November 11, 2006

Monte Sant'Angelo

Monte Sant’Angelo, sul Gargano, provincia di Foggia, a 850 metri sul livello del mare. Ci sono stato qualche anno fa e ne conservo un ricordo indelebile. Il contesto naturale è semplicemente stupendo. La città è cresciuta intorno al celebre Santuario di San Michele—sorto tra la fine del V e l’inizio del VI secolo—e conserva miracolosamente un aspetto antico e severo, intriso di spiritualità e di storia, di devozione e di mistero. Se non è cambiata nel frattempo, fate conto che il tempo (il “progresso”), da quelle parti, non abbia provocato i danni che sono visibilissimi in una quantità di luoghi sacri e profani di mezzo mondo.

La “Celeste Basilica” sorge nel luogo indicato, secondo la tradizione, dallo stesso Arcangelo: una grotta. E’ l’unico luogo di culto della cristianità non consacrato da mano umana, in quanto alla consacrazione ha provveduto lo stesso Titolare ... Sono passati di lì papi, re, imperatori e santi. Tra questi ultimi San Francesco, nel 1226. Ma non volle entrare nella Grotta, ritenendosi indegno, e pertanto si fermò sulla soglia, baciò la terra e incise su una pietra il segno di croce in forma di Tau.

Se questo post vi ha incuriosito date una letta alla Guida illustrata—succinta ma molto ben documentata—che ha scritto il Padre Ladislao, della Congregatio Sancti Michaelis Archangeli, cioè la congregazione di religiosi che dal 13 luglio 1996 ha assunto ufficialmente la cura pastorale del Santuario. Altre belle immagini le potete ammirare nel sito del Comune.

Se non siete ancora stati a Monte Sant’Angelo, sappiate che avete perso qualcosa. Che siate credenti o meno. Oggi, festa di San Michele,* volevo giusto farvelo sapere.

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*Questo post è stato pubblicato per la prima volta su windrosehotel.splinder.com il 29 settembre 2005

Todorov: A che cosa apparteniamo

Su la Repubblica del 30 giugno («Diario»), Tzvetan Todorov ha tracciato un profilo dell’«identità europea» che merita di essere letto e meditato. Todorov parte da una celebre definizione del poeta e saggista francese Paul Valéry:


Io chiamo europei, diceva in sostanza Valéry, i popoli che nel corso della loro storia hanno subito re grandi influenze: quelle che possono essere simbolizzate dai nomi di Roma, Gerusalemme e Atene.
Da Roma vengono l’impero con il potere statale organizzato, il diritto e le istituzioni, lo status di cittadino. Da Gerusalemme, o per meglio dire dal cristianesimo, gli europei hanno ereditato la morale soggettiva, l’esame di coscienza, la giustizia universale. Atene, infine, aveva lasciato in eredità il gusto della conoscenza razionale, l’ideale di armonia, l’idea dell’uomo come misura di tutte le cose.
Chiunque possa fregiarsi di questa tripla eredità, concludeva Valéry, può a giusto titolo essere definito europeo.

Todorov spiega così il contributo del cristianesimo:


Il cristianesimo ci ha lasciato in eredità non soltanto le idee di individuo e di universalità, o il gusto della conoscenza del mondo, ma anche, per quanto possa apparire paradossale, l'idea di laicità. È con le frasi del Cristo, «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio» (Mt 22, 21), oppure «Il mio regno non è di questo mondo» (Gv 18, 36), che la necessità di separare terra e cielo, gli affari dello Stato e quelli della Chiesa, compare per la prima volta. Il teologico non conduce al politico, la trascendenza è vissuta in modo individuale.

E quello della Grecia:


La tradizione greca, a sua volta, ci trasmette anche un'idea politica importante, quella di democrazia. La comunità di tutti i cittadini è ormai responsabile del destino politico dello Stato nel suo insieme. Il potere assoluto del tiranno, del re o degli aristocratici, vale a dire di una minoranza, è messo in discussione. La democrazia greca, ovviamente, è imperfetta rispetto alla forma che hanno assunto oggi le nostre esigenze democratiche, perché più della metà della popolazione, all'epoca, ne era esclusa: le donne, gli stranieri, gli schiavi. Ma resta comunque il fatto che quella è stata la prima apparizione del concetto di sovranità popolare.

Ma secondo Todorov ci sono “contributi dell'epoca moderna, che ci sembrano altrettanto essenziali per l'identità culturale del nostro continente,” vale a dire:


Il secolo dei Lumi, che sintetizza e sistematizza il pensiero europeo dei secoli precedenti, occuperebbe in questo caso un posto di primo piano. L'idea di autonomia, messa in risalto da Kant, consiste nell'affermare che ogni essere umano è in grado di conoscere il mondo autonomamente, e di decidere del proprio destino. Proprio come il popolo è sovrano in una democrazia, l'individuo lo può diventare nel proprio ambito personale. Il XVIII secolo vede inoltre l'avvento dell'umanesimo, vale a dire della scelta che consiste nel fare dell'uomo stesso la finalità dell'azione umana. Lo scopo dell'esistenza umana sulla terra non è più cercare la salvezza della propria anima nell'aldilà, ma raggiungere la felicità sulla Terra. Il riconoscimento di una pluralità legittima, che sia quella delle religioni, quella delle culture o quella dei poteri in seno a uno Stato, va ad aggiungersi anch'esso all'eredità che l'Illuminismo ha lasciato all'identità europea: essa incorpora il concetto di pluralismo.

Fin qui, mi pare, quello di Todorov è un utile “ripasso” di ciò che già sappiamo (o dovremmo sapere), in forma di riassunto per sommi capi e con chiara finalità “didascalica.” Ma la sua riflessione tenta di muovere qualche passo in avanti. E a un certo punto lo studioso si domanda se noi, per caso, non stiamo “reiterando il nostro ideale contemporaneo, contentandoci di cercargli delle prefigurazioni storiche.”

