia, e comunque deciderà, anche se per il peggio, Follini è un politico della prima Repubblica e della Dc che stava nel centro sinistra da buon Doroteo, è un intellettuale della politica che ha tentato di dare una dimensione moderata alla destra e ora dice di voler fare la stessa operazione con un nuovo centro sinistra. Queste cose le ha motivare, ci ha scritto su libri. Ha agito in modo rispettabile, con un suo stile.
E il suo stile può essere oggetto di irrisione, di critica rigorosa, di controargomentazione, anche di sberleffo, ma non di cattiveria politica personale, di disconoscimento plateale del diritto della persona a dire e a fare quel che fa. Scegliete dunque il tono e la musica giusta per cantargliele, se Follini confermerà che varca la linea, perché se sbagliate spartito, cari amici della destra, allora non scriveremo che destra è meglio. Scriveremo che e diremo che destra è uguale. Anzi, peggio.

February 26, 2007

I due macigni sospesi sul governo Prodi

In punta di fioretto, Giovanni Sartori risponde sul Corriere all’editoriale di Angelo Panebianco che qui è stato commentato (molto favorevolmente) sabato scorso. Il “cambio di passo” evocato da Panebianco come unica possibilità di salvezza per il governo Prodi («l'epoca delle sberle quotidiane all'opposizione è finita») non convince Sartori:

[d]ubito che questo nuovo corso sia congeniale alla natura di Prodi. Prodi è uomo di bunker. La sua strategia del muro contro muro, del polo puro e duro, non è di questa legislatura; è una costante sin dal primo governo Prodi, che si autoaffondò nel 1998 pur di non macchiare la sua purezza «aprendosi» a Cossiga.

Ma se Prodi “è uomo di bunker,” sulla qual cosa credo si possa essere d’accordo, resta il fatto che i numeri per “fare bunker” non ci sono. E dunque? Dunque, secondo Sartori, poiché “senza il sostegno di numeri non si può trasformare un passino, o un colabrodo, in un muro,” non resta che aspettare e vedere se Prodi sarà capace di rinunciare ad essere se stesso.

Mi sembra un’impostazione molto realistica. In realtà non la trovo nemmeno in contraddizione con quella di Panebianco: semplicemente, per così dire, la prolunga. Il problema si aggrava se aggiungiamo una considerazione elementare: se anche Prodi riuscisse, quante probabilità ci sarebbero che il suo disordinato esercito si riallinei e sia finalmente disposto a marciare compatto? Non è il solo Prodi, infatti, a dover rinunciare a se stesso, c’è anche la sinistra massimalista. Dunque sono due le incognite che gravano sul governo, e l’una e l’altra “si tengono.” Anzi, più che di incognite bisognerebbe parlare di autentici macigni.

February 25, 2007

Se Prodi cade di nuovo

Sergio Romano, sul Corriere di oggi, spiega molto bene perché il presidente della Repubblica non poteva che prendere atto delle “assicurazioni” del presidente del Consiglio. Infatti, se avesse agito altrimenti, “avrebbe corso il rischio di aprire, insieme alla crisi politica, una più grave crisi istituzionale.” Ma, attenzione, Napolitano

ha rinviato il premier alla Camere con una dichiarazione da cui traspare una sorta di rassegnazione. Coloro che s’interrogano sui sentimenti e le intenzioni del capo dello Stato hanno probabilmente notato uno degli argomenti con cui ha giustificato il rinvio del governo alle Camere: «Le ipotesi legittime e motivate di sperimentazione di una diversa e più larga intesa di maggioranza, a sostegno di un governo impegnato ad affrontare le più urgenti scadenze politiche e in particolare la revisione della legge elettorale — ipotesi sostenute da alcuni componenti della Casa delle libertà — non sono risultate sufficientemente condivise per poter essere assunte come base della soluzione della crisi del governo Prodi».
Grazie a queste parole sappiamo quale potrebbe essere, se il governo cadesse una seconda volta, lo sbocco della prossima crisi.

