November 5, 2006

Venezia? "Tu ne stupisci ..."

Personalmente, sul piano intellettuale, ho grande stima del sindaco filosofo di Venezia, Massimo Cacciari. Sul piano politico penso che abbia avuto parecchie buone ispirazioni e che, comunque, se lui fosse “rappresentativo” della sinistra italiana, non sarebbe certo una disgrazia, tutt’altro. Dal punto di vista amministrativo non saprei, non vivendo a Venezia e non essendo incline a basarmi sul sentito dire per farmi delle opinioni. Premesso questo, come tanti, sono perplesso sulla propensione manifestata dal sindaco a fermare i lavori del Mose per valutare soluzioni diverse.

Sul Gazzettino di oggi c’è una lettera del governatore del Veneto, che polemizza duramente con Cacciari, ma si lascia andare anche a reminiscenze letterarie di tutto rispetto, come questa citazione petrarchesca:


«Tu ne stupisci, e chiedi come ciò sia possibile nel grande e davvero incomparabile splendore di questa vastissima città.»

La lettera si conclude con un’altra citazione, stavolta più prosaica, ma non per questo meno degna di attenzione: l'ultimo numero del Giornale dell'Arte. Eccola qua:


Mose o non Mose? Questa è la polemica che da vent'anni ha messo quasi in stallo la politica per la salvaguardia di Venezia. Gli scienziati, però, si sono quasi tutti schierati per un sistema di dighe mobili; lo sappiamo perché nel 2003 nell'Università di Cambridge ci fu un convegno di tre giorni, frutto di due anni di studio, finanziati dal Venice in Peril Fund, che esaminò tutte le ricerche condotte dal 1966 sull'alluvione di Venezia, le sue cause e le possibili cure. Un convegno serio, dunque, a cui parteciparono 130 scienziati tra Italia, Paesi Bassi, San Pietroburgo, Boston, Londra, New Orleans e altrove. Nessuno di loro pensava che Venezia potesse essere protetta senza le dighe.


Ora, visto che dopo tutto non si tratta di scegliere tra Giancarlo Galan e Massimo Cacciari, ma tra due “filosofie amministrative,” io non ho alcuna difficoltà ad accogliere quella che vorrebbe far proseguire i lavori, che poi è anche l’idea di dello storico Gherardo Ortalli e dell’economista bocconiano Francesco Giavazzi. Raccomanderei, a tal riguardo, la lettura dell’editoriale pubblicato sul Corriere di ieri, a firma di Giavazzi appunto, il quale cita abbondantemente Ortalli per stigmatizzare l’orientamento del sindaco Cacciari. Ecco un passaggio dell’editoriale che mi sento di sottoscrivere parola per parola:


Massimo Cacciari è troppo intelligente per non capire ciò che aveva intuito già trent’anni fa Bruno Visentini: il problema di Venezia è politico, non di ingegneria idraulica; quello che manca alla città non sono le opzioni tecniche per salvarla dal mare bensì la capacità di decidere. Il giorno dell’alluvione a Venezia vivevano 130 mila persone, oggi sono meno della metà: ma non eleggono loro il sindaco perché i cittadini di Mestre (la terraferma del Comune) sono tre volte più numerosi. Costoro hanno interessi diversi dalla salvaguardia della città: Venezia affondi pure, purché prima di affondare faccia affluire alle casse del Comune ancora un po’ di denaro pubblico. Per questo motivo Visentini propose un referendum per dividere Mestre da Venezia, ma la separazione non ha evidentemente alcuna possibilità di passare. Una democrazia bloccata. Fra trenta, quarant’anni è matematicamente certo che a Venezia non abiterà più nessuno: rimarranno solo i turisti e i venditori che dalla terraferma giungono in città con il loro ciarpame per raccogliere un po’ della rendita prodotta dal turismo a buon mercato.

Ma il j’accuse dell’editorialista del Corriere non si limita alle questioni di ingegneria idraulica, che poi non sono neanche quelle fondamentali, come si è visto. Ci sono, ad esempio, dei problemini che uno magari non ci pensa, e invece sono serissimi, vale a dire—con rispetto parlando—il guano dei piccioni, le pantegane e la spazzatura. Infine c’è anche la pars construens del ragionamento: una proposta-provocazione del britannico The Observer, che chiama in causa nientemeno che la Walt Disney Corporation, e un’idea niente male un tantino “più europea.” Al posto del sindaco filosofo ci farei un pensierino. E in ogni caso mi associo all'appello di Giavazzi:


Non più un soldo pubblico senza un progetto. Perché se il progetto è solo il turismo a buon mercato allora basta la Walt Disney Corporation. Il parco di Orlando non riceve neppure un dollaro dal governo, anzi fa lauti profitti.


November 4, 2006

La Sacra di San Michele



La Sacra di San Michele, in Val di Susa, è il terzo luogo micaelico che ho visitato (lo scorso weekend), dopo il celebratissimo Mont-Saint-Michel e il non meno suggestivo Monte Sant’Angelo—di cui ho già riferito nel vecchio blog, poco più di un anno fa.

Tutti e tre questi luoghi hanno in comune un carattere che definirei ascensionale e selvaggio: c’è sempre da salire, da “arrampicarsi,” in posti piuttosto impervi e, almeno in origine, fuori dal mondo. Addirittura la Sacra è stata edificata letteralmente sul cucuzzolo di una montagna (il monte Pirchiriano), cioè proprio tutt’intorno a uno spuntone di roccia, appunto la vetta, che è visibile in fondo alla chiesa. Per raggiungere la base dell’antico complesso abbaziale benedettino bisogna salire, per arrivare alla chiesa pure. Michele evidentemente non ama le cose facili.

Oggi i benedettini (cluniacensi) non ci sono più. Ci sono i Padri Rosminiani (due), dal 1836, cioè da quando Re Carlo Alberto ottenne che Papa Gregorio XVI chiamasse Antonio Rosmini e la sua congregazione religiosa a prendersi cura del luogo dopo più di due secoli di abbandono.

Non mi cimento in resoconti di tipo storico-culturale, anche perché il tutto è già spiegato benissimo nel sito Web della Sacra. Mi soffermo solo su un particolare curioso: l’irrisione dei monaci da parte di un testone che campeggia su uno degli ingressi del monastero. Una smorfia più infantile che oscena (cliccare sulla foto qui accanto per ingrandirla), ottenuta dall’allargamento della bocca ad opera di due manacce.