In sostanza, scrive Todorov, se da una parte, e senza ombra di dubbio, queste “prefigurazioni” esistono, dall’altra non si può negare che esse non sono le uniche. Ad esempio, se l'idea di uguaglianza fra tutti gli esseri umani è sicuramente un portato della storia europea, anche quella di schiavitù lo è, come lo sono la tolleranza è il suo contrario, cioè il fanatismo e le guerre di religione. E allora? Come uscire dall'impasse in cui ci troviamo? Tanto per cominciare, suggerisce Todorov, occorre

ricordare che l'identità collettiva di cui l'individuo è parte non è mai unica. Gli esseri umani non hanno alcuna difficoltà ad assumere più identità alla volta, e dunque a provare molteplici solidarietà. Questa pluralità è la regola, non l'eccezione. Oltre che, per fare un esempio, "francese", io mi riconosco anche come originario di una certa regione, come uomo o donna, come un adolescente o un pensionato, come un individuo appartenente a un determinato ambiente, che esercita una determinata professione, che professa una determinata religione.

Dunque, c’è ancora spazio per “un'identità spirituale europea?” Sì, secondo lo studioso francese:

L'unità della cultura europea risiede nella sua capacità di gestire le diverse identità regionali, nazionali, religiose, culturali che la costituiscono, e di trarne profitto.

La parola chiave è, naturalmente, «pluralismo». Tra i pensatori del XVIII secolo, è Montesquieu colui che, parlando dello Stato, ha indicato quale fosse il nocciolo del problema. Interpretando “la contrapposizione fondamentale tra Stati moderati e Stati tirannici come quella tra la ripartizione dei poteri tra più soggetti o la loro concentrazione nelle mani di uno solo.”

Mi sembra una buona base per una riflessione che affronti il tema dell’identità europea con sufficiente rispetto per la complessità della materia. In particolare, colpisce il fatto che tra le tre radici segnalate da Valéry e il supplemento di indagine proposto (abbozzato) da Todorov vi sia un legame profondo e indissolubile. Resta solo il dubbio che una lettura estensiva del concetto di «pluralismo» possa sfociare in una sorta di “agnosticismo” in cui si finisca per rassegnarsi alla relativizzazione dello stesso pluralismo, visto che abbiamo a che fare, tra l’altro, con qualche fondamentalismo che nel frattempo ha messo radici in Europa. Ma questa non sembra certamente l’idea che Todorov si è fatto della questione.

[Questo post è stato pubblicato per la prima volta su windrosehotel.splinder.com il 2 luglio 2006]

What's Left? (2)

Oliver Kamm isn’t the only one who has had a preview of Nick Cohen’s new book, What's Left? How the Liberals Lost their Way, due to be published in February. Norm also has had the opportunity to read the book in draft, and here are the two excerpts he has selected to share with his readers:

The anti-war movement disgraced itself not because it was against the war in Iraq, but because it could not oppose the counter-revolution once the war was over. A principled Left that still had life in it and a liberalism that meant what it said might have remained ferociously critical of the American and British governments while offering support to Iraqis who wanted the freedoms they enjoyed. It is a generalisation to say that everyone refused to commit; the best of the old Left in the trade unions and Parliamentary Labour Party supported an anti-fascist struggle regardless of whether they were for or against the war, and American Democrats went to fight in Iraq and returned to fight the Republicans.
But... no one who looked at the liberal-left from the outside could pretend that such principled stands were commonplace.

[…]

If the new left of the 21st century is to be a liberal-left worth having, then it must learn from the best of the old traditions. First, it must understand that we are lucky people who have won life's lottery. An accident of birth has given us freedom and the wealth that comes with it. We don't have an obligation to overturn tyranny by military force. But we have no right to turn our backs on those who want the freedoms we take for granted. We have no good cause to scoff at them and make excuses for the men who would keep the knife pressed to their throats. The best reason for offering them support is that we can. We have the freedom to vote, to lobby, to protest, to write and to speak, and there is no point in having freedom unless you use it to a good purpose.



November 10, 2006

E' ancora l'America di Tocqueville


Sembra un destino, il voto americano mi riconcilia con le penne che ho più detestato e punzecchiato (punzecchiare una penna? Vedi un po' 'sti bloggers cosa si inventano ...). Ieri Vittorio Zucconi, oggi Francesco Merlo, naturalmente su Repubblica, entrambi. Un editoriale memorabile (grazie di cuore a Camillo che ha raccomandato la lettura). Riporto solo la conclusione, ma voi datemi retta (anche a Camillo, ci mancherebbe!), leggetevelo tutto e poi mettetelo da parte.

E restiamo a bocca aperta vedendo che anche Bush, come tutti gli altri, ci impartisce lezioni, nonostante la stanchezza di una nazione in guerra. L'America di Bush è ancora l'America di Tocqueville, e rimane il nostro modello di riferimento. La sola differenza è che oggi siamo noi quegli incredibili americani che furono scoperti e deformati dai pregiudizi. Con una lingua politica che è una babele, con le procedure istituzionali ridotte ad apparati cerimoniali, con una inaderenza cadaverica alla realtà che velocissima ribolle, siamo noi "i decaduti” […]. I selvaggi, l'umanità sguaiata, siamo diventati noi.

November 9, 2006

Grazie America

E dopo la sconfitta elettorale—o thumping (“pestaggio”), come lo ha definito sportivamente Bush—Donald Rumsfeld esce, entra Robert Gates. Senza perdere tempo, detto-fatto. Grazie America, questo è il primo commento che mi viene in mente, e non soltanto perché “Rummy” di errori, anche madornali e inqualificabili, ne ha commessi tanti, troppi per essere il responsabile della macchina da guerra più potente del mondo. No, non solo, non principalmente, per questo. Grazie America soprattutto per mostrarci che cos’è una democrazia vera, e cosa significa l’espressione «sovranità popolare».

