August 22, 2006

Severgnini, gli Italians e i Sopranos

Una parola sulla “mediocrazia” italica—se il termine non esiste, chiedo venia : non ho avuto il tempo di verificare per bene, ma mi suona tremendamente bene... Dunque, nella mediocrazia italica, se c’è una rubrica di scarso successo che andrebbe aiutata, questa è «Italians», di Beppe Severgnini. Imperversa, immeritatamente snobbata dai lettori più acculturati e raffinati, sul Corriere della Sera, particolarmente nella edizione online, fornita di lettere e rispostine (ai più fortunati) che se non sempre sono memorabili per i contenuti e per le qualità letterarie, sono di solito gradevolmente leggere e inoffensive, se non addirittura genialmente vacue.

Oggi Severgnini ha superato se stesso affrontando un argomento spinoso : la considerazione degli italiani all’estero. Rispondendo ad un lettore indignato, che protesta contro i pregiudizi anti-italiani e chiede maggiore durezza con chi esagera con le battutacce e le insinuazioni, ha sfoderato un’acutezza e una lucidità di cui, malheureusement, non sono in molti a fargli credito. Ha cominciato riconoscendo di aver sbagliato a minimizzare certi fenomeni:

In effetti, per anni, la mia risposta è stata: inutile reagire con rabbia o scegliere l’autarchia psicologica (ci ha provato il fascismo: non funziona). Meglio rispondere con serenità e, soprattutto, col comportamento. (…) Tuttavia, lo ammetto: le cose non migliorano. E l’atteggiamento di qualcuno, all’estero, appare veramente odioso. Parmalat ha appena mostrato come le critiche (giustificate!) al sistema di controlli in Italia si mescolino a brutalità storico-antropologiche sugli italiani (ingiustificate e superficiali). E ci cascano fior di giornali: non gli avventori nei pub delle Docklands (Londra), dopo quattro pinte di bitter.

Il ragionamento prosegue—inclinando un po’, stavolta, anche verso gli odiosi detrattori—con un intelligente riferimento alla situazione politica:

E’ vero che Silvio Berlusconi funge da catalizzatore. E’ inutile ripetere cose dette e scritte mille volte. Ma le sue televisioni, le sue amicizie, i suoi processi, le sue leggi, il suo stile, le sue battute e il suo lifting ne fanno un caso unico al mondo. Questo non è un giudizio: è un fatto. E la cosa non ci aiuta. Questo non è un fatto: è un giudizio.

Già, in effetti, non aveva mica torto il kapò (tormentone della scorsa estate), o l’Economist (quello che definiva il premier italiano unfit to lead Europe, se ricordo le parole esatte), che difatti Severgnini ha approvato entusiasticamente. Quel che è da dire è da dire, insomma. Ha ragione lui, mica quelli che si sono ribellati—come purtroppo il titolare di questo blog—e che, pur non essendo mai stati berlusconiani, hanno disapprovato un linguaggio così pesante nei confronti del Capo del governo italiano da parte di organi di stampa e uomini politici di paesi esteri che non sono propriamente in guerra con l’Italia. Insomma, riconosciamo i nostri errori anche noi, come Severgnini!

E poi, se è consentita una parentesi “letteraria”, che meraviglia quel gioco di parole (…Questo non è un giudizio: è un fatto. E la cosa non ci aiuta. Questo non è un fatto: è un giudizio). Che poi non è solo un gioco di parole : i fatti distinti dalle opinioni! Molto british, oltretutto. Come l’Economist insegna anche ai più duri di comprendonio.

Ma Severgnini riguadagna subito la sponda anti-anti-italiana, e aggiunge:

L’Italia ha personalità, fin troppa, nel bene e nel male. L’«immaginario mafioso» ha riempito il cinema e la letteratura, il linguaggio e la pubblicità. Spesso sull’argomento si buttano gli stranieri; ma qualche volta noi italiani li precediamo, o li incoraggiamo. Comunque, li perdoniamo. Nessun’altra nazione avrebbe avuto l’onestà di esportare «La Piovra», o la generosità (leggerezza?) di tollerare i «Sopranos».

OK, d’accordo per quanto riguarda La Piovra, il mondo ci è debitore di eterna riconoscenza per aver mostrato a tutti e con un’insistenza maniacale il nostro aspetto peggiore, però si poteva pure evitare … Ma fin qui nulla di nuovo, l’hanno già detto in tanti. Quel che sorprende—e nel contempo illumina inopinatamente le intelligenze pigre degli osservatori distratti della realtà—è il riferimento ai Sopranos. Una fiction che allo scrivente (povero stolto!) era sembrato un capolavoro di ironia e di intelligenza, di garbo e originalità, un modo elegante per sfotticchiare non tanto gli italoamericani—che per altro vi risultano molto più simpatici di quanto non sembrino nella stragrande maggioranza dei film d’autore che narrano di mafia americana—quanto certe compulsioni a delinquere vagamente pavloviane e un horror vacui che forse sta alla base di tante nevrosi.

Quale raffinato esercizio ermeneutico è mai questo, che ci mostra una realtà capovolta rispetto a quella che vediamo, che ci fa toccare con mano i nostri limiti interpretativi e nel contempo non ci umilia, ma ci innalza alle altitudini himalayane frequentate da quell’intuizione montanelliana che si chiama Beppe Severgnini? Già, il grande Montanelli—lo scopritore e il mentore, appunto, di un siffatto talento naturale. Nessuno è perfetto, come lui ci ha insegnato. E ne abbiamo appena avuto un’altra conferma…

[Questo post è stato pubblicato per la prima volta su windrosehotel.splinder.com il 12 febbraio 2004]

Analogie imbarazzanti

Composta ma severa la risposta di Emanuele Macaluso alle insinuazioni de L’Unità sull’assetto proprietario del Riformista. Fa riflettere, in particolare, la conclusione dell’articolo :


Il tentativo di cancellare gli avversari o le testate scomode con mezzi impropri è un vizio che speravamo fosse solo un brutto ricordo.

Un lettore distratto potrebbe perfino credere che a parlare sia il Cavaliere. Questi sono, infatti, argomenti oramai classici nelle allocuzioni berlusconiane—ovviamente con riferimento alla stessa parte politica di cui si sta parlando.

Ora, spiace dirlo, ma delle due l'una : o Macaluso ha “tracimato” o il presidente del Consiglio ha qualche ragione. Scegliere è praticamente d'obbligo. Per quanto riguarda questo blog la scelta per Il Riformista è un dato incontrovertibile.

[Questo post è stato pubblicato per la prima volta su windrosehotel.splinder.com il 25 gennaio 2004]

Ezio Mauro si è dimesso!

Direttore e vice-direttore del New York Times si sono dimessi, alcuni giorni dopo aver licenziato Jayson Blair, giornalista imbroglione. Proprio come è successo a Repubblica, dove Marco Lupis (a seguito delle clamorose rivelazioni del Foglio) è stato allontanato e l’ottimo direttore Ezio Mauro ha rimesso la carica e si è ritirato a vita privata. Si narra che quest’ultimo, dopo aver letto una lettera a lui indirizzata da un blogger ficcanaso—che lo invitava nientemeno che a far finta di essere di Boston anziché di Torino—e poco incline al compromesso, profondamente scosso e in piena crisi di identità, abbia pronunciato queste poche ma sofferte parole: “Chi sbaglia paga!”

il manifesto ..., la sinistra degli altri

Due pezzi di bravura sul manifesto di oggi, il primo senza virgolette, l’altro con.

1) «Per abrogare l'immunità appena approvata, il compagno Diliberto ha lanciato l'idea di un nuovo referendum. Un'idea fulminante.» (jena)

Niente male, vero?

2) Titolo : «Dialogo tra sordi tra Berlusconi e Fini»

Modesta proposta : Dialogo tra sordi Berlusconi-Fini.

Oppure : Berlusconi-Fini : [un] dialogo tra sordi.