Reuters Africa

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Un notiziario sull'Africa targato Reuters.

Hat tip: Enzo.

February 24, 2007

Prodi, ovvero il destino della Necessità

Non so se Luca Ricolfi sia nel giusto quando sostiene che “sono stati gli dei a disarcionare l’Unione e il suo leader.” E questo perché, fin dal principio, il governo avrebbe assunto un atteggiamento politico “sgradito” alle Loro Divine Suscettibilità, vale a dire quel misto di “orgoglio, arroganza, sfida, incapacità di accettare la propria finitudine” che i greci indicarono sinteticamente con la parola hybris (ὕβρις). Certo l’ipotesi, a parte l’ironia corrosiva, è seducente.

Oggi, dopo la sofferta decisione del presidente Napolitano di respingere le dimissioni di Prodi e di restituire la parola alle Camere, verrebbe da rispondere a Ricolfi—con altrettanta ironia, almeno si spera—che l’ultimo atto della rappresentazione ricorda vagamente il concetto che nella cosmologia greca era indicato con la parola Anánkē (Ἀνάγκη), la «Necessità», principio incontrovertibile cui nessuno, nemmeno Zeus, può opporsi.

Fatto sta che, come si poteva immaginare (e come qualcuno aveva puntualmente previsto), il governo Prodi è di nuovo on stage. Ora, poiché qui si cerca di mantenere un minimo di serenità di giudizio sulle vicende politiche, non avendo (più) nessuno da difendere o da attaccare “per partito preso,” anche se l’opinione opinabilissima dello scrivente sull’Unione e sul suo capo è assai poco indulgente (e molto simile, per dire, a quella espressa piuttosto esplicitamente qui), l’idea sarebbe quella di evitare non solo le invettive e il disfattismo ma anche quegli eccessi di severità di cui la politica nostrana è solitamente molto prodiga.

Ecco perché, tra l’altro, l’editoriale di Angelo Panebianco sul Corriere di oggi mi sembra particolarmente azzeccato. Questo governo, ha scritto,


[p]otrebbe essere solo un tamponamento temporaneo della crisi, un governo destinato a infrangersi, stavolta definitivamente, su nuovi scogli entro pochi mesi, aprendo così la strada ad altre soluzioni. Oppure, potrebbe essere un governo più durevole, reso tale grazie a una forte «discontinuità», a cambiamenti (di stile, contenuti, comportamenti), rispetto all'esperienza dei primi mesi.

Sono completamente d’accordo. Come, beninteso, sono d’accordo con il resto del ragionamento, che suona più o meno così: il governo Prodi, a fortiori in considerazione del fatto che dovrebbe essere puntellato “con una poco elegante operazione di accoglimento di transfughi,” se vuol durare, deve assolutamente “cambiare passo.” E il cambio dovrebbe riguardare proprio quella hybris di cui parlava Ricolfi. Basta, insomma, tenere alta la tensione con l’opposizione e coltivare rapporti privilegiati con le componenti massimaliste, a scapito, naturalmente, del rapporto con i riformisti.

Ma qui, inevitabilmente, sorge un problema:


Per la sinistra estrema accettare una simile discontinuità (che significherebbe la perdita del rapporto privilegiato con il premier) comporta la necessità di ingoiare un rospo molto grosso. Dovrebbe subire quello che, dal suo punto di vista, sarebbe un vistoso «spostamento a destra» dell'asse politico del governo. Prodi potrebbe durare solo se la sinistra estrema si rassegnasse. Per la maturata consapevolezza di non avere alternative.