E’ questa immediatezza che impressiona, questa mancanza di fronzoli e giri di parole, questa capacità di tirare una linea sul passato—anche se, come un osservatore attento come Massimo Teodori ha ammonito sul Giornale di oggi, sarebbe un errore “aspettarsi rivoluzioni”—e di ricominciare quando il popolo ha parlato. E del resto chi non ricorda l’incipit della Costituzione di quel grande Paese? “We the People of the United States, in Order to form a more perfect Union, establish Justice, insure domestic Tranquility …”

Fatto sta che, a mio avviso a riprova della forza di questo contagio democratico che dagli States giunge potente fino a noi, il resoconto più interessante che mi è capitato di leggere sugli avvenimenti d’oltreoceano, e nel contempo l’elogio più bello (non solo perché inaspettato) a George W. Bush, è dovuto alla penna di Vittorio Zucconi, cioè di uno che non ha mai risparmiato nulla all’America, pur amandola, e soprattutto a Bush figlio, che del resto il Nostro ha sempre cordialmente e coerentemente detestato.



È stato comunque ammirevole, il presidente Bush, a offrirsi ai giornalisti in diretta tv la mattina dopo la Little Big Horn repubblicana. Ha avuto coraggio e senso sportivo di fronte alla disfatta, perché Bush è americano, cresciuto nel culto della volontà popolare, non importa quanto risicato sia il margine, e ha vissuto in prima persona gli alti e bassi delle fortuna paterne, esaltato e poi sconfitto, nel 1991. "Sono stato varie volte in questo rodeo", ha sorriso con tono riflessivo e ironico, e se il toro della volontà popolare questa volta lo ha sbalzato brutalmente, il politico Bush sa sempre reagire meglio del Bush statista.
Le parole che ha detto, le offerte di collaborare con un Congresso perduto ormai anche al Senato oltre che alla Camera, le promesse di "finire il lavoro in Iraq", naturalmente senza mai specificare che cosa significhi finire il lavoro né quando, sono le formule di rito che un Capo dello Stato e del governo deve dire quando sente mancargli la terra sotto i piedi. Altri grandi presidenti, come Reagan negli anni 80 e Clinton negli anni 90 dovettero imparare a governare senza poter contare su un Parlamento addomesticato e Wall Street ha applaudito facendo salire i corsi, perché la condizione del potere diviso, tra esecutivo e legislativo di colore opposto, è la normalità, non l'eccezione nella storia americana. È esattamente ciò che i prudenti, malfidenti padri della patria avevano voluto, costruendo quel marchingegno di elezioni in tempi e anni scalati e di competenze distinte che ha sorretto la più grande democrazia del mondo attraverso due secoli di guerre e un discreto numero di pessimi presidenti.
[I corsivi sono miei]

(Attenzione: ha detto proprio “altri grandi presidenti...”)


Nel suo tono pensoso e a tratti spiritoso, che ora finalmente può affiorare dietro l'armatura della retorica bellicista e vanagloriosa che proprio Rumsfeld rappresentava, Bush ha lasciato intravedere i segnali di quel pragmatismo e di quella rinuncia ideologica che gli elettori, votando contro di lui in maniera incontestabile, gli hanno finalmente imposto. Quando un reporter gli ha chiesto se finalmente avesse letto tanti libri quanto il suo "cervello", il suo Machiavelli elettorale, Karl Rove, Bush ha risposto scoccando un'occhiata assassina a Rove, seduto in prima fila: "No, perché io, a differenza di altri, ero troppo impegnato nella campagna elettorale".
[…]
Martedì non ha vinto la sinistra, né perduto la destra. Ha vinto l'America moderata e pragmatica, quella che accetta, si emoziona, si mobilita, ma poi misura, pesa e licenzia in tronco.

Poi Zucconi fa le sue considerazioni più “di parte,” e si può essere d’accordo con lui oppure no, ma questo articolo penso che vada conservato e ricordato. Non dico Grazie Zucconi, ma solo perché non mi pare il caso di esagerare. Grazie America, per stavolta, può bastare.


November 8, 2006

Don't shoot the wolves

Do you remember Bruno the bear, the brown bear whose story made headlines last summer? After having been happily and safely resident in Italy for years, Bruno made the mistake of straying across the border into Bavaria, where it was shot by a hunter, despite its status as a species theoretically protected across the EU.

Well, we are facing a repeat of the fate that befell Bruno the bear, but this time it’s up to the wolves. As a matter of fact, despite theoretical protection under EU law, wolves continue to be targeted in France and Switzerland (where the most recent kill took place, at the end of last month). “In Italy the wolves must be protected,” said Italy's Environment Minister, “In France and Switzerland on the other hand they are massacred. […] We don't accept a repetition of the Bruno saga.”

As Alberto Meriggi, a researcher at the University of Pavia and an expert on the distribution of wolves in the northern Appenines, told la Repubblica newspaper, “Our decision to apply the law protecting wolves without exception has allowed the Appenine wolf to return vigorously throughout the peninsula. […] Today once again the Italian wolf is in resurgence. We must be careful not to allow the destruction of decades of work.” [Read the rest]

Well, I am equally bound to say that we should be very careful. Besides, who is afraid—as St. Francis of Assisi would have said—of Brother Wolf?


Una parola su Saddam

Sulla pena di morte a Saddam Hussein ho provato a cavarmela con l’aiuto di Jena, che in effetti mi sembrava rappresentare piuttosto bene lo stato dell’arte sulla controversa materia. Potere dell’apologo, della metafora, dell’exemplum, della favola e di tutto ciò che ci può stare, in luogo di una disamina serrata e incalzante, riccamente argomentata, ecc. Ma anche un modo per dribblare luoghi comuni e dibattiti pretenziosi, per sfuggire alla sensazione sgradevole di aver perso l’ennesima occasione per stare in silenzio.

E’ così, lo confesso, penso che il blogger che non conosce il valore del silenzio—e non sappia raccogliere le occasioni per applicarne la lezione—non meriti di essere letto. Così come il blogger che, quando vi si imbatte, non sa riconoscere un’argomentazione che sta una spanna su tutte le altre e non coglie al volo l’opportunità di sottrarla all’oblio cui la folla degli altri discorsi condanna inevitabilmente quei pochi che non si possono e non si devono perdere.

E allora ecco questa mirabile riflessione di Sergio Soave letta sul Foglio di oggi, non su Avvenire, come al solito. Copiata e incollata qui di seguito.

