December 13, 2006

Un giusto 'metodo' sul caso Welby

A mio modo di vedere, leggendo ciò che si scrive sul caso Welby, da quando è esploso con tutta la sua drammaticità e con lo strascico di angoscia e di pietà umana che la vicenda si porta appresso, uno finisce quasi inevitabilmente per pensare che la bioetica stia diventando (o sia già diventata) un incubo. A meno che, naturalmente, non si ritenga che quella complessa disciplina—che poi è più che altro un approccio interdisciplinare alle problematiche di cui si occupa—debba piuttosto diventare, o sia già diventata, una specie di campo di battaglia. Personalmente considero del tutto errato, e sostanzialmente insano, pensarla in questa maniera, ma non si può negare che, alla luce di ciò che emerge dal dibattito in corso, si corra seriamente il rischio di essere sospinti verso questa deprecabile deriva.

Ecco perché, quando da qualche parte si leva una voce più moderata nei toni, più pensosa e, diciamo, “dubbiosa,” cioè non appesantita da dogmatismi di varia provenienza, per non parlare degli schematismi e delle semplificazioni di comodo, ci si sente un po’ più a proprio agio, esseri umani tra esseri umani, cioè gente che non ha, per così dire, la verità in tasca e si barcamena con infinita umiltà tra incertezze e dubbi angosciosi.

Oggi, per dire, si offrono alla lettura due contributi al dibattito che meritano, a mio avviso, di essere portati ad esempio di come bisognerebbe—e di come evidentemente è possibile—affrontare il caso Welby. Si tratta di due riflessioni che non approdano alle stesse conclusioni, anche perché una proviene dalla gerarchia cattolica e l’altra dal campo laico: quella del cardinale Esilio Tonini (intervista a Repubblica, che riproduco qui sotto non essendo disponibile se non a pagamento e per gli abbonati) e quella della bioeticista dell'Università di Genova Luisella Battaglia, che è anche membro del nuovo Comitato nazionale per la bioetica.

Nell’impostazione del breve scritto di Luisella Battaglia è pressoché assente qualsiasi condizionamento di tipo “ideologico.” La studiosa parte dall'articolo 5 della Convenzione di Oviedo sui diritti dell'uomo e la biomedicina (1997), ratificata dal Parlamento nel 2001:

«Nessun intervento in campo sanitario può essere effettuato se non dopo che la persona cui esso è diretto abbia dato un consenso libero e informato. (...) La persona cui è diretto l'intervento può, in ogni momento, ritirare liberamente il proprio consenso».


Quindi richiama l'articolo 32 della Costituzione, che viene “rielaborato” come segue:


Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento. Nessuno può essere sottoposto a una cura che rifiuti.

(In realtà l’articolo dice che «Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana.» Il che, mi sembra, rende le cose un po’ più complicate …)

Su un piano estremamente concreto, la Battaglia richiama due casi assai significativi:

a) quello della signora che rifiutò l'amputazione della gamba, scelta che, come era chiaro fin dal principio, l'avrebbe portata inevitabilmente alla morte, e così fu infatti. “Nessuno l'ha potuto impedire, come nessuno—ricorda ancora la studiosa—può impedire a un testimone di Geova di rifiutare le trasfusioni di sangue;”
b) quello di Giovanni Paolo II, che rifiutò il secondo ricovero al Gemelli e chiese di poter «tornare alla casa del Padre». “Anche Welby—osserva la Battaglia—vuole tornare a casa.”

Ed ecco il cuore del ragionamento di Luisella Battaglia:

Dovremmo chiederci perché sia così difficile, nel nostro Paese, ottenere il rispetto dei diritti fondamentali delle persone. Negando il diritto di Welby all'autodeterminazione, si è di fatto restaurato un vecchio paternalismo medico che, con il pretesto della cura compassionevole, pretende di imporre la sua idea di "bene" in conflitto con quella del singolo individuo. "Prendersi cura" non significa sempre e solo tenere in vita a ogni costo, ma assumersi talora la responsabilità condivisa di accompagnare la vita al suo naturale compimento. Si confrontano due visioni del medico: l'una "bellicista", che lo vede come un generale alla guida di un esercito in guerra contro la malattia; l'altra, riconciliata con l'immagine tradizionale, che lo vede anche come quel "nuncius mortis" che accompagna amorevolmente al trapasso, accettandone l'inevitabilità.
[Il corsivo è mio]

Ebbene, anche se personalmente, in linea di principio, sono fermamente contrario all’eutanasia, devo dire che l’approccio della studiosa genovese mi dà molto a pensare. Anche perché, onestamente, non mi sembra—ma può darsi che io mi sbagli, per carità—che la decisione da prendere sul caso Welby abbia molto a che fare con l’eutanasia.

La riflessione del cardinal Tonini è altrettanto pacata, ma, almeno in un certo senso, più “dialogante,” e perfino più “dubbiosa,” intrisa di umana compassione e comprensione. E’ una delle più toccanti interviste che mi sia mai capitato di leggere. Non certo solo per questo, ma sicuramente anche per questo, il ragionamento dell’Arcivescovo emerito di Ravenna, e, direi, soprattutto il metodo, cioè il suo approccio alla questione etico-giuridica e al dramma umano di Piergiorgio Welby, mi sembra assai persuasivo. In una parola, mi ci riconosco in pieno, a cominciare dalle prime parole pronunciate da monsignor Tonini:

«Vorrei andarlo a trovare, stargli vicino, ricordandogli la preziosità della sua vita e condividendo la sua pena. E´ una questione di una difficoltà estrema e la cosa più complicata è passare dal piano dei principi alla situazione concreta e alle decisioni su cui ci si interroga».


Il resto dell’intervista non è da meno. Lo affido "fiducioso" alla riflessione di ciascuno:

«Vorrei andarlo a trovare, stargli vicino, ricordandogli la preziosità della sua vita e condividendo la sua pena». Il cardinale Ersilio Tonini risponde con un moto umano a chi gli domanda un giudizio sul caso Welby. «E´ una questione di una difficoltà estrema - spiega - e la cosa più complicata è passare dal piano dei principi alla situazione concreta e alle decisioni su cui ci si interroga».

Cardinale Tonini, c´è un uomo che chiede che non gli venga prolungata artificialmente una vita, fatta solo di sofferenza.

«Mi viene da dire che se qualcuno esprime il desiderio di affrettare la fine della propria pena, non è peccato. Anzi, può essere anche un desiderio sano. Però...». Però?«C´è un principio a cui non possiamo sfuggire. La vita è un dono, è sacra, è intangibile. Lo riconoscono praticamente tutti, non solo i credenti, anche non
credenti come Kant».

Perché cita il filosofo tedesco?

«Kant afferma che il suicidio è una cosa spaventosa, perché persino un albero percosso o una bestia ferita hanno l´impulso alla conservazione. Chi arriva a pensare di poter disporre della vita propria finisce per credere di disporre delle vite altrui. Così l´uomo da fine viene ridotto a strumento».

Eminenza, la Chiesa ha già maturato una posizione avanzata: rifiuto dell´eutanasia, ma anche rifiuto dell´accanimento terapeutico. Con l´appello di Welby camminiamo su un crinale, dove emerge la richiesta di non essere condannati ad una vita che non esisterebbe se non fosse per una macchina.

«La questione va studiata approfonditamente. E´ chiaro che l´accanimento non è ammesso e d´altra parte non è ammessa l´interruzione di una vita. Non penso solo alla dottrina cattolica, mi rifaccio alle legge italiana sui trapianti, estremamente rigorosa nelle procedure di espianto: per impedire che per salvare una vita se ne sacrifichi un´altra».