Chiaro? Prendere o lasciare, la botte piena e la moglie ubriaca, come giustamente ricordava ieri sul Riformista Emanuele Macaluso (che per altro deprecava come “insensata” l’ipotesi di riproporre la leadership di Prodi), non è proprio possibile. Aggiungerei, però, che all’ineludibilità di questa scelta radicale corrisponde anche una chance di portata storica: l’acquisizione dell’ estremismo di sinistra ad una dialettica democratica finalmente liberata dall’ossessione per la “purezza ideologica” e da un malcelato e cronico disprezzo per il pragmatismo, cioè per un atteggiamento mentale che dei partiti di governo devono necessariamente annoverare nel proprio bagaglio culturale, oltre che nella quotidiana esperienza di governo.

Rinunce, quelle, che onestamente rappresenterebbero un sacrificio eroico da parte di Pdci, Rifondazione e Verdi: Dio solo sa quanti voti potrebbe costar loro questo “cambio di passo.” Perché le classi dirigenti possono tutto, meno che cambiare in quattro e quattr’otto la testa (e il cuore) di un popolo di sinistra i cui stessi leaders hanno da tempo immemorabile abituato a pensare nella maniera che adesso occorrerebbe considerare non più al passo con i tempi e con la necessità (storica e "ontologica") di “non lasciare il Paese a Berlusconi.”

Il che, come si vede, ci riporta ineluttabilmente all’Anánkē da cui siamo partiti. Però, quale onore per Silvio Berlusconi essere la causa di una siffatta svolta epocale! Sorge spontanea, a questo punto, una domanda: che farebbero mai i nostri eroi se il Cavaliere decidesse di tornarsene a casa e di dedicarsi a tempo pieno ai suoi affari e, finalmente, alla sua famiglia?

February 22, 2007

Il più grande spettacolo del mondo

Quello della politica italiana è uno spettacolo fantastico. D’accordo, la politica nonostante i tanti palcoscenici sui quali i suoi personaggi si esibiscono, non è principalmente un circo, non è la tv e, men che meno, il varietà o l’avanspettacolo. Tuttalpiù, proprio volendo restare in tema di rappresentazione scenica, potrebbe essere assimilata alla tragedia—che so, il Giulio Cesare, Antonio e Cleopatra, Coriolano, ecc.

Comunque, anche se lo spettacolo è quello che è, sbaglia di grosso chi se ne allontana disgustato e si arrende all’«inutilità», non all’«impossibilità», di governare gli italiani—secondo l’efficace, ancorché brutale e offensiva, formula adoperata dalla “buonanima.” Bisogna, cioè, stare al gioco, conservare il buonumore, prendere le cose con filosofia e continuare a tirare la carretta.

Ma perché dico che stiamo assistendo ad uno spettacolo fantastico? Beh, mi pare ovvio, ma, siccome non tutti hanno le stesse percezioni, mi spiego. Avete per caso seguito Porta a porta ieri sera? Bene, presenti gli interventi dell’ottimo Willer Bordon? Era arrabbiatissimo con … l’opposizione. Una performance memorabile. Un altro esempio? Una dichiarazione come questa:


«È necessario rinsaldare la coalizione, criminale sarebbe consegnare il Paese alle destre o procedere verso ipotesi che tradirebbero il mandato elettorale, tipo larghe intese o ipotesi neocentriste».


Queste parole sono di Oliviero Diliberto, capocomico assoluto della scena italica. Un’analisi semantica minimamente approfondita, e persino un po’ rozza, della sentenza non può che produrre, a mio modesto avviso, effetti sconvolgenti nell’analizzatore. Dividiamola per comodità:
1. È necessario rinsaldare la coalizione
2. criminale sarebbe consegnare il Paese alle destre
3. o procedere verso ipotesi che tradirebbero il mandato elettorale …

Abbozzo di analisi:

1. In sostanza chi fa cadere un governo (perché lui, Diliberto, se siamo onesti intellettualmente, è quasi altrettanto responsabile del suo senatore “traditore,” con la differenza che quest’ultimo ha avuto il coraggio di dire quel che il suo capo e i tre quarti dei comunisti italiani, dai vertici alla base, pensano) lo vuole nel contempo rinsaldare: cosa normalissima, in fondo …
2. Scopriamo che c’è qualcosa di politicamente più criminale di sinistre che tengono perennemente sotto ricatto e fanno cadere un governo nientemeno che sulla politica estera: non ne dubitava nessuno, ad esempio consegnare il Paese ai fascisti (quelli che si dichiarano tuttora tali) o ai comunisti (idem).
3. Il tradimento del mandato elettorale evidentemente non abita dalle parti di chi dopo appena otto mesi provoca la caduta del governo …

A me tutto questo sembra geniale: un misto di Pirandello, Beckett, Jonesco, Kafka, Dario Fo (of course), Totò e giù per li rami fino ai Guzzanti e, naturalmente, al Bagaglino. Fantastico. E uno dovrebbe smettere di interessarsi alla politica? Ma come si può lasciare la scena mentre impazzano sui palcoscenici d’Italia protagonisti di questo livello?

Vabbè, passiamo a cose serie. Personalmente non ho molto da dire: è successo quello che mi aspettavo. E secondo me Prodi non è morto (non è neppure vivo, ma questo non vuol dire che sia morto: ci sono tante di quelle forme di vita …). Dunque mi aggancio ad autorevoli commenti altrui.

Sono molto d’accordo, per dire, con Ernesto Galli della Loggia, che nel suo editoriale odierno sul Corriere elogia D’Alema (che era e rimane—parlo per me—di gran lunga il migliore dei suoi):

Non ha mai mancato di rivendicare il significato e la coerenza della sua azione alla Farnesina, ha sottolineato la svolta che a suo giudizio quell'azione manifestava rispetto al governo precedente, ha sempre cercato di difenderla dalle pressioni che miravano a spostarla su un terreno più radicale, di rottura più o meno palese con il quadro tradizionale delle nostre alleanze. In questo sforzo quotidiano il nostro ministro degli Esteri ha fatto qualcosa che in Italia non è certo usuale: ha parlato con nettezza, e lo ha fatto ripetutamente. Ha detto fuori dai denti, rivolto ai turbolenti soci della sua coalizione militanti nella sinistra radicale, che un governo che si rispetti deve potersi reggere su una propria maggioranza in politica estera; che su un tema così decisivo non sono ammissibili apporti dell'opposizione; che se non si sta su questa strada allora l'unica alternativa è quella di abbandonare la partita. Non solo. D'Alema ha fatto di più: su ciò che andava dicendo ha deciso di impegnare la propria personale immagine di uomo di Stato. Dando una lezione di quella che si chiama «responsabilità politica», e insieme una lezione altrettanto importante di moralità politica, ha fatto chiaramente capire che in caso di sfiducia al suo operato di sicuro egli non avrebbe potuto restare al suo posto.

La lode, tuttavia, è a doppio taglio:

Una cosa sola pensiamo che l'opinione pubblica possa chiedere in questo momento a Massimo D'Alema: una parola, un gesto, veda lui quale, che comunque non dissipi la lezione di serietà, di impegno e di coerenza, che le sue parole hanno offerto al Paese nelle settimane passate.

Perfetto. Ben altra classe rispetto all’editoriale di Ezio Mauro su la Repubblica, che comincia bene:

Il dramma della sinistra sta alla fine in un paradosso: nelle condizioni attuali senza l'ala radicale non si vince, ma con l'ala radicale non si governa. E tuttavia si dovrà ad un certo punto parlar chiaro davanti ai cittadini, spiegando qual è l'Italia del futuro, che Paese ha in mente la sinistra, come lo vuole veder crescere. La lezione della crisi è quella di costruire al più presto una forte piattaforma riformista , il partito democratico, cioè una vera sinistra di governo con vocazione maggioritaria …

e finisce malissimo:


… capace di allearsi con i radicali sfidandoli per l'egemonia culturale, costringendo i leader a uscire da ogni ambiguità: perché anche in Italia non si può stare nello stesso tempo e per sempre in piazza e al ministero.