Se noi fossimo ancora in grado di decifrare il linguaggio segreto del simbolismo medioevale, probabilmente apprenderemmo su noi stessi qualcosa che non siamo più capaci di “leggere” e interpretare. Ma, siccome siamo diventati spaventosamente ignoranti in questa affascinante materia, dobbiamo accontentarci di incerte e zoppicanti congetture: un monito travestito da sberleffo? Un tentativo di riconciliarci con noi stessi e con le nostre debolezze? Chi può dirlo? Certo, l’effetto è sconcertante.

Per il resto, l’esperienza di questa “ascensione” ha qualcosa di unico e irripetibile. A poche decine di chilometri da Torino c’è quest’isola di meditazione, un luogo miracolosamente ancora semi-selvaggio che interpella memorie ataviche e suggerisce relazioni misteriose tra l’uomo e il creato, tra l’anima individuale e l’infinito.

A dare una mano ai due Padri Rosminiani c’è un’associazione di «Volontari della Sacra». Uno di questi volontari, un attempato signore con un lieve accento straniero (è danese), ha svolto con competenza e in maniera molto simpatica la funzione di “guida turistica.” Ha anche inneggiato alla lingua italiana ("un canto") ed esortato i turisti italiani a non maltrattarla troppo. Ovviamente, parole sante. In tema con il luogo.

October 28, 2006

La Rivoluzione Italiana di Paolo Guzzanti

Paolo Guzzanti ha un blog. L’ho appena scoperto grazie a TocqueVille: una buona notizia—solo per i suoi estimatori, ben inteso, dei quali il sottoscritto penso sia uno dei più convinti—che giro subito ai lettori di WRH. Il caloroso benvenuto nella blogosfera non è motivato soltanto dalla stima per il brillante giornalista: c’è anche un’antica militanza politica comune (socialista) e una predilezione per il Presidente emerito Francesco Cossiga, che è condivisa senza riserve. Di Guzzanti, a tal riguardo, non ho dimenticato Cossiga uomo solo (Mondadori, 1991) e una bella intervista del 2001 che è stata ripubblicata nel volume Per carità di Patria. Dodici anni di storia politica italiana 1992-2003 (a cura di Pasquale Chessa, Mondadori, 2003).

Ovviamente ho aggiunto il link nel blogroll qua accanto. Il post che si legge appena arrivati è un mirabile esempio di quanto Guzzanti sia refrattario al precetto del porgere l’altra guancia. Buona lettura. Ci risentiamo tra qualche giorno.

October 27, 2006

Su Dio niente confusioni, se possibile

Essendo un insigne germanista, Claudio Magris è uno che ha pensato e ripensato in profondità quello che qualcuno definisce il «dramma della modernità», e dunque, ad esempio, il complesso e contraddittorio rapporto tra le radici giudaico-cristiane e quelle greco-romane dell’Occidente, nonché la dialettica infinita tra spiriti illuministici e romantiche nostalgie del «Totalmente Altro».

Anche per un fatto di sensibilità personale, inoltre, pochi dovrebbero essere più titolati di lui ad esprimere valutazioni culturalmente ben ponderate sul cosiddetto pensiero «teocon» (espressione per altro assolutamente insoddisfacente e inopportuna, come lui stesso sottolinea).

Dunque l’editoriale di ieri sul Corriere della Sera, che appunto affrontava la questione, sarebbe teoricamente di quelli da non perdere, a prescindere dalla circostanza che si possa concordare o dissentire. Purtroppo, però, le cose non stanno esattamente così. Intendiamoci, Magris ha svolto una riflessione che, sotto vari punti di vista, è magistrale, colta, godibile. Ad esempio, la definizione di «laicità» è da ritagliare e incollare.



La laicità […] non si contrappone alla religione e alla Chiesa, ma è la capacità di distinguere ciò che è oggetto di fede da ciò che è oggetto di dimostrazione razionale, ciò che compete allo Stato e ciò che compete alla Chiesa. Essa si contrappone al clericalismo intollerante come al laicismo intollerante; veri laici sono stati sia credenti e praticanti, quali ad esempio Jemolo, sia non credenti e non praticanti. Che il cristianesimo e, in Paesi come l'Italia, il cattolicesimo, costituiscano un punto fondamentale di riferimento anche per i non credenti e i non praticanti è ovvio, perché la Scrittura è, insieme alla tragedia greca, il più grande sguardo gettato nell'abisso della vita ed è una linfa e radice essenziale dell'universalità umana e della nostra civiltà in particolare.

Veramente “suggestiva” questa laicissima perorazione delle radici cristiane. E allora, qual è il problema? Beh, si va male a dirlo, ma non se ne può fare a meno: Magris ha fatto un po’ di confusione tra i «teocon» e gli «atei devoti», rendendo i due termini quasi sinonimi o quanto meno interscambiabili, mentre ovviamente tali non sono e non possono essere. Ecco come questo “incidente di percorso” è potuto accadere …



I cosiddetti «teocon» — termine alquanto infelice, da gergo di gruppuscolo o da complesso rock — possono capire poco di queste cose, perché in genere non hanno alcuna esperienza del Cristianesimo e del Cattolicesimo, non l'hanno frequentato e magari credono che l'Immacolata Concezione indichi la maternità verginale di Maria anziché il suo essere immune dal peccato originale. Della Chiesa hanno un'immagine vagamente nobile e consolatoria, così come si sa che nell'induismo ci sono divinità raffigurate con molte teste e molte braccia. La stessa autodefinizione di «atei devoti» — in cui l'arrogante professione di ateismo vorrebbe darsi una patina di cinismo libertino settecentesco, come quello degli abati galanti dell'ancien régime — non è la migliore premessa per occuparsi di cose di fede.

In effetti, la prima proposizione non avrebbe senso senza quella confusione (che si manifesta in pieno nella terza proposizione). Riuscite a intravedere le facce perplesse di Michael Novak, Richard John Neuhaus, Gorge Weigel, Robert Sirico o del nostro Flavio Felice nello scoprire che loro—cioè dei teologi e filosofi della politica cattolici fino a midollo—possono aver dato ad uno stimato intellettuale italiano con profonde connessioni «mitteleuropee» l’impressione di essere gente che non ha alcuna esperienza del Cristianesimo e del Cattolicesimo, ecc., ecc.?

