December 4, 2006

Perché in Turchia ha vinto il Papa

Tra le tante cose che sono state scritte sul viaggio del Papa in Turchia ce ne sono alcune che penso meritino di essere rilette a mente fredda. Del resto, forse sarebbe il caso di istituzionalizzare, almeno in qualche settore “anomalo” della blogosfera, la sana abitudine di non inseguire sempre e soltanto la cronaca, per quanto intrecciata, come in questo caso, con la Storia, ma di mantenere lo sguardo fisso su ciò che va ben oltre, quando ne vale veramente la pena.

A proposito di ciò che possiamo considerare «storico», comunque, Vittorio Messori ha detto la sua egregiamente sul Corriere del primo dicembre. In sostanza, il grande giornalista-scrittore cattolico esorta appunto a non scomodare la storia, e bacchetta implicitamente i tre quarti della carta stampata italiana. Quello che mi piace di più, in Messori, è proprio questa vocazione irrefrenabile a collocarsi qualche miglio lontano dal coro, mantenendo, a volte, un understatement tanto apprezzabile quanto scorbutico …, segno inconfondibile di onestà intellettuale. L'incontro tra Benedetto XVI e Bartolomeo I, patriarca di Costantinopoli, insomma, non rappresenta nulla di eccezionale, e Messori spiega molto bene perché, ricorrendo naturalmente a solide argomentazioni storiche. In particolare, a suo avviso,

[n]on si può certo mettere tra le novità la constatazione — ovvia per un cristiano—che l'uccidere in nome di Dio non è un omaggio all' Onnipotente bensì la peggiore delle bestemmie. È un richiamo, evidentemente, all'estremismo islamista, per il quale omicidio e suicidio sono sì condannati dal Corano, ma sarebbero meritori se compiuti nella lotta per la causa di Allah.

Caso mai, suggerisce Messori, bisognerebbe allargare la prospettiva e dar retta al professor Nicola Bux (docente di ecumenismo e consultore della Congregazione della Fede), secondo il quale destinatari del “messaggio” sarebbero, oltre che i musulmani, le

autorità dei Paesi dove l'ortodossia è maggioranza e dove la religione si mescola con il nazionalismo, riducendo nei fatti a cittadini di serie inferiore coloro che aderiscono ad altre confessioni cristiane, a cominciare dai cattolici.

Analisi altrettanto stimolanti, hanno svolto Gianni Baget Bozzo e Sandro Magister, i quali, mi sembra, concordano sostanzialmente sul senso complessivo del viaggio pontificio: l’accento posto sulla libertà di coscienza. Mentre, però, Gianni Baget Bozzo ha svolto un ragionamento più che altro geo-politico, il vaticanista dell’Espresso si è mantenuto sul terreno filosofico. Il che rende ancor più convincente l’identica conclusione.

Magister ha messo molto bene in evidenza, in particolare, la continuità tra la lectio magistralis di Ratisbona e la visita in Turchia. Una continuità che si è espressa non soltanto con le parole pronunciate dal Papa, ma anche, e forse soprattutto, con i «gesti», lasciando intravedere, tra l’altro, quanto Joseph Ratzinger stia facendo tesoro della grande lezione del suo predecessore.

Nel giorno della festa di sant’Andrea Benedetto XVI è entrato nella Moschea Blu di Istanbul con la croce di Gesù ben in vista sul petto, ha sostato davanti al mihrab rivolto alla Mecca, ha pregato in silenzio a fianco del gran mufti che sussurrava le parole iniziali del Corano: tutto questo ha fatto con la libertà e la chiarezza scolpite dalla sua lezione di Ratisbona. Ma un gesto non meno simbolico è stato, poco prima, l’ingresso del papa in Santa Sofia, oggi museo e in precedenza moschea e prima ancora chiesa cattedrale del patriarcato di Costantinopoli, nella terra in cui è fiorito il primo cristianesimo. In Santa Sofia Benedetto XVI non si è raccolto in preghiera, non ha ripetuto il gesto di Paolo VI qui in visita nel 1967.

Tutta da interpretare—ma non è difficile—questa gestualità: un profondo rispetto, quasi eroico, perfino, per la religione degli altri.

Quanto alla filosofia, assunto che “la vera meta del viaggio” è “Pietro che visita Andrea,” vale a dire: “il successore del primo degli apostoli che abbraccia il successore dell’altro apostolo, missionario tra i greci,” il messaggio che il Pontefice ha voluto trasmettere è trasparente, così come la continuità, appunto, con Ratisbona, cioè con la rivendicazione dell’incontro tra il Vangelo e il Logos:

L’apostolo Andrea – ha ricordato Benedetto XVI – “rappresenta l’incontro fra la cristianità primitiva e la cultura greca”. E cos’è questo se non l’incontro tra il Vangelo e il Logos, che era il cuore della lezione di Ratisbona? Il dialogo “secondo ragione” tra il cristianesimo e le altre religioni, in primo luogo l’islam, è per Benedetto XVI indissolubilmente legato alla ricerca dell’unità tra i cristiani. E il dialogo “secondo ragione” con l’islam esige, appunto, che sia sciolto ogni legame tra fede e violenza. Nelle sue omelie e nei discorsi in Turchia, papa Joseph Ratzinger ha incessantemente reclamato la libertà di religione. Con ripetute menzioni ai martiri – anche di oggi, come don Andrea Santoro – che hanno dato la vita per aver pacificamente testimoniato la loro fede cristiana.

Magister conclude riportando per intero le considerazioni svolte da Benedetto XVI il 30 novembre dopo aver assistito alla Divina Liturgia di San Giovanni Crisostomo celebrata da Bartolomeo I nella chiesa patriarcale di Costantinopoli. Un discorso, osserva il vaticanista, che sintetizza efficacemente il pensiero del Papa. Ovviamente, si tratta di una lettura molto raccomandabile.

Un ultimo punto da considerare sul viaggio del Papa è il contesto geo-politico nel quale si è svolto. Se n’è occupato, come dicevo prima, don Gianni Baget Bozzo, che ha sintetizzato così la situazione:

Il problema turco è grave per l'Europa, perché la Turchia è parte fondamentale dell'equilibrio occidentale europeo e al tempo stesso è profondamente diversa dall'Europa non solo per la sua religione musulmana, ma per la sua forma singolare di secolarità. Il rigetto dell'integrazione della Turchia nell'Unione Europea potrebbe rappresentare una grave crisi nel Paese, mettendo in dubbio la stessa giustificazione della laicità turca che si legittima con la necessità di legare la Turchia all'Europa e all'Occidente. Ciò spingerebbe la Turchia verso l'identità islamica politica, e questo è il rischio della trattativa. D'altro lato, solo l'adesione all'Unione Europea potrebbe rafforzare i diritti del singolo, e quindi la libertà religiosa, all'interno della società turca come la Chiesa chiede.

A questo aggiungiamo il clima di tensione che ha fatto seguito alla lectio di Ratisbona, comprese le minacce dei gruppi estremistici turchi e di Al-Qaeda. Ebbene, ha scritto Baget Bozzo, Benedetto XVI avrebbe potuto non andare, “prendere atto che non esistevano le condizioni politiche del suo viaggio e sollevare così un autorevole dubbio sulla libertà religiosa garantita dallo Stato secolare turco,” e invece ha preso la decisione più coraggiosa che poteva prendere, è andato e non ha negato il suo sostegno alle speranze turche riguardo all’Europa (“un atto di carità verso il popolo turco”) e l’incoraggiamento verso tutti coloro che, come i cristiani cattolici, ortodossi e armeni, si aspettavano dal suo viaggio “un aiuto al loro difficile statuto di cristiani che vivono in Turchia.”