Che c´entra la legge sui trapianti?

«Per sottolineare che bisogna stare attentissimi nel prevedere le motivazioni di una decisione. Se noi legittimiamo l´interruzione di una vita con motivazioni, che non siano molto ponderate, rischiamo di aprire la strada a precedenti giuridici pericolosi».

La Procura di Roma ha stabilito che il paziente ha il diritto di interrompere il trattamento non voluto, ma contemporaneamente non si può ordinare al medico di non ripristinarlo se lo ritiene necessario.

«Esattamente. Qui entra in gioco il dovere professionale basato sul giuramento di Ippocrate. Il medico non può diventare a suo volta uno strumento, se ritiene che vi sia una speranza. Ma non mi nascondo nemmeno che qui siamo in presenza di una vera e propria tensione all´interno del sistema giuridico».

Un dilemma?

«Tra il popolo vi è una diffusissima contrarietà all´eutanasia. Eppure quando si passa dal piano dei principi al giudizio su un caso concreto, quando va detto un sì o un no, riconosco la difficoltà di definire confini precisi. Tanti medici sanno che arriva il momento in cui la medicina è perfettamente inutile, però non rinuncerebbero a dare da bere al paziente o a farlo respirare».

Se lei lo avesse di fronte?

«Io Welby lo capisco, ma prima di agire bisogna pensarci dieci volte. Potrei essere tormentato per sempre, pensando di essere stato io a togliergli la vita. Lo sa che lui mi ha scritto?».

Welby le ha mandato una lettera?

«Anni fa. Rispose ad un mio articolo, dissentiva, ma la sua lettera aveva un tono un po´ scherzoso. Sento ancora l´eco di una sua ironia gioiosa, il gusto di discutere insieme. Perciò provo un disagio infinito di fronte alla vicenda. Ho ancora dinanzi a me quel suo modo di esprimersi sereno e vivace».


Problemi con Internet?

Su Repubblica qualche consiglio per chi ha problemi con Internet (e con l'adsl) in questi giorni. Devo ancora metterli in pratica, anche se, almeno finora—a parte qualche episodio isolato risolto col “ripristino” della configurazione—, non sono stato coinvolto in maniera drammatica dal malware, spyware e adware che stanno mettendo in ginocchio la rete. In ogni caso, penso valga la pena di provare.

December 12, 2006

Morte al tiranno!

La notizia è di quelle che non scorrono via come acqua fresca—magari anche un po’ sporca—e subito le puoi archiviare come l’eterno deja vu. Che l’Uomo di Teheran sia stato preso a male parole da un gruppetto di studenti non è esattamente come l'oltraggio subito in quel di Bologna dal suo, per così dire, omologo di Roma. Vittima, il primo, di qualche sconsiderato, ma invero coraggiosissimo, giovanotto (sostenuto da giovinette non manco ardite e sprezzanti del pericolo). E vittima, il secondo, più del destino cinico e baro che gli ha comandato di governare un popolo di malati di mente—per ripetere, addolcendolo, il suo severo e inappellabile giudizio—che dell’ignoranza e della protervia di qualche decina di imberbi studentelli. Ed entrambi, s’intende, uomini d’onore e degni del massimo rispetto, ancorché, dei due, l’uno sia quel che si dice un Gengis Khan redivivo, per quanto sa essere terribile nell’ira e nell’odio dell’inimico, e l’altro, più modestamente, un Balanzone che non metterebbe paura neppure travisato da Dracula il Vampiro (cui pur si compiace di fare il verso in tempo di Finanziaria, a voler dirla tutta).

Ma lasciando da parte tutte le differenze e le somiglianze tra i due infausti episodi—cui solo il Caso ha voluto malignamente conferire una contiguità temporale—e concentrando com’è giusto e sacrosanto la nostra attenzione sull’Uomo di Teheran, non si può non sottolineare con forza la magnifica reazione dell’illustre Offeso, il quale, rispondendo all’infame auspicio di quella plebaglia scatenata («Morte al tiranno!», purtroppo …), ha fatto notare che «la minoranza che sostiene che non ci sia libertà di parola sta impedendo alla maggioranza di sentire il mio discorso». Quanta signorilità! E quale acutezza, quale sfoggio di politcal correctness! Un vero peccato, tuttavia, che l’agenzia di stampa ufficiale iraniana, Irna, non abbia menzionato la protesta e che la tv di Stato abbia bensì dato notizia del discorso del presidente, ma senza riferire della contestazione (le uniche informazioni disponibili sono arrivate dalla semi-ufficiale agenzia Fars). Davvero indegna di questo grande Leader la meschineria perpetrata dalle servili agenzie d’informazione ufficiali! Possiamo ben immaginare lo sdegno del Capo Supremo quando (e se) scoprirà l'improvvida omissione ...

Ma, attenzione, la rispostina di cui sopra non è ancora niente, infatti il “tiranno”—è chiaro a tutti l'affetto con il quale uso il termine, al limite del paradosso!—ha aggiunto quest’altra perla di saggezza politica: «Per anni abbiamo combattuto contro la dittatura (dell'ex Scià, ndr) e per i prossimi mille anni nessuno potrà costituire una dittatura in Iran, nemmeno in nome della libertà». Già, perché le dittature, quelle vere, si mettono su «in nome della libertà», mica del fanatismo religioso, della lotta di classe di stampo marx-leninista, dell’antisemitismo, del razzismo in genere e di simili, volgari imitazioni dell’unico e vero Modello! No, amici, compatrioti, cittadini delle democrazie plutocratiche dell’Occidente, la sola e autentica tirannia è quella che si nasconde dietro il paravento della vostra libertà, anzi, è la libertà medesima! Parole indimenticabili. E, per favore, non andate alla ricerca del solito pelo nell’uovo domandandovi come si concili questa affermazione con la precedente, cosa ci azzecchi, cioè, l’equiparazione tra libertà e dittatura con la rivendicazione da parte del Presidente della (propria) libertà di parola. Davvero, credetemi, se non l’avete capito, non avete capito niente.

Lasciate, dunque, a chi invece ritiene di aver capito qualcosa, gridare alto e forte, qui ed ora, all’unisono con gli studenti dell'università Amir Kabirdi di Teheran, il mio personale e convinto
«Morte al tiranno!», nella speranza che diventi il grido di un’intera nazione, e se possibile dell’universo mondo. E, mi raccomando, capite bene a cosa e a chi alludo con il funesto auspicio ...

December 7, 2006

Aggiornamenti sul Papa (e Bush)

Solo un rapido aggiornamento sul viaggio del Papa in Turchia. Per tutte, questa Ansa sulle dichiarazioni all'udienza generale davanti a migliaia di pellegrini: ricordate le principali tappe del pellegrinaggio e il loro significato.

Segnalo, inoltre, su Foglie d'Erba, un articolo di Jeff Israely, scritto per Time Magazine e ripubblicato ieri in traduzione italiana sul Foglio. Oggetto: il rapporto Occidente-Islam e l'approccio di George W. Bush e di Benedetto XVI messi a confronto. Ottima lettura per il week-end. Ci risentiamo lunedì.