Lasciamo stare il fatto che la definizione in questione è stata affibbiata agli interessati, come a suo tempo a qualcun altro fu affibbiata quella di neocon, e che in entrambi i casi il termine sia stato accettato, almeno inizialmente, obtorto collo dagli interessati medesimi. A parte questo, infatti, l’espressione si riferisce a dei credenti a tutto tondo. Se poi ci sono degli intellettuali che, pur non essendo credenti, riconoscono al cristianesimo un ruolo essenziale nella società e ritengono che esso sia in grado di rafforzare un’identità occidentale minacciata dalle ondate migratorie provenienti dai Paesi islamici e soprattutto dall’arroganza di certi imam, beh questo è un altro discorso: non puoi presentare il conto agli uni attribuendogli le eventuali colpe degli altri. Mi sembra lapalissiano.

Per fortuna, dicevo, in quell’editoriale—che per ironia della sorte si intitola "Dio, fede e confusione"—Magris ha scritto cose ben più interessanti. Ad esempio questa:



Quei reverendi (protestanti, in questo caso) che hanno visto nella strage dell'11 settembre la punizione di Dio per le colpe degli Stati Uniti e quelli che hanno invece salutato la vittoria elettorale di Bush come la volontà di Dio, sono ben più blasfemi degli avvinazzati che sacramentano all'osteria e che sono forse meno lontani, sia pur da peccatori, dalla tradizione.Nessuno può pretendere di tirare Dio dalla propria parte Gli «atei devoti» è meglio che non si occupino di cose di fede.

Qui, davvero, ci siamo. Attenzione a tirare Dio da una parte o dall’altra. Uno può al massimo sospettare certe “corrispondenze,” ma deve sempre trattenersi dal passare dalla congettura alla spiegazione, e deve sapere che, nel momento in cui sbandiera pubblicamente certezze su questo ordine di eventi, autorizza chiunque a considerarlo (non troppo arbitrariamente) un pazzo e un visionario, cioè un pericolo e una iattura per l’umanità.

L’Onnipotente ha certamente i suoi Disegni, ma all’uomo non è dato conoscerli, e forse è anche meglio che sia così: sai che delusione tremenda sarebbe, tanto per i figli della luce quanto per i figli delle tenebre, scoprire che, oggettivamente parlando, non tutto ciò che è cattivo è per il male e non tutto ciò che è buono è per il bene? Meglio non saperlo, o al massimo, appunto, coltivare segretamente qualche sospetto ... ;-)

October 26, 2006

Attacco alla libertà di espressione?

Attenzione: non sono un esperto in materia, ma temo che il sito di Acton Institute Italia sia stato fatto oggetto di un attacco da parte di qualche delinquente informatico. Circa un'ora fa, un attimo dopo aver visualizzato questo sito, il mio antivirus mi ha segnalato un'infezione da parte di un "worm" o Trojan Horse (Win32: Qqpass-DY [Trj]). Il virus ha infettato un paio di files nel mio pc, ma a quanto pare, al riavvio di Windows, è stato possibile stoppare l'attacco.

So che nei giorni scorsi anche il blog dei Riformatori Liberali è stato sotto attacco. Non vorrei che fossimo di fronte a una controffensiva in grande stile (si fa per dire) da parte di gente che ha in mente qualcosa di preciso contro chi solleva certe problematiche al confine tra religione e politica.

October 25, 2006

Souad Sbai, un ottimo acquisto per l'Italia

Su Avvenire, ieri, ha detto la sua sul velo Souad Sbai, presidente della Confederazione delle comunità marocchine in Italia e membro della Consulta islamica. In sintesi, secondo lei, il velo:

1) non è affatto parte integrante della religione e della cultura islamica;
2) non è neppure quel simbolo del pudore e della modestia delle donne musulmane che si vuole far credere, al contrario, è l'esibizione di un messaggio politico e di potere;
3) ha la funzione precisa di isolare le donne musulmane, di impedire che entrino in relazione con la società, di tenere lontano «l'infedele».

Ragion per cui, proibire l'uso del velo nelle scuole e nei luoghi di lavoro non è per niente una prepotenza che di fatto incoraggia lo scontro di civiltà.

In realtà, misure come queste vanno nella direzione opposta: tendono una mano alla parte più viva e avanzata delle comunità musulmane. In Francia dall'anno scorso c'è una legge che vieta l'uso del velo nelle scuole pubbliche. Dopo le proteste scatenate dai fondamentalisti nei primi tempi, i sondaggi dicono che la stragrande maggioranza delle allieve e delle donne delle comunità si sono apertamente schierate a favore della legge. Ora ci sentiamo più libere, confessano: più libere di parlare, di vivere, di essere noi stesse.
[…]
[L]'imposizione del velo rivela una concezione del mondo che non vela soltanto la donna ma anche l'uomo, la società, la mente. Che mortifica la sua parte migliore, la sua storia di civiltà e di creatività.

Souad Sbai, a modesto avviso di chi scrive, è una di quelle persone che l’Italia può dirsi onorata di avere accolto. Di lei mi ero occupato già un’altra volta su questo blog. La signora Sbai, tra l'altro, è stata recentemente ospite a Otto e mezzo (il link porta alla pagina contenete una sintesi e la registrazione della trasmissine) ed ha intrattenuto un interessante carteggio con Emma Bonino. Mi riprometto di tenerla d’occhio anche in futuro.

Murder in the Himalayas


Buddhist monk Thubten Tsering was one of the 75 Tibetan who, on September 30, were making a secret trek across the border into Nepal, moving in single file across a mountain slope near the 19,000-foot-high Nanpa La Pass, when Chinese border guards opened fire. “There was no warning of any kind, […] the bullets were so close I could hear them whizzing past. We scattered and ran,” he told reporters in Delhi on Sunday.”

Now that the accounts of survivors, now safely in India, can be pieced together with those of the mountaineers who witnessed the shooting and with the video footage taken by a Romanian cameraman who was at advance base camp on Mount Cho Oyo at the time, the full story of what happened that day in the Himalayas has emerged. Read The Independent article here for details.