Se proprio non piacciono le prime due: Berlusconi e Fini, [un] dialogo tra sordi.

Chi ha qualche altra proposta?

[Questo post è stato pubblicato per la prima volta su windrosehotel.splinder.com il 19 Giugno 2003]

Il bravo regista e l'indignato mancato

Il post di un blogger del Cannocchiale mi ha colto alla sprovvista. Dunque, scopro che un famoso regista manda il figlioletto alla scuola americana-britannica, la più costosa di Roma. Fosse qualcun altro non me potrebbe importare di meno. Ma si tratta del grande girotondino, del rifondatore della sinistra, del custode della pubblica moralità. E non si può dire che questo non modifichi la questione. Piccolo elenco di misfatti : a) la preferenza per l’inglese anziché per il francese (ah, povera gauche, povero Chirac anti-Bush, che tradimento!); b) la scelta della scuola privata anziché di quella pubblica (alla difesa della quale, giustamente, la sinistra è impegnata allo stremo—si fa per dire); c) la mancata ripulsa per uno status symbol alto-borghese (è appunto la scuola più cara della capitale).

Ebbene, mio malgrado ho dovuto riconoscere che sulla faccenda l’indignazione era d’obbligo. Che sottrarsi non era possibile. Dico “mio malgrado” perché all’incirca dal primo girotondo in poi sono arrivato alla conclusione che l’indignazione è un esercizio troppo radical-chic per i miei gusti. Avevo giurato a me stesso che non mi sarei mai più indignato. E invece, a quel punto, mi toccava!
E allora ? Semplice, à la guerre comme à la guerre! Visto che sfuggire non si poteva, che indignazione fosse: lunga, tosta, aspra!

La storia potrebbe essere finita qui, ma non è andata esattamente così. Infatti, dopo qualche minuto di dura indignazione—un’esperienza inebriante e “corale”, cioè di quelle che ti fanno sentire in armonia con l’universo—ho cominciato ad avvertire una strana sensazione…, per farla breve, un irrefrenabile impulso a ridere, al quale non ho potuto resistere che pochi, interminabili e angosciosi secondi!

Sarò in contraddizione con me stesso, però, a cose fatte, dopo aver riscoperto il piacere dell'indignazione, non posso fare a meno di ripetermi : che peccato sprecare un’occasione come quella! Ma che posso farci? Evidentemente indignati di professione si nasce, non si diventa. Come grandi attori, o come bravi registi, ça va sans dire.

[Questo post è stato pubblicato per la prima volta su windrosehotel.splinder.com il 18 Giugno 2003]

August 20, 2006

Ecco il vero terzista: Furio Colombo!

Quando si dice l’onestà intellettuale, l’obiettività, l’esser super partes non come “figura retorica”—se ci si passa l’espressione—e tanto per far bella figura, bensì come Weltanschauung. L’ammirazione è tanta, devo ammetterlo, e faccio fatica a contenerla, a dissimularla quel minimo, come si converrebbe in una discussione pacata ed equilibrata, così come occorrerebbe contenere il sentimento opposto: l’aperto disprezzo, la violenta disapprovazione. Ma che vogliamo farci, lo stupore è tanto, trabocca da ogni lato e lo devo manifestare.

A chi è diretto questo (esagerato) elogio, da cosa e da chi è stato motivato? Ebbene, basta ciccare un titoletto di giornale (online) per scoprirlo: Suppletive di Londra, crollano i laburisti, vince chi si è opposto alla guerra. E per capire che L’Unità di Furio Colombo non è un semplice quotidiano di partito, uno come gli altri, dal momento che si può sfidare chiunque a capire al volo, leggendolo, che il partito in questione è quello dei ds. No, appunto, non si tratta di un qualsiasi quotidiano di partito. E’ molto di più (o di meno, a seconda dei punti di vista).

Insomma, basta un clic per rendersi conto di cosa significhi, in concreto, il terzismo che ieri Il Riformista portava sugli scudi (vedi il mio post precedente), capitalizzando giustamente la vulgata che Paolo Mieli, suprema autorità in materia, ha messo a disposizione di noi tutti onde renderci finalmente edotti sul significato di quellaa magica paroletta.

Basta un clic per nobilitarsi. Il Labour ha perso una consultazione elettorale di secondo piano (e di cui si sono accorti praticamente solo Colombo e i suoi intimi)? Benissimo, mettiamolo in prima pagina! E facciamo vedere a tutti che la politica non è saltare di qua e di là con il pugnale tra i denti. E diamo un colpo mortale alla faziosità. Grazie per esistere, Furio Colombo!

[Il presente post è stato pubblicato per la prima volta presso windrosehotel.ilcannocchiale.it il 19 settembre 2003]

Il silenzio è d'oro

Antonio Tabucchi fa uno strano elogio del silenzio sul manifesto di oggi. Il silenzio del presidente Ciampi. L’incipit è degno di "Guerra e pace"—come è in fondo giusto che sia, dato il livello egregio di colui al quale il quotidiano comunista ha oggi affidato l’editoriale:


"Ci sono momenti nella vita e nella storia in cui un decoroso silenzio rivela tutta la statura morale della persona."

Grande, vero?

Ma non è niente, guardate qua:

"Da quando Berlusconi ha formato il suo governo, molti sono stati i momenti in cui il decoroso silenzio è stato superiore alle offese e alle volgarità. "Questo è il futuro ministro delle riforme istituzionali", disse Berlusconi a Ciampi presentandogli Umberto Bossi. Ciampi reagì con decoroso silenzio."

Ci sono parole per magnificare come si merita questo sublime esempio? Certo che no. E la conclusione di questa superba galoppata politico-letteraria è, se possibile, ancora più riuscita :
"Ciampi sarebbe dunque un pupazzo nelle mani di Berlusconi? La questione è cruciale per la democrazia italiana, ma forse per la classe politica è meglio che gli italiani non se la pongano. Sarà risolta forse in decoroso silenzio? Da ciò dedurremo che la costituzione italiana ha un solido garante: il silenzio."

L’editoriale si intitola Il silenzio è d’oro. Ce ne ricorderemo a lungo. E vorremmo che questo elogio del silenzio divenisse una regola, un must, un’aspirazione per tutti, ad eccezione, ovviamente, dei nostri cari manifestini: sul loro silenzio nessuno si faccia illusioni, nessuno ci speri. A Tabucchi, poi, la bocca non la tappa nessuno. Oltretutto, chi potrebbe elogiare il silenzio meglio di lui?

[Il presente post è stato pubblicato per la prima volta presso windrosehotel.ilcannocchiale.it il 2 luglio 2003]

Tabucchi: contro Ciampi (da non perdere)

E’ stata una giornata spettacolosa. Mare calmo, aria limpida e fresca, nuvole bianche e sottili, allungate dai venti. Sole. Perché lasciarsi distrarre dall’attualità politica?

A notte inoltrata, però, un colpo di coda. Una folgorazione. Il solito Antonio Tabucchi sul manifesto. Di lasciar perdere neanche se ne parla. Scrive a Ciampi (per la decima o undicesima volta, mi dicono). L’esordio, stavolta, è degno di Cicerone. Spalancare le pupille, please:

"Illustre Presidente della Repubblica Italiana, non è la prima volta che Le pongo questioni. Lei lo ricorderà, anche se di norma non risponde. Cominciai con una Sua frase, secondo me assai infelice, di comprensione verso i cosiddetti "ragazzi di Salò". L'Italia, come è noto, non ha mai fatto né pulizia né ammenda, neppure simbolica, come la Francia e la Germania, del proprio sordido passato; e infatti oggi nell'attuale governo ci sono segretari o sottosegretari ex-repubblichini (fucilatori?) che ho sentito pubblicamente vantare nei Suoi confronti amicizia e confidenza. A me non piace. A Lei piace? Lei, che si dice abbia fatto la Resistenza, a tali questioni come dicevo non risponde. Ma, per usare una formula di moda oggi in Italia, 'mi consenta' di insistere. (...)."