Insomma, non è solo per motivi filosofici o teologici se questo viaggio è stato un successo, e lo è stato sicuramente: il coraggio di Joseph Ratzinger non è stato meno determinante. Chissà, tra l’altro, se il Papa aveva messo nel conto che l’Europa avrebbe anunciato la sospensione della trattativa con la Turchia per l’ingresso di quest’ultima nell’Unione proprio durante il suo viaggio, aggiungendo tensione a tensione, rischi a rischi. La Ue, a ben vedere—e malgré soi, vien fatto di pensare—, ha contribuito non poco a ingigantire il successo di un’impresa che all’inizio sembrava quasi disperata.



December 2, 2006

Sapere e Sapienza

Qualche giorno fa, monsignor Gianfranco Ravasi ha regalato ai lettori della sua rubrica quotidiana su Avvenire (“Mattutino”) la «perla di saggezza» che riporto per intero qui di seguito.

La medicina crea persone malate, la matematica persone tristi e la teologia peccatori.

Se si guarda all'edizione tedesca, detta «di Weimar», delle opere di Lutero, c'è da rimanere sbigottiti di fronte a quel piccolo oceano di pagine e di tomi. Perciò mi resta solo la scelta di fidarmi, quando trovo in un articolo che sto leggendo questo aforisma come attribuito al grande Riformatore. Pur col paradosso tipico dei motti sintetici, c'è in esso un'importante verità. La competenza non è di per sé principio di salvezza o di certezza. C'è chi s'ammala proprio per colpa di terapie forse anche altamente calibrate; c'è chi si scoraggia mettendosi di buona volontà a studiare le scienze per capire, e c'è il teologo che personalmente traligna o crea sensi di colpa in altri o li fa sbandare lungo percorsi impervi. Proprio per questo, ferma restando la necessità della razionalità contro ogni irrazionalismo magico, contro cure da stregoni e contro devozionalismi visionari, è importante distinguere tra sapere e sapienza. Si può essere colti ed eruditi a livello alto, eppure incapaci di spiegare e di comprendere in profondità la verità e l'autenticità delle cose. La sapienza è, invece, una dote che è, sì, frutto di studio, ma è anche dono; è impegno di ricerca intellettuale, ma è anche maturità personale; è nitore di pensiero, ma è anche calore di passione. Non per nulla in latino sàpere significa «aver sapore» e studère è «appassionarsi». Su questo crinale si misura la vera cultura, ma anche la genuina ricchezza interiore di una persona. Ed è solo per questa via che si può diventare maestri, anche senza avere i titoli accademici.
Gianfranco Ravasi

November 30, 2006

Brogli, spy stories e cialtroni

“Si può però notare un certo parallelismo tra le due inchieste.” Quali? Beh, è ovvio: quelle di cui tutti parlano e scrivono, vale a dire quelle del Diario e della commissione Mithrokhin. E in cosa consisterebbe il parallelismo? Nel fatto che entrambe avevano tra i loro obiettivi quello di “portare alla luce, a tutti i costi, qualcosa di torbido.” Lo afferma Il Foglio in uno degli editoriali di oggi.

Premetto che non mi intendo di queste cose, per la semplice ragione che gli unici “gialli” ai quali mi sia mai appassionato sono quei film d’azione con inseguimenti folli per le strade di Manhattan o di San Francisco, quelli dobe Bruce Willis si incarica di dare una sistemata a qualche pazzo furioso scapato di galera e intenzionato a mettere sottosopra il pianeta. Dunque tendo a seguire più il mio naso che a seguire con scrupolo i mille fili invisibili delle spy stories, soprattutto quelle dove si esercita il genio italico delle mezze verità e delle mezze bugie, condite da un gusto casereccio per l’improvvisazione e una spiccata tendenza alla cialtroneria. Proprio per questo mi sentirei di condividere pienamente l’impostazione del Foglio. Uso il condizionale perché, in effetti, non voglio assumermi troppe responsabilità.

C’è da dire che il giornale di Giuliano Ferrara, a sua volta, fa un paio di premesse—che stavolta condivido senza condizionale—quanto mai opportune se non addirittura essenziali. Insomma, un approccio al problema che mi sembra importante segnalare. Copio incollo qui di seguito il pezzo, che ha oltretutto il merito di essere molto breve.

Premesso che il teorema di Enrico Deaglio – soggetto di un fortunato dvd e di un libro andati esauriti in edicola e oggetto di numerosi articoli dedicatigli da giornali e televisioni – sui presunti brogli elettorali del centrodestra si è già dimostrato infondato anche solo per elementari ragioni tecniche. Premesso anche che finché non saranno note le carte segretate della commissione parlamentare Mithrokhin non si potrà dire altrettanto di quello del coinvolgimento di esponenti della politica italiana nella rete spionistica dell’ex Unione Sovietica. Si può però notare un certo parallelismo tra le due inchieste. Quella giornalistica del direttore del Diario come quella parlamentare della commissione presieduta dal senatore di Forza Italia Paolo Guzzanti erano animate dalla volontà di portare alla luce, a tutti i costi, qualcosa di torbido. Così Enrico Deaglio si è affidato all’analogia, che non è precisamente un procedimento scientifico, per travasare i sospetti, peraltro smentiti dalla magistratura americana, sui brogli del conteggio elettronico dei voti della Florida sulla procedura cartacea delle elezioni italiane. Guzzanti ha cercato invece fonti nel grande caos dei reduci del Kgb, ed è probabilmente incappato nella ragnatela dei doppi e dei tripli ruoli che si recitano in quel sottobosco, più feroce e meno romantico di quello descritto dai romanzi di John Le Carré. Resta il fatto che la fantapolitica del direttore del Diario e le contorte vicende di un consulente della commissione parlamentare Mitrokhin hanno tenuto e tengono banco nella grande informazione italiana. Tutti sanno che si tratta di merce avariata, ma capace di solleticare qualche appetito sensazionalista, che evidentemente non è un’esclusiva di Deaglio e Guzzanti.

November 28, 2006

Fuga verso la Mole?

Non è il capo della redazione romana di Libero, Fausto Carioti, ma il blogger che risponde alle medesime generalità—e poi qualcuno si lamenta dei giornalisti che bloggano!—a farci omaggio di un’informazione piuttosto interessante: che al manifesto, anche dopo la fuoriuscita di Riccardo Barenghi-Jena (emigrato a La Stampa), c’è ancora qualcuno che talvolta anche delle persone (come dire?) terra-terra riescono a leggere e ad apprezzare. Tenersi forte please, perché si tratta nientemeno che di quell'intellettualone di Valentino Parlato, il quale stavolta l’ha proprio azzeccata riconoscendo che l’Unione altro non è se non “il parassita di Berlusconi” e campa sulla paura che il Cavaliere possa prendersi la rivincita. E che, in buona sostanza,

se Berlusconi non fosse sopravvissuto al suo mancamento l’Unione sarebbe al disastro, il suo collante si sarebbe sciolto e tutti i suoi componenti, grandi e piccoli, non saprebbero più che strada prendere, che cosa proporre, con chi governare e, soprattutto, governare per cosa.

Parole sante, mi pare. Resta però un dubbio: adesso dobbiamo aspettarci che anche Parlato si trasferisca armi e bagagli sotto la Mole Antonelliana?