October 23, 2006

Nessun errore di comunicazione

A sinistra qualcuno, a proposito del coro di critiche levatesi praticamente da ogni dove nei confronti della Finanziaria, aveva parlato di “errori di comunicazione.” Angelo Panebianco, come Luca Ricolfi (vedi post precedente), non è per niente d’accordo, e sul Corriere di oggi spiega perché (ma onestamente non rivela alcuna verità occulta):


In effetti, non sembra proprio che ci siano stati errori di comunicazione. La Finanziaria, criticata da quasi tutti gli economisti che contano, avversata da Confindustria (con le dure parole del suo presidente, Montezemolo) e stigmatizzata dalle società di rating, sembra invece lo specchio fedele dei rapporti di forza interni alla maggioranza. Uno specchio persino troppo fedele. Nel senso che, in genere, non si dà una così meccanica ed esatta corrispondenza fra gli equilibri politici e le scelte di politica pubblica. Ma in questo caso è accaduto. Per capire la Finanziaria bisogna sempre rammentare che la maggioranza ha un baricentro interno fortemente spostato a sinistra. Fatte le elezioni, lo dissero subito i numeri: a trionfare era stata la sinistra massimalista nelle sue varie anime, mentre la sinistra moderata era rimasta al palo.
[…]
Ma se le componenti moderate si indeboliscono troppo, il sistema bipolare finisce per autodistruggersi. Nessun bipolarismo può durare a lungo se le fazioni estremiste (inidonee a governare le democrazie capitaliste) acquistano troppo spazio. Credo anch'io che sia in atto «un complotto». Ma non contro il governo Prodi. Contro il bipolarismo.

Iniziative benemerite (Frascati per esempio)

Il solito Luca Ricolfi—e la solita inziativa benemerita—nell'editoriale su La Stampa di oggi

Come possiamo credere nelle promesse di modernizzazione del Paese se, una volta giunti al governo, i modernizzatori non colgono l'occasione per passare dalle parole ai fatti? Merito, rischio, responsabilità, individuo, mercato, liberalizzazioni, concorrenza: su parole chiave come queste nei giorni scorsi i riformisti dell'Unione hanno discusso a Frascati, in una Conferenza promossa da Glocus, il think tank presieduto dal ministro Linda Lanzillotta. Iniziativa benemerita, piena di idee condivisibili, ricca di suggestioni per chi vuol cambiare l'Italia. Ma come non vedere il contrasto fra le parole e i fatti? Come non vedere che le parole di Frascati sono ignorate, calpestate, umiliate nell'impianto della Finanziaria?
[…]
Gli elettori non sono né bambini sciocchi, né inguaribili egoisti, semplicemente si sono accorti che la via delle riforme, indicata dal Dpef e dal decreto Bersani sulle liberalizzazioni, è stata accantonata. Nel decreto Visco-Bersani molti avevano visto soprattutto la «faccia Bersani», nella Finanziaria sono inevitabilmente condotti a vedere soprattutto la «faccia Visco». Non già, come si ama credere a sinistra, per difetti di comunicazione, ma proprio perché la comunicazione è riuscita perfettamente. La gente ha sotto gli occhi il primo tempo, quello del risanamento e dei sacrifici, ma non vede prendere forma il secondo. L'antica diffidenza per la politica dei due tempi le suggerisce che il secondo tempo non ci sarà, o sarà la continuazione del primo. Difficile pensare che 20 miliardi di aggiustamento «aggiuntivo», ossia non necessari per tornare nei parametri di Maastricht, possano preludere a minori tasse e a vere riforme della spesa pubblica. Gli italiani hanno dimostrato più volte di saper inghiottire anche le medicine più amare, ma qualcuno deve saper loro fornire un perché.



Incredibile la tenacia di quest'uomo, la sua (donchisciottesca?) battaglia, spes contra spem, per scuotere la sinistra (riformista?). In ogni caso, una segnalazione doverosa.

October 19, 2006

Alla Right Nation la sua religione

Due storici, una filosofa, un famoso vaticanista, e Otto e mezzo, stasera, ha fatto grande la televisione: Gian Enrico Rusconi, Sandro Magister (finalmente Giuliano Ferrara s’è deciso a invitarlo!), Roberta De Monticelli e Alberto Melloni (idem). Se uno voleva farsi un’idea di cosa si sta discutendo agli “Stati generali” della Chiesa cattolica italiana, on stage a Verona in questi giorni, è stato servito. Non mi sbilancio in goffi tentativi di sintesi, perché un’ora di dibattito (meno la pubblicità), a quei livelli, non è sintetizzabile. Peccato per chi se l’è persa, altro non si può dire.

Comunque le questioni fede/ragione e religione/politica stanno tirando da matti in questi mesi, grazie naturalmente al (o per colpa del) papa filosofo. Purtroppo, però, sono argomenti che poco si prestano sia alle sintesi giornalistiche sia ai dibattiti blogosferici, a mio parere. Una dimostrazione, di ciò, a voler essere “tignosi,” l’ha fornita l’articolo di Christian Rocca sul Foglio di ieri, dal quale si evincono tante cose ma nessuna che renda bene l’idea di ciò di cui ci si sta occupando …, ma è chiaro che il mestiere di cronista ha le sue regole, ovvero—se mi si passa l’espressione—le sue impudicizie, un po’, se vogliamo, come quello del blogger, anche se quest’ultimo ha meno giustificazioni, non essendo propriamente un mestiere ma un’attività teoricamente molto più libera, in quanto volontaristica (e spesso velleitaria che metà basta!), che non deve sottostare agli ordini del direttore del giornale o del capo redattore—tipo: “Fammi per domani un pezzo su questa cosa del dibattito sulla religione e la politica in America”—ma solo al libero arbitrio (e all’incoscienza) del titolare del blog.

Insomma, uno dovrebbe accorgersi quando un tema non è “a portata di mano”—per ragioni obiettive, prima di tutto, cioè di “genere letterario,” di spazio a disposizione, di contesto, ecc., e, secondariamente, nel caso (non necessariamente), per ragioni attinenti la soggettività di chi scrive, quali la propria formazione culturale, i propri interessi, capacità, attitudini, sensibilità, e così via. Il che non deve costituire un divieto tassativo a occuparsi di certe questioni, quanto piuttosto dovrebbe indurre a letture preventive molto approfondite, nonché ad una certa circospezione, ad una prudenza di gran lunga superiore a quella che si richiede quando si affrontano argomenti più leggeri.

Premesso questo, o meglio, assodato che tutto quanto sopra argomentato vale in primis per lo scrivente, faccio solo qualche strampalata riflessione a voce alta, senza alcuna pretesa, in margine alla questione del rapporto tra religione e politica, cercando di rendere l’idea di una convinzione che mi sono fatto nei mesi scorsi, dopo qualche lettura molto interessante.