Come sapete, io sono un grande estimatore del Tabucchi. E, se ho sempre espresso disgusto per quanti giocano volgarmente con le parole trasformando i cognomi, a fortiori mi ribello con sdegno a coloro i quali non si peritano di dilettarsi nella squallida arte a spese del Nostro, andando a cogliere somigliasnze, rime e assonanze tanto più spregevoli quanto più si riferiscono ad un Autore di grande profondità e maestria, in guisa tale da farlo divenire di volta in volta il Signor Mammalucchi, Messer Trucchi, e via discorrendo. Dirò di più: un fremito di rabbia mi prende ogni volta—e accade spesso, purtroppo—che mi imbatto in siffatti usurpatori della pubblica attenzione!

Sono un estimatore di Antonio Tabucchi, dicevo, e quindi non sono proprio imparziale. Ma come posso tacere la mia strabiliate ammirazione per le parole che ho citato?

Quel magnifico accenno al passato del Presidente ("Lei, che si dice abbia fatto la Resistenza"), quella sublime ironia, quella finezza nel mettere vagamente in dubbio ciò che è di pubblico dominio, sfidando il buon senso e financo il buon gusto oltre che l’intelligenza! Superbo! Impavido Tabucchi! E quella citazione, quel "per usare una formula di moda oggi in Italia, "mi consenta" di insistere"? La sottile allusione al Berlusca è veramente di una originalità e di una genialità senza pari!

Risparmio a chi legge queste misere note il resoconto del seguito del coraggiosissimo j’accuse. Ma chi lo desidera lo potrà ritrovare in rete degnandosi di seguire il link diretto (o, se non funziona, cercando il pezzo sulla prima del manifesto del 4 di luglio (che era ieri, essendo oramai l’una di notte). E buona lettura!

[Il presente post è stato pubblicato per la prima volta presso windrosehotel.ilcannocchiale.it il 5 luglio 2003]

Tabucchi, siam pronti alla morte!

Sono lieto di rivelare pubblicamente che quasi esattamente due anni fa Antonio Tabucchi conquistò la mia incondizionata ammirazione. Sì, quando prese carta e penna e scrisse per Le Monde un infuocato j’accuse contro il presidente della Repubblica. Ciampi, non Chirac, s’intende. Troppo facile, troppo banale criticare il capo dello Stato francese su un giornale francese, no, il vero coraggio, la vera gloria, è lavare i propri panni in casa d’altri. E che sarà mai, in fondo?

Che malinconia quando penso a quanto sono miseri gli argomenti di coloro i quali si scandalizzano per questo nobile e disinteressato esercizio di “sputtanamento” (con licenza parlando) del proprio Paese su un giornale che, questo bisogna pur riconoscerlo, non perde occasione per fare le pulci—per amore, è ovvio, solo per amore!—ai cugini d’oltralpe! Quanto provinciale e démodé questo modo di ragionare!

E cosa importa se trovare un francese che sia disposto a fare altrettanto nei confronti del proprio Paese è un’impresa quasi impossibile? Non siamo forse proprio noi italiani coloro i quali hanno portato la civiltà al di là delle Alpi? Insegniamogli noi, dunque, al cuginastro (in senso ironico!), che cos’è la signorilità, l’obiettività, oserei dire la “ferocia”—ecco la parola!—verso se stessi, quella che arriva a calpestare qualsiasi cosa, a cominciare da quel concetto noioso e démodé, appunto, che è il senso dell’onore nazionale!

Che dovrei dire, allora, della mia gioia, del senso di liberazione che ho provato oggi, quando ho appreso dal Corriere della Sera che Tabucchì (come affettuosamente lo chiamano i francesi) l’ha rifatto?

Questa volta, però, il bersaglio non è l’oramai straperdonato presidente Ciampi—con una magnanimità di cui un po’, via, siamo grati al grande Scrittore. No, stavolta il bersaglio è un altro, più modesto, ancorché infinitamente più meritevole della pubblica deprecazione, e financo di quel purissimo e incontaminato sentimento che solo gli stolti chiamano odio, mentre dovrebbe chiamarsi molto più sobriamente indignazione—oh che nobile e poetica espressione!

Il bersaglio, dicevamo, stavolta è il misero Giuliano Ferrara. Tabucchì racconta le ben note e recentissime diatribe, che rappresentano un «ritratto eloquente» dell’Italia, «Paese intimidito, disorientato, in larga misura imbavagliato nel suo sistema d’informazione». Un ritratto dove si parla di mafia, di bombe, di stragi, di terrorismo e delle «vecchie amicizie che certamente Ferrara ha nella Cia».

Il bieco Ferrara, ricorda il Nostro, ha detto: «Se mi ammazzano, ricordatevi che i mandanti linguistici sono Antonio Tabucchi e Furio Colombo, in concorso tra loro». Ebbene, queste sono parole «abiette», osserva con lucidità l’insigne Letterato, dietro le quali si cela la volontà di «far tacere uno scrittore che, come me, utilizza lo strumento della parola». E di qui il titolo dell’articolo, la «fatwa» (ma all’incontrario) che Ferrara avrebbe lanciato contro Tabucchì indirizzandosi «a uno sconosciuto affinché costui mi tappi la bocca in tempo, per disinnescare la libertà di parola di cui dispongo».

Noi uomini liberi, caro ed illustre Scrittore, siamo con te. Ora devo scappare perché ho terribilmente da fare, ma sappi che siamo con te. Usque ad mortem. Tuam, innanzitutto, nel caso il criminale appello sortisca l’effetto desiderato, e nostram in subordine .... E se anche il fato dovesse crudelmente precludereci l'estremo sacrificio, sappi che noi, amaramente destinati a sopravvivere a tanto strazio, ti onoreremo sempre! Per quello che sei. Occorre essere più espliciti?

[Il presente post è stato pubblicato per la prima volta presso windrosehotel.ilcannocchiale.it il 9 ottobre 2003]

Dystopia, the evil twin of (Rorty's) Utopia

A dystopia is ‘an imaginary, wretched place, the opposite of Utopia’ (Cassel's Concise English Dictionary).

According to the Oxford English Dictionary, the term was coined in the late 19th century by John Stuart Mill, who also used Bentham's synonym, cacotopia, at the same time. Both words were based on utopia, analyzed as eu-topia, for a place where everything is as it should be; hence the converse "dys-topia" for a place where this is certainly not the case. [See also Wikipedia On-line Dictionary]

“Ok—you might say—but who cares?” Or, to paraphrase a famous Canadian journalist: "Tell me something new about something I care about!" Well, my answer is quite simple: I just don't know whether or not that “imaginary, wretched place” is something new, but you should care about your own future! Because dystopia could be the world we are going to live in tomorrow, at least according to Norm, and assuming that Richard Rorty is right … As for me, may I take the liberty of saying that Norm is right as much as Richard is (hopefully) wrong?

[This post was first published at windrosehotel.splinder.com on April 29, 2004]

Rome says NO to Mr Ahmadinejad

More than 10,000 Italians (may be 15,000) held a candle-lit vigil outside the Iranian embassy in Rome on Thursday night. It was a bipartisan demonstration, or “half-caste,” as Giuliano Ferrara put it. Mr Ferrara is the editor of Il Foglio—a conservative daily newspaper—and the promoter of the procession, organised in reaction to the threatening assertion of the President of Islamic Republic of Iran that “Israel should be wiped off the map.”