Perché chi dice nessuno tocchi Saddam non la dice tutta (giusta)


Al direttore - La contrarietà all’esecuzione della condanna a morte di Saddam Hussein può avere una sola ragione rispettabile, l’obiezione di coscienza alla pena di morte. Ha le carte in regola per invocarla soltanto chi si è opposto sempre e comunque al patibolo, compresi quelli di Norimberga, compreso quello di Piazzale Loreto. Invece in questi giorni ne sono state accampate tante altre “ragioni”, di ordine politico, giuridico, storico o morale, che a me paiono speciose e infondate.

Sul piano politico si sostiene che l’esecuzione della sentenza peggiorerebbe le prospettive di pacificazione dell’Iraq, accrescendo invece le probabilità di una guerra civile tra i sunniti, offesi dalla condanna del loro leader, e gli sciiti e i curdi, che invece ne gioiscono. Il problema è esattamente l’opposto: finché i sunniti penseranno alla possibilità di una restaurazione saddamita, la pacificazione, che non può che essere il risultato del riconoscimento della sconfitta del baathismo, resterà ardua e incerta. Quando Luigi Longo decise di far fucilare Benito Mussolini ragionò esattamente in questo modo, cinico se si vuole, ma realistico. Il capo dei partigiani comunisti non voleva neppure che si celebrasse un processo al capo del fascismo sconfitto, perché temeva che questo gli avrebbe fornito una tribuna pericolosa. Questo ci riporta alla scelta che fu compiuta dall’America di fare il possibile per catturare Saddam vivo in modo da poterlo processare. Gli americani pensavano l’esatto contrario di Longo, che un rais ucciso con le armi in pugno sarebbe diventato un martire, mentre un processo pubblico condotto da una corte irachena avrebbe messo in luce i suoi orrendi crimini. Può darsi che in questo l’Amministrazione americana abbia peccato di idealismo, non di cinismo.

Nella cultura islamica la punizione attraverso il patibolo è la norma, radicata nella cultura e nella religione. In quasi tutti i paesi islamici vige la pena di morte, che è stata abolita in Turchia soltanto per le pressioni europee. E’ un po’ sorprendente che i sostenitori del multiculturalismo, che rifiutano di sottomettere a criteri che nascono dalla difesa dei diritti universali dell’uomo aspetti delle società islamiche come la sottomissione della donna, l’imposizione del velo e soprattutto l’idea della guerra santa, in questa occasione dimentichino che l’obiezione radicale alla pena di morte è un principio che si è affermato, peraltro assai recentemente, soltanto in una parte della società occidentale, e che quindi la sua imposizione a un paese come l’Iraq avrebbe il carattere di un evidente colonialismo culturale.


Dal punto di vista giuridico è stata avanzata l’annosa questione del dubbio diritto dei vincitori di processare gli sconfitti. Bisogna sapere che se si accetta questa tesi si garantisce l’impunità a tutti i dittatori, per sanguinaria e disumana che sia stata la loro condotta. La distinzione che viene fatta tra un tribunale internazionale, che avrebbe il diritto di processare i rei di violazione dei diritti umani, e un tribunale nazionale che invece risentirebbe degli odi di parte è un’altra espressione di, più o meno inconsapevole, razzismo. Perché Oscar Luigi Scalfaro aveva il diritto, come giudice di un tribunale italiano, di comminare la pena di morte ai gerarchi fascisti che si erano macchiati di delitti nel corso della guerra civile, mentre ai giudici iracheni questo sarebbe inibito?


November 7, 2006

What's Left?

British journalist Nick Cohen’s new book, What's Left? How the Liberals Lost their Way, will be published by 4th Estate in February, 2007, but Oliver Kamm has had a preview, and he says it's excellent, “and you should pre-order it now.” As the synopsis by Amazon.co.uk says, the book dissects the agonies, idiocies and compromises of mainstream liberal thought, or, as Oliver Kamm puts it, the scandal of “how segments of the Left, in their willingness to discern progressive qualities in the most reactionary causes, went over to the other side of the political divide.”

Besides, this book reminds me of a very interesting seminar held in Rome on May 31, 2006, to discuss the reasons why the Left has forgotten its own principles. The speakers were Paul Berman, Christopher Hitchens, John Lloyd, Piero Fassino (general secretary of the Democrats of the Left), and Adriano Sofri (former leader of the far Left Lotta Continua). An account of the seminar was given by a special correspondent for normblog—final comment included.

Nick Cohen—a columnist for the Observer and New Statesman—comes from the Left, and when, at the age of 13, he found out that his kind and thoughtful English teacher voted Conservative, he nearly fell off his chair: 'To be good, you had to be on the Left.' Today—as the abstract suggests—he's no less confused:


When he looks around him, in the aftermath of the invasion of Iraq, he sees a community of Left-leaning liberals standing on their heads. Why is it that apologies for a militant Islam that stands for everything the liberal-Left is against come from a section of the Left? After the American and British wars in Bosnia and Kosovo against Slobodan Milosevic's ethnic cleansers, why were men and women of the Left denying the existence of Serb concentration camps? Why is Palestine a cause for the liberal-Left, but not, for instance, China, the Sudan, Zimbabwe or North Korea? Why can't those who say they support the Palestinian cause tell you what type of Palestine they would like to see? After the 9/11 attacks on New York and Washington why were you as likely to read that a sinister conspiracy of Jews controlled American or British foreign policy in a liberal literary journal as in a neo-Nazi rag? It's easy to know what the Left is fighting against - the evils of Bush and corporations - but what and, more to the point, who are they fighting for? As he tours the follies of the Left, Nick Cohen asks us to reconsider what it means to be liberal in this confused and topsy-turvy time. With the angry satire of Swift, he reclaims the values of democracy and solidarity that united the movement against fascism, and asks: What's Left?

Hat tip: Harry’s Place


November 6, 2006

Quel che ho scritto ho scritto

Mettiamola così:

No no, non posso dirlo, non ce la faccio, sì lo so che se uno ci crede deve crederci sempre, non può distinguere caso per caso, è un principio, un valore assoluto, il valore della vita, ma io non ci riesco, è inutile, non mi viene, è più forte di me, basta, non insistere, tanto non lo scriverò mai che non si deve condannare a morte Saddam. Oddio, l'ho scritto.
Jena

November 5, 2006

Comunicazione di servizio

Un po’ alla volta—lentamente perché il tempo a disposizione è sempre troppo poco—sto aggiornando gli elenchi dei links di questo blog. Raramente vado a curiosare nei blogs utilizzando le liste qui accanto (preferisco usare i “preferiti” del browser o il mio aggregatore di feeds), per cui scopro qua e là un link obsoleto (ma si rimedia subito), un blog cancellato, uno abbandonato (qui, invece, la cosa è irreparabile).