Cossiga: dimissioni da respingere

Non mi intendo di protocolli di comportamento parlamentare, dunque non saprei se lo “sgarbo” di cui il Presidente emerito Francesco Cossiga ha accusato il ministro dell’Interno sia tale da costituire una motivazione sufficientemente grave per le dimissioni da senatore a vita. A intuito direi di sì, ma non ci posso mettere la mano sul fuoco—e con questo non voglio dire che, al limite, potrebbe trattarsi di una decisione presa per “futili motivi,” ma solo che, rispetto a una prassi consolidata che io ignoro, Cossiga potrebbe aver sopravvalutato (volutamente o no) la reale portata dell’incidente.

Il Presidente emerito, comunque, non è nuovo a questo tipo di annunci. Attenzione, però: gli scettici dovrebbero tener presente che, in precedenza, all’intenzione sono seguiti già due volte i fatti, cioè quando si dimise da ministro dell'Interno, dopo l'assassinio di Aldo Moro, e da Presidente della Repubblica, due mesi prima della naturale scadenza del mandato (nel 2002, invece, si dimise da senatore a vita in polemica con Carlo Azeglio Ciampi, ma le dimissioni furono respinte).

Una cosa è certa: Cossiga non finisce mai di stupire, di spiazzare, di vivacizzare la scena politica con “uscite” che possono apparire paradossali o meramente ironiche, provocatorie e quant'altro, e invece sono con ogni probabilità molto mirate e precise. Il bersaglio, in questo caso, forse è Amato, ma più probabilmente è il Capo della Polizia, o più probabilmente ancora sono entrambi. Ma il Presidente emerito sa anche giocare sublimemente di sponda, quindi può darsi che la palla da biliardo abbia una traiettoria più complessa, che c’entrino, cioè, situazioni e relazioni non ancora del tutto evidenti, o evidenti solo a chi può essere il destinatario “ultimo” del messaggio.

Per il resto, sinceramente, non credo che le dimissioni saranno, per così dire, coronate da successo. Come ha detto laconicamente Giulio Andreotti, “saranno respinte.” Personalmente ne sarei felicissimo, insieme a tutti gli estimatori di Cossiga, tra i quali da sempre mi ritrovo. Ma se così non fosse, dico semplicemente che, a mio parere, il Senato non sarebbe più lo stesso. Ecco perché dissento profondamente da queste parole:


«Non credo proprio che le mie dimissioni saranno una 'bomba' in questo particolare momento politico. Non vedo che influenza possano avere nella vita istituzionale e politica del Paese. Sono stato preso a pesci in faccia da Giuliano Amato. Amato, uomo prudente e molto attento a rapporti di forza ha fatto rispondere ad una mia interpellanza da uno sbirro di De Gennaro, Roberto Sgalla, mai conosciuto. Vuol dire che nella vita politica italiana non conto nulla. La sensazione è di non essere considerato utile al paese.»

Diciamo piuttosto che a qualcuno Cossiga potrebbe dar fastidio. Anzi, possiamo tranquillamente rinunciare al periodo ipotetico. In ogni caso, una cosa ben diversa, e una ragione in più per respingere le dimissioni, magari con tanto di scuse da parte di chi di dovere.


November 27, 2006

Ave Cesare, gli attori ti salutano

Sul Giornale di oggi Paolo Armaroli recensisce il saggio del sociologo Luciano Cavalli che Rubettino ha appena pubblicato: Giulio Cesare, Coriolano e il Teatro della Repubblica. Una lettura politica di Shakespeare. Un ottimo invito alla lettura per un libricino di 176 pagine (16 Euro) che, da quel che capisco, non tarderà a trovare adeguata collocazione nella mia biblioteca.

Interessante scoprire, ad esempio, che

le caratteristiche dei leader carismatici, a ben vedere, non le hanno né Cesare né Coriolano. Fulgidi eroi, sicuro. Ma eroi che, come l’Ettore di Omero, alla fine risultano perdenti soprattutto perché, ironia del destino, intendono fino in fondo essere se stessi.Il Valentino machiavellico è invece Antonio [...].

La conclusione dell’articolo (e del libro), invece, non sembrerebbe esattamente una scoperta ...


Alle corte, il vero leader è al tempo stesso imprenditore, regista e attore. Un uomo di spettacolo. Ma sì, un teatrante.Una conclusione amara? Può darsi. Ma al peggio, si sa, non c’è mai fine. Il grande teatro di una volta, pur imbevuto di lacrime e sangue, adesso ci tocca rimpiangerlo. In questo mondo che ci ha scippato i sogni giovanili e in cambio non ci dà nulla di nulla, tutto rimpicciolisce. Anche il teatro, ormai scaduto a teatrino. E il teatrino della politica dei giorni nostri appassiona unicamente la ristretta schiera dei partitanti, che sovente vivono di politica e non già per la politica. È proprio vero: alle tragedie seguono immancabilmente le farse. In un fiat siamo così passati da Carlo Marx ai fratelli Marx.


A chi importa?

Edward è un “patito” della demografia, ed ha tutte le ragioni per esserlo, a mio avviso. E’ per questo che, oltre ad aver dato vita recentemente ad un blog che si occupa di come vanno le cose qui in Italia dal punto di vista economico, ne ha creato un altro, il cui nome dice tutto: Demography Matters (scrive, per la verità, anche su A Fistful of Euros, ma questa è un’altra storia).

Qualche giorno fa ha chiesto lumi sulla fuga dei cervelli dal nostro Paese, ed io gli ho suggerito un malinconico articolo di Time magazine, non “recentissimo” (dell’aprile dell’anno scorso) ma molto interessante e, temo, ancora attuale. Argomento: la condizione giovanile in Italia. Ne è nato un nuovo post, al quale ho dato un ulteriore minimo contributo con un commento. Il tema del commento—che si riferisce ad un articolo del New York Times non meno penoso, per noi, di quello di Time—è la non-politica per la famiglia portata avanti dai governi italiani che si sono succeduti da tempo immemorabile.

La scorsa estate ho chiacchierato a lungo sull’argomento politiche per la famiglia con una famigliola tedesca conosciuta presso comuni amici italiani. Il confronto Italia-Germania ne è risultato, a dir poco, umiliante (avrei voluto sprofondare). Eppure, a detta di tutte le forze politiche nazionali, anche da noi la demografia importa, la famiglia importa, i figli, poi, sono un bene inestimabile, ecc., ecc. Un po’ come la scuola: tutti, a chiacchiere, la vogliono “rilanciare,” ma poi, quando vanno al governo, se ne infischiano o vanno esattamente nella direzione opposta (ogni riferimento a questa Finanziaria è superfluo).

Mi domando solo se ci sia un limite alla capacità dei nostri governi di scherzare su questioni di tale rilevanza, anche se non riguardano precisamente la massa critica dell’elettorato, ma “soltanto” i nostri figli, nipoti, pronipoti ...

November 23, 2006

Thanksgiving Day

Today is Thanksgiving Day in the United States. As for me, I wanted to give God a special THANK YOU ... for having given us all that Beautiful America! So I found this very valuable tribute:

November 22, 2006

Ma stavolta Diliberto ha ragione

Un aggiornamento al post sulla manifestazione di Roma. Innanzitutto per raccomandare, a chi ancora non l'avesse fatto, di leggere cosa ha scritto Luca Ricolfi su La Stampa ("Chi intossica i ragazzi"). Grazie a Sergio Vivi, che in un commento a quel post mi ha segnalato l'articolo. In secondo luogo consiglio vivamente l'articolo su Libero di Fausto Carioti, divenuto post nel blog del giornalista medesimo (A Conservative Mind). Molto interessanti anche i links ad altre "risorse" (tra le quali il già citato articolo di Ricolfi). Prendete, ad esempio, questa cosa presa da Repubblica:

Su una cosa, però, il segretario dei Comunisti italiani ha ragione: quando, intervistato da Repubblica, sbotta contro i suoi alleati: «Quanto opportunismo nella condanna e quanta ipocrisia nei miei colleghi!».