“All those who called me—said Ferrara—from abroad were amazed. French and American friends, such as Wiesel, Cohn-Bendit, and Podhoretz, told me they were astonished in front of a happening they consider unique in the world. For the first time in the Western World people don’t rally against an imperialist, zionist, “bad,” “right wing” country, but in defence of it. They don’t burn Star-of-David flags, they wave them. People don’t defend to the bitter end the rights of a Third World country, they challenge its President's threats—Iran can’t afford to cancel Israel, nor can it afford to threat it.”
[Corriere della Sera, in Italian]

Piero Fassino, the secretary of Democrats of the Left—Italy's largest opposition party—, was one of the politicians taking part in the demonstration.
“Like many other citizens—he said—, I’m here to reaffirm the absolute necessity of Israel’s existence. Peace in the Middle East will come with one state more, not one state fewer. “It's our duty—he added—to support all those fighting for democracy, freedom and reform in Middle Eastern countries”.

Walter Veltroni, the mayor of Rome and he himself a Democrat of the Left, participated in the rally. “Might this happen in London?”—asks Professor Norman Geras from his weblog. And “would [Veltroni’s Londoner equivalent] Ken Livingstone participate?”

Of course I don’t know. I can’t know. Yet, I hope what happened in Rome last Thursday will not remain the “unique” event which Giuliano Ferrara was talking about.

The most comprehensive report in English on the demonstration is here (Corriere della Sera, International Edition).


[This post was first published at windrosehotel.splinder.com on November 5, 2005]

August 19, 2006

Ecco l'utopia riformista (a proposito di un bell'editoriale)

D’accordo, forse Fini non lo sa, come ipotizza l’editoriale del Riformista, tutto all’insegna del wishful thinking, ma la sua idea di dare il voto agli immigrati sembra discendere da letture impegnative, da frequentazioni intellettuali (teoricamente) improbabili. Ma se il vice-premier potrebbe sorprendersi dell’accostamento, cosa ne penserebbe—se fosse ancora in vita—il professor John Rawls, cioè colui che ha formulato quel principio di giustizia sociale secondo il quale una società dovrebbe fare le sue scelte sotto il «velo dell'ignoranza»?

“I cittadini—sintetizza molto efficacemente il giornale—dovrebbero essere chiamati a definire il livello minimo di equità come se non conoscessero la futura condizione sociale che sarà loro riservata. Così non accetterebbero mai condizioni di disparità così gravi da doverne soffrire personalmente, ma neanche condizioni di egualitarismo così esasperato da poterne esserne penalizzati.”

E’ abbastanza probabile che ne sarebbe due volte contento : per l’oggettiva consonanza e per la collocazione politica dell’insperato discepolo. E in più, forse, per la delicatezza e l’attualità della materia alla quale la proposta si applica.

Fin qui le ipotesi, ma una cosa è invece assolutamente certa: Il Riformista raccoglie la provocazione di Gianfranco Fini, rilancia e allarga il discorso. Non perde tempo a ricercare il bandolo della matassa inseguendo ipotesi malevole circa i secondi e terzi fini (mi scuso per il bisticcio involontario) della clamorosa iniziativa, per quanto ancora solo annunciata. Apre generosamente un credito e domanda al centrosinistra di fare altrettanto, cogliendo l’opportunità “storica” di una svolta senza precedenti nel costume politico di questo paese. Occupiamoci di politiche, non di politica, cioè del che fare piuttosto del con chi stare. E applichiamo il nuovo metodo non solo all’ambito specifico, ma a tutti i campi, a tutti i segmenti del pensare e dell’agire politico.

Difficile non subire il fascino di questa sfida, sottrarsi al wishful thinking che vuole ribaltare prassi e schemi consolidati. Che butta il cuore oltre l’ostacolo e lascia intravedere un futuro nei cui tratti caratteristici si possono scorgere i contrassegni di un’utopia radicalmente diversa da tutte quelle che abbiamo conosciuto, letto e sognato. Un’utopia riformista, cioè un’utopia che non è tale, dal momento che può essere realizzata. Bello, indubbiamente.

Se Rutelli e Fassino fanno come Fini

[Questo post è stato pubblicato per la prima volta su windrosehotel.ilcannocchiale.it il 13 ottobre 2003]

Le coordinate del riformismo (2)

Un editoriale del Riformista (Cara sinistra, la ricreazione è finita ) richiama ancora una volta la necessità, per la sinistra, di andar oltre «un filone di pensiero, più che dignitoso quando non è illiberale, secondo il quale vincere le elezioni non è poi la cosa più importante». Occorre superare, cioè, quella certa visione secondo la quale «più importante è tenere alta una bandiera e vivo un bisogno: un tempo era il bisogno di comunismo, poi divenne bisogno di elementi di socialismo, o bisogno di diversità, infine bisogno di giustizia sociale. Se la maggioranza della società non avverte questi bisogni, tanto più ci deve essere una minoranza che se ne fa araldo e difensore».

E’ una battaglia sacrosanta ma difficile, credo. E per vincerla non penso sia sufficiente convincere un bel po’ di gente che è il caso di combatterla, che è essenziale combatterla—anche se già questo sarebbe un risultato non disprezzabile, se pensiamo realisticamente a quali sono, a tutt’oggi, le abitudini mentali di buona parte del popolo di sinistra e della sua leadership.

Per vincerla occorre promuovere un cambiamento profondo di mentalità, perché certe convinzioni non nascono dal nulla, non sono il frutto di semplici “errori di valutazione”. Si tratta di qualcosa di molto più profondo.

Nel post precedente ho scritto in sostanza che è necessario spostare il baricentro del dibattito dal politico al filosofico. Posso permettermelo perché, appunto, questo è un blog, non è la Festa dell’Unità. Qui si può ragionare senza l’ossessione di essere persuasivi in maniera immediata, qui si può correre il rischio di non essere compresi senza beccarsi una bordata di fischi. Nello stesso tempo, però, come ricordavo, il ragionamento non voleva essere “accademico”. Al contrario, l’obiettivo era, è, estremamente concreto. Infatti, quello spostare il baricentro del dibattito mira non a dare la parola ai filosofi, ma, in un certo senso, a toglierla loro per restituirla alla gente…

Il pensiero di sinistra è filosofico, lo è praticamente da sempre. Anche il militante meno ferrato in filosofia, in realtà, si è formato all’interno di una cultura politica che ha profonde radici filosofiche. Può esserne consapevole o meno, ma è così. Ed è per questo che, se vogliamo fargli cambiare mentalità, dobbiamo cominciare dalle basi filosofiche delle sue convinzioni più radicate. Altrimenti non si fa un nuovo partito, ma la cosa-4, destinata a fallire come le precedenti.

Come ha scritto Benjamin Barber, quando i filosofi, come spesso accade, «sostituiscono la Ragione al senso comune sono inclini a concepire il senso delle persone comuni come un nonsenso». Per questo tra l’altro, Dewey, il grande pensatore liberal, maestro di democrazia, preferiva parlare di intelligenza piuttosto che di ragione, per via della lunga storia antiempiristica che sta dietro a quest’ultima.

Nel suo ultimo libro, Tornare al futuro, Amato ha spiegato molto bene che, per la sinistra, è giunto il momento di prendere atto che viviamo nella società degli individui, che è finito il tempo in cui le società si organizzavano intorno a tre istituzioni: i partiti, i sindacati e il «grande Stato». Le grandi trasformazioni socio-economiche di questi anni hanno sottratto a quella architettura il suo presupposto, le masse, al posto delle quali oggi troviamo appunto individui. C’è un gran numero di operai che diventano imprenditori, ci sono lavoratori dipendenti con accresciute responsabilità, i cui ruoli si differenziano sempre più l'uno dall'altro, gregari divenuti protagonisti. Così, mentre dal sindacato si scappa, i partiti sono percepiti come estranei e allo Stato si chiede di essere meno invadente. Una misura del cambiamento, ricorda Amato, è che la società degli individui chiede di contare, ma non c'è più il tempo e neppure la voglia di partecipare, e in compenso si pretende che le cose siano messe bene in chiaro e che sia lasciata la possibilità a ciascuno di dire la sua su tutto, se e quando se ne sente il bisogno.