La blogosfera è mobile, gente che va e gente che viene, dunque nessuna sorpresa se qualcuno si stanca di tenere un blog e decide di sparire dalla circolazione, anche se a me certe perdite dispiacciono. Ma in questi casi, anche per un senso di lealtà nei confronti dei visitatori, penso che la cosa giusta da fare sia cancellare il link. Infatti, perché un blogroll abbia senso bisogna che sia aggiornato e corrispondente alla realtà. Ma quella corrispondenza alla realtà va intesa, credo, anche nel senso di un minimo di «sintonia» che deve esserci tra chi crea il collegamento e chi viene collegato. Non parlo tanto di reciprocità—che se c’è è meglio, ma non è obbligatoria—quanto proprio di un idem sentire, sia pur limitato a certi aspetti della vita, non certo su tutto, che sarebbe oltretutto impossibile oltre che non auspicabile!

Insomma, sto sistemando un po’ le cose. Non solo per togliere, anche per aggiungere. A proposito: grazie ai bloggers che hanno di recente messo un link a WRH. Datemi solo il tempo, di solito contraccambio, a meno che non mi accorga di avere a che fare con sostenitori di terroristi e tagliatori di teste, o con simpatizzanti di dittatori e tiranni di qualsiasi colore e provenienza, trafficanti di armi, di droga e (il che è lo stesso) di imperdonabili menzogne storiche, ideologiche e culturali. Ma state tranquilli, a occhio e croce non è il caso vostro ...

Venezia? "Tu ne stupisci ..."

Personalmente, sul piano intellettuale, ho grande stima del sindaco filosofo di Venezia, Massimo Cacciari. Sul piano politico penso che abbia avuto parecchie buone ispirazioni e che, comunque, se lui fosse “rappresentativo” della sinistra italiana, non sarebbe certo una disgrazia, tutt’altro. Dal punto di vista amministrativo non saprei, non vivendo a Venezia e non essendo incline a basarmi sul sentito dire per farmi delle opinioni. Premesso questo, come tanti, sono perplesso sulla propensione manifestata dal sindaco a fermare i lavori del Mose per valutare soluzioni diverse.

Sul Gazzettino di oggi c’è una lettera del governatore del Veneto, che polemizza duramente con Cacciari, ma si lascia andare anche a reminiscenze letterarie di tutto rispetto, come questa citazione petrarchesca:


«Tu ne stupisci, e chiedi come ciò sia possibile nel grande e davvero incomparabile splendore di questa vastissima città.»

La lettera si conclude con un’altra citazione, stavolta più prosaica, ma non per questo meno degna di attenzione: l'ultimo numero del Giornale dell'Arte. Eccola qua:


Mose o non Mose? Questa è la polemica che da vent'anni ha messo quasi in stallo la politica per la salvaguardia di Venezia. Gli scienziati, però, si sono quasi tutti schierati per un sistema di dighe mobili; lo sappiamo perché nel 2003 nell'Università di Cambridge ci fu un convegno di tre giorni, frutto di due anni di studio, finanziati dal Venice in Peril Fund, che esaminò tutte le ricerche condotte dal 1966 sull'alluvione di Venezia, le sue cause e le possibili cure. Un convegno serio, dunque, a cui parteciparono 130 scienziati tra Italia, Paesi Bassi, San Pietroburgo, Boston, Londra, New Orleans e altrove. Nessuno di loro pensava che Venezia potesse essere protetta senza le dighe.


Ora, visto che dopo tutto non si tratta di scegliere tra Giancarlo Galan e Massimo Cacciari, ma tra due “filosofie amministrative,” io non ho alcuna difficoltà ad accogliere quella che vorrebbe far proseguire i lavori, che poi è anche l’idea di dello storico Gherardo Ortalli e dell’economista bocconiano Francesco Giavazzi. Raccomanderei, a tal riguardo, la lettura dell’editoriale pubblicato sul Corriere di ieri, a firma di Giavazzi appunto, il quale cita abbondantemente Ortalli per stigmatizzare l’orientamento del sindaco Cacciari. Ecco un passaggio dell’editoriale che mi sento di sottoscrivere parola per parola:


Massimo Cacciari è troppo intelligente per non capire ciò che aveva intuito già trent’anni fa Bruno Visentini: il problema di Venezia è politico, non di ingegneria idraulica; quello che manca alla città non sono le opzioni tecniche per salvarla dal mare bensì la capacità di decidere. Il giorno dell’alluvione a Venezia vivevano 130 mila persone, oggi sono meno della metà: ma non eleggono loro il sindaco perché i cittadini di Mestre (la terraferma del Comune) sono tre volte più numerosi. Costoro hanno interessi diversi dalla salvaguardia della città: Venezia affondi pure, purché prima di affondare faccia affluire alle casse del Comune ancora un po’ di denaro pubblico. Per questo motivo Visentini propose un referendum per dividere Mestre da Venezia, ma la separazione non ha evidentemente alcuna possibilità di passare. Una democrazia bloccata. Fra trenta, quarant’anni è matematicamente certo che a Venezia non abiterà più nessuno: rimarranno solo i turisti e i venditori che dalla terraferma giungono in città con il loro ciarpame per raccogliere un po’ della rendita prodotta dal turismo a buon mercato.

Ma il j’accuse dell’editorialista del Corriere non si limita alle questioni di ingegneria idraulica, che poi non sono neanche quelle fondamentali, come si è visto. Ci sono, ad esempio, dei problemini che uno magari non ci pensa, e invece sono serissimi, vale a dire—con rispetto parlando—il guano dei piccioni, le pantegane e la spazzatura. Infine c’è anche la pars construens del ragionamento: una proposta-provocazione del britannico The Observer, che chiama in causa nientemeno che la Walt Disney Corporation, e un’idea niente male un tantino “più europea.” Al posto del sindaco filosofo ci farei un pensierino. E in ogni caso mi associo all'appello di Giavazzi:


Non più un soldo pubblico senza un progetto. Perché se il progetto è solo il turismo a buon mercato allora basta la Walt Disney Corporation. Il parco di Orlando non riceve neppure un dollaro dal governo, anzi fa lauti profitti.