Insomma, le "convergenze parallele." Ma, a parte questo, l’Unione non è già ciò che Mauro prospetta, e cioè l’alleanza dei riformisti con i massimalisti?

Un giudizio al volo. Sbotta Enrico Boselli contro Fausto Bertinotti:

«Quando si dice "se potessi, anch'io andrei a Vicenza", prima o poi i guai arrivano. Si tira la corda. E ora si è spezzata».

Come si diceva sopra a proposito di Diliberto.

Concludo con Francesco Cossiga, intervistato da Il Tempo:

Qual è la prima nota sull’agenda di Napolitano, per le nuove consultazioni?
«Per il Capo dello Stato non vi è alternativa al reincarico a Prodi, perché l’unica maggioranza possibile resta quella a sinistra».
Con forze fresche, inevitabilmente.
«La chiave di tutto è leggere l’atteggiamento delle ultime ore all’interno dell’Udc. Hanno mandato un segnale trasparente: si sono astenuti al Senato su una questione tanto delicata, così da dire al centrodestra: non vogliamo far cadere l’Unione, e con voi non pensiamo neppure a governare».
Andiamo verso l’abbraccio totale al centro?
«Fino a 48 ore fa, l’Udc ripeteva alla Margherita: "vorrei ma non posso". Ora, con chiarezza, affermano: "si può fare". Naturalmente vorranno una cospicua contropartita».
L’ascesa di Pierferdinando. «Casini vicepresidente del Consiglio e ministro degli Esteri».
E questo rafforzerebbe Prodi?
«Non dimentichiamo che in quell’area ha già Follini».
Niente larghe intese.
«Non ne vedo, al momento. Come fanno a cooptare An? E se si va alle elezioni occorrerà tener presente la variabile della sinistra radicale».
Che è quella che ha minato sin dagli esordi la stabilità dell’Esecutivo.
«Ma che non si schiererebbe mai con il Cavaliere. Mentre in un Prodi bis non si terrà fuori dal gioco delle poltrone. Non possono governare se non con questo tipo di scenario. Vedrà che Comunisti e Verdi restano dentro».



Chissà che non vada proprio a finire così. Non si può avere tutto dalla vita.

February 18, 2007

Pausa


Ci risentiamo mercoledì, al più tardi giovedì. Saluti.

February 16, 2007

Rudy in 7 minuti

Vengo da un periodo di super-lavoro (arretrato), e di conseguenza da una latitanza dal blog e dalla blogosfera in generale terminata ieri notte (cioè oggi, a rigor di data). Sto a poco a poco riprendendo l’ispezione dei blogs di abituale consultazione e, come prevedibile, trovo roba interessante ma datata. Ad esempio questo pezzo di Camillo-Christian Rocca su Rudy Giuliani. Apparso sul Foglio del 14 febbraio, chi lo avesse perso farebbe bene a non lasciarselo scappare un’altra volta. Ottimo per capire quali chances può avere l’ex primo cittadino di New York—o “the America’s mayor”, come continuano a chiamarlo alla Fox News—nella corsa alla candidatura repubblicana alle prossime presidenziali USA.

Suggestiva la conclusione del quadretto. George Will, del Washington Post, è convinto che presso l’elettorato Rudy avrà il vantaggio della "domanda dei 7 minuti:"

“Al momento della scelta la gente si porrà la domanda dei 7 minuti. Scenario da incubo, siete il consigliere per la sicurezza nazionale. Venite svegliati nel pieno della notte. Avete 3 minuti per ricevere i dettagli di un imminente attacco agli Stati Uniti. Il presidente, da voi avvisato, ha 4 minuti per rispondere. E ora: chi è il candidato che si adatta meglio alla domanda dei 7 minuti?”