La vecchia cultura politica di stampo hegeliano, razionalista, marxista, ecc., non è in grado di cogliere la portata del cambiamento. L’”intellettuale di sinistra” nutre un profondo sospetto, un’insofferenza ai limiti del disgusto per l’anarchia un po’ selvaggia e per il disordine creativo di cui il cambiamento è portatore. Mentre i populismi montanti, di cui Berlusconi è solo una delle manifestazioni più clamorose, a loro modo, riescono molto meglio a rappresentare questa novità radicale.

Ecco perché occorre dotarsi di una prospettiva nuova. Se non vogliamo che i populismi prendano definitivamente il sopravvento, dobbiamo cambiare la nostra cultura politica. Fare la lista unica va bene, fare il partito del riformismo va ancora meglio, ma bisogna che qualcosa di profondo cambi, altrimenti siamo alla solita operazione elettorale e di facciata.

Le sfide sono a molti livelli, a cominciare dal divario tra democrazia e globalizzazione. Per raccoglierle la politica—ricordava sempre Amato nel saggio succitato—ha bisogno di una «visione», del progetto di un «ordine nuovo» nel quale siano esclusi tanto il digital divide quanto un mercato senza regole o con regole imposte dagli Usa. Così come il mondo ha bisogno di un “tessuto etico”, di valori e principi condivisi, senza dei quali le società sono ingovernabili. La missione della sinistra consiste appunto in questo, indicare la via verso un «nuovo ordine» che sia anzitutto fondato su un presupposto etico.

Ma un presupposto etico, mi permetto di aggiungere, necessita di un fondamento filosofico. Un nuovo fondamento filosofico, visto che quelli vecchi hanno fatto il loro tempo. Questo intendevo dire con il post precedente.

[Questo post è stato pubblicato per la prima volta su windrosehotel.ilcannocchiale.it il 22 settembre 2003]

Le coordinate del riformismo

Proverei ad andare un po’ oltre l’ambito entro il quale si sta svolgendo il dibattito sul riformismo, che mi sembra un po’ troppo incentrato sull’immediatezza del politicamente possibile, qui ed ora. Non voglio negare che sia necessario porsi un problema immediato, scadenze ravvicinate, obiettivi concreti (anche elettorali), tuttavia, non essendo personalmente necessitato a prendere decisioni (non sono impegnato nella “politica attiva”) ed essendo piuttosto interessato agli aspetti più culturali (di cultura politica) della questione, mi consento di prendere il discorso più alla lontana.

Dunque, comincerei osservando che su una cosa i propugnatori del nuovo partito riformista si ritrovano generalmente d’accordo : «la storia del riformismo italiano è storia che mette insieme, collega, allea ed a volte intreccia tre filoni fondamentali: il filone socialista, in tutte le sue famiglie, il filone laico-democratico (a cui, più che ad altri, ha finito più spesso per collegarsi il movimento ambientalista) ed il filone cattolico-popolare. Sono tre storie che fanno parte di una stessa storia; ciascuna ha avuto maggiore o minore spazio, ha avuto maggiori o minori devianze, ma sono esse i pilastri del nostro futuro. L’unione dei quattro partiti che formano la sinistra dell’Ulivo è dunque una pregiudiziale per far politica e anche per compiere poi passi ulteriori verso una crescente integrazione della nostra coalizione».

Lo scriveva Giuliano Amato ("Serve ancora una sinistra?") nel luglio 2001, e, appunto, non ho motivi per credere che questa impostazione sia superata, anche alla luce dei più recenti sviluppi.
C’è però un’altra questione che mi pare si tenda generalmente a sottovalutare : quella di trovare un minimo di intesa sulle coordinate culturali e filosofiche del nuovo soggetto politico. Questione che, ancor più che gli aspetti politici e programmatici, già di per sé difficili da portare a sintesi, può a mio avviso costituire un ostacolo formidabile al processo di confluenza da parte di “identità” che sono sì intrecciate tra loro, ma anche, oggettivamente, piuttosto lontane sotto il profilo culturale e filosofico.

Più o meno tutti, almeno in qualche misura, desideriamo superare le diatribe e le divisioni del passato. Questo è certo. E tuttavia occorre accertarsi se tutti siano anche disposti a fare un passo avanti rispetto non solo agli aspetti più contingenti e meno “disinteressati” di quelle divisioni, ma anche rispetto a ciò che di più nobile—e comunque di non strumentale—quelle diatribe pur sempre sottendevano, cioè l’idea generale di società e di stato. Con ciò che ne conseguiva, molto concretamente, per la vita quotidiana del cittadino.

Sollevare la questione è forse mettere immediatamente in crisi l’ipotesi di lavoro? Personalmente non credo, anzi, credo sia vero esattamente il contrario. Ma certo ci vuole molto coraggio e molta determinazione.

Per uscire dal vago, direi che una domanda “banalissima” come “che cosa si intende veramente per riformismo?” può essere con successo elusa o aggirata a livello di propaganda, un po’ meno in termini di “programmi”, molto meno in termini culturali, ancor meno (cioè quasi per niente) dal punto di vista delle ricadute sulla vita quotidiana, sia del singolo sia della società e dello stato.
Cosa vuol dire, tanto per fare un esempio, una frase fatta (oltre che una necessità pratica) come “abbandoniamo gli ideologismi”? Significa forse—a volerla mettere in termini filosofici—andar oltre il mondo della filosofia storicistica successivo ad Hegel, come un sostenitore del «Pragmatismo americano» quale Richard Rorty auspica? Significa chiamare a testimoni, come fa appunto Rorty, tanto un liberal del calibro di Dewey quanto un Heidegger che ripudia la filosofia “als strenge Wissenschaft”, come disciplina argomentativa, ecc.? Significa avvertire la necessità di una ridefinizione del liberalismo di sinistra come impegno a far sì che tutta la cultura possa essere poeticizzata invece che illuministicamente (l’Aufklaerung!) razionalizzata o scientificizzata—e con tanti saluti ad Habermas?

Mi rendo perfettamente conto che forse una parte consistente della cultura di sinistra in Italia ignora che è sicuramente lecito vedere nel “pragmatismo”, di Dewey in particolare, un equivalente americano della tradizione riformista europea, o se si preferisce un cocktail di socialdemocrazia e liberalismo di sinistra. Certo non lo ignora una studiosa come Nadia Urbinati, che ha scritto un bellissimo saggio—Individualismo democratico. Emerson, Dewey e la cultura politica americana—che aiuta sicuramente a capire come e in quale misura una migliore conoscenza della “cultura politica” americana, e delle sue radici emersoniane e deweyane appunto, potrebbe tornarci utile, fatti i dovuti distinguo, anche in un momento come questo.

Quello che vorrei auspicare è che si discutesse anche su questioni come queste. Attenzione: non per fare dell’accademia, ma proprio per non caderci dentro senza accorgersene. Rischio non immaginario, come forse qualcuno potrebbe pensare.

[Questo post è stato pubblicato per la prima volta su windrosehotel.ilcannocchiale.it il 21 settembre 2003]

Se prevale Margherita Hack

Caro Ap, faccio come te, e rispondo con un post al tuo post. Io non corro il rischio di far tardi al lavoro, perché per stamattina ho finito, ma nel pomeriggio sarò di nuovo sotto torchio (“in riunione,” che è ancora peggio) e temo che quando sarò di ritorno non avrò fiato di postare qualcosa, quindi lo faccio adesso e per oggi sono a posto.