November 4, 2006

La Sacra di San Michele



La Sacra di San Michele, in Val di Susa, è il terzo luogo micaelico che ho visitato (lo scorso weekend), dopo il celebratissimo Mont-Saint-Michel e il non meno suggestivo Monte Sant’Angelo—di cui ho già riferito nel vecchio blog, poco più di un anno fa.

Tutti e tre questi luoghi hanno in comune un carattere che definirei ascensionale e selvaggio: c’è sempre da salire, da “arrampicarsi,” in posti piuttosto impervi e, almeno in origine, fuori dal mondo. Addirittura la Sacra è stata edificata letteralmente sul cucuzzolo di una montagna (il monte Pirchiriano), cioè proprio tutt’intorno a uno spuntone di roccia, appunto la vetta, che è visibile in fondo alla chiesa. Per raggiungere la base dell’antico complesso abbaziale benedettino bisogna salire, per arrivare alla chiesa pure. Michele evidentemente non ama le cose facili.

Oggi i benedettini (cluniacensi) non ci sono più. Ci sono i Padri Rosminiani (due), dal 1836, cioè da quando Re Carlo Alberto ottenne che Papa Gregorio XVI chiamasse Antonio Rosmini e la sua congregazione religiosa a prendersi cura del luogo dopo più di due secoli di abbandono.

Non mi cimento in resoconti di tipo storico-culturale, anche perché il tutto è già spiegato benissimo nel sito Web della Sacra. Mi soffermo solo su un particolare curioso: l’irrisione dei monaci da parte di un testone che campeggia su uno degli ingressi del monastero. Una smorfia più infantile che oscena (cliccare sulla foto qui accanto per ingrandirla), ottenuta dall’allargamento della bocca ad opera di due manacce.

Se noi fossimo ancora in grado di decifrare il linguaggio segreto del simbolismo medioevale, probabilmente apprenderemmo su noi stessi qualcosa che non siamo più capaci di “leggere” e interpretare. Ma, siccome siamo diventati spaventosamente ignoranti in questa affascinante materia, dobbiamo accontentarci di incerte e zoppicanti congetture: un monito travestito da sberleffo? Un tentativo di riconciliarci con noi stessi e con le nostre debolezze? Chi può dirlo? Certo, l’effetto è sconcertante.

Per il resto, l’esperienza di questa “ascensione” ha qualcosa di unico e irripetibile. A poche decine di chilometri da Torino c’è quest’isola di meditazione, un luogo miracolosamente ancora semi-selvaggio che interpella memorie ataviche e suggerisce relazioni misteriose tra l’uomo e il creato, tra l’anima individuale e l’infinito.

A dare una mano ai due Padri Rosminiani c’è un’associazione di «Volontari della Sacra». Uno di questi volontari, un attempato signore con un lieve accento straniero (è danese), ha svolto con competenza e in maniera molto simpatica la funzione di “guida turistica.” Ha anche inneggiato alla lingua italiana ("un canto") ed esortato i turisti italiani a non maltrattarla troppo. Ovviamente, parole sante. In tema con il luogo.

October 28, 2006

La Rivoluzione Italiana di Paolo Guzzanti

Paolo Guzzanti ha un blog. L’ho appena scoperto grazie a TocqueVille: una buona notizia—solo per i suoi estimatori, ben inteso, dei quali il sottoscritto penso sia uno dei più convinti—che giro subito ai lettori di WRH. Il caloroso benvenuto nella blogosfera non è motivato soltanto dalla stima per il brillante giornalista: c’è anche un’antica militanza politica comune (socialista) e una predilezione per il Presidente emerito Francesco Cossiga, che è condivisa senza riserve. Di Guzzanti, a tal riguardo, non ho dimenticato Cossiga uomo solo (Mondadori, 1991) e una bella intervista del 2001 che è stata ripubblicata nel volume Per carità di Patria. Dodici anni di storia politica italiana 1992-2003 (a cura di Pasquale Chessa, Mondadori, 2003).

Ovviamente ho aggiunto il link nel blogroll qua accanto. Il post che si legge appena arrivati è un mirabile esempio di quanto Guzzanti sia refrattario al precetto del porgere l’altra guancia. Buona lettura. Ci risentiamo tra qualche giorno.

October 27, 2006

Su Dio niente confusioni, se possibile

Essendo un insigne germanista, Claudio Magris è uno che ha pensato e ripensato in profondità quello che qualcuno definisce il «dramma della modernità», e dunque, ad esempio, il complesso e contraddittorio rapporto tra le radici giudaico-cristiane e quelle greco-romane dell’Occidente, nonché la dialettica infinita tra spiriti illuministici e romantiche nostalgie del «Totalmente Altro».

Anche per un fatto di sensibilità personale, inoltre, pochi dovrebbero essere più titolati di lui ad esprimere valutazioni culturalmente ben ponderate sul cosiddetto pensiero «teocon» (espressione per altro assolutamente insoddisfacente e inopportuna, come lui stesso sottolinea).

Dunque l’editoriale di ieri sul Corriere della Sera, che appunto affrontava la questione, sarebbe teoricamente di quelli da non perdere, a prescindere dalla circostanza che si possa concordare o dissentire. Purtroppo, però, le cose non stanno esattamente così. Intendiamoci, Magris ha svolto una riflessione che, sotto vari punti di vista, è magistrale, colta, godibile. Ad esempio, la definizione di «laicità» è da ritagliare e incollare.