D'accordissimo con Carioti: stavolta non si può non essere d'accordo con Diliberto. Chi l'avrebbe mai detto?

Eppure, solo il Cavaliere ci può salvare

Berlusconi lascia. Macché, è una bufala. Neanche il tempo di stropicciarmi gli occhi, ieri, dopo aver letto Libero, ed ecco che arriva la smentita. Confesso, però, che io, a Libero, ho creduto subito. E neanche perché il capo della CdL potrebbe, sì, aver detto ciò che gli viene attribuito, ma si trattava di parole in libertà, pronunciate durante un pranzo tra amici, e dunque da non prendere alla lettera, ecc., ecc. No, io ho creduto e credo tuttora che quelle parole non solo il Cavaliere le abbia dette, ma le abbia anche pensate e meditate. E questo per la semplice ragione che il primo annuncio corrisponde più o meno esattamente a ciò che a me sembrerebbe la soluzione più logica, quella più «normale».

Già, la soluzione più normale. Sfortunatamente, però, questo non è un Paese normale: è il ritornello che immancabilmente mi perseguita tutte le volte che provo a tracciare ideali linee rette nei miei vani ragionamenti sulle politica italiana. Cosa c’è di normale in un Paese in cui Diliberto fa il capo d un partito di governo e in una coalizione che, senza i comunisti, rifondati o meno, non potrebbe andare da nessuna parte? Poi, d’accordo, ci sono le contraddizioni in seno al centrodestra, anche se a me, sinceramente, sembrano quasi insignificanti rispetto a quelle della controparte: che cosa sono, per dire, le differenze tra Roberto Maroni e Adolfo Urso rispetto a quelle tra Antonio Polito e Francesco Caruso?

Comunque, qualcuno dovrebbe pur cominciare a lavorare seriamente per far sì che, un po’ alla volta, l’Italia “si normalizzi.” Ecco, questo, a mio avviso, è il punto: se aspettiamo che cominci la sinistra stiamo freschi … In altre parole, e lo dico senza ironia e senza arrière pensées, solo Berlusconi ci può salvare. Come? Penso che lo abbia spiegato abbastanza bene Andrea Romano con l’editoriale pubblicato su La Stampa di oggi. Romano—storico dell'Europa contemporanea, ex Direttore scientifico di Italianieuropei e autore di The Boy. Tony Blair e i destini della sinistra, il più documentato resoconto in lingua italiana della carriera politica del Primo ministro britannico—sarà anche di parte, ma lo è nella maniera giusta, cioè à la Luca Ricolfi, e dunque gli si può dar credito. Ecco la parte centrale dell’articolo:

Per il centrosinistra si aprirebbe una stagione nuova, nella quale diminuirebbe la tentazione di ricorrere a giorni alterni allo spauracchio del berlusconismo che torna. Forse non smetteremmo dall'oggi al domani di ascoltare il lamento sulla pesante eredità lasciata dal passato, sulle ferite ancora da cicatrizzare nella coscienza morale del paese, sull'urgenza di tirare la cinghia per rimediare ai danni provocati dai precedenti inquilini. Ma con il passare delle settimane l'attenzione di tutti andrebbe quasi naturalmente a posarsi sulle cose da fare nel lungo periodo, con sensibile giovamento alla prospettiva di un governo che potrebbe spiegare con maggiore serenità la direzione nella quale si sta muovendo. Perché quel governo avrebbe comunque di fronte a sé un'opposizione agguerrita e rigorosa, ma impegnata a cercare al proprio interno le risorse politiche e personali per voltare pagina. E chissà che a sinistra non si discuterebbe meglio anche di partito democratico e affini, potendo pensare al domani con più tranquillità.

Forse mettendo persino in cantiere un avvicendamento delle proprie classe dirigenti, con la dovuta pacatezza e i necessari onori per chi ha tenuto il timone tanto a lungo, ma associando quel capolavoro di ingegneria così difficile da vendere alle masse con l'arrivo di nuove leve né postcomuniste, né postsocialiste né postdemocristiane.

Ma anche per il centrodestra gli effetti di un avvenimento tanto normale non sarebbero meno salutari. In fondo molte sue personalità di rilievo potrebbero liberare una buona parte della giornata dal compito di rassicurare Berlusconi della propria lealtà, dedicandosi finalmente a discutere di politica.


And this is the way of life


Have you ever noticed a tree standing naked against the sky, how beautiful it is? All its branches are outlined, and in its nakedness there is a poem, there is a song. Every leaf is gone and it is waiting for the spring. When the spring comes it again fills the tree with the music of many leaves, which, in due season ,fall and are blown away. And this is the way of life.

—Krishnamurti

November 19, 2006

Solo quattro imbecilli?

Erano solo quattro imbecilli, ha detto, e già su questo modo disinvolto di minimizzare ci sarebbe molto da dire. Ma il punto non è questo. Il punto è che accanto a loro ha sfilato anche lui.

Estremisti, pazzoidi, spalleggiatori di terroristi e fans dei dittatori ci saranno sempre, è più forte di loro, è un’attrazione fatale per il fascismo e per tutto ciò che gli assomiglia (malgrado la sgargiante vernice rossa dietro cui così spesso si nasconde), un apprezzamento sottinteso, e a volte neppure tanto, per i regimi più sanguinari—per i quali c’è sempre una parola di comprensione, una giustificazione—che spesso sfocia in comportamenti patologici e demenziali.

Questa gente è presente in Francia, in Germania, in Gran Bretagna—basta leggere la sezione dei commenti in alcuni blogs “blairiani” per rendersene conto e vedere fino a che punto può arrivare un odio atavico per la democrazia liberale, un disprezzo totale per le “libertà borghesi” e chi se ne fa paladino. Sono cose che sappiamo, che riconosciamo a fiuto lontano un miglio.

Ma, appunto, il fatto è che accanto a loro c’era anche il segretario di un partito che fa parte della maggioranza politica che esprime il legittimo governo del Paese. Ed è questo che è inaccettabile. Non perché non ce lo aspettassimo: conosciamo bene il punto di vista di Oliviero Diliberto su certe questioni. E neppure perché lo consideriamo granché diverso da quelli che hanno gridato: «L'unico tricolore da guardare è quello disteso sulle vostre bare». Semplicemente, da sabato 18 novembre in poi, non è più accettabile la permanenza di uomini di quel partito nel governo. Ecco perché, se l’Italia—come amava auspicare il nostro ministro degli Esteri—fosse un Paese normale, oggi tutti i giornali, le agenzie e i telegiornali ci avrebbero confortati con una grande notizia. Ma siccome normali non siamo, quella notizia non è arrivata né mai arriverà.

Dalla sinistra, qualcuno, tra cui chi scrive, si è già dimesso a causa di certe contiguità. Purtroppo, dimettersi da cittadini italiani—tentazione automatica in circostaze analoghe e in assenza di "decisioni drastiche" da parte di chi sarebbe moralmente tenuto a prenderle—è un po’ più complicato, anche ammesso che sia giusto (e non credo affatto che lo sia). La morale della favola è che dovremo tenerci Diliberto. Almeno fintantoché la parola non verrà ridata al popolo. Io ho fede nel popolo.