Dunque, permettimi di dirti che la nostra discussione sta prendendo una piega che non mi dispiace, e questo per un motivo molto semplice: perché un po’ alla volta si sta spazzando il campo da una serie di equivoci. Sul relativismo, sul laicismo e su qualche altra questione. Ti parrà strano, ma con un po’ di buona volontà—questo devo/devi concedermelo—potrei perfino affermare che quello che hai scritto in questo secondo post, a rigore, non mi sollecita più di tanto a controbattere, infatti—udite, udite!—parecchie tue considerazioni avrebbero potuto uscire anche dalla mia penna. Non ne faccio l’elenco, così come non enumero le puntualizzazioni cui pure mi correrebbe l’obbligo di far ricorso qualora volessi a tutti i costi rifuggire da tutti gli equivoci possibili e immaginabili. Parlo soprattutto di qualche arrière pensée che mi attribuisci e/o di talune “interpretazioni” di cose effettivamente dette, ma appunto è meglio lasciar perdere—e questo non perché la cosa sarebbe, in sé e per sé superflua, quanto piuttosto perché sarebbe tediosa ed essenzialmente non produrrebbe altro che ulteriori puntualizzazioni. Mi limito pertanto a richiamare solo due punti che mi sembrano più “essenziali.”

Il primo è questo: tu dici bene che ciò che non mi piace non è tanto e soprattutto il relativismo—sempre distinguendo doverosamente tra relativismo e relativismo, ché anche questo è per l’appunto un concetto assai relativo …—quanto "l'assolutismo che c'è in giro.” E’ esattamente questo il punto. E va bene anche il tuo rifiuto dell’etichetta per quanto ti riguarda: ok, non sei un relativista, e neppure un laicista. Lo sospettavo, comunque (non è la prima volta che discutiamo su questi argomenti), ma non sottovalutiamo il potere della provocazione! Soprattutto, ma questo non occorre che te lo faccia presente, quando le argomentazioni sono paludate, almeno nelle intenzioni, sotto il manto dell’ironia, che è tanto più feconda quanto più è in grado di allargare l’orizzonte del dibattito. E comunque, diciamolo: anche tu sapevi che le definizioni opposte a quelle che rigetti mal si addicono a me! Anche se da quanto lasciavi intendere le cose potevano sembrare un po’ diverse.

Il secondo. Tu scrivi:

Infine potresti dire. Ma alla buon'ora! Non è forse vero che da sempre le comunità umane si sono riunite intorno a valori e credenze religiose? E non sono state più salde proprio grazie a quei valori e a quelle credenze? Può darsi, non so. Molto si dovrebbe discutere. Ma intanto, concederai che, rispetto a millenni di storia, laicizzazione e secolarizzazione sono un tantino recenti, e bisognerebbe dare a questi processi almeno il beneficio del dubbio. O è troppo relativista?

Beh, potrei risponderti sbrigativamente che se sono bastati questi pochi decenni a provocare gli sfracelli che vediamo—io, magari, li vedo, non tu—chissà cosa dovremmo aspettarci da altri dieci o venti lustri di secolarismo! Ma scarto subito questa risposta e te ne do un’altra un po’ più relativista (nel senso “buono,” s’intende!). Dico, cioè che un conto è la laicità, un altro è il laicismo, un conto sono Galileo e Guicciardini, un altro Margherita Hack e Severino Antinori da una parte e Daniele Capezzone dall’altra—e non c’è neanche l’ombra del dileggio negli accostamenti, che alludono soltanto a differenti attitudes of mind e prescindono da qualsiasi altra considerazione. In altre parole, “il beneficio del dubbio” va concesso a ragion veduta! Quale dei due atteggiamenti mentali cui alludo prevarrà nei prossimi decenni? Tutto dipende da questo. Se prevarrà il primo, allora, dico, io supero la soglia del dubbio e arrivo a proclamarmi «fiducioso» e «ottimista», ma se prevale il secondo, beh, allora spero soltanto che Dio ci aiuti.

[Questo post è stato pubblicato per la prima volta su windrosehotel.splinder.com l'11 ottobre 2005]

Machiavelli Vs Nietzsche, ovvero: Non sparate su Giuliano Ferrara, please

[Attenzione, post lungo!]
Un’interessante provocazione che si è insinuata qualche ora fa tra i commenti ad un mio precedente post mi induce ad una risposta doverosamente articolata e meditata—che difatti, non fosse altro che per una questione di decoro, non giunge immediata e frettolosa, ma con una buona giornata e mezza di ritardo. Del resto si sa come vanno a finire i buoni propositi di tutta la famiglia (riaffermati testardamente di settimana in settimana) di evitare assolutamente di utilizzare il sabato pomeriggio per fare shopping: puntualmente ci accorgiamo che manca questo o quest’altro, e siccome non si può procrastinare perché la settimana successiva sarà una di quelle infernali (né più né meno delle precedenti e, ci si può scommettere, delle successive), ecco che immancabilmente ci ritroviamo in mezzo alla folle dei disperati che non hanno altra scelta o che, sciagurati come noi, si sono ridotti all’ultimo momento, come dice mia madre. Ma oggi è domenica, i negozi sono chiusi e la maggior parte dei centri commerciali pure, per cui, espletati i riti della giornata, mi metto diligentemente al lavoro.

Dunque, un lettore che ha molto ben soppesato qualche mio fugace accenno, mi chiede giustamente ragione del detto e del non detto (o appunto solo accennato). Si parlava del “linciaggio” cui da qualche tempo è sottoposto il direttore del Foglio da parte di bloggers apertamente laicisti—spero che gli interessati non me ne vogliano se li “etichetto” così schematicamente: è solo un espediente per risparmiare tempo e parole. Ebbene, il lettore sintetizza in questo modo il mio pensiero e svolge le seguenti considerazioni:


Caro Wind, tu ci solleciti a uno sguardo realista. Ok, ammettiamo che in tempo di guerra si possa/debba sacrificare la libertà a una falsa verità, o meglio a una verità i cui non si crede. Facciamo i machiavelliani, o meglio gli straussiani - il che implica sempre una franchigia morale estesa oltre la sfera politica ai sodali e agli ideologi e ai famigli, quindi una ristrutturazione aristocratica o di classe (beh, non è fascismo?). Ammettiamo che il compito dell'intellettuale, il 'filosofo', sia quello di dissimulare la verità in cui crede, mettendosi al servizio del bene comune, quindi mentire per professione, sposando maliziosamente il punto di vista dei 'gentlemen'. Ammettiamo pertanto che il popolo non possa sopportare la verità e abbisogni di 'nobili menzogne'.
Wind, lo vedi anche tu che questo genere di manovra ideologica si regge sulla dottrina socratica dell'intellettualismo etico combinata (malamente) con il razzismo platonico: i 'filosofi' sarebbero i soli a non soggiacere alla logica reale della Volontà di Potenza perché 'impastati d'oro'. Quale garanzia per la moralità dell'élite? Siamo in un circolo di infalsificabilità giacché la moralità dell'élite segue, nietzschianamente, una diversa tavola di valori, l'ipocrisia la più alta forma di moralità, la difesa del proprio status un dovere etico per il bene generale e così via. Ora, una manovra intellettuale di questa risma mina alle fondamenta i 'valori', è per così dire una manovra di emergenza (emergenza bada bene dichiarata dai suoi stessi beneficiari miracolosamente estranei a uno schema di convenienza) ma è sempre a un passo dal travolgere nell'ignominia cose come il coraggio, l'integrità, l'onestà, la fede, e perfino e soprattutto il 'Sacro' inteso come committment. E l'esito è plausibilmente una bancarotta morale totale.

Premetto che nella mia risposta mi soffermerò soltanto su una delle tante sollecitazioni contenute nel pur sintetico commento, anche se tutto si tiene, e, se non sbaglio, tutto ruota intorno alla convinzione che un approccio “machiavelliano” del tipo di quello da me ipotizzato sia una lama a doppio taglio che per salvare uccide, e, immagino, uccidendo non salva ciò che vorrebbe salvare. Ed è appunto su questo punto specifico che vorrei concentrare l’attenzione.