La Cattedrale e il CuboIntanto devo dire che ho letto, anzi, ho «studiato», La Cattedrale e il Cubo, di George Weigel—la precisazione non è una specie di vanteria, perché semplicemente quello è un libro che, se ti limiti a leggerlo non ci capisci un beneamato tubo. E’ un libro fatto di (e su) altri libri, di citazioni, confutazioni, rimandi, diramazioni, analisi e sintesi di altri scritti, un libro fatto a strati che potrebbe essere riscritto ricavandone una ventina di altri saggi, più o meno uno per capitolo dell’attuale volume, tanto è “concentrato” e nel contempo, a tratti, puntuale fino alla pignoleria (a prescindere dal fatto che possa avere o non avere qualche bug metodologico o di contenuto), un libro che spazia tra filosofia, teologia, storia passata e recente, politica, sociologia, demografia, e probabilmente qualche altra disciplina che adesso mi sfugge. E’ un libro di sole 145 pagine! Tutto questo “soltanto” per dimostrare che c’è qualcosa (a dir poco) che non va in Europa, dove la politica è senza Dio e si erigono stramaledetti “cubi” non solo a Parigi (la Grande Arche de la Défence), in nome della laïcité, mentre negli States, dove Dio, in politica, c’è eccome (e qualcuno potrebbe anche essersi convinto che talvolta se ne faccia persino un uso “smodato” e “indebito”), tutto va bene o quasi. Cosa salverei di questo libro? Detto con simpatia, quasi tutto, meno la tesi di fondo dell’Autore… Mi spiego (si fa per dire).

Neocon e teoconNon mi piace neanche un po’ l’ostracismo a cui in Europa si vorrebbe condannare il cristianesimo. Ancor meno, ovviamente, mi piace la «cristofobia» denunciata da Weigel, sulla scia—a proposito di libri fatti di libri!—di Joseph Weiler, direttore del Jean Monnet Center, e del suo Un’Europa cristiana. Un saggio esplorativo, un libricino pubblicato alla fine del 2003, nel quale, pur riconoscendo l’assurdità storica di voler estirpare il cristianesimo dalla storia culturale dell’Europa moderna, si cerca di contrastare i laicisti europei sul terreno perfettamente “laico” della filosofia del diritto e della filosofia politica.

Detto questo, non credo che la salvezza spirituale (e di conseguenza quella politica) possa venirci dall’altra sponda dell’Atlantico. Per tante ragioni, la prima delle quali è—come Weigel non esita a riconoscere—la differenza abissale tra la storia e le tradizioni degli Stati Uniti e quelle dell’Europa, che si traduce nella non esportabilità di certe attitudes of mind tipicamente americane, alcune delle quali invidiabili, altre un po' meno, nel nostro contesto. In secondo luogo—ma in forma assai più dubitativa che assertiva—resto piuttosto perplesso sul preteso gap di religiosità e di moralità pubblica e privata tra la Old Europe e la patria di Thomas Jefferson, se si tiene conto dell’intero panorama americano, che presenta anche scenari un po’ diversi da quelli cui George Weigel fa riferimento. Per parte sua, va detto, lo stesso Weigel, non manca di sottolineare le contraddizioni del suo Paese.

Insomma, la “lezione” che, sia pure con grande intelligenza e sulla scorta di una sincera preoccupazione per le sorti dell’Europa, George Weigel ci ha voluto impartire con il suo libro fatto di tanti altri libri può valere fino a un certo punto, o meglio, vale per gli Usa—con la loro specificità e con quella che viene correntemente definita l’«anomalia americana», più nel bene, complessivamente, che nel male—più di quanto possa valere per l’Europa. Ecco perché affannarsi a rincorrere modelli americani serve a poco, se non è addirittura una perdita di tempo e uno spreco di energie.

La Destra GiustaUn po’ come accade, sul terreno puramente politico, quando si sbandiera la Right Nation e la si vorrebbe riprodurre nel nostro contesto. Un’altra lettura (studio) interessante della scorsa estate è stata La Destra Giusta, traduzione di The Right Nation, lo splendido malloppone di quasi 500 pagine scritto da John Micklethwait e Adrian Wooldridge. Alla fine del libro uno vorrebbe andare a vivere laggiù, non tanto perché da quelle parti sono “giusti” perché di destra o di destra perché giusti, ma solo perché quella è l’America, un posto dove una buona idea la puoi realizzare solo perché funziona meglio di tutte le altre, anche se ti suona male, tanto poi si può sempre tornare indietro e amici come prima. Ma da noi? Quando uno legge di come le classi dirigenti cambiano in fretta in America ci si può anche illudere, per un attimo, che noi si possa fare altrettanto, ma poi ti svegli e trovi Andreotti, De Mita, Prodi, … sempre loro, sempre gli stessi, dopo trenta, quaranta, cinquant’anni, e capisci che noi siamo nella vecchia Europa, anzi, nella decrepita Italia.

Poi ho letto Neocon e teocon, di Flavio Felice, direttore dell’Istituto Acton di Roma. Un volumetto volutamente molto più abbordabile di La Cattedrale e il Cubo, ma non del tutto privo di complicazioni (e vorrei vedere il contrario!).

Il guaio della blogosfera e dei giornali è che è così improbabile che si discuta di libri dopo averli letti e meditati. E questo post, per chi non avesse ancora afferrato, è appunto una calorosa esortazione ...

October 18, 2006

Islam chiama Ratzinger


Grazie a Sandro Magister è possibile leggere una sintesi della “lettera aperta” inviata al Papa da trentotto personalità musulmane di differenti paesi e orientamenti. Uno scritto che discute punto per punto—e con grande apertura e disponibilità al dialogo—i giudizi sull'islam espressi da Benedetto XVI nella Lectio magistralis di Ratisbona. E una dimostrazione che la "provocazione" è servita.

La lettera è arrivata a destinazione tramite la nunziatura vaticana ad Amman, alla quale l'ha affidata uno dei firmatari, il principe Ghazi bin Muhammad bin Talal, consigliere speciale del re di Giordania Abdullah II. Il testo integrale, in inglese, può essere letto presso il sito del periodico americano "Islamica Magazine."

Credetemi, è una lettura molto interessante. In coda alla sintesi di Magister l’elenco dei firmatari.

Non mi faccia velo un naturale imbarazzo ...

Riparo prima che sia troppo tardi—ancorché vincendo un'istintiva riluttanza, in questo delicatissimo periodo, ad occuparmi delle esternazioni di Mr Prodi—una dimenticanza che sarebbe imperdonabile: sulla chiarezza cristallina del Presidente del Consiglio in materia di velo per le donne musulmane ha perfettamente ragione Enzo Reale.

October 17, 2006

Meglio cristiani senza dirlo o non cristiani senza esserlo?