UPDATE: 20 Novembre, ore 9:20
Da non perdere l'editoriale di Angelo Panebianco sul Corriere di oggi, lunedì 20. Non si parla solo della manifestazione di Roma: ce n'è anche per quella di Milano. E la conclusione del ragionamento è che

le componenti riformiste della maggioranza dovrebbero fare di più, forse molto di più [...]. Anche a costo di scontrarsi con la sinistra estrema.

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November 17, 2006

Quelli che i teo-con ...

E’ apparso ieri sul Giornale l’articolo di Gaetano Quagliariello di cui mi occupo in questo post. Professore di Teoria e storia dei partiti politici e di Storia comparata dei Sistemi Politici Europei presso la Facoltà di Scienze Politiche della Luiss Guido Carli (Roma), nonché presidente della Fondazione Magna Carta e senatore di Forza Italia, Quagliariello ha affrontato un argomento—i teo-con, con particolare riferimento ai risultati delle elezioni di medio termine negli Stati Uniti—che è attualissimo, e tale è destinato a rimanere ancora per un pezzo.

Quagliarello svolge una riflessione piuttosto articolata. Innanzitutto lamenta giustamente che c’è un mucchio di gente che parla e scrive dei teo-con senza avere la più pallida idea di cosa si tratti. E dunque si prende la briga di spiegare che cosa si deve intendere con quel termine. Avendo rilevato io stesso qualche “anomalia” nel modo in cui la questione viene spesso affrontata—il professore fa esplicitamente il nome di Claudio Magris, che anch’io avevo chiamato in causa a tal riguardo—una conferma così autorevole mi conforta non poco.

Della “infelice definizione” di cui sopra, spiega Quagliariello, si è parlato tanto “ma per lo più a vanvera.” Ad esempio


per taluni i teo-con sono i cattolici più conservatori e integralisti; per altri dei disprezzabili «atei devoti» alla Maurras; per altri ancora dei convertiti di fresco che, in quanto neofiti, non accettano che la forza della loro passione possa contaminarsi con il necessario compromesso. Questa confusione di significati ha reso difficile persino polemizzare. Accade che si perda del tempo per rispondere a critiche vanesie frutto d'incontinenza intellettuale (è vero professor Magris?), mentre si lasciano inevase quelle che ai teo-con pongono interrogativi più seri.

Segue una definizione storico-critica del termine che più accurata e approfondita di così non potrebbe essere, se pensiamo che, malgrado l’autorevolezza dello scrivente, stiamo parlando pur sempre di un articolo di giornale. Qui non cito perché sarebbe troppo lungo (e non mi sembra il caso di estrapolare da una sintesi che probabilmente è già tirata al massimo), ma invito caldamente i miei lettori a leggere con attenzione quella parte del testo.

Tra gli “interrogativi più seri” ci sono quelli posti dal cardinale Scola nell'ultimo numero della rivista Oasis. Il patriarca di Venezia, rassume Quagliariello,

si chiede, innanzi tutto, se sia corretto, e sopattutto utile, nel dialogo con il «grande Oriente», accreditare un'identificazione assoluta tra il cristianesimo e la civiltà occidentale. Sulla scorta di tale interrogativo, e alla luce dell'esperienza degli ultimi anni, si domanda poi se l'esportazione della democrazia non sia stata una pretesa intellettualistica e astratta e se, al cospetto di quel fallimento, non ci sia oggi da rivalutare il pacifismo profetico al quale Giovanni Paolo II concesse tanta forza, al momento delle decisioni sulla guerra in Irak.

Per la verità, qui mi sembra necessario fare una precisazione: il pensiero del cardinale, nell’originale, è un po’ diverso. Angelo Scola, cioè, invita a riflettere soprattutto

sul perché in Oriente sia stata resa possibile una confusione così totale tra Cristianesimo e civiltà occidentale. Questa confusione consente a tanti fratelli islamici di denunciare insieme Cristianesimo e Occidente come se fossero la stessa cosa, accomunati nella stessa decadenza; non possiamo limitarci a liquidarla come una critica semplicistica.
[Il corsivo è mio]
E poi così prosegue:

Non credo che i cristiani debbano gettare un velo di negatività su tutta l'esperienza moderna che così fortemente segna l'Occidente, ma certo è importante raccogliere la critica "orientale", assumendo interrogativi coraggiosi circa la pretesa di ridurre la religione a un fatto privato, la pretesa intellettualistica e astratta delle "democrazie da esportare", la pretesa di una insopprimibile libertà di coscienza che però coincide con il "vietato vietare". Insomma, grande è l'attualità della formula conciliare: il
Cristianesimo genera per sua natura culture, ma non si lega a nessuna cultura.


A me sembra, insomma, che il ragionamento del cardinale non sia stato interpretato in maniera del tutto corretta. Questione di accenti, certo, ma accenti che spostano di parecchio il punto focale del discorso. Ma su questo penso che tornerò con un post ad hoc.

Quagliariello prosegue il suo ragionamento agganciando la sconfitta dei repubblicani:

L'eco di questi stessi interrogativi è sembrato risuonare nelle sentenze di condanna - assai spesso più rozze - che in tanti si sono affrettati a pronunziare dopo la sconfitta di Bush nelle recenti elezioni parziali: quei risultati, ancor più che punire una politica, avrebbero segnato il tramonto di un'analisi. Proprio quella che i cosiddetti teo-con, con più coerenza e completezza di altri, avevano proposto dopo l'11 settembre. A me pare, invece, che questa risposta risulti quanto meno affrettata.Scola, infatti, ha ragione quando individua l'errore - innanzi tutto storico - di chi sovrappone Occidente e cristianesimo. Quel che però preoccupa, e dovrebbe vieppiù preoccupare la Chiesa, è che a tale percezione sbagliata nel mondo islamico non corrisponda alcuna realtà effettiva. A Ovest, infatti, il legame tra cristianesimo e democrazia è percepito in modo sempre più rarefatto: soprattutto in Europa.
[Il corsivo è mio]

Qui, mi sembra, il presidente di Magna Carta ha colto nel segno: ma quale identificazione? L’Occidente, malgrado le indubbie «radici cristiane», ha oggi abbastanza poco da spartire con il Cristianesimo. No so se questo debba costituire la principale preoccupazione della Chiesa, ma certamente la cosa, da un punto di vista cristiano-cattolico, è piuttosto grave. Da altri punti di vista, indubbiamente, può rappresentare una “conquista,” ma personalmente, al posto di un ateo, laicista e mangiapreti, ci penserei bene a rallegrarmene. No credo, in altre parole, che occorra essere degli «atei devoti» à la Marcello Pera e Giuliano Ferrara per arrivare a preoccuparsi delle conseguenze, per la polis, della scristianizzazione galoppante. Ma questo (forse) è un altro discorso (o forse no).