Bene, per cominciare chiamo a “deporre sul banco dei testimoni” (perché questo, come è noto è un processo a Ferrara …) un illustre personaggio del passato: Polibio. Questi, greco di nascita (data ipotizzata intorno al 200-210 a.C.) e di formazione, ma deportato in Roma dopo aver ricoperto in patria importanti magistrature civili, fu un apprezzato studioso non solo di storia (com’è arcinoto), ma anche di politica e di arte militare. A Roma, dove fu lasciato libero di muoversi a suo piacimento, divenne tra l’altro amico e consigliere degli Scipioni ed ebbe l’opportunità di incontrare una quantità considerevole di altre grandi personalità dell’epoca, il che, unitamente al suo indubbio talento, ne fece un profondo conoscitore della politica romana e quindi anche delle ragioni che avevano fatto grande l’Urbe. Tra queste , appunto, Polibio considerò particolarmente degno di nota l’atteggiamento dei romani verso la religione, un approccio che oggi potremmo definire machiavelliano, anche se qualcun altro potrebbe preferire l’aggettivo «pragmatico»:


I Romani hanno […] concezioni di gran lunga preferibili [a quelle degli altri popoli e dei greci in particolare] nel campo religioso. Quella superstizione religiosa che presso gli altri uomini è oggetto di biasimo, serve in Roma a mantenere unito lo Stato: la religione è più profondamente radicata e le cerimonie pubbliche e private sono celebrate con maggior pompa che presso ogni altro popolo. Ciò potrebbe suscitare la meraviglia di molti; a me sembra che i Romani abbiano istituito questi usi pensando alla natura del volgo. In una nazione formata da soli sapienti, sarebbe infatti inutile ricorrere a mezzi come questi, ma poiché la moltitudine è per sua natura volubile e soggiace a passioni di ogni genere, a sfrenata avidità, ad ira violenta, non c'è che trattenerla con siffatti apparati e con misteriosi timori. Sono per questo del parere che gli antichi non abbiano introdotto senza ragione presso le moltitudini la fede
religiosa e le superstizioni sull'Ade, ma che piuttosto siano stolti coloro che cercano di eliminarle ai nostri giorni.
(La citazione è tratta dalle Storie (nell’edizione Mondatori del 1970, vol. II, alle pagine 133 e 134). I corsivi sono miei)


Interessante, mi pare. Polibio, comunque, dice cose che i romani avrebbero sottoscritto senza esitazione, magari senza fare troppo baccano ... Altolà, chiarisco subito due cose: 1) quando parlo di “approccio machiavelliano” e lo riferisco al tentativo di Giuliano Ferrara di “agganciare” il cristianesimo, anzi, il cattolicesimo, lo faccio un po’ in barba a Machiavelli, dal momento che quest’ultimo, nei Discorsi, ha visto nel cristianesimo una religione che ha svolto nella storia una funzione negativa, avendo reso gli uomini in qualche modo meno virili ed avendo allentato il loro attaccamento alle armi e alla patria; tuttavia, il riferimento mi sembra ugualmente coerente—se non nella lettera, nello spirito—con il pensiero di Machiavelli, soprattutto se ci sforziamo di rapportarlo alle istanze ed alle emergenze del nostro tempo; 2) essendo personalmente un credente, non mi sogno neppure di immeschinire la mia religione al rango di un mero instrumentum regni: mi limito a far notare ai non credenti che la questione, faute de mieux, può essere osservata e attentamente valutata anche da questo punto di vista; quindi metto da parte la mia fede e discuto laicamente. In altre parole, costringo me stesso a considerare le cose di questo mondo mettendomi da punto di vista dell’ etsi Deus non daretur e nel contempo invito atei e laicisti a prendere seriamente in considerazione i vantaggi che potrebbero derivare allo Stato dalla decisione di ragionare di politica e religione etsi Deus daretur. Oltretutto, in fondo, un po’ di ginnastica mentale non può fare che bene, anche se si decide che questo approccio sia da respingere con fermezza.

Prevengo inoltre una possibile obiezione da parte di chi ha letto Montesquieu, in particolare la sua Dissertation sur la politique des Romains en matière de religion (del 1716): anche lui considerava la religione un instrumentum regni, ma da buon illuminista dava all’espressione una valenza negativa, e soprattutto ricordava che tra il cristianesimo e il paganesimo c’era una differenza fondamentale: il primo prevedeva per i trasgressori dei precetti religiosi delle pene eterne (un ricatto morale inaccettabile, dal suo punto di vista), il secondo no. Il messaggio era chiaro: si poteva accettare la “commistione” con il paganesimo, non quella con il cristianesimo. Il fatto è, però, che i tempi sono cambiati, e che, come dicevo prima parlando di Machiavelli, noi oggi dobbiamo confrontarci con le emergenze di un’epoca che né Messer Niccolò né Charles-Louis de Secondat avrebbero mai potuto neppure lontanamente immaginare.

Siamo in ogni caso—ed è importante sottolinearlo—lontani anni luce dall’impostazione che, all’incirca, dava al problema Giovanni Botero (che appunto fu considerato all'epoca l’Anti-Machiavelli per eccellenza): non tanto fare della religione un instrumentum regni quanto piuttosto vedere nello Stato, non più inteso come fine a se stesso, un instrumentum ecclesiae, ponendo il primo sotto la guida “illuminata” di un defensor fidei, magari, che ne so, sponsorizzato dal papa!

Indubbiamente, invece, Leo Strauss—la sua convinzione che solamente la religione sia in condizione di stabilizzare il quadro politico ponendo un freno al relativismo immanentistico e ai democraticismi di matrice giacobina, fornendo la materia prima per una theologia civilis—sembra perfettamente in linea con il ragionamento.

E’ ben vero che Strauss è, filosoficamente (metafisicamente) parlando, un nietzschiano, un nichilista radicale. Questo, tra l’altro, sembra dar ragione agli accenni del mio interlocutore, che certamente sa delle ascendenze straussiane dei neocons americani—Paul Wolfowitz, Wiliam Bristol e Gary Schmitt, per fare qualche nome, sono considerati veri e propri discepoli di Leo Strauss. Molti di questi discepoli, per altro, spesso amano definirsi "atei devoti" o "atei cristiani." Definizioni, queste, che ben si addicono allo stesso Giuliano Ferrara. Tuttavia, secondo me, Nietzsche con i neocons, americani o italiani che siano, c’entra poco, o meglio, non vedo il marchio di fabbrica di Nietzsche nella fiducia che la religione possa dimostrarsi un salvifico instrumentum regni, semmai il marchio lo vedrei negli atteggiamenti diametralmente opposti. Eviterei, insomma, di confondere il senso di responsabilità che la politica può sentire di avere nei confronti della “gente comune” con un insano disprezzo per il popolo da parte della sua stessa classe dirigente.

E infine non va dimenticato che qui in Italia concetti analoghi a quelli espressi finora sono stati formulati a più riprese dal laico Giuliano Amato. Che certamente non è un seguace di Nietzsche—e, allo stato dell’arte, neppure dei neocons…. Che si tratti di puro e semplice buon senso, qualcosa di persino troppo terra-terra per meritare complesse disquisizioni filosofico-politiche?

[Questo post è stato pubblicato per la prima volta su windrosehotel.splinder.com il 9 ottobre 2005. Interessanti i commenti al post originale.]

Fecondazione assistita: tutti i post

Ecco i links ai post sulla procreazione medicalmente assistita (in ordine cronologico):

1. Fecondazione: referendum o compromesso? (27 settembre 2004)
2. Fecondazione: un dibattito
3. Fecondazione: e allora?
4. Fecondazione: una risposta
5. Fecondazione: Amato presenta la proposta
6. Tutti contro Amato? Quasi
7. Il Riformista: lasciamo lavorare Amato
8. Legge sulla fecondazione: il metodo-Amato (13 ottobre 2004)

[Questo post è stato pubblicato per la prima volta su windrosehotel.splinder.com il 27 settembre 2004]

Il cielo stellato sopra di me

E’ la seconda volta in pochi giorni che capita qui di citare Settimo Cielo, il blog di Sandro Magister. Stavolta l’argomento esce dal seminato, cioè dalle problematiche con le quali il qui presente blog solitamente si cimenta. Il vaticanista dell’Espresso, infatti, si lancia in una polemica di tipo “estetico”, agganciandosi all’ultimo numero di Vita e Pensiero, “la vivace rivista dell’Università Cattolica di Milano”. A Magister ha fatto eco fin da subito un blog che da qualche giorno compare nell’elenco qui a destra, Pesce Vivo (simpatico il motto esplicativo: I pesci vivi vanno controcorrente).