December 6, 2006

Da qui all'eternità

John Bolton è fuori, e giustamente, credo, Andrea Mancia commenta che questa è “la vera sconfitta di Bush.” Bolton, come ricordava Christian Rocca sul Foglio nel marzo 2005, è stato vicepresidente dell'American Enterprise, vale a dire il pensatoio che ha elaborato le politiche che sono state in seguito attuate (bene o male è un altro discorso) da George W., ma secondo Bill Kristol non sarebbe un neocon, ma piuttosto “un uomo di Dick Cheney." E tuttavia, come si diceva una volta, non v’è chi non veda che oggi, se Bush piange, i neoconservatives non ridono. Su questo, mi pare, non ci piove. Semmai—come notava ieri (ancora una volta, e sempre sul Foglio) Christian Rocca—sono i libertarians a ridere di cuore.

Personalmente, non ho alcuna intenzione di “prendere posizione,” anche perché, come ho già avuto modo di dire una volta, applicare schemi americani all’Italia è fuorviante. Tuttavia, vorrei spezzare una lancia per gli “sconfitti” (con o senza virgolette), sì, proprio oggi che sembrano essere caduti in disgrazia. E lo faccio non con ragionamenti originali ma con un paio di citazioni. Del resto, come qualcuno, qualche volta, ha osservato, nulla di ciò che si dice, si scrive e si argomenta è mai qualcosa di veramente «nuovo». Non solo, direi che la citazione va intesa sub specie aeternitatis—il che spiega, tra l’altro, il titolo del post, che non è soltanto un omaggio ad un magnifico film del tempo che fu …


L’esperimento americano non potrà sopravvivere in una situazione nella quale le sue élite culturali ostentano ciò che in molti tra i neoconservatori chiamano il “nichilismo ludico”, una sorta di calcolata indifferenza morale mista ad un profondo cinismo politico che si sposa ad un deliberato edonismo che consuma tutta l’esistenza umana nell’esperienza terrena. In gioco, ritengono i neoconservatori, ci sarebbe niente meno che la stessa legittimazione morale dell’ordinamento costituzionale americano e, in modo inquietante, I. Kristol, in un articolo del 1995 apparso su «The Public Interest», paventava persino l’inevitabilità di una reazione a tale nichilismo ludico ed edonismo cinico che sarebbe culminata in qualche forma di “aggressivo risveglio religioso”.
[Flavio Felice, Neocon e teocon, p. 109]

I Padri fondatori della Nazione americana e gli estensori della Costituzione degli Stati Unti non hanno inteso dar vita ad un esperimento di “nuda piazza pubblica”, nella quale i temi relativi alla rilevanza politica dei principi morali e religiosi fossero espulsi dalla vita pubblica. La Corte Suprema dovrebbe riconoscere che il Primo Emendamento fu pensato per creare le condizioni giuridiche e morali per il libero esercizio della religione—altrimenti il “no establishment” significherebbe la fine del libero esercizio della religione.
[George Weigel, Prefazione a Neocon e teocon, p. VIII]


Casini a parte (updated)

Sul diluvio di critiche che si è abbattuto su Pierferdinando Casini, mi sembra che qui sia stato colto il punto fondametale. Del resto, da quel che ho letto di sfuggita su Europa di ieri, sembrerebbe che pure nel campo avverso ci siano idee chiare circa il cui prodest—al di là delle apparenze—della manovra casiniana.

UPDATE Dec. 6, 2006, 3:00 pm

Interessante—e a mio avviso condivisibile—l'editoriale che si legge sul Foglio di oggi:

Nel centrodestra si sta scatenando una specie di bufera in un bicchier d’acqua per le recenti prese di posizione di Pier Ferdinando Casini. Ma che cos’ha detto o fatto, in fondo, di nuovo il leader dell’Udc? Continuerà a incontrarsi con Silvio Berlusconi, che gli resta “simpatico”, ma non parteciperà a vertici della Casa delle libertà, come peraltro faceva da tempo. Insiste sulla connotazione moderata che deve caratterizzare, secondo lui, un’opposizione efficace, mentre pensa che le scelte di movimento finiscano con il consolidare la maggioranza tenuta insieme dall’unico mastice dell’antiberlusconismo. L’aveva già detto e ripetuto. Ha preferito riunire i suoi seguaci a Palermo anziché confondersi nell’oceanica manifestazione romana. Non è il primo che si domanda se lo si nota di più se va o non va a una riunione, e sembra che abbia fatto la scelta giusta, almeno sul piano della visibilità. Casini ha cinquant’anni, il che, nella gerontocrazia dellapolitica italiana, lo classifica come un giovane di belle speranze. E’ in competizione, non con il monumentale Berlusconi, ma con Gianfranco Fini, e quando quest’ultimo gioca la carta della fedeltà, lui esibisce quella dell’indisciplina; si è già visto altre volte lo stesso gioco, magari a parti rovesciate. L’Udc è una formazione politica professionale, molto legata alle rimembranze, tutt’altro che disprezzabili, della Prima Repubblica e gioca una partita soprattutto al livello del ceto politico, probabilmente allo scopo di ottenere un sistema elettorale più vantaggioso. E’ un modo di esercitare l’opposizione consono alla sua natura e alla sua cultura politica.
Non è detto che otterrà i risultati che si prefigge, ma non rappresenta alcun vantaggio per il centrosinistra, nonostante qualche ammiccamento un po’ goffo di Romano Prodi. Con Casini gli altri leader del centrodestra debbono convivere, misurare le differenze e valorizzare le coincidenze di interessi, che per ora sono prevalenti. Solo se continueranno a farsi prendere dal nervosismo riusciranno a farsi del male da soli.

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December 4, 2006

Perché in Turchia ha vinto il Papa

Tra le tante cose che sono state scritte sul viaggio del Papa in Turchia ce ne sono alcune che penso meritino di essere rilette a mente fredda. Del resto, forse sarebbe il caso di istituzionalizzare, almeno in qualche settore “anomalo” della blogosfera, la sana abitudine di non inseguire sempre e soltanto la cronaca, per quanto intrecciata, come in questo caso, con la Storia, ma di mantenere lo sguardo fisso su ciò che va ben oltre, quando ne vale veramente la pena.

A proposito di ciò che possiamo considerare «storico», comunque, Vittorio Messori ha detto la sua egregiamente sul Corriere del primo dicembre. In sostanza, il grande giornalista-scrittore cattolico esorta appunto a non scomodare la storia, e bacchetta implicitamente i tre quarti della carta stampata italiana. Quello che mi piace di più, in Messori, è proprio questa vocazione irrefrenabile a collocarsi qualche miglio lontano dal coro, mantenendo, a volte, un understatement tanto apprezzabile quanto scorbutico …, segno inconfondibile di onestà intellettuale. L'incontro tra Benedetto XVI e Bartolomeo I, patriarca di Costantinopoli, insomma, non rappresenta nulla di eccezionale, e Messori spiega molto bene perché, ricorrendo naturalmente a solide argomentazioni storiche. In particolare, a suo avviso,

[n]on si può certo mettere tra le novità la constatazione — ovvia per un cristiano—che l'uccidere in nome di Dio non è un omaggio all' Onnipotente bensì la peggiore delle bestemmie. È un richiamo, evidentemente, all'estremismo islamista, per il quale omicidio e suicidio sono sì condannati dal Corano, ma sarebbero meritori se compiuti nella lotta per la causa di Allah.