Anche la conclusione di Quagliariello mi sembra condivisibile:

E questa è, tra l'altro, la causa del fatto che l'impegno per la diffusione della democrazia sia stata intesa come semplice esportazione di procedure con un insufficiente riguardo per i suoi fondamenti e i suoi principi inalienabili. La pratica, così intesa, oltre che inutile, può rivelarsi dannosa. Essa sta rischiando di legittimare quell'infausto connubio tra democrazia e relativismo già denunziato da Giovanni Paolo II, concedendo la patente della sovranità popolare a dittatori e gruppi terroristici. Il rischio è sotto i nostri occhi: cosa è accaduto in Iran dopo la vittoria di Ahmadinejad? E all'interno dell'Autorità palestinese con la vittoria di Hamas? E cosa accadrebbe in Libano se, come taluni propongono, si accettasse senza scandalo il doppio ruolo degli Hezbollah come forza «di lotta» e di governo?Queste domande, però, se da un canto evidenziano le insufficienze di una politica chiamando in causa anche responsabilità precise sul modo d'interpretare il dopo-guerra iracheno, dall'altro non debbono condurre a rimettere le nostre responsabilità di fronte ai rischi che l'equilibrio mondiale sta correndo. E non dovrebbero indurre a far ciò nemmeno la Chiesa. Al cospetto dell'escalation del fondamentalismo e della violenza terroristica da esso ispirata la speranza resta che i principi di fondo della democrazia divengano sempre più contagiosi, utilizzando anche il veicolo del confronto tra le religioni. Solo in tal modo tra l'altro, fede e ragione potranno tornare a comunicare anche oltre i confini della cristianità mettendo a bando la violenza e il terrore, così come auspicato da Benedetto XVI.

Una strana settimana

Questa è stata una settimana un po’ strana per il sottoscritto: una serie di impegni, nessuno dei quali particolarmente gravoso, ma nell’insieme il risultato è che ho potuto seguire poco avvenimenti, pazzie collettive (se dei governati o dei governanti è in fondo un falso problema …), commenti, e tutto quanto fa spettacolo sui vecchi e nuovi media, e meno ancora mi è riuscito di riferirne qui. Può darsi che qualcosa di ciò che mi aveva colpito maggiormente io riesca a recuperarla, di qui a lunedì, ma non ci scommetterei. Oggi, comunque, riprendo un articolo pubblicato ieri. Il resto si vedrà. A risentirci tra un momento.

November 16, 2006

Dieci anni dopo 'The Clash of Civilizations'

Da uno studioso come Samuel Huntington ci possiamo ben aspettare tesi ottimamente argomentate e, nel contempo, brillanti provocazioni intellettuali, tanto che non di rado le sue idee—soprattutto quando a incrociarle sono i più fedeli cultori del politically correct—possono persino apparire “intollerabili” e suscitare reazioni indignate.

Ma è la forza quasi profetica delle sue analisi ciò che probabilmente caratterizza maggiormente i suoi scritti. Basti pensare che il celeberrimo The Clash of Civilizations and the Remaking of World Order è stato pubblicato nel lontano 1996 e che, come se non bastasse, l’Autore ne aveva anticipato i contenuti nell’estate del ’93, in un saggio quasi omonimo apparso sulla rivista Foreign Affairs. Non meno provocatorio—e “intollerabile”—è il suo lavoro più recente, Who Are We: The Challenges to America's National Identity (del 2004), nel quale si ipotizza un’America incapace di assorbire l’ondata migratoria ispanica (rimanendo se stessa). Troppo presto, ovviamente, per parlare di un’altra previsione azzeccata.

Ma, provocazioni e profezie a parte, Huntington è capace di sfoderare una modestia che, in un uomo che, dall´11 settembre in avanti, è il geopolitologo più citato al mondo, fa una certa impressione. Mi riferisco alla risposta che ha dato a una domanda—dove sta la contraddizione fra democrazia e Islam?—che, magari, a qualche politologo, nostrano e assai meno attrezzato, avrebbe fornito un’occasione imperdibile per fare sfoggio: «Non ho idea di quale sia la risposta a questa domanda, perché non sono un esperto di Islam …». Il resto della risposta, però, suona così:



«… ma è significativa la relativa lentezza con cui i paesi islamici, in particolare i paesi arabi, si sono mossi verso la democrazia. La loro eredità culturale e le loro ideologie possono essere parzialmente responsabili di questo ritardo. Anche il colonialismo può rappresentare un fattore negativo che spinge a rifiutare quello che viene percepito come un dominio occidentale. Molti di questi paesi sono stati, sino a tempi recenti, società largamente rurali governate da élite di latifondisti. Ritengo che comunque questi paesi si stiano muovendo verso l'urbanizzazione e verso sistemi politici decisamente più pluralistici e che il fenomeno interessi la quasi totalità dei paesi islamici. Questo spinge i paesi islamici ad aumentare i propri legami con società non islamiche. Un aspetto chiave che influenzerà la democratizzazione è la forte migrazione di musulmani in Europa».

Un Huntington alquanto anticonformista, invece, viene fuori da quest’altra risposta riguardo alla Turchia (“ponte ideale tra mondo occidentale e mondo islamico”):



«Francamente, l'enfasi con cui viene trattata questa tesi mi pare eccessiva. La Turchia ha i suoi interessi e, storicamente, ha soggiogato la maggior parte del mondo arabo. Gli arabi hanno dovuto combattere guerre di liberazione per scacciare i turchi dai loro paesi. Certo, si tratta del passato e questo non avrà necessariamente un effetto sul futuro. Ma si tratta di un passato ancora ben presente nella memoria collettiva degli arabi».

Infine, ecco il Samuel Huntington che all’occorrenza mette i puntini sulle «i»:



Domanda: Il suo collega di Harvard Amartya Sen critica le sue tesi sulle civiltà, affermando che «l'identità non è un destino» e che ogni individuo può costruire e ricostruire la propria identità a proprio arbitrio. Sen sostiene che la teoria dello scontro di civiltà suggerisce una «miniaturizzazione degli esseri umani» in identità «esclusive e prive di qualsiasi libero arbitrio» che sono facilmente inquadrabili nella «scacchiera delle civiltà». Qual è la sua prospettiva sui cittadini con identità multiple?
Risposta: «Ritengo che la dichiarazione di Amartya Sen sia totalmente errata. Sono ben al corrente che esistono persone con molteplici identità e non ho mai detto il contrario. Quello che sostengo nel mio libro è che la base dell'associazione e dell'antagonismo tra i paesi è cambiata nel tempo. Nei prossimi decenni, le questioni legate alle identità, termine con cui sottintendo eredità culturali, lingua e religione, avranno un ruolo sempre più centrale nella dialettica politica internazionale. Ho elaborato questa tesi oltre 10 anni fa e molto di quello che ho detto allora è stato confermato dai successivi sviluppi storici.»

Per tutte e tre queste risposte non posso che riconoscere nel Nostro un modello più o meno ineguagliabile di geopolitologo e, in generale, di intellettuale. Anche per questo consiglio vivamente di leggere per intero l’intervista a Islamica Magazine/Global Viewpoint, che La Stampa ha meritoriamente fatto tradurre dall’inglese e ripubblicato nell’edizione di ieri. Si tratta di una rivisitazione, dieci anni dopo, di The Clash of Civilizations.



November 11, 2006

Monte Sant'Angelo

Monte Sant’Angelo, sul Gargano, provincia di Foggia, a 850 metri sul livello del mare. Ci sono stato qualche anno fa e ne conservo un ricordo indelebile. Il contesto naturale è semplicemente stupendo. La città è cresciuta intorno al celebre Santuario di San Michele—sorto tra la fine del V e l’inizio del VI secolo—e conserva miracolosamente un aspetto antico e severo, intriso di spiritualità e di storia, di devozione e di mistero. Se non è cambiata nel frattempo, fate conto che il tempo (il “progresso”), da quelle parti, non abbia provocato i danni che sono visibilissimi in una quantità di luoghi sacri e profani di mezzo mondo.