La questione sollevata è molto complessa e difficilmente riassumibile in poche battute, quindi rinviamo agli autori delle riflessioni in oggetto (e ai numerosi e “dotti” collegamenti ipertestuali correlati) e qui ci limitiamo a “nominare” il problema per trarne spunto per qualche breve considerazione: il “nuovo analfabetismo”, in materia di arte e musica sacra, che colpisce al cuore la stessa identità cristiana (secondo il teologo Pierluigi Lia). Con quel che ne consegue, inevitabilmente, sullo stesso piano liturgico.

Devo dire che sono molto d’accordo, anche se non saprei addentrarmi troppo nel dettaglio. Certo la sensazione immediata che la maggior parte dei luoghi sacri e delle celebrazioni liturgiche trasmettono, a mio modestissimo avviso, è di sciatteria, di scarsa ispirazione, di pressappochismo. Il canto, il più delle volte, è diventato un’esibizione di clamorosa imperizia e improvvisazione, amplificata dagli effetti impietosi dell’elettronica (spesso utilizzata a sua volta maldestramente e ad uso e consumo—si direbbe—di persone affette da sordità o comunque da gravi difetti dell’udito). Il canto gregoriano—questo straordinario patrimonio spirituale, oltre che estetico—è stato quasi universalmente abbandonato, o nella migliore delle ipotesi è frainteso e “maltrattato”.

L’elenco potrebbe andare avanti a lungo, ma quel che importa è la sostanza, ciò che questa situazione rivela: uno scadimento dal punto di vista “contemplativo”. I cattolici si danno molto da fare, statisticamente parlando, per aiutare il prossimo, con varie forme di impegno umanitario e sociale (quel che di solito si indica con il termine “volontariato”), ma l’aspetto appunto contemplativo è andato a farsi benedire. Quasi a voler dire: quel che più importa è aiutare le persone, che volete che ce ne importi delle forme, della bellezza, della contemplazione “astratta”!

Ora, l’errore è proprio questo, ritenere che la dimensione contemplativa sia qualcosa di “esteriore”, di astratto nel senso peggiore del termine, mentre semmai è vero proprio il contrario: ciò che le forme rendono misteriosamente visibile è quel qualcosa che sta alla base di tutto, che va al di là del contingente e attinge all’eterno.

Come un albero rovesciato che ha radici nel cielo, la fede attinge all’invisibile e si esplica nel visibile con i suoi effetti concreti, ma questi ultimi, senza quelle radici, avrebbero infinitamente meno senso. Senza contemplazione, insomma, non c’è né la fede né i suoi derivati, ma solo un “attivismo” che ha origini e motivazioni materialistiche. Che alla lunga si rinsecchiranno, come i rami di un albero senza radici. E queste radici si chiamano contemplazione.

Il contemplativo può essere assorto, distratto, ma non è mai sciatto. Ha un’innata eleganza, un’ armonia interiore che traspare da ogni suo atto, da ogni suo gesto. Può vestire di stracci, come Francesco, ma è ugualmente “elegante”. Può infischiarsene della forma ma è nello stesso tempo, paradossalmente, un’opera d’arte vivente. Tutto, quindi, meno che ciò di cui si parlava.

Un contemplativo, per quanto immerso nella realtà, per quanto "aggredito" da questa, fino al punto di sapere di dover spendere l'intera sua esistenza per quella medesima, tragica realtà, come Madre Teresa di Calcutta—una delle donne più "belle" che io abbia mai visto—ci ha eloquentemente dimostrato, non credo potrebbe fare a meno di riconoscersi nelle parole che sono scolpite sulla tomba di un "laico" del calibro di Immanuel Kant:


«Il cielo stellato sopra di me, la legge morale in me»


[Questo post è stato pubblicato per la prima volta su windrosehotel.splinder.com il 2 maggio 2004]

Dedicato a Fabrizio

Personalmente non so se Fabrizio sia “morto da eroe”. Uno così, in guerra, molto probabilmente un eroe lo sarebbe diventato. Su questo ho pochi dubbi. Ma quelle parole dette davanti al boia, per me hanno un altro significato. Un significato, se possibile, ancora più alto. Provo a esprimerlo.

Signori terroristi islamici, voi credete di avere coraggio, di essere dei combattenti, degli eroi, dei martiri, mentre noi, italiani, americani, occidentali in genere, secondo voi saremmo dei corrotti nell’anima, esseri senza principi, senza valori, senza fede. Ma vi sbagliate. Voi siete soltanto degli assassini. Potete uccidermi, state per farlo e lo farete senza batter ciglio. Ma a me sembrate soltanto dei vigliacchi. Toglietemi questo cappuccio, voglio che mi guardiate mentre premete il grilletto, voglio che vediate che non mi fate paura, che non mi impressionate, che non vi rispetto, perché siete dei combattenti finti, siete dei serial killers che giocano a fare gli eroi, ma un eroe non prende ostaggi, un eroe non uccide a sangue freddo persone disarmate. Per questo, almeno guardatemi bene in faccia mentre sparate. Io non vi rispetto. E non perché non siete eroi : non è obbligatorio esserlo. Non vi rispetto perché non siete capaci di essere uomini. Per questo adesso voglio farvi vedere come muore un uomo. Come muore un italiano.

[Questo post è stato pubblicato per la prima volta su windrosehotel.splinder.com il 16 aprile 2004]

Quella vecchia canzone ...

Vabbè, se lo avessi saputo che un commento sarebbe diventato un post, magari avrei cambiato qualcosa (tipo avrei messo un punto interrogativo al posto di un punto fermo …al termine di una domanda, ancorché retorica) ma il bello dei commenti è la spontaneità, la assoluta non-premeditazione tipica delle cose che si scrivono in fretta e non si rileggono. E sono queste, forse, le cose che meglio riflettono un sentire profondo, tanto che non avverti la necessità di argomentare adeguatamente, ma solo di “affermare”. Anche perché il momento delle argomentazioni arriva sempre, prima o poi, e quando arriva non ti sottrai, e solo allora scopri veramente quante sono e che forza hanno. E ti accorgi come quel grido che viene dal profondo le contiene già tutte, da sempre, già pensate, vagliate e votate all’unanimità per la loro autoevidenza.

Sul perché, poi, a volte sei portato a diffondere ai quattro venti quell’idea che canta nella tua mente e che ti sorprende perché improvvisamente riaffiora con forza dopo essere diventata talmente ovvia che quasi quasi non senti neanche più il bisogno di rivisitarla, sul perché, dicevo, devi sempre interrogarti. Perché sempre c’è una risposta. Quindi anche stavolta. E’ bastato fare un attimo mente locale: dopo il voto in Spagna c’è un Paese che oggi è un po’ più solo. E che quasi ogni giorno saluta dei ragazzi che sono andati a fare la storia, e la storia se li è presi per restituirli in lunghe file di croci bianche su un prato verde, esattamente come sessant’anni fa. Ecco che tutto si spiega: il sentirsi in debito di gratitudine, di commozione.

Sono, direbbe Pascal, le ragioni del cuore. Sono quella canzone che, per qualche giorno, ti frulla per la testa e continua a sorprenderti nel bel mezzo delle tue normali occupazioni, sono un flash della memoria, un racconto d’infanzia, un vecchio film in bianco e nero. Non devi vergognarti se a un certo punto ti prende un nodo alla gola …

[Questo post è stato pubblicato per la prima volta su windrosehotel.splinder.com il 19 marzo 2004]