Caso mai, suggerisce Messori, bisognerebbe allargare la prospettiva e dar retta al professor Nicola Bux (docente di ecumenismo e consultore della Congregazione della Fede), secondo il quale destinatari del “messaggio” sarebbero, oltre che i musulmani, le

autorità dei Paesi dove l'ortodossia è maggioranza e dove la religione si mescola con il nazionalismo, riducendo nei fatti a cittadini di serie inferiore coloro che aderiscono ad altre confessioni cristiane, a cominciare dai cattolici.

Analisi altrettanto stimolanti, hanno svolto Gianni Baget Bozzo e Sandro Magister, i quali, mi sembra, concordano sostanzialmente sul senso complessivo del viaggio pontificio: l’accento posto sulla libertà di coscienza. Mentre, però, Gianni Baget Bozzo ha svolto un ragionamento più che altro geo-politico, il vaticanista dell’Espresso si è mantenuto sul terreno filosofico. Il che rende ancor più convincente l’identica conclusione.

Magister ha messo molto bene in evidenza, in particolare, la continuità tra la lectio magistralis di Ratisbona e la visita in Turchia. Una continuità che si è espressa non soltanto con le parole pronunciate dal Papa, ma anche, e forse soprattutto, con i «gesti», lasciando intravedere, tra l’altro, quanto Joseph Ratzinger stia facendo tesoro della grande lezione del suo predecessore.

Nel giorno della festa di sant’Andrea Benedetto XVI è entrato nella Moschea Blu di Istanbul con la croce di Gesù ben in vista sul petto, ha sostato davanti al mihrab rivolto alla Mecca, ha pregato in silenzio a fianco del gran mufti che sussurrava le parole iniziali del Corano: tutto questo ha fatto con la libertà e la chiarezza scolpite dalla sua lezione di Ratisbona. Ma un gesto non meno simbolico è stato, poco prima, l’ingresso del papa in Santa Sofia, oggi museo e in precedenza moschea e prima ancora chiesa cattedrale del patriarcato di Costantinopoli, nella terra in cui è fiorito il primo cristianesimo. In Santa Sofia Benedetto XVI non si è raccolto in preghiera, non ha ripetuto il gesto di Paolo VI qui in visita nel 1967.

Tutta da interpretare—ma non è difficile—questa gestualità: un profondo rispetto, quasi eroico, perfino, per la religione degli altri.

Quanto alla filosofia, assunto che “la vera meta del viaggio” è “Pietro che visita Andrea,” vale a dire: “il successore del primo degli apostoli che abbraccia il successore dell’altro apostolo, missionario tra i greci,” il messaggio che il Pontefice ha voluto trasmettere è trasparente, così come la continuità, appunto, con Ratisbona, cioè con la rivendicazione dell’incontro tra il Vangelo e il Logos:

L’apostolo Andrea – ha ricordato Benedetto XVI – “rappresenta l’incontro fra la cristianità primitiva e la cultura greca”. E cos’è questo se non l’incontro tra il Vangelo e il Logos, che era il cuore della lezione di Ratisbona? Il dialogo “secondo ragione” tra il cristianesimo e le altre religioni, in primo luogo l’islam, è per Benedetto XVI indissolubilmente legato alla ricerca dell’unità tra i cristiani. E il dialogo “secondo ragione” con l’islam esige, appunto, che sia sciolto ogni legame tra fede e violenza. Nelle sue omelie e nei discorsi in Turchia, papa Joseph Ratzinger ha incessantemente reclamato la libertà di religione. Con ripetute menzioni ai martiri – anche di oggi, come don Andrea Santoro – che hanno dato la vita per aver pacificamente testimoniato la loro fede cristiana.

Magister conclude riportando per intero le considerazioni svolte da Benedetto XVI il 30 novembre dopo aver assistito alla Divina Liturgia di San Giovanni Crisostomo celebrata da Bartolomeo I nella chiesa patriarcale di Costantinopoli. Un discorso, osserva il vaticanista, che sintetizza efficacemente il pensiero del Papa. Ovviamente, si tratta di una lettura molto raccomandabile.

Un ultimo punto da considerare sul viaggio del Papa è il contesto geo-politico nel quale si è svolto. Se n’è occupato, come dicevo prima, don Gianni Baget Bozzo, che ha sintetizzato così la situazione:

Il problema turco è grave per l'Europa, perché la Turchia è parte fondamentale dell'equilibrio occidentale europeo e al tempo stesso è profondamente diversa dall'Europa non solo per la sua religione musulmana, ma per la sua forma singolare di secolarità. Il rigetto dell'integrazione della Turchia nell'Unione Europea potrebbe rappresentare una grave crisi nel Paese, mettendo in dubbio la stessa giustificazione della laicità turca che si legittima con la necessità di legare la Turchia all'Europa e all'Occidente. Ciò spingerebbe la Turchia verso l'identità islamica politica, e questo è il rischio della trattativa. D'altro lato, solo l'adesione all'Unione Europea potrebbe rafforzare i diritti del singolo, e quindi la libertà religiosa, all'interno della società turca come la Chiesa chiede.

A questo aggiungiamo il clima di tensione che ha fatto seguito alla lectio di Ratisbona, comprese le minacce dei gruppi estremistici turchi e di Al-Qaeda. Ebbene, ha scritto Baget Bozzo, Benedetto XVI avrebbe potuto non andare, “prendere atto che non esistevano le condizioni politiche del suo viaggio e sollevare così un autorevole dubbio sulla libertà religiosa garantita dallo Stato secolare turco,” e invece ha preso la decisione più coraggiosa che poteva prendere, è andato e non ha negato il suo sostegno alle speranze turche riguardo all’Europa (“un atto di carità verso il popolo turco”) e l’incoraggiamento verso tutti coloro che, come i cristiani cattolici, ortodossi e armeni, si aspettavano dal suo viaggio “un aiuto al loro difficile statuto di cristiani che vivono in Turchia.”

Insomma, non è solo per motivi filosofici o teologici se questo viaggio è stato un successo, e lo è stato sicuramente: il coraggio di Joseph Ratzinger non è stato meno determinante. Chissà, tra l’altro, se il Papa aveva messo nel conto che l’Europa avrebbe anunciato la sospensione della trattativa con la Turchia per l’ingresso di quest’ultima nell’Unione proprio durante il suo viaggio, aggiungendo tensione a tensione, rischi a rischi. La Ue, a ben vedere—e malgré soi, vien fatto di pensare—, ha contribuito non poco a ingigantire il successo di un’impresa che all’inizio sembrava quasi disperata.



December 2, 2006

Sapere e Sapienza

Qualche giorno fa, monsignor Gianfranco Ravasi ha regalato ai lettori della sua rubrica quotidiana su Avvenire (“Mattutino”) la «perla di saggezza» che riporto per intero qui di seguito.

La medicina crea persone malate, la matematica persone tristi e la teologia peccatori.

Se si guarda all'edizione tedesca, detta «di Weimar», delle opere di Lutero, c'è da rimanere sbigottiti di fronte a quel piccolo oceano di pagine e di tomi. Perciò mi resta solo la scelta di fidarmi, quando trovo in un articolo che sto leggendo questo aforisma come attribuito al grande Riformatore. Pur col paradosso tipico dei motti sintetici, c'è in esso un'importante verità. La competenza non è di per sé principio di salvezza o di certezza. C'è chi s'ammala proprio per colpa di terapie forse anche altamente calibrate; c'è chi si scoraggia mettendosi di buona volontà a studiare le scienze per capire, e c'è il teologo che personalmente traligna o crea sensi di colpa in altri o li fa sbandare lungo percorsi impervi. Proprio per questo, ferma restando la necessità della razionalità contro ogni irrazionalismo magico, contro cure da stregoni e contro devozionalismi visionari, è importante distinguere tra sapere e sapienza. Si può essere colti ed eruditi a livello alto, eppure incapaci di spiegare e di comprendere in profondità la verità e l'autenticità delle cose. La sapienza è, invece, una dote che è, sì, frutto di studio, ma è anche dono; è impegno di ricerca intellettuale, ma è anche maturità personale; è nitore di pensiero, ma è anche calore di passione. Non per nulla in latino sàpere significa «aver sapore» e studère è «appassionarsi». Su questo crinale si misura la vera cultura, ma anche la genuina ricchezza interiore di una persona. Ed è solo per questa via che si può diventare maestri, anche senza avere i titoli accademici.
Gianfranco Ravasi

November 30, 2006

Brogli, spy stories e cialtroni

“Si può però notare un certo parallelismo tra le due inchieste.” Quali? Beh, è ovvio: quelle di cui tutti parlano e scrivono, vale a dire quelle del Diario e della commissione Mithrokhin. E in cosa consisterebbe il parallelismo? Nel fatto che entrambe avevano tra i loro obiettivi quello di “portare alla luce, a tutti i costi, qualcosa di torbido.” Lo afferma Il Foglio in uno degli editoriali di oggi.

Premetto che non mi intendo di queste cose, per la semplice ragione che gli unici “gialli” ai quali mi sia mai appassionato sono quei film d’azione con inseguimenti folli per le strade di Manhattan o di San Francisco, quelli dobe Bruce Willis si incarica di dare una sistemata a qualche pazzo furioso scapato di galera e intenzionato a mettere sottosopra il pianeta. Dunque tendo a seguire più il mio naso che a seguire con scrupolo i mille fili invisibili delle spy stories, soprattutto quelle dove si esercita il genio italico delle mezze verità e delle mezze bugie, condite da un gusto casereccio per l’improvvisazione e una spiccata tendenza alla cialtroneria. Proprio per questo mi sentirei di condividere pienamente l’impostazione del Foglio. Uso il condizionale perché, in effetti, non voglio assumermi troppe responsabilità.

C’è da dire che il giornale di Giuliano Ferrara, a sua volta, fa un paio di premesse—che stavolta condivido senza condizionale—quanto mai opportune se non addirittura essenziali. Insomma, un approccio al problema che mi sembra importante segnalare. Copio incollo qui di seguito il pezzo, che ha oltretutto il merito di essere molto breve.

Premesso che il teorema di Enrico Deaglio – soggetto di un fortunato dvd e di un libro andati esauriti in edicola e oggetto di numerosi articoli dedicatigli da giornali e televisioni – sui presunti brogli elettorali del centrodestra si è già dimostrato infondato anche solo per elementari ragioni tecniche. Premesso anche che finché non saranno note le carte segretate della commissione parlamentare Mithrokhin non si potrà dire altrettanto di quello del coinvolgimento di esponenti della politica italiana nella rete spionistica dell’ex Unione Sovietica. Si può però notare un certo parallelismo tra le due inchieste. Quella giornalistica del direttore del Diario come quella parlamentare della commissione presieduta dal senatore di Forza Italia Paolo Guzzanti erano animate dalla volontà di portare alla luce, a tutti i costi, qualcosa di torbido. Così Enrico Deaglio si è affidato all’analogia, che non è precisamente un procedimento scientifico, per travasare i sospetti, peraltro smentiti dalla magistratura americana, sui brogli del conteggio elettronico dei voti della Florida sulla procedura cartacea delle elezioni italiane. Guzzanti ha cercato invece fonti nel grande caos dei reduci del Kgb, ed è probabilmente incappato nella ragnatela dei doppi e dei tripli ruoli che si recitano in quel sottobosco, più feroce e meno romantico di quello descritto dai romanzi di John Le Carré. Resta il fatto che la fantapolitica del direttore del Diario e le contorte vicende di un consulente della commissione parlamentare Mitrokhin hanno tenuto e tengono banco nella grande informazione italiana. Tutti sanno che si tratta di merce avariata, ma capace di solleticare qualche appetito sensazionalista, che evidentemente non è un’esclusiva di Deaglio e Guzzanti.

November 28, 2006

Fuga verso la Mole?

Non è il capo della redazione romana di Libero, Fausto Carioti, ma il blogger che risponde alle medesime generalità—e poi qualcuno si lamenta dei giornalisti che bloggano!—a farci omaggio di un’informazione piuttosto interessante: che al manifesto, anche dopo la fuoriuscita di Riccardo Barenghi-Jena (emigrato a La Stampa), c’è ancora qualcuno che talvolta anche delle persone (come dire?) terra-terra riescono a leggere e ad apprezzare. Tenersi forte please, perché si tratta nientemeno che di quell'intellettualone di Valentino Parlato, il quale stavolta l’ha proprio azzeccata riconoscendo che l’Unione altro non è se non “il parassita di Berlusconi” e campa sulla paura che il Cavaliere possa prendersi la rivincita. E che, in buona sostanza,

se Berlusconi non fosse sopravvissuto al suo mancamento l’Unione sarebbe al disastro, il suo collante si sarebbe sciolto e tutti i suoi componenti, grandi e piccoli, non saprebbero più che strada prendere, che cosa proporre, con chi governare e, soprattutto, governare per cosa.

Parole sante, mi pare. Resta però un dubbio: adesso dobbiamo aspettarci che anche Parlato si trasferisca armi e bagagli sotto la Mole Antonelliana?

Cossiga: dimissioni da respingere

Non mi intendo di protocolli di comportamento parlamentare, dunque non saprei se lo “sgarbo” di cui il Presidente emerito Francesco Cossiga ha accusato il ministro dell’Interno sia tale da costituire una motivazione sufficientemente grave per le dimissioni da senatore a vita. A intuito direi di sì, ma non ci posso mettere la mano sul fuoco—e con questo non voglio dire che, al limite, potrebbe trattarsi di una decisione presa per “futili motivi,” ma solo che, rispetto a una prassi consolidata che io ignoro, Cossiga potrebbe aver sopravvalutato (volutamente o no) la reale portata dell’incidente.

Il Presidente emerito, comunque, non è nuovo a questo tipo di annunci. Attenzione, però: gli scettici dovrebbero tener presente che, in precedenza, all’intenzione sono seguiti già due volte i fatti, cioè quando si dimise da ministro dell'Interno, dopo l'assassinio di Aldo Moro, e da Presidente della Repubblica, due mesi prima della naturale scadenza del mandato (nel 2002, invece, si dimise da senatore a vita in polemica con Carlo Azeglio Ciampi, ma le dimissioni furono respinte).

Una cosa è certa: Cossiga non finisce mai di stupire, di spiazzare, di vivacizzare la scena politica con “uscite” che possono apparire paradossali o meramente ironiche, provocatorie e quant'altro, e invece sono con ogni probabilità molto mirate e precise. Il bersaglio, in questo caso, forse è Amato, ma più probabilmente è il Capo della Polizia, o più probabilmente ancora sono entrambi. Ma il Presidente emerito sa anche giocare sublimemente di sponda, quindi può darsi che la palla da biliardo abbia una traiettoria più complessa, che c’entrino, cioè, situazioni e relazioni non ancora del tutto evidenti, o evidenti solo a chi può essere il destinatario “ultimo” del messaggio.

Per il resto, sinceramente, non credo che le dimissioni saranno, per così dire, coronate da successo. Come ha detto laconicamente Giulio Andreotti, “saranno respinte.” Personalmente ne sarei felicissimo, insieme a tutti gli estimatori di Cossiga, tra i quali da sempre mi ritrovo. Ma se così non fosse, dico semplicemente che, a mio parere, il Senato non sarebbe più lo stesso. Ecco perché dissento profondamente da queste parole:


«Non credo proprio che le mie dimissioni saranno una 'bomba' in questo particolare momento politico. Non vedo che influenza possano avere nella vita istituzionale e politica del Paese. Sono stato preso a pesci in faccia da Giuliano Amato. Amato, uomo prudente e molto attento a rapporti di forza ha fatto rispondere ad una mia interpellanza da uno sbirro di De Gennaro, Roberto Sgalla, mai conosciuto. Vuol dire che nella vita politica italiana non conto nulla. La sensazione è di non essere considerato utile al paese.»

Diciamo piuttosto che a qualcuno Cossiga potrebbe dar fastidio. Anzi, possiamo tranquillamente rinunciare al periodo ipotetico. In ogni caso, una cosa ben diversa, e una ragione in più per respingere le dimissioni, magari con tanto di scuse da parte di chi di dovere.


November 27, 2006

Ave Cesare, gli attori ti salutano

Sul Giornale di oggi Paolo Armaroli recensisce il saggio del sociologo Luciano Cavalli che Rubettino ha appena pubblicato: Giulio Cesare, Coriolano e il Teatro della Repubblica. Una lettura politica di Shakespeare. Un ottimo invito alla lettura per un libricino di 176 pagine (16 Euro) che, da quel che capisco, non tarderà a trovare adeguata collocazione nella mia biblioteca.

Interessante scoprire, ad esempio, che

le caratteristiche dei leader carismatici, a ben vedere, non le hanno né Cesare né Coriolano. Fulgidi eroi, sicuro. Ma eroi che, come l’Ettore di Omero, alla fine risultano perdenti soprattutto perché, ironia del destino, intendono fino in fondo essere se stessi.Il Valentino machiavellico è invece Antonio [...].

La conclusione dell’articolo (e del libro), invece, non sembrerebbe esattamente una scoperta ...


Alle corte, il vero leader è al tempo stesso imprenditore, regista e attore. Un uomo di spettacolo. Ma sì, un teatrante.Una conclusione amara? Può darsi. Ma al peggio, si sa, non c’è mai fine. Il grande teatro di una volta, pur imbevuto di lacrime e sangue, adesso ci tocca rimpiangerlo. In questo mondo che ci ha scippato i sogni giovanili e in cambio non ci dà nulla di nulla, tutto rimpicciolisce. Anche il teatro, ormai scaduto a teatrino. E il teatrino della politica dei giorni nostri appassiona unicamente la ristretta schiera dei partitanti, che sovente vivono di politica e non già per la politica. È proprio vero: alle tragedie seguono immancabilmente le farse. In un fiat siamo così passati da Carlo Marx ai fratelli Marx.


A chi importa?

Edward è un “patito” della demografia, ed ha tutte le ragioni per esserlo, a mio avviso. E’ per questo che, oltre ad aver dato vita recentemente ad un blog che si occupa di come vanno le cose qui in Italia dal punto di vista economico, ne ha creato un altro, il cui nome dice tutto: Demography Matters (scrive, per la verità, anche su A Fistful of Euros, ma questa è un’altra storia).

Qualche giorno fa ha chiesto lumi sulla fuga dei cervelli dal nostro Paese, ed io gli ho suggerito un malinconico articolo di Time magazine, non “recentissimo” (dell’aprile dell’anno scorso) ma molto interessante e, temo, ancora attuale. Argomento: la condizione giovanile in Italia. Ne è nato un nuovo post, al quale ho dato un ulteriore minimo contributo con un commento. Il tema del commento—che si riferisce ad un articolo del New York Times non meno penoso, per noi, di quello di Time—è la non-politica per la famiglia portata avanti dai governi italiani che si sono succeduti da tempo immemorabile.

La scorsa estate ho chiacchierato a lungo sull’argomento politiche per la famiglia con una famigliola tedesca conosciuta presso comuni amici italiani. Il confronto Italia-Germania ne è risultato, a dir poco, umiliante (avrei voluto sprofondare). Eppure, a detta di tutte le forze politiche nazionali, anche da noi la demografia importa, la famiglia importa, i figli, poi, sono un bene inestimabile, ecc., ecc. Un po’ come la scuola: tutti, a chiacchiere, la vogliono “rilanciare,” ma poi, quando vanno al governo, se ne infischiano o vanno esattamente nella direzione opposta (ogni riferimento a questa Finanziaria è superfluo).

Mi domando solo se ci sia un limite alla capacità dei nostri governi di scherzare su questioni di tale rilevanza, anche se non riguardano precisamente la massa critica dell’elettorato, ma “soltanto” i nostri figli, nipoti, pronipoti ...

November 23, 2006

Thanksgiving Day

Today is Thanksgiving Day in the United States. As for me, I wanted to give God a special THANK YOU ... for having given us all that Beautiful America! So I found this very valuable tribute:

November 22, 2006

Ma stavolta Diliberto ha ragione

Un aggiornamento al post sulla manifestazione di Roma. Innanzitutto per raccomandare, a chi ancora non l'avesse fatto, di leggere cosa ha scritto Luca Ricolfi su La Stampa ("Chi intossica i ragazzi"). Grazie a Sergio Vivi, che in un commento a quel post mi ha segnalato l'articolo. In secondo luogo consiglio vivamente l'articolo su Libero di Fausto Carioti, divenuto post nel blog del giornalista medesimo (A Conservative Mind). Molto interessanti anche i links ad altre "risorse" (tra le quali il già citato articolo di Ricolfi). Prendete, ad esempio, questa cosa presa da Repubblica:

Su una cosa, però, il segretario dei Comunisti italiani ha ragione: quando, intervistato da Repubblica, sbotta contro i suoi alleati: «Quanto opportunismo nella condanna e quanta ipocrisia nei miei colleghi!».


D'accordissimo con Carioti: stavolta non si può non essere d'accordo con Diliberto. Chi l'avrebbe mai detto?

Eppure, solo il Cavaliere ci può salvare

Berlusconi lascia. Macché, è una bufala. Neanche il tempo di stropicciarmi gli occhi, ieri, dopo aver letto Libero, ed ecco che arriva la smentita. Confesso, però, che io, a Libero, ho creduto subito. E neanche perché il capo della CdL potrebbe, sì, aver detto ciò che gli viene attribuito, ma si trattava di parole in libertà, pronunciate durante un pranzo tra amici, e dunque da non prendere alla lettera, ecc., ecc. No, io ho creduto e credo tuttora che quelle parole non solo il Cavaliere le abbia dette, ma le abbia anche pensate e meditate. E questo per la semplice ragione che il primo annuncio corrisponde più o meno esattamente a ciò che a me sembrerebbe la soluzione più logica, quella più «normale».

Già, la soluzione più normale. Sfortunatamente, però, questo non è un Paese normale: è il ritornello che immancabilmente mi perseguita tutte le volte che provo a tracciare ideali linee rette nei miei vani ragionamenti sulle politica italiana. Cosa c’è di normale in un Paese in cui Diliberto fa il capo d un partito di governo e in una coalizione che, senza i comunisti, rifondati o meno, non potrebbe andare da nessuna parte? Poi, d’accordo, ci sono le contraddizioni in seno al centrodestra, anche se a me, sinceramente, sembrano quasi insignificanti rispetto a quelle della controparte: che cosa sono, per dire, le differenze tra Roberto Maroni e Adolfo Urso rispetto a quelle tra Antonio Polito e Francesco Caruso?

Comunque, qualcuno dovrebbe pur cominciare a lavorare seriamente per far sì che, un po’ alla volta, l’Italia “si normalizzi.” Ecco, questo, a mio avviso, è il punto: se aspettiamo che cominci la sinistra stiamo freschi … In altre parole, e lo dico senza ironia e senza arrière pensées, solo Berlusconi ci può salvare. Come? Penso che lo abbia spiegato abbastanza bene Andrea Romano con l’editoriale pubblicato su La Stampa di oggi. Romano—storico dell'Europa contemporanea, ex Direttore scientifico di Italianieuropei e autore di The Boy. Tony Blair e i destini della sinistra, il più documentato resoconto in lingua italiana della carriera politica del Primo ministro britannico—sarà anche di parte, ma lo è nella maniera giusta, cioè à la Luca Ricolfi, e dunque gli si può dar credito. Ecco la parte centrale dell’articolo:

Per il centrosinistra si aprirebbe una stagione nuova, nella quale diminuirebbe la tentazione di ricorrere a giorni alterni allo spauracchio del berlusconismo che torna. Forse non smetteremmo dall'oggi al domani di ascoltare il lamento sulla pesante eredità lasciata dal passato, sulle ferite ancora da cicatrizzare nella coscienza morale del paese, sull'urgenza di tirare la cinghia per rimediare ai danni provocati dai precedenti inquilini. Ma con il passare delle settimane l'attenzione di tutti andrebbe quasi naturalmente a posarsi sulle cose da fare nel lungo periodo, con sensibile giovamento alla prospettiva di un governo che potrebbe spiegare con maggiore serenità la direzione nella quale si sta muovendo. Perché quel governo avrebbe comunque di fronte a sé un'opposizione agguerrita e rigorosa, ma impegnata a cercare al proprio interno le risorse politiche e personali per voltare pagina. E chissà che a sinistra non si discuterebbe meglio anche di partito democratico e affini, potendo pensare al domani con più tranquillità.

Forse mettendo persino in cantiere un avvicendamento delle proprie classe dirigenti, con la dovuta pacatezza e i necessari onori per chi ha tenuto il timone tanto a lungo, ma associando quel capolavoro di ingegneria così difficile da vendere alle masse con l'arrivo di nuove leve né postcomuniste, né postsocialiste né postdemocristiane.

Ma anche per il centrodestra gli effetti di un avvenimento tanto normale non sarebbero meno salutari. In fondo molte sue personalità di rilievo potrebbero liberare una buona parte della giornata dal compito di rassicurare Berlusconi della propria lealtà, dedicandosi finalmente a discutere di politica.


And this is the way of life


Have you ever noticed a tree standing naked against the sky, how beautiful it is? All its branches are outlined, and in its nakedness there is a poem, there is a song. Every leaf is gone and it is waiting for the spring. When the spring comes it again fills the tree with the music of many leaves, which, in due season ,fall and are blown away. And this is the way of life.

—Krishnamurti

November 19, 2006

Solo quattro imbecilli?

Erano solo quattro imbecilli, ha detto, e già su questo modo disinvolto di minimizzare ci sarebbe molto da dire. Ma il punto non è questo. Il punto è che accanto a loro ha sfilato anche lui.

Estremisti, pazzoidi, spalleggiatori di terroristi e fans dei dittatori ci saranno sempre, è più forte di loro, è un’attrazione fatale per il fascismo e per tutto ciò che gli assomiglia (malgrado la sgargiante vernice rossa dietro cui così spesso si nasconde), un apprezzamento sottinteso, e a volte neppure tanto, per i regimi più sanguinari—per i quali c’è sempre una parola di comprensione, una giustificazione—che spesso sfocia in comportamenti patologici e demenziali.

Questa gente è presente in Francia, in Germania, in Gran Bretagna—basta leggere la sezione dei commenti in alcuni blogs “blairiani” per rendersene conto e vedere fino a che punto può arrivare un odio atavico per la democrazia liberale, un disprezzo totale per le “libertà borghesi” e chi se ne fa paladino. Sono cose che sappiamo, che riconosciamo a fiuto lontano un miglio.

Ma, appunto, il fatto è che accanto a loro c’era anche il segretario di un partito che fa parte della maggioranza politica che esprime il legittimo governo del Paese. Ed è questo che è inaccettabile. Non perché non ce lo aspettassimo: conosciamo bene il punto di vista di Oliviero Diliberto su certe questioni. E neppure perché lo consideriamo granché diverso da quelli che hanno gridato: «L'unico tricolore da guardare è quello disteso sulle vostre bare». Semplicemente, da sabato 18 novembre in poi, non è più accettabile la permanenza di uomini di quel partito nel governo. Ecco perché, se l’Italia—come amava auspicare il nostro ministro degli Esteri—fosse un Paese normale, oggi tutti i giornali, le agenzie e i telegiornali ci avrebbero confortati con una grande notizia. Ma siccome normali non siamo, quella notizia non è arrivata né mai arriverà.

Dalla sinistra, qualcuno, tra cui chi scrive, si è già dimesso a causa di certe contiguità. Purtroppo, dimettersi da cittadini italiani—tentazione automatica in circostaze analoghe e in assenza di "decisioni drastiche" da parte di chi sarebbe moralmente tenuto a prenderle—è un po’ più complicato, anche ammesso che sia giusto (e non credo affatto che lo sia). La morale della favola è che dovremo tenerci Diliberto. Almeno fintantoché la parola non verrà ridata al popolo. Io ho fede nel popolo.

UPDATE: 20 Novembre, ore 9:20
Da non perdere l'editoriale di Angelo Panebianco sul Corriere di oggi, lunedì 20. Non si parla solo della manifestazione di Roma: ce n'è anche per quella di Milano. E la conclusione del ragionamento è che

le componenti riformiste della maggioranza dovrebbero fare di più, forse molto di più [...]. Anche a costo di scontrarsi con la sinistra estrema.

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November 17, 2006

Quelli che i teo-con ...

E’ apparso ieri sul Giornale l’articolo di Gaetano Quagliariello di cui mi occupo in questo post. Professore di Teoria e storia dei partiti politici e di Storia comparata dei Sistemi Politici Europei presso la Facoltà di Scienze Politiche della Luiss Guido Carli (Roma), nonché presidente della Fondazione Magna Carta e senatore di Forza Italia, Quagliariello ha affrontato un argomento—i teo-con, con particolare riferimento ai risultati delle elezioni di medio termine negli Stati Uniti—che è attualissimo, e tale è destinato a rimanere ancora per un pezzo.

Quagliarello svolge una riflessione piuttosto articolata. Innanzitutto lamenta giustamente che c’è un mucchio di gente che parla e scrive dei teo-con senza avere la più pallida idea di cosa si tratti. E dunque si prende la briga di spiegare che cosa si deve intendere con quel termine. Avendo rilevato io stesso qualche “anomalia” nel modo in cui la questione viene spesso affrontata—il professore fa esplicitamente il nome di Claudio Magris, che anch’io avevo chiamato in causa a tal riguardo—una conferma così autorevole mi conforta non poco.

Della “infelice definizione” di cui sopra, spiega Quagliariello, si è parlato tanto “ma per lo più a vanvera.” Ad esempio


per taluni i teo-con sono i cattolici più conservatori e integralisti; per altri dei disprezzabili «atei devoti» alla Maurras; per altri ancora dei convertiti di fresco che, in quanto neofiti, non accettano che la forza della loro passione possa contaminarsi con il necessario compromesso. Questa confusione di significati ha reso difficile persino polemizzare. Accade che si perda del tempo per rispondere a critiche vanesie frutto d'incontinenza intellettuale (è vero professor Magris?), mentre si lasciano inevase quelle che ai teo-con pongono interrogativi più seri.

Segue una definizione storico-critica del termine che più accurata e approfondita di così non potrebbe essere, se pensiamo che, malgrado l’autorevolezza dello scrivente, stiamo parlando pur sempre di un articolo di giornale. Qui non cito perché sarebbe troppo lungo (e non mi sembra il caso di estrapolare da una sintesi che probabilmente è già tirata al massimo), ma invito caldamente i miei lettori a leggere con attenzione quella parte del testo.

Tra gli “interrogativi più seri” ci sono quelli posti dal cardinale Scola nell'ultimo numero della rivista Oasis. Il patriarca di Venezia, rassume Quagliariello,

si chiede, innanzi tutto, se sia corretto, e sopattutto utile, nel dialogo con il «grande Oriente», accreditare un'identificazione assoluta tra il cristianesimo e la civiltà occidentale. Sulla scorta di tale interrogativo, e alla luce dell'esperienza degli ultimi anni, si domanda poi se l'esportazione della democrazia non sia stata una pretesa intellettualistica e astratta e se, al cospetto di quel fallimento, non ci sia oggi da rivalutare il pacifismo profetico al quale Giovanni Paolo II concesse tanta forza, al momento delle decisioni sulla guerra in Irak.

Per la verità, qui mi sembra necessario fare una precisazione: il pensiero del cardinale, nell’originale, è un po’ diverso. Angelo Scola, cioè, invita a riflettere soprattutto

sul perché in Oriente sia stata resa possibile una confusione così totale tra Cristianesimo e civiltà occidentale. Questa confusione consente a tanti fratelli islamici di denunciare insieme Cristianesimo e Occidente come se fossero la stessa cosa, accomunati nella stessa decadenza; non possiamo limitarci a liquidarla come una critica semplicistica.
[Il corsivo è mio]
E poi così prosegue:

Non credo che i cristiani debbano gettare un velo di negatività su tutta l'esperienza moderna che così fortemente segna l'Occidente, ma certo è importante raccogliere la critica "orientale", assumendo interrogativi coraggiosi circa la pretesa di ridurre la religione a un fatto privato, la pretesa intellettualistica e astratta delle "democrazie da esportare", la pretesa di una insopprimibile libertà di coscienza che però coincide con il "vietato vietare". Insomma, grande è l'attualità della formula conciliare: il
Cristianesimo genera per sua natura culture, ma non si lega a nessuna cultura.


A me sembra, insomma, che il ragionamento del cardinale non sia stato interpretato in maniera del tutto corretta. Questione di accenti, certo, ma accenti che spostano di parecchio il punto focale del discorso. Ma su questo penso che tornerò con un post ad hoc.

Quagliariello prosegue il suo ragionamento agganciando la sconfitta dei repubblicani:

L'eco di questi stessi interrogativi è sembrato risuonare nelle sentenze di condanna - assai spesso più rozze - che in tanti si sono affrettati a pronunziare dopo la sconfitta di Bush nelle recenti elezioni parziali: quei risultati, ancor più che punire una politica, avrebbero segnato il tramonto di un'analisi. Proprio quella che i cosiddetti teo-con, con più coerenza e completezza di altri, avevano proposto dopo l'11 settembre. A me pare, invece, che questa risposta risulti quanto meno affrettata.Scola, infatti, ha ragione quando individua l'errore - innanzi tutto storico - di chi sovrappone Occidente e cristianesimo. Quel che però preoccupa, e dovrebbe vieppiù preoccupare la Chiesa, è che a tale percezione sbagliata nel mondo islamico non corrisponda alcuna realtà effettiva. A Ovest, infatti, il legame tra cristianesimo e democrazia è percepito in modo sempre più rarefatto: soprattutto in Europa.
[Il corsivo è mio]

Qui, mi sembra, il presidente di Magna Carta ha colto nel segno: ma quale identificazione? L’Occidente, malgrado le indubbie «radici cristiane», ha oggi abbastanza poco da spartire con il Cristianesimo. No so se questo debba costituire la principale preoccupazione della Chiesa, ma certamente la cosa, da un punto di vista cristiano-cattolico, è piuttosto grave. Da altri punti di vista, indubbiamente, può rappresentare una “conquista,” ma personalmente, al posto di un ateo, laicista e mangiapreti, ci penserei bene a rallegrarmene. No credo, in altre parole, che occorra essere degli «atei devoti» à la Marcello Pera e Giuliano Ferrara per arrivare a preoccuparsi delle conseguenze, per la polis, della scristianizzazione galoppante. Ma questo (forse) è un altro discorso (o forse no).

Anche la conclusione di Quagliariello mi sembra condivisibile:

E questa è, tra l'altro, la causa del fatto che l'impegno per la diffusione della democrazia sia stata intesa come semplice esportazione di procedure con un insufficiente riguardo per i suoi fondamenti e i suoi principi inalienabili. La pratica, così intesa, oltre che inutile, può rivelarsi dannosa. Essa sta rischiando di legittimare quell'infausto connubio tra democrazia e relativismo già denunziato da Giovanni Paolo II, concedendo la patente della sovranità popolare a dittatori e gruppi terroristici. Il rischio è sotto i nostri occhi: cosa è accaduto in Iran dopo la vittoria di Ahmadinejad? E all'interno dell'Autorità palestinese con la vittoria di Hamas? E cosa accadrebbe in Libano se, come taluni propongono, si accettasse senza scandalo il doppio ruolo degli Hezbollah come forza «di lotta» e di governo?Queste domande, però, se da un canto evidenziano le insufficienze di una politica chiamando in causa anche responsabilità precise sul modo d'interpretare il dopo-guerra iracheno, dall'altro non debbono condurre a rimettere le nostre responsabilità di fronte ai rischi che l'equilibrio mondiale sta correndo. E non dovrebbero indurre a far ciò nemmeno la Chiesa. Al cospetto dell'escalation del fondamentalismo e della violenza terroristica da esso ispirata la speranza resta che i principi di fondo della democrazia divengano sempre più contagiosi, utilizzando anche il veicolo del confronto tra le religioni. Solo in tal modo tra l'altro, fede e ragione potranno tornare a comunicare anche oltre i confini della cristianità mettendo a bando la violenza e il terrore, così come auspicato da Benedetto XVI.

Una strana settimana

Questa è stata una settimana un po’ strana per il sottoscritto: una serie di impegni, nessuno dei quali particolarmente gravoso, ma nell’insieme il risultato è che ho potuto seguire poco avvenimenti, pazzie collettive (se dei governati o dei governanti è in fondo un falso problema …), commenti, e tutto quanto fa spettacolo sui vecchi e nuovi media, e meno ancora mi è riuscito di riferirne qui. Può darsi che qualcosa di ciò che mi aveva colpito maggiormente io riesca a recuperarla, di qui a lunedì, ma non ci scommetterei. Oggi, comunque, riprendo un articolo pubblicato ieri. Il resto si vedrà. A risentirci tra un momento.