La “Celeste Basilica” sorge nel luogo indicato, secondo la tradizione, dallo stesso Arcangelo: una grotta. E’ l’unico luogo di culto della cristianità non consacrato da mano umana, in quanto alla consacrazione ha provveduto lo stesso Titolare ... Sono passati di lì papi, re, imperatori e santi. Tra questi ultimi San Francesco, nel 1226. Ma non volle entrare nella Grotta, ritenendosi indegno, e pertanto si fermò sulla soglia, baciò la terra e incise su una pietra il segno di croce in forma di Tau.

Se questo post vi ha incuriosito date una letta alla Guida illustrata—succinta ma molto ben documentata—che ha scritto il Padre Ladislao, della Congregatio Sancti Michaelis Archangeli, cioè la congregazione di religiosi che dal 13 luglio 1996 ha assunto ufficialmente la cura pastorale del Santuario. Altre belle immagini le potete ammirare nel sito del Comune.

Se non siete ancora stati a Monte Sant’Angelo, sappiate che avete perso qualcosa. Che siate credenti o meno. Oggi, festa di San Michele,* volevo giusto farvelo sapere.

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*Questo post è stato pubblicato per la prima volta su windrosehotel.splinder.com il 29 settembre 2005

Todorov: A che cosa apparteniamo

Su la Repubblica del 30 giugno («Diario»), Tzvetan Todorov ha tracciato un profilo dell’«identità europea» che merita di essere letto e meditato. Todorov parte da una celebre definizione del poeta e saggista francese Paul Valéry:


Io chiamo europei, diceva in sostanza Valéry, i popoli che nel corso della loro storia hanno subito re grandi influenze: quelle che possono essere simbolizzate dai nomi di Roma, Gerusalemme e Atene.
Da Roma vengono l’impero con il potere statale organizzato, il diritto e le istituzioni, lo status di cittadino. Da Gerusalemme, o per meglio dire dal cristianesimo, gli europei hanno ereditato la morale soggettiva, l’esame di coscienza, la giustizia universale. Atene, infine, aveva lasciato in eredità il gusto della conoscenza razionale, l’ideale di armonia, l’idea dell’uomo come misura di tutte le cose.
Chiunque possa fregiarsi di questa tripla eredità, concludeva Valéry, può a giusto titolo essere definito europeo.

Todorov spiega così il contributo del cristianesimo:


Il cristianesimo ci ha lasciato in eredità non soltanto le idee di individuo e di universalità, o il gusto della conoscenza del mondo, ma anche, per quanto possa apparire paradossale, l'idea di laicità. È con le frasi del Cristo, «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio» (Mt 22, 21), oppure «Il mio regno non è di questo mondo» (Gv 18, 36), che la necessità di separare terra e cielo, gli affari dello Stato e quelli della Chiesa, compare per la prima volta. Il teologico non conduce al politico, la trascendenza è vissuta in modo individuale.

E quello della Grecia:


La tradizione greca, a sua volta, ci trasmette anche un'idea politica importante, quella di democrazia. La comunità di tutti i cittadini è ormai responsabile del destino politico dello Stato nel suo insieme. Il potere assoluto del tiranno, del re o degli aristocratici, vale a dire di una minoranza, è messo in discussione. La democrazia greca, ovviamente, è imperfetta rispetto alla forma che hanno assunto oggi le nostre esigenze democratiche, perché più della metà della popolazione, all'epoca, ne era esclusa: le donne, gli stranieri, gli schiavi. Ma resta comunque il fatto che quella è stata la prima apparizione del concetto di sovranità popolare.

Ma secondo Todorov ci sono “contributi dell'epoca moderna, che ci sembrano altrettanto essenziali per l'identità culturale del nostro continente,” vale a dire:


Il secolo dei Lumi, che sintetizza e sistematizza il pensiero europeo dei secoli precedenti, occuperebbe in questo caso un posto di primo piano. L'idea di autonomia, messa in risalto da Kant, consiste nell'affermare che ogni essere umano è in grado di conoscere il mondo autonomamente, e di decidere del proprio destino. Proprio come il popolo è sovrano in una democrazia, l'individuo lo può diventare nel proprio ambito personale. Il XVIII secolo vede inoltre l'avvento dell'umanesimo, vale a dire della scelta che consiste nel fare dell'uomo stesso la finalità dell'azione umana. Lo scopo dell'esistenza umana sulla terra non è più cercare la salvezza della propria anima nell'aldilà, ma raggiungere la felicità sulla Terra. Il riconoscimento di una pluralità legittima, che sia quella delle religioni, quella delle culture o quella dei poteri in seno a uno Stato, va ad aggiungersi anch'esso all'eredità che l'Illuminismo ha lasciato all'identità europea: essa incorpora il concetto di pluralismo.

Fin qui, mi pare, quello di Todorov è un utile “ripasso” di ciò che già sappiamo (o dovremmo sapere), in forma di riassunto per sommi capi e con chiara finalità “didascalica.” Ma la sua riflessione tenta di muovere qualche passo in avanti. E a un certo punto lo studioso si domanda se noi, per caso, non stiamo “reiterando il nostro ideale contemporaneo, contentandoci di cercargli delle prefigurazioni storiche.”

In sostanza, scrive Todorov, se da una parte, e senza ombra di dubbio, queste “prefigurazioni” esistono, dall’altra non si può negare che esse non sono le uniche. Ad esempio, se l'idea di uguaglianza fra tutti gli esseri umani è sicuramente un portato della storia europea, anche quella di schiavitù lo è, come lo sono la tolleranza è il suo contrario, cioè il fanatismo e le guerre di religione. E allora? Come uscire dall'impasse in cui ci troviamo? Tanto per cominciare, suggerisce Todorov, occorre

ricordare che l'identità collettiva di cui l'individuo è parte non è mai unica. Gli esseri umani non hanno alcuna difficoltà ad assumere più identità alla volta, e dunque a provare molteplici solidarietà. Questa pluralità è la regola, non l'eccezione. Oltre che, per fare un esempio, "francese", io mi riconosco anche come originario di una certa regione, come uomo o donna, come un adolescente o un pensionato, come un individuo appartenente a un determinato ambiente, che esercita una determinata professione, che professa una determinata religione.

Dunque, c’è ancora spazio per “un'identità spirituale europea?” Sì, secondo lo studioso francese:

L'unità della cultura europea risiede nella sua capacità di gestire le diverse identità regionali, nazionali, religiose, culturali che la costituiscono, e di trarne profitto.

La parola chiave è, naturalmente, «pluralismo». Tra i pensatori del XVIII secolo, è Montesquieu colui che, parlando dello Stato, ha indicato quale fosse il nocciolo del problema. Interpretando “la contrapposizione fondamentale tra Stati moderati e Stati tirannici come quella tra la ripartizione dei poteri tra più soggetti o la loro concentrazione nelle mani di uno solo.”

Mi sembra una buona base per una riflessione che affronti il tema dell’identità europea con sufficiente rispetto per la complessità della materia. In particolare, colpisce il fatto che tra le tre radici segnalate da Valéry e il supplemento di indagine proposto (abbozzato) da Todorov vi sia un legame profondo e indissolubile. Resta solo il dubbio che una lettura estensiva del concetto di «pluralismo» possa sfociare in una sorta di “agnosticismo” in cui si finisca per rassegnarsi alla relativizzazione dello stesso pluralismo, visto che abbiamo a che fare, tra l’altro, con qualche fondamentalismo che nel frattempo ha messo radici in Europa. Ma questa non sembra certamente l’idea che Todorov si è fatto della questione.