La laicità […] non si contrappone alla religione e alla Chiesa, ma è la capacità di distinguere ciò che è oggetto di fede da ciò che è oggetto di dimostrazione razionale, ciò che compete allo Stato e ciò che compete alla Chiesa. Essa si contrappone al clericalismo intollerante come al laicismo intollerante; veri laici sono stati sia credenti e praticanti, quali ad esempio Jemolo, sia non credenti e non praticanti. Che il cristianesimo e, in Paesi come l'Italia, il cattolicesimo, costituiscano un punto fondamentale di riferimento anche per i non credenti e i non praticanti è ovvio, perché la Scrittura è, insieme alla tragedia greca, il più grande sguardo gettato nell'abisso della vita ed è una linfa e radice essenziale dell'universalità umana e della nostra civiltà in particolare.

Veramente “suggestiva” questa laicissima perorazione delle radici cristiane. E allora, qual è il problema? Beh, si va male a dirlo, ma non se ne può fare a meno: Magris ha fatto un po’ di confusione tra i «teocon» e gli «atei devoti», rendendo i due termini quasi sinonimi o quanto meno interscambiabili, mentre ovviamente tali non sono e non possono essere. Ecco come questo “incidente di percorso” è potuto accadere …



I cosiddetti «teocon» — termine alquanto infelice, da gergo di gruppuscolo o da complesso rock — possono capire poco di queste cose, perché in genere non hanno alcuna esperienza del Cristianesimo e del Cattolicesimo, non l'hanno frequentato e magari credono che l'Immacolata Concezione indichi la maternità verginale di Maria anziché il suo essere immune dal peccato originale. Della Chiesa hanno un'immagine vagamente nobile e consolatoria, così come si sa che nell'induismo ci sono divinità raffigurate con molte teste e molte braccia. La stessa autodefinizione di «atei devoti» — in cui l'arrogante professione di ateismo vorrebbe darsi una patina di cinismo libertino settecentesco, come quello degli abati galanti dell'ancien régime — non è la migliore premessa per occuparsi di cose di fede.

In effetti, la prima proposizione non avrebbe senso senza quella confusione (che si manifesta in pieno nella terza proposizione). Riuscite a intravedere le facce perplesse di Michael Novak, Richard John Neuhaus, Gorge Weigel, Robert Sirico o del nostro Flavio Felice nello scoprire che loro—cioè dei teologi e filosofi della politica cattolici fino a midollo—possono aver dato ad uno stimato intellettuale italiano con profonde connessioni «mitteleuropee» l’impressione di essere gente che non ha alcuna esperienza del Cristianesimo e del Cattolicesimo, ecc., ecc.?

Lasciamo stare il fatto che la definizione in questione è stata affibbiata agli interessati, come a suo tempo a qualcun altro fu affibbiata quella di neocon, e che in entrambi i casi il termine sia stato accettato, almeno inizialmente, obtorto collo dagli interessati medesimi. A parte questo, infatti, l’espressione si riferisce a dei credenti a tutto tondo. Se poi ci sono degli intellettuali che, pur non essendo credenti, riconoscono al cristianesimo un ruolo essenziale nella società e ritengono che esso sia in grado di rafforzare un’identità occidentale minacciata dalle ondate migratorie provenienti dai Paesi islamici e soprattutto dall’arroganza di certi imam, beh questo è un altro discorso: non puoi presentare il conto agli uni attribuendogli le eventuali colpe degli altri. Mi sembra lapalissiano.

Per fortuna, dicevo, in quell’editoriale—che per ironia della sorte si intitola "Dio, fede e confusione"—Magris ha scritto cose ben più interessanti. Ad esempio questa:



Quei reverendi (protestanti, in questo caso) che hanno visto nella strage dell'11 settembre la punizione di Dio per le colpe degli Stati Uniti e quelli che hanno invece salutato la vittoria elettorale di Bush come la volontà di Dio, sono ben più blasfemi degli avvinazzati che sacramentano all'osteria e che sono forse meno lontani, sia pur da peccatori, dalla tradizione.Nessuno può pretendere di tirare Dio dalla propria parte Gli «atei devoti» è meglio che non si occupino di cose di fede.

Qui, davvero, ci siamo. Attenzione a tirare Dio da una parte o dall’altra. Uno può al massimo sospettare certe “corrispondenze,” ma deve sempre trattenersi dal passare dalla congettura alla spiegazione, e deve sapere che, nel momento in cui sbandiera pubblicamente certezze su questo ordine di eventi, autorizza chiunque a considerarlo (non troppo arbitrariamente) un pazzo e un visionario, cioè un pericolo e una iattura per l’umanità.

L’Onnipotente ha certamente i suoi Disegni, ma all’uomo non è dato conoscerli, e forse è anche meglio che sia così: sai che delusione tremenda sarebbe, tanto per i figli della luce quanto per i figli delle tenebre, scoprire che, oggettivamente parlando, non tutto ciò che è cattivo è per il male e non tutto ciò che è buono è per il bene? Meglio non saperlo, o al massimo, appunto, coltivare segretamente qualche sospetto ... ;-)

October 26, 2006

Attacco alla libertà di espressione?

Attenzione: non sono un esperto in materia, ma temo che il sito di Acton Institute Italia sia stato fatto oggetto di un attacco da parte di qualche delinquente informatico. Circa un'ora fa, un attimo dopo aver visualizzato questo sito, il mio antivirus mi ha segnalato un'infezione da parte di un "worm" o Trojan Horse (Win32: Qqpass-DY [Trj]). Il virus ha infettato un paio di files nel mio pc, ma a quanto pare, al riavvio di Windows, è stato possibile stoppare l'attacco.

So che nei giorni scorsi anche il blog dei Riformatori Liberali è stato sotto attacco. Non vorrei che fossimo di fronte a una controffensiva in grande stile (si fa per dire) da parte di gente che ha in mente qualcosa di preciso contro chi solleva certe problematiche al confine tra religione e politica.

October 25, 2006

Souad Sbai, un ottimo acquisto per l'Italia

Su Avvenire, ieri, ha detto la sua sul velo Souad Sbai, presidente della Confederazione delle comunità marocchine in Italia e membro della Consulta islamica. In sintesi, secondo lei, il velo:

1) non è affatto parte integrante della religione e della cultura islamica;
2) non è neppure quel simbolo del pudore e della modestia delle donne musulmane che si vuole far credere, al contrario, è l'esibizione di un messaggio politico e di potere;
3) ha la funzione precisa di isolare le donne musulmane, di impedire che entrino in relazione con la società, di tenere lontano «l'infedele».