E così il cardinale Tettamanzi, con quelle parole buttate lì alla fine del suo intervento d’apertura del IV incontro ecclesiale di Verona, ha fatto esplodere un’altra bella polemica sul tema religioso, che giustamente è tornato alla grande e rimbalza in tutti i dibattiti e le diatribe del nostro tempo.

In realtà l’arcivescovo di Milano citava: le parole sono quelle di un vescovo martire dei primi tempi della Chiesa, sant’Ignazio di Antiochia, il quale a sua volta si richiamava alla Lettera agli Efesini:

«Quelli che fanno professione di appartenere a Cristo si riconosceranno dalle loro opere. Ora non si tratta di fare una professione di fede a parole, ma di perseverare nella pratica della fede sino alla fine. E’ meglio essere cristiano senza dirlo, che proclamarlo senza esserlo»

Molto bella, direi. Semplice, profonda. Difficile che possa dar adito a equivoci. Vuol dire quello che vuol dire, punto e basta. Almeno così sembrerebbe a me, e invece …

Vabbè, per dire, se ne discute animatamente—et pour cause!—anche a TocqueVille: un post del Megafono ha provocato una risposta di Gino, e numerosi commenti. Da una parte, sulla scia di un’opinione abbastanza diffusa, si propende decisamente per l’interpretazioe che intravede nelle parole del cardinale un attacco ai «teocon» (in primis ai cosiddetti «atei devoti» à la Marcello Pera e Giuliano Ferrara) e ai «teodem», dall’altra il tentativo di richiamare l’attenzione sul fatto che in quelle benedette parole non c’è proprio nulla di nuovo, perché semplicemente parlano di qualcosa che è eterno e non necessita di “rivisitazioni” che ne rivelino valenze non ancora esplorate.

Personalmente propendo per una lettura vicina a quella di Gino (Mauro). Ad esempio, mi piace molto la sua precisazione:

Notare che Paolo non invita i cristiani a chiudere la propria fede in una sorta di intimismo anonimo (come piacerebbe a certi laicisti radicali…), ma dice che se uno vive coerentemente la fede non ha bisogno di proclamarsi cristiano a parole, perche’ saranno i suoi comportamenti a renderlo evidente a tutti.
Marcello Pera - invece - non si dichiara cristiano praticante, ma riconosce l’importanza culturale delle radici cristiane e dei valori da esse derivati. La cosa mi pare evidentemente diversa.Se poi abbia “scopi personali e strumentali” o sia sincero, questo e’ un altro discorso. Io ho l’impressione che ci creda in quello che sostiene. Cio’ non significa che gli concedo carta bianca.
Molto chiaro. In realtà, a mio parere, si equivoca parecchio anche su Marcello Pera, il quale ha una posizione piuttosto limpida: non sono un credente, ma riconosco che la società non può fare a meno del cristianesimo. Opinabile, ma legittima convinzione. Io, credente, penso che se non fossi tale direi esattamente le stesse cose. Ma essendo tale, più che proclamare qualcosa cerco di essere qualcosa, come esorta il cardinale. Pera, invece, può … soltanto proclamare (che del cristianesimo non si può fare a meno): a lui non si può chiedere la coerenza invocata da Dionigi Tettamanzi (e da san Paolo). Ma, appunto, non si può fargliene una colpa. Semmai, da parte dei buoni cattolici, gli si può riconoscere la buona volontà. Chiaro, invece, che dei laicisti abbiano qualcosa da ridire: non per un fatto di “coerenza,” tuttavia, bensì perché si sentono “traditi” da uno dei loro. Ma non di tradimento si tratta, poiché trattasi di una posizione intellettualmente libera ed autonoma. Per il resto ha ragione Gino: “Se poi abbia ‘scopi personali e strumentali’ o sia sincero, questo e’ un altro discorso.”

En passant, per parte mia, vorrei evitare di parlare di «teocon» e «teodem». Per quanto riguarda i primi, almeno sul côté cattolico, hanno detto già tutto, e bene, gli “imputati” maggiori, cioè i Gorge Weigel, Michael Novak e Richard John Neuhaus, i quali preferiscono per se stessi la definizione, certo giornalisticamente meno accattivante, di “cattolici Whigs,” che in Italia si può tradurre con “cattolici liberali.” Certe definizioni, si sa, sono generatrici di equivoci: uno sente parlare di teocon e subito pensa a Khomeini. Ma ci facciano il piacere! Sarebbe come confondere Marco Pannella con Nerone, e magari Daniele Capezzone con Tigellino … Suvvia, un po’ di senso della misura!

P.S.: Non arrovellatevi inutilmente, il titolo del post era solo una provocazione ...

October 16, 2006

In nome del Tibet

Miss Tibet (Foto Reuters) “Ho una grossa responsabilità, essere Miss Tibet non è facile.” Così ha parlato—come Reuters informa—la 21enne Tsering Chungtak,


mentre i fuochi di artificio ieri sera illuminavano il cielo su McLeodganj, casa del Dalai Lama e di migliaia di rifugiati tibetani. "Devo rappresentare il mio paese a livello internazionale". E Chungtak non ha perso tempo, facendo appello per il rilascio di Gedhun Choekyi Nyina, che si pensa sia agli arresti domiciliari da parte dei cinesi dal 1985, quando aveva sei anni, tre giorni dopo che il Dalai Lama lo ha riconosciuto come la reincarnazione del secondo leader religioso tibetano più importante, il Panchen Lama.

Certo che il Tibet dimostra un certo talento nel farsi rappresentare: il sorriso del Dalai Lama, la sua ironia, la sua leggendaria (e contagiosa) risata, ed ora questa splendida fanciulla …

Eppure, a giudicare dai risultati, non si direbbe che le strategie di comunicazione prescelte siano le più efficaci. Vecchia polemica, d’accordo, che personalmente non vorrei contribuire ad alimentare: io sto col Dalai Lama, lo capisco e approvo il suo approccio “soft” alla questione tibetana, così come, dopo averla vista, trovo che anche Tsering non è male come “rapresentante a livello internazionale” del suo Paese.

Dicevo dei risultati, comunque, ed ecco questa notizia, riportata oggi, in italiano, solo da L’Opinione (in inglese ne riferisce la Reuters):


Sono 7 e non 2 le vittime dell’eccidio del Nagpa. Il 30 settembre scorso, la polizia cinese ha aperto il fuoco, senza preavviso e ad alzo zero, contro un gruppo di circa 70 profughi tibetani che stavano cercando di fuggire dal “paradiso” cinese attraverso il valico di Nagpa, a 5000 metri di quota, ad Ovest del Monte Everest, sul confine tra Repubblica Popolare Cinese e Nepal. Solo 40 tibetani sono riusciti a fuggire, salvi, nel Nepal. A quanto pare questi metodi da Cortina di Ferro non sono un’eccezione per chi vive lungo le frontiere cinesi, anche se non se ne parla praticamente mai. Ma questa volta il massacro non è passato sotto silenzio: una sessantina di alpinisti che stavano scalando il monte Cho Oyu hanno assistito all’eccidio dal Campo Base Avanzato. Il numero esatto delle vittime è stato confermato dal lama Tsering, un monaco buddista indiano, all’agenzia Asia News. Fra i caduti vi sono anche una monaca e un bambino.

E’ il genere di notizia che a Sua Santità deve togliere almeno un po’ del suo buonumore, ma certo non tanto da farlo deviare di un millimetro dalla sua Middle Way. Tra l’altro, Tenzin Gyatso, XIV Dalai Lama, a Roma nei giorni scorsi per ricevere dal rettore dell'Università Roma Tre, Guido Fagiani, la laurea honoris causa in biologia, ha ribadito la sua visione del problema:



«La nostra lotta è basata su una rigorosa non violenza e sul pensiero compassionevole, per questo tendiamo a minimizzare i sentimenti negativi nei confronti dei cinesi. Un mio vecchio amico che ha trascorso 18 anni nei gulag cinesi è venuto da me e mi ha detto di aver visto poche occasioni di pericolo. Tra queste, gli ho chiesto, quali? E lui: 'Il rischio di perdere la compassione verso i cinesi'. Vedete, il fondamento del nostro pensiero è di considerarli fratelli, anche se continuano a fare male al nostro popolo, questo è il puro significato della non violenza. Noi i problemi con la Cina vogliamo risolverli, ma per fare questo la Cina ci deve dare autonomia, dobbiamo poter preservare la nostra cultura e la nostra lingua. Se la Cina vuole essere una superpotenza rispettata a livello mondiale, basta con le mistificazioni della realtà, gli attacchi alla libertà personale e alla libertà di stampa: la Cina dev'essere ragionevole. E non riusciamo a capire perché, a queste nostre domande, la Cina non risponde in maniera favorevole.»

A Roma, ad ogni modo, come informa l’ampio resoconto dato da la Repubblica della “lezione magistrale” del Dalai Lama, si sono ascoltate anche parole come queste, su un paio di questioni non meno interessanti:


«La didattica moderna si concentra molto sulla conoscenza, sul cervello, ma trascura l'aspetto etico-morale. Per questo mi sento di lanciare un appello: pensiamo di più, insieme alla parte scientifica, a promuovere l'etica e il cuore. Solo attraverso questa via si può vedere più chiaramente la realtà. Per questo serve una mente più compassionevole, più calma e con più empatia, elementi fondamentali per una vita felice.»
[...]
«Non tutti i problemi del male possono essere risolti con la tradizione tibetana. Per questo ai giovani italiani dico: dovete trovare la risposta ai vostri problemi secondo la vostra tradizione. Cercare altrove non serve.»

Quel cercare altrove non serve è magnifico. Lo dico proprio perché voglio bene al Tibet e al suo vecchio Capo Sorridente.

October 13, 2006

Neanche Draghi risparmia la Finanziaria

Ha ragione Il Foglio, quando, nell’editoriale di oggi, scrive che questa è “la Finanziaria meno difesa che si ricordi.” Critiche, anche molto severe, sono venute un po’ da tutti, last but not least dal governatore della Banca d’Italia Mario Draghi, dal presidente della Corte dei conti Francesco Staderini, dal presidente dell’Istat Luigi Buggeri.

Draghi, in particolare, non è stato tenero, ieri pomeriggio, durante l'audizione davanti alle commissioni Bilancio di Camera e Senato. La Finanziaria, a suo avviso, «in un’ottica di medio e lungo termine presenta alcuni aspetti problematici», per la semplice ragione che «la correzione, in termini netti, è affidata interamente ad aumenti delle entrate». Tradotto per noi non addetti ai lavori: tasse, tasse e ancora tasse.

Giudizio ancor più pesante se si pensa che—come giustamente ricorda Il Foglio (sempre nell’editoriale odierno)—proviene da un uomo

per formazione economica e prassi di governo prossimo alla componente più avanzata (e borghese, nel senso che intenderebbe Tommaso Padoa-Schioppa: colta e
internazionalizzata) di questa maggioranza.

Un altro editoriale, quello de Il Riformista, riconosce alle “osservazioni fredde e oggettive” del governatore molti meriti, in particolare quello di aver tirato fuori

un esempio che fa giustizia di molte contese sin qui risuonate sull’effettiva redistribuzione operata dalle modifiche alle aliquote ex Irpef attuate in finanziaria: la dimostrazione secondo la quale un operaio senza figli con soli 26 mila euro annui di reddito pagherà più imposte, per effetto del fiscal drag, mostra che la formula avanzata dal governo secondo la quale il 90% dei contribuenti ci guadagna è quanto meno azzardata.

La conclusione del Riformista è altamente condivisibile:

Poiché non è ancora troppo tardi, visto che il Parlamento ancora deve votare, la speranza è che almeno qualcuna delle osservazioni di Bankitalia possano essere accolte.

Ma l’editorialista del Foglio non sembra molto fiducioso, denunciando

la sensazione che a Palazzo Chigi la linea politica sia quella di una sopravvivenza un po’ spocchiosa.

Speriamo che si sbagli, come—si parva licet—spero di sbagliarmi pure io.

October 12, 2006

E Salvati evitò d'infierire

Hanno torto—Confindustria, gli «economisti», la Corte dei Conti—a criticare questa legge finanziaria? No, non mi pare.

A dirlo—cioè a scriverlo sul Corriere di oggi—è il riformista Michele Salvati, che tuttavia evita di infierire, ed anzi ricorda che

nessuno dei nostri tre soggetti ha mancato di riconoscere gli aspetti meritori della legge, le difficili condizioni sulle quali è intervenuta, i condizionamenti politici cui è soggetta.

Sempre a discarico, ma con un argomento invero a doppio taglio, ecco un bel riconoscimento a chi ha dovuto barcamenarsi tra “condizionamenti” a volte piuttosto pesanti:

tenere insieme su una Finanziaria rigorosa una maggioranza come quella che sostiene il governo e ottenere il consenso dei sindacati è stata prova non piccola di perizia politica.

Credo si possa dire tranquillamente che il Professor Salvati ce l’ha messa tutta per dire nella maniera meno irritante che

[q]uesta prima Finanziaria del centrosinistra (e sottolineo «prima », perché il giudizio serio dovrà essere dato a fine legislatura) affronta i suoi giusti obiettivi — di stabilizzazione, di crescita, di equità — soprattutto dal lato di maggiori entrate, non di minori spese.

Toccante, non vi pare?

Fall foliage


To appreciate the wild and sharp flavors of these October fruits, it is necessary that you be breathing the sharp October or November air. What is sour in the house a bracing walk makes sweet. Some of these apples might be labeled, “To be eaten in the wind.” It takes a savage or wild taste to appreciate a wild fruit. . . The era of the Wild Apple will soon be past. It is a fruit which will probably become extinct in New England. I fear that he who walks over these fields a century hence will not know the pleasure of knocking off wild apples. Ah, poor soul, there are many pleasures which you will not know! . . . the end of it all will be that we shall be compelled to look for our apples in a barrel.

--Henry David Thoreau

[Bright colors are seen in the valley of Mount Chocorua in Tamworth, N.H., Thursday, Oct. 5, 2006. Thousands of tourists are expected to visit New England for the annual fall colors. AP Photo/Jim Cole]

Autumn paddle


Autumn is a second spring when every leaf is a flower.
--Albert Camus

[Ed and Mary Ann Murdock enjoy the fall colors while paddlng their canoe Wednesday, Oct. 4, 2006 near their home in Turner, Maine. AP Photo/Sun Journal, Douglas Van Reeth]

October 11, 2006

Drogati ... di chiacchiere

Un’occhiata appena, la notte scorsa, a Matrix e Porta a Porta, dopo il putiferio sull’imbarazzante scoop delle Jene. Una noia mortale. Un gran numero di parlamentari fa uso di sostanze stupefacenti o psicotrope? E sai che scoperta? Chi si indigna, chi si straccia le vesti, chi si scaglia in buona fede contro la mancanza di valori di questa società corrotta, chi ne fa una questione di diritto alla privacy. Il solito déjà vu. Mi domando, sinceramente, se a qualcuno sia venuto in mente che tutto questo, volendo, potrebbe anche essere considerato come qualcosa di maledettamente, banalmente normale. Provo a spiegare il mio punto di vista. Innanzitutto qualche domanda (vagamente retorica).

1) Non abbiamo forse una classe politica che vive soprattutto di chiacchiere estenuanti e rifugge assai spesso dalla dedizione umile e paziente allo studio sistematico e rigoroso di cosa ci si può inventare—e di come lo si debba tradurre in fatti—per far sì che possiamo guardare all’avvenire con un minimo di fiducia?
2) Non è l’apparire, il vendere fumo—no, non in quel senso, ovvio …—e il menare il can per l’aia l’occupazione generalmente prediletta da buona parte dei nostri eroi?
3) Non è sempre, o quasi, essenzialmente una questione di trovare non le soluzioni, ma le parole e le perifrasi giuste (dal punto di vista "ideologico," cioè in astratto), il tono giusto, insomma lo stile di comunicazione più adeguato al target, onde sopravvivere nel mare di discorsi, interventi, articoli, interviste, comparsate tv e chi più ne ha più ne metta?

Ebbene, se la risposta alle domande qui sopra dev’essere affermativa, come a me sembra, ecco che tutto si spiega. Chi ritiene, invece, che il nostro ceto politico si preoccupi, per così dire, più dei fatti che delle apparenze, continui pure a indignarsi. Il fatto è questo: chiacchierare, darsi sulla voce reciprocamente, duellare fieramente davanti alle telecamere è sicuramente stancante, oltre che gratificante (per chi si contenta), ma studiare, arrovellarsi su un problema, documentarsi, insomma fare le cose sul serio e per bene, è altrettanto certamente assai meno gratificante e molto più snervante, e soprattutto è una fatica che non può essere alleviata con nessun tipo di espediente … non c’è modo di venirne a capo con qualche “scorciatoia.” Quando si richiede il massimo di lucidità e di sobrietà intellettuale, quando le chiacchiere stanno a zero e si ha a che fare con la cruda realtà di un problema che assorbe tutte le nostre risorse mentali, c’è solo un modo per “tirarsi su:” riuscire nell’intento, portare a termine la missione.

La differenza tra l’una e l’altra attitude of mind è paragonabile a quella tra la guerra guerreggiata e la guerra simulata di un videogame. Nel secondo caso, malgrado i “giocatori” possano assumere tutte le pose dei veri guerrieri e sentire visceralmente la sfida, si tratta pur sempre e soltanto di un gioco, mentre nel primo, direbbe don Abbondio, “ne va, ne va della vita,” quella vera e, soprattutto, della morte, quella tosta, appunto, non la sua rappresentazione drammatica. E allora, per rimanere all’esempio, il simulatore di guerre più o meno stellari, assumendo droghe, può illudersi che la propria performance migliori—diventando, che so, più piacevole ed emozionante—, ma con ogni probabilità riesce solo a renderla meno efficace. Chi, invece, la guerra la fa sul serio, non potendo permettersi il lusso di commettere neppure il più piccolo errore, si guarda bene dall’”aiutarsi” con qualcosa che possa provocare sì una temporanea “felicità,” ma al prezzo assolutamente folle di una percezione distorta della realtà e dei rischi che ciò inevitabilmente comporta.

Ecco perché, a mio avviso, il problema vero non sono i vizi privati dei parlamentari, bensì il Vizio di una politica ridotta a chiacchiera, a puro divertissement. Il ben noto «teatrino della politica». Déjà vu, déjà vécu, appunto. Gli attori si muovono sulla scena esattamente come il copione richiede: vivono di apparenze e finiscono per cedere a tutte le tentazioni cui questa effimera condizione esistenziale li espone.

P.S.: Prevengo qualche obiezione scontata. Questo è il post più "qualunquista" che mi sia mai capitato di scrivere. Ne sono consapevole, come mi rendo perfettamente conto che non si può fare di tutta l'erba un fascio, ecc., ecc. Faccio però notare che trovo sconcertante lo "stupore" generale, sebbene personalmente sia assolutamente contrario all'uso di droghe di qualsiasi tipo. Non voglio neppure prendermela con l'ipocrisia di chi fa finta di cadere dalle nuvole, ho solo messo l'accento sulla causa piuttosto che sugli effetti.