[Questo post è stato pubblicato per la prima volta su windrosehotel.splinder.com il 2 luglio 2006]

What's Left? (2)

Oliver Kamm isn’t the only one who has had a preview of Nick Cohen’s new book, What's Left? How the Liberals Lost their Way, due to be published in February. Norm also has had the opportunity to read the book in draft, and here are the two excerpts he has selected to share with his readers:

The anti-war movement disgraced itself not because it was against the war in Iraq, but because it could not oppose the counter-revolution once the war was over. A principled Left that still had life in it and a liberalism that meant what it said might have remained ferociously critical of the American and British governments while offering support to Iraqis who wanted the freedoms they enjoyed. It is a generalisation to say that everyone refused to commit; the best of the old Left in the trade unions and Parliamentary Labour Party supported an anti-fascist struggle regardless of whether they were for or against the war, and American Democrats went to fight in Iraq and returned to fight the Republicans.
But... no one who looked at the liberal-left from the outside could pretend that such principled stands were commonplace.

[…]

If the new left of the 21st century is to be a liberal-left worth having, then it must learn from the best of the old traditions. First, it must understand that we are lucky people who have won life's lottery. An accident of birth has given us freedom and the wealth that comes with it. We don't have an obligation to overturn tyranny by military force. But we have no right to turn our backs on those who want the freedoms we take for granted. We have no good cause to scoff at them and make excuses for the men who would keep the knife pressed to their throats. The best reason for offering them support is that we can. We have the freedom to vote, to lobby, to protest, to write and to speak, and there is no point in having freedom unless you use it to a good purpose.



November 10, 2006

E' ancora l'America di Tocqueville


Sembra un destino, il voto americano mi riconcilia con le penne che ho più detestato e punzecchiato (punzecchiare una penna? Vedi un po' 'sti bloggers cosa si inventano ...). Ieri Vittorio Zucconi, oggi Francesco Merlo, naturalmente su Repubblica, entrambi. Un editoriale memorabile (grazie di cuore a Camillo che ha raccomandato la lettura). Riporto solo la conclusione, ma voi datemi retta (anche a Camillo, ci mancherebbe!), leggetevelo tutto e poi mettetelo da parte.

E restiamo a bocca aperta vedendo che anche Bush, come tutti gli altri, ci impartisce lezioni, nonostante la stanchezza di una nazione in guerra. L'America di Bush è ancora l'America di Tocqueville, e rimane il nostro modello di riferimento. La sola differenza è che oggi siamo noi quegli incredibili americani che furono scoperti e deformati dai pregiudizi. Con una lingua politica che è una babele, con le procedure istituzionali ridotte ad apparati cerimoniali, con una inaderenza cadaverica alla realtà che velocissima ribolle, siamo noi "i decaduti” […]. I selvaggi, l'umanità sguaiata, siamo diventati noi.

November 9, 2006

Grazie America

E dopo la sconfitta elettorale—o thumping (“pestaggio”), come lo ha definito sportivamente Bush—Donald Rumsfeld esce, entra Robert Gates. Senza perdere tempo, detto-fatto. Grazie America, questo è il primo commento che mi viene in mente, e non soltanto perché “Rummy” di errori, anche madornali e inqualificabili, ne ha commessi tanti, troppi per essere il responsabile della macchina da guerra più potente del mondo. No, non solo, non principalmente, per questo. Grazie America soprattutto per mostrarci che cos’è una democrazia vera, e cosa significa l’espressione «sovranità popolare».

E’ questa immediatezza che impressiona, questa mancanza di fronzoli e giri di parole, questa capacità di tirare una linea sul passato—anche se, come un osservatore attento come Massimo Teodori ha ammonito sul Giornale di oggi, sarebbe un errore “aspettarsi rivoluzioni”—e di ricominciare quando il popolo ha parlato. E del resto chi non ricorda l’incipit della Costituzione di quel grande Paese? “We the People of the United States, in Order to form a more perfect Union, establish Justice, insure domestic Tranquility …”

Fatto sta che, a mio avviso a riprova della forza di questo contagio democratico che dagli States giunge potente fino a noi, il resoconto più interessante che mi è capitato di leggere sugli avvenimenti d’oltreoceano, e nel contempo l’elogio più bello (non solo perché inaspettato) a George W. Bush, è dovuto alla penna di Vittorio Zucconi, cioè di uno che non ha mai risparmiato nulla all’America, pur amandola, e soprattutto a Bush figlio, che del resto il Nostro ha sempre cordialmente e coerentemente detestato.



È stato comunque ammirevole, il presidente Bush, a offrirsi ai giornalisti in diretta tv la mattina dopo la Little Big Horn repubblicana. Ha avuto coraggio e senso sportivo di fronte alla disfatta, perché Bush è americano, cresciuto nel culto della volontà popolare, non importa quanto risicato sia il margine, e ha vissuto in prima persona gli alti e bassi delle fortuna paterne, esaltato e poi sconfitto, nel 1991. "Sono stato varie volte in questo rodeo", ha sorriso con tono riflessivo e ironico, e se il toro della volontà popolare questa volta lo ha sbalzato brutalmente, il politico Bush sa sempre reagire meglio del Bush statista.
Le parole che ha detto, le offerte di collaborare con un Congresso perduto ormai anche al Senato oltre che alla Camera, le promesse di "finire il lavoro in Iraq", naturalmente senza mai specificare che cosa significhi finire il lavoro né quando, sono le formule di rito che un Capo dello Stato e del governo deve dire quando sente mancargli la terra sotto i piedi. Altri grandi presidenti, come Reagan negli anni 80 e Clinton negli anni 90 dovettero imparare a governare senza poter contare su un Parlamento addomesticato e Wall Street ha applaudito facendo salire i corsi, perché la condizione del potere diviso, tra esecutivo e legislativo di colore opposto, è la normalità, non l'eccezione nella storia americana. È esattamente ciò che i prudenti, malfidenti padri della patria avevano voluto, costruendo quel marchingegno di elezioni in tempi e anni scalati e di competenze distinte che ha sorretto la più grande democrazia del mondo attraverso due secoli di guerre e un discreto numero di pessimi presidenti.
[I corsivi sono miei]

(Attenzione: ha detto proprio “altri grandi presidenti...”)


Nel suo tono pensoso e a tratti spiritoso, che ora finalmente può affiorare dietro l'armatura della retorica bellicista e vanagloriosa che proprio Rumsfeld rappresentava, Bush ha lasciato intravedere i segnali di quel pragmatismo e di quella rinuncia ideologica che gli elettori, votando contro di lui in maniera incontestabile, gli hanno finalmente imposto. Quando un reporter gli ha chiesto se finalmente avesse letto tanti libri quanto il suo "cervello", il suo Machiavelli elettorale, Karl Rove, Bush ha risposto scoccando un'occhiata assassina a Rove, seduto in prima fila: "No, perché io, a differenza di altri, ero troppo impegnato nella campagna elettorale".
[…]
Martedì non ha vinto la sinistra, né perduto la destra. Ha vinto l'America moderata e pragmatica, quella che accetta, si emoziona, si mobilita, ma poi misura, pesa e licenzia in tronco.

Poi Zucconi fa le sue considerazioni più “di parte,” e si può essere d’accordo con lui oppure no, ma questo articolo penso che vada conservato e ricordato. Non dico Grazie Zucconi, ma solo perché non mi pare il caso di esagerare. Grazie America, per stavolta, può bastare.