Ragion per cui, proibire l'uso del velo nelle scuole e nei luoghi di lavoro non è per niente una prepotenza che di fatto incoraggia lo scontro di civiltà.

In realtà, misure come queste vanno nella direzione opposta: tendono una mano alla parte più viva e avanzata delle comunità musulmane. In Francia dall'anno scorso c'è una legge che vieta l'uso del velo nelle scuole pubbliche. Dopo le proteste scatenate dai fondamentalisti nei primi tempi, i sondaggi dicono che la stragrande maggioranza delle allieve e delle donne delle comunità si sono apertamente schierate a favore della legge. Ora ci sentiamo più libere, confessano: più libere di parlare, di vivere, di essere noi stesse.
[…]
[L]'imposizione del velo rivela una concezione del mondo che non vela soltanto la donna ma anche l'uomo, la società, la mente. Che mortifica la sua parte migliore, la sua storia di civiltà e di creatività.

Souad Sbai, a modesto avviso di chi scrive, è una di quelle persone che l’Italia può dirsi onorata di avere accolto. Di lei mi ero occupato già un’altra volta su questo blog. La signora Sbai, tra l'altro, è stata recentemente ospite a Otto e mezzo (il link porta alla pagina contenete una sintesi e la registrazione della trasmissine) ed ha intrattenuto un interessante carteggio con Emma Bonino. Mi riprometto di tenerla d’occhio anche in futuro.

Murder in the Himalayas


Buddhist monk Thubten Tsering was one of the 75 Tibetan who, on September 30, were making a secret trek across the border into Nepal, moving in single file across a mountain slope near the 19,000-foot-high Nanpa La Pass, when Chinese border guards opened fire. “There was no warning of any kind, […] the bullets were so close I could hear them whizzing past. We scattered and ran,” he told reporters in Delhi on Sunday.”

Now that the accounts of survivors, now safely in India, can be pieced together with those of the mountaineers who witnessed the shooting and with the video footage taken by a Romanian cameraman who was at advance base camp on Mount Cho Oyo at the time, the full story of what happened that day in the Himalayas has emerged. Read The Independent article here for details.

October 23, 2006

Nessun errore di comunicazione

A sinistra qualcuno, a proposito del coro di critiche levatesi praticamente da ogni dove nei confronti della Finanziaria, aveva parlato di “errori di comunicazione.” Angelo Panebianco, come Luca Ricolfi (vedi post precedente), non è per niente d’accordo, e sul Corriere di oggi spiega perché (ma onestamente non rivela alcuna verità occulta):


In effetti, non sembra proprio che ci siano stati errori di comunicazione. La Finanziaria, criticata da quasi tutti gli economisti che contano, avversata da Confindustria (con le dure parole del suo presidente, Montezemolo) e stigmatizzata dalle società di rating, sembra invece lo specchio fedele dei rapporti di forza interni alla maggioranza. Uno specchio persino troppo fedele. Nel senso che, in genere, non si dà una così meccanica ed esatta corrispondenza fra gli equilibri politici e le scelte di politica pubblica. Ma in questo caso è accaduto. Per capire la Finanziaria bisogna sempre rammentare che la maggioranza ha un baricentro interno fortemente spostato a sinistra. Fatte le elezioni, lo dissero subito i numeri: a trionfare era stata la sinistra massimalista nelle sue varie anime, mentre la sinistra moderata era rimasta al palo.
[…]
Ma se le componenti moderate si indeboliscono troppo, il sistema bipolare finisce per autodistruggersi. Nessun bipolarismo può durare a lungo se le fazioni estremiste (inidonee a governare le democrazie capitaliste) acquistano troppo spazio. Credo anch'io che sia in atto «un complotto». Ma non contro il governo Prodi. Contro il bipolarismo.

Iniziative benemerite (Frascati per esempio)

Il solito Luca Ricolfi—e la solita inziativa benemerita—nell'editoriale su La Stampa di oggi

Come possiamo credere nelle promesse di modernizzazione del Paese se, una volta giunti al governo, i modernizzatori non colgono l'occasione per passare dalle parole ai fatti? Merito, rischio, responsabilità, individuo, mercato, liberalizzazioni, concorrenza: su parole chiave come queste nei giorni scorsi i riformisti dell'Unione hanno discusso a Frascati, in una Conferenza promossa da Glocus, il think tank presieduto dal ministro Linda Lanzillotta. Iniziativa benemerita, piena di idee condivisibili, ricca di suggestioni per chi vuol cambiare l'Italia. Ma come non vedere il contrasto fra le parole e i fatti? Come non vedere che le parole di Frascati sono ignorate, calpestate, umiliate nell'impianto della Finanziaria?
[…]
Gli elettori non sono né bambini sciocchi, né inguaribili egoisti, semplicemente si sono accorti che la via delle riforme, indicata dal Dpef e dal decreto Bersani sulle liberalizzazioni, è stata accantonata. Nel decreto Visco-Bersani molti avevano visto soprattutto la «faccia Bersani», nella Finanziaria sono inevitabilmente condotti a vedere soprattutto la «faccia Visco». Non già, come si ama credere a sinistra, per difetti di comunicazione, ma proprio perché la comunicazione è riuscita perfettamente. La gente ha sotto gli occhi il primo tempo, quello del risanamento e dei sacrifici, ma non vede prendere forma il secondo. L'antica diffidenza per la politica dei due tempi le suggerisce che il secondo tempo non ci sarà, o sarà la continuazione del primo. Difficile pensare che 20 miliardi di aggiustamento «aggiuntivo», ossia non necessari per tornare nei parametri di Maastricht, possano preludere a minori tasse e a vere riforme della spesa pubblica. Gli italiani hanno dimostrato più volte di saper inghiottire anche le medicine più amare, ma qualcuno deve saper loro fornire un perché.



Incredibile la tenacia di quest'uomo, la sua (donchisciottesca?) battaglia, spes contra spem, per scuotere la sinistra (riformista?). In ogni caso, una segnalazione